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domenica 18 agosto 2024

RADIO CIXD 71 - GINEVRA DI MARCO

Fateci caso: assieme al nostro mondo, a morire con ciascuno di noi è anche la sua colonna sonora. Le cose che ascoltiamo non sono eterne. Si, forse una congiunzione astrale ha fatto si che il "range di vigenza in voga" della leva cantautoriale fosse tanto straordinariamente lungo da farcene dimenticare, ma arriverà un giorno in cui la competenza sulla discografia di un Branduardi non ce l'avranno manco più i suoi nipoti, e al massimo tutti riconosceranno all'ascolto solo Alla fiera dell'est, in quanto filastrocca per bambini.

Non sto esagerando. Ho provato a far ascoltare la mia musica a mia figlia da piccola, ma forse è stato peggio, perché se non l'avessi fatto forse a un certo punto ne sarebbe stata incuriosita, invece adesso è solo terrorizzata al pensiero che in un qualche viaggio in macchina gliela faccia subire. Preferisce ascoltarsi la roba sua nel cellulare, come tutti, e devo ammettere che è giusto così, è fisiologico, anche se non posso esimermi dal sottolineare che al di là di tutto quella roba è, "oggettivamente", robaccia.

Mio padre era un grande amante della musica in genere, e in particolare di quella spensierata e "divertente" della sua generazione (che si era fatta una guerra, in modalità "bambini sotto le bombe", come rimproverargli che le bombe erano della stessa mano di chi poi gli aveva portato il twist e il rock'n'roll) da cui poi risalì al "liscio" (diventando uno dei più famosi dj di radio e balera della città), e aveva fatto lo stesso con me piccino (i suoi 78 giri e il suo giradischi Lesa del "53 ancora funzionante sono l'unica cosa materiale che mi resta di lui), con lo stesso esito: io mi sono fortemente appassionato alla musica, ma alla "mia". Però, però, dopo tanti anni, lui già malato ed io che lo accompagnavo in auto a Bologna dov'era in cura, sono riuscito a fargli ascoltare in auto prima Sergio Caputo poi Paolo Conte, e se del primo mi "rubò" solo Sabato Italiano del secondo si appassionò a tal punto da procurarsi tutta la discografia. Percepìi la cosa come un trionfo, al punto che sulla sua lapide (oramai 25 anni fa) ci ho fatto mettere un passaggio di "Dal loggione", quello che recita "viva la musica che ti va fin dentro all'anima".

Coi miei cugini più grandi, che come spesso capita in questi casi erano per me modelli da emulare, la distanza era minore, ma pur sempre presente. Ad esempio, per Pasbas, che si fa chiamare così per via dello strumento che suona, non ha segreti tutta una produzione blues di anni in cui io ero un bambino, e per la quale, pur apprezzandone l'ascolto, non ho nemmeno una piccola frazione della sua competenza o della mia stessa competenza per la musica d'autore e pop-rock.
Chiacchierando con lui a proposito di Tenco, che io conosco ma non bene come i suoi "successori", mi è subito venuto in mente l'album di cover che gli ha dedicato Ginevra Di Marco, pubblicato grazie a un crowdfunding cui mi onoro di aver contribuito (qui il post dei tempi, in piena pandemia). E ho deciso di rendergli un "servizio", a lui e a chi tra voi vuole approfittarne: fare un'antologia di brani interpretati da questa cantante così sopra le mode. Così, peraltro, riciccio la rubrica Radiocontroinformoperdiletto, che latita da un po', e spero che Ginevra stessa, che ho visto in tournée direi una decina di volte - un paio epiche - e che non risulta (nemmeno sul sito ufficiale) sia in giro al momento, sia alle prese con un nuovo lavoro in studio, che chissà dove ci potrebbe portare. Come sentirete, infatti, la cosa più difficile nel suo caso è inquadrarla in un genere, avendo spaziato dal post punk a Tenco, dalla musica popolare tradizionale alla sperimentazione, passando per imprese come portare sul palco nientemeno che Margherita Hack (ed io c'ero).

