domenica 25 agosto 2019

RADIOCIXD 1: THE FINAL CUT

Per inaugurare la rubrica radioCIxD, di cui ho annunciato la creazione pochi giorni fa, scelgo l'album forse meno noto dei Pink Floyd, e non a caso: a parte che il titolo nell'Italia di questi giorni è di attualità politica, questa scelta mi consente di chiarire ulteriormente il senso di tutta questa operazione, che probabilmente accompagnerà la vita del blog nei prossimi anni, alternandosi ai tradizionali pezzi di stampo politico ed economico che ne costituiscono la spina dorsale. Infatti, scegliendo di recensire un disco preciso, o la playlist di un artista, non intendo necessariamente affermare che quel disco o quell'artista siano oggettivamente di valore assoluto, ma soltanto che per qualche ragione abbia, o lo abbia avuto in qualche momento, valore per me, e magari, ma non è neanche detto, questa ragione la spiegherò. Cercherò insomma di far venire voglia a qualcuno di ascoltare (o riascoltare) i pezzi, di cui quindi cercherò comunque di fornire i link da youtube. Di conseguenza, la scelta cadrà prevalentemente su cose degli anni 70/90: anche dopo ho cercato di tenermi aggiornato sulle novità musicali, ma a parte rare eccezioni non ho più trovato niente che meriti secondo me di essere segnalato ai posteri. E ci sta che questo sia anche per ragioni anagrafiche, per cui magari qualcuno più giovane di me la penserà diversamente, ma appunto starà a lui (se e quando vorrà) di fare un'operazione analoga: questo è il mio blog, questa è la mia parzialissima selezione, la pretesa è che possa essere in qualche modo utile a tutti, o almeno piacevole.
Ho iniziato a comprare dischi a 14 anni, pochi perché pochi erano i soldi (con gli amici ci si dividevano gli acquisti e poi ciascuno faceva agli altri la musicassetta: non ci crederete ma così alla fine si compravano più dischi, e infatti tutti gli artisti emersi in quegli anni sono più o meno diventati ricchi), e soprattutto perché a 16 ho iniziato a trasmettere in radio, dove ho iniziato a maneggiare i dischi dei "fratelli più grandi" facendomene delle copie in cassetta direttamente li. Per questa ragione, il primo vinile dei Pink Floyd che ho comprato, non sapendo che sarebbe stato l'ultimo (avevano da poco inventato il CD, che di li a poco avrebbe dominato, e poco dopo sarebbe iniziata l'era della musica digitale), è stato questo The final cut. E' dell'83, l'ultimo con Roger Waters (la copertina sul retro recita "Roger Waters featuring the Pink Floyd", a dichiarare che è un disco dell'uno in cui suonano gli altri), e poi avrei saputo che i brani erano in molti degli scarti del precedente The Wall (e già questo per i pinkfloydiani puri non era all'altezza: per dire...), e comunque tutti scritti da Waters, per la tigna di quest'ultimo di considerarsi leader indiscusso (d'altronde lo era, essendo l'unico rimasto con una ossessione artistica da nutrire, ma qui arrivò al delirio di rimpiazzare Wright alle tastiere), nessuno paragonabile per genio compositivo al resto della produzione precedente (e d'altronde, quella successiva dei Pink Floyd senza di lui - perché alla fine della registrazione di questo disco la band si sciolse, e gli altri poterono pubblicare dischi sotto quel nome solo dopo una battaglia legale di anni - non ci si avvicinerà mai nemmeno lontanamente).
Ma io avevo 20 anni e arrivavo a casa col mio primo nuovo LP dei Pink, ed eseguivo le istruzioni di copertina per l'ascolto: essendo il primo album della storia registrato in "olofonia", bisognava sentirlo in cuffia, oppure (oppure: io odio sentire la musica in cuffia) mettere le casse una di fronte all'altra e sedersi in mezzo, per sentirsi letteralmente immersi negli effetti "più che stereofonici", tridimensionali. Vivevo a Reggio Calabria, in un condominio tutto di parenti: lo zio di sotto poteva incavolarsi, anzi sicuramente lo avrebbe fatto, ma non avrebbe chiamato i carabinieri. Così io ascoltavo abitualmente la mia musica chiuso a chiave in cameretta, seduto davanti allo stereo (ma durava poco, se la musica lo valeva presto iniziavo a urlare e dimenarmi), al buio, col volume del mio impianto (un rack con 120 watt per canale, casse a tre uscite, 8 ohm di impedenza: ce l'ho ancora, vale un patrimonio, non ne fanno più così) a tre quarti (di più, avrei rischiato i vetri).
