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VENT'ANNI FA

Il dicembre del novantasette è stato a dir poco cruciale per chi vi scrive, e un ventennale è una bella cifra tonda per ricordarlo. Ma, niente paura, questo non è un post nostalgico e autobiografico, tanto gli amici trovati allora in quel di Trento e mai più persi, e anche quelli un pochino persi di vista ma mai di cuore e di pensiero e quindi di contatto almeno occasionale, lo sanno se mi leggono che sto parlando di loro.
E' un post di auguri di natale, ma a modo mio: con una scaletta, pardon oggi si dice playlist, necessariamente in qualche modo originale. La trovate alla fine, però: prima parliamo, sempre a proposito di musica, di un disco che ha fatto vent'anni pure lui e in qualche modo a suo tempo ha fatto epoca, e che stavo riascoltando l'altro giorno e mi ha fatto venire voglia di scriverne nei termini in cui lo sto facendo, forse anche perché proprio a Trento, anzi per la precisione a Rovereto, vidi la band che lo portava in tournée, e mi piacque tanto (no, non era una sorpresa: li avevo già visti e li seguivo da prima che si chiamassero come si chiamavano) che li andai a rivedere qualche giorno dopo alla tappa di Padova.
I CSI, infatti, avevano un passato come esponenti del combat-folk-post-punk emiliano (si chiamavano CCCP, ovviamente se avete la mia età o vi interessa la storia contemporanea), e avranno un futuro come PGR, e oggi i loro rivoli continuano a deliziare gli appassionati. E nella loro breve esistenza in quanto tali avevano pubblicato già alcuni capolavori: Ko de mondo, Linea gotica e il live acustico In quiete.  Dischi di quelli che non puoi segnalare dei pezzi come notevoli senza fare torto a tutti gli altri, comunque di livello: al massimo, puoi tracciare una tua personale playlist, appunto. Ma si trattava di dischi "difficili", come spesso capita alla roba di vera qualità, con una sacca di estimatori crescente si, ma che sacca rimaneva. E ai nostri eroi, probabilmente, piaceva così, anzi sicuramente dovremmo dire visti gli accadimenti successivi.
Avvenne infatti che nel 1997 diedero alle stampe Tabula rasa elettrificata. E fu il classico "botto". Il disco suonava come niente aveva mai suonato in Italia né suonerà più. Energia pura, dall'inizio alla fine. Roba che ti strappava i sentimenti dalle viscere, la rabbia soprattutto. Tanto che quando a un certo punto un pezzo diceva "rivoluzione", nessuno faceva caso al fatto che intendesse il moto terrestre attorno al sole: tutti urlavano, urlavamo, come se la dovessimo fare li, in quel momento, molti col pugno alzato, anche chi come racconta meglio Gaber di quel gesto aveva sempre avuto un certo pudore. E i CSI andarono al primo posto delle classifiche di vendita degli album.
Roberto Vecchioni... Mi direte: che c'entra musicalmente il Professore con Giovanni Lindo Ferretti e company? Ci arrivo: Roberto Vecchioni il suo trittico di capolavori lo ha scritto tra il 76 e il 78, e poi si in mezzo a tanta, troppa produzione, qualche perla la troviamo anche nei quarant'anni seguenti, ma quei tre dischi li, (Elisir, Samarcanda e Galabuig stranamore e altri incidenti) perfetti dal primo all'ultimo brano, erano irripetibili. Nel primo dei tre, il brano più leggero è un divertissement in chiave storica (ricorrenza, questa, frequente nella produzione vecchioniana) che a un certo punto dice:
viviamo per il pubblico, ma ci chiamiamo Pietro: in cima alle classifiche, ci rivogliamo indietro.
Non lo sapeva, ma parlava dei CSI di vent'anni (di nuovo i vent'anni) dopo.
Ancora in tour con "tabula rasa", infatti, i nostri cominciarono a maturare lo scioglimento. Pubblicheranno ancora tre live, uno atipico registrato a margine di un evento commemorativo di Beppe Fenoglio, e due diciamo così di addio dal titolo Noi non ci saremo (volume I e II, appunto), preso in prestito da Guccini e i Nomadi con tanto di cover.
Misurate la distanza tra una parabola artistica come quella appena descritta e quelle odierne, ed avrete evidenza empirica dell'enunciato filosofico che la freccia del progresso non sta sempre verso avanti nel tempo.
Buone feste a tutti. e buon ascolto:
  • Memorie di una testa tagliata (attenti: è di un realismo assoluto, l'orrore della guerra lo senti nelle ossa meglio che nella prima mezz'ora di Salvate il soldato Ryan, e vi sembrerà di capire cosa si prova a morire);
  • Cupe vampe (a ricordarci che l'Europa marcia di oggi è nata banchettando sulla carogna della Jugoslavia, del cui smembramento era stata il mandante);
  • E ti vengo a cercare (l'unica cover di Battiato cantata meglio di Battiato stesso, cioè conferendo al brano significati ulteriori);
  • Unità di produzione (quella della rivoluzione di cui sopra);
  • Forma e sostanza (un trattato di filosofia in forma di canzone "conosco le abitudini, so i prezzi, e non voglio comperare né essere comprato", con tanto di catarsi incorporata "voglio ciòooo che mi spetta, lo voglio perché è mio, mi spettaaaa!" a cantarla in coro);
  • Fuochi nella notte di San Giovanni (che riprende il "chi c'è c'è" dal brano di inizio album, che cito alla fine come dulcis in fundo, a dimostrare che di una sorta di concept sui generis si trattava)
  • A tratti (fate attenzione al cambio di ritmica a circa 3/4 di canzone: innescato dalla chitarra, cui la batteria a un certo punto si appende, dopo essersi ostinata per un po' a mantenere il suo pestaggio ossessivo precedente, è uno dei passaggi più interessanti della musica italiana, e non sto esagerando, e culmina col seguente rimarchevole testo:
Non fare di me un idolo, mi brucerò, se divento un megafono m'incepperò,
cosa fare o non fare non lo so, quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va, non va, non va, non va, non va...
Sono un povero stupido so solo che chi è stato è stato e chi è stato non è:
chi c'è c'è e chi non c'è non c'è....

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