Insomma, appoggio la puntina sul disco che già gira, e la mia stanza viene attraversata da un automobile che sfreccia, poi un'altra; più avanti sarà un elicottero, poi un aereo mi sgancerà in testa una bomba, a un certo punto qualcuno mi lancerà un pugnale nella schiena. Basterebbe questo per consigliarvi di fare l'esperienza. In mancanza, ecco il link al full album su youtube, e quello con tutti i testi con tanto di traduzione a fronte. Ed ecco la tracklist coi miei commenti (qui invece se volete quelli di Scanzi, che ha già giocato questo gioco sul suo blog anni fa):
  1. The Post War Dream - Il primo brano è già una condanna, del thatcherismo per avere ucciso il sogno del dopo guerra, ma allora capivo l'inglese ancora meno di adesso, e comunque contava la musica, il testo lo avrei seguito sulla copertina in uno dei successivi, tanti, riascolti di approfondimento. Si usava così: ciucciatevela voi, la musica sul telefonino.
  2. Your Possible Pasts - Parte piano, poi urla da dentro le viscere "Do you remember me? How we used to be? Do you think we should be closer?": ti strappa le tue, dopo il primo ascolto la rimetterai su tutte le volte che nella vita hai bisogno di strappartele. Provare per credere.
  3. One Of The Few - L'orologio ti sembra quello di Time, ma il brano è interlocutorio e passa veloce, finendo con un "make them lie down and die", che da solo giustifica che ascoltiate il vinile originale, ora vi spiego perché.
  4. When The Tigers Broke Free - Questa nel vinile non c'era, ma c'è sui CD stampati dal 2004 in poi. Waters però in concerto la suona spesso, ripromuovendola nella continuity di The Wall, per cui l'aveva composta, e lì non ci sta male. Qui però dovete saltarla.
  5. The Hero's Return - Infatti, è qui che arriva la coltellata: vuoi mettere se è subito dopo che hai sentito "die"?  Comunque, che tutta la carriera di Waters sia impregnata della vicenda del padre, morto ad Anzio nel 44 con lui infante, è cosa risaputa...
  6. The Gunner's Dream - ...ma non da me all'epoca, che così mi sono goduto questo autentico capolavoro da cima a fondo, riascoltandolo migliaia di volte, cantandolo con Mimmo al piano prima e poi con la mia band, e poi persino usandolo come ninna per mia figlia, ma tenendomi in gola l'altrimenti devastante e liberatorio urlo centrale ("and hold on to the dreaaaaam") figurarsi quello finale ("night after night going round and round my brain: this dream is driving me insaaaaaane").
  7. Paranoid Eyes - Brano di passaggio, l'ultimo del lato A, che evoca le canzoni più vecchie che evocavano Barrett.
  8. Get Your Filthy Hands Off My Desert - Il lato B inizia con un breve quanto efficace richiamo alla cronaca politica mondiale del periodo: sotto i bombardieri, si accenna ad Afghanistan, Libano e guerra delle Falklands...
  9. The Fletcher Memorial Home - ...per introdurre quest'altra visione utopica: una casa di riposo (intitolata al padre, manco a dirlo) dove i tiranni, nominati uno ad uno, possono giocare alla guerra quanto vogliono, lasciando in pace il mondo reale; tra l'altro così...
  10. Southampton Dock - No, ve lo dice dopo: adesso tornano i soldati dalla guerra. Non tutti, suo padre no (non è ancora chiaro?). Tra l'altro così...
  11. The Final Cut - ...dicevo, tra l'altro così io sono libero di sferzare il "taglio finale": ce la farò? Il brano è un pensiero di suicidio così compiuto che se te la canti, urlando come si deve i ritornelli, ne fa l'effetto tipico: salvarti la vita.
  12. Not Now John - Un rock vero, forse l'unica che piaceva a Gilmour. Qui è fuori contesto, ma ti scuote, ti porta al bar (in italiano, anche) sul finale, e ti prepara all'ultimo brano.
  13. Two Suns In The Sunset - Dovete capire: ai tempi tutti noi ragazzi temevamo l'olocausto nucleare: la corsa agli armamenti aveva raggiunto livelli tali da farci sembrare probabile che anche solo per un accidente sarebbe scoppiata la guerra termonucleare globale. Hollywood ci avrebbe fatto parecchi soldi, sopra, ma questo brano arriva un paio d'anni prima, e resterà insuperato per potenza evocativa. Alla fine, gridi anche tu che hai capito, finalmente ("Finally I understand the feelings of the few"), che aveva ragione Totò, la morte è una livella, "we are all equal in the end".

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