A questo link trovate quella testimonianza assieme a tutte le altre volte che ho parlato di lei. Appresso, invece (così magari la aiutiamo a travalicare la finestra temporale di cui sopra, verso i settantenni da un lato, verso i teenager dall'altro), un'antologia poco ragionata dei tanti brani che dimostrano i tanti talenti di questa artista straordinaria. Cronologia discografia collaborazioni eccetera leggeteveli su Wikipedia, io vado a braccio.

Canto di accoglienza
Dopo essersi fatta conoscere e amare conquistandosi uno spazio sempre maggiore al fianco di uno con la personalità di Giovanni Lindo Ferretti, esce col suo primo album solista, e questo è il primo brano del disco: boom! Una preghiera laica così bella che qualcuno (ahem...) l'ha scelta per accompagnare l'ingresso della sposa alla celebrazione. Lasciati avvicinaare...
Gracias a la vida
Vedere Ginevra dal vivo è sempre una sorpresa. Può capitare che riprenda una vecchia canzone dei CSI, oppure che reinterpreti un classico come questo di Violeta Parra.
La malcontenta
Nel suo percorso accidentato, a un certo punto è approdata alle canzoni tradizionali popolari, specie toscane. Cose, come questa, che non hanno mai perso la loro attualità, anzi danno lezioni su come si tratta un tema tragico senza invischiarsi nella retorica, e quindi con maggiore efficacia. 
Il crack delle banche
A proposito di attualità, questo è un brano di fine 800, scritto all'epoca della prima famosa truffa ai risparmiatori italiani, ma sembra scritto oggi. Inutile sottolineare l'interpretazione della nostra...
Come bambino
Quando si sciolsero i CSI e ne nacquero i PGR, Ginevra c'era. Questa canzone se l'è portata appresso nel suo repertorio, e l'ha usata tra l'altro come punto cruciale dei concerti con Margherita Hack, con cui intonava "sto sdraiata sui campi nelle ore più belle a pancia in su a rimirar le stelle".
Te recuerdo Amanda
A un certo punto decide di fare un disco col repertorio di Mercedes Sosa. E queste canzoni immortali, che magari dal titolo vi sembra di non conoscere invece si, sembrano scritte per lei, tanto le vengono bene.
Todo cambia
Vedi sopra.
Malarazza
Di palo in frasca, nel suo percorso non poteva non incrociare Modugno. Questa canzone l'hanno cantata in moltissimi, con questo titolo o con Un servu e un cristu, ma io preferisco con distacco la versione di Ginevra.
Amara terra mia
Qui era più difficile: la versione di Modugno, sigla finale di uno sceneggiato TV, di questo brano tradizionale riscritto dallo stesso con lo zampino di Giovanna Marini ed Enrica Bonaccorti, è già struggente. Ma Ginevra ci aggiunge qualcosa, se era possibile, fin dall'attacco.
Khorakhanè (a forza di essere vento)
L'album scritto a quattro mani da De Andrè e Fossati è pieno di capolavori, tra cui questa canzone che fa capire meglio di mille trattati la cultura nomade. La versione di Ginevra è, tanto per cambiare, semplicemente strepitosa.
Ederlezi
Poteva mancare la musica balcanica? No, ed ecco la splendida versione di Ginevra di un famoso (si, l'avete sentito) brano di Goran Bregovic.

Montesole
Questo è l'unico brano che ho scelto di mettervi non nella versione di Ginevra, che pure esiste, ma in quella originale dei PGR, in cui la sua voce fa da contraltare a quella cupa di Giovanni Lindo Ferretti, ipnotizzandoci con il mantra "l'amore non cantarlo, è un canto di per se: più lo si invoca, meno ce n'è".
La leggera
Torniamo sul folk, e balliamo un po' sulle note di questo brano tradizionale che ironizza sugli scioperi e la voglia di lavorare.
Il grillo e la formica
Qui invece torniamo al live con Margherita Hack, che si scatena (compatibilmente con la sua veneranda età) sulle note di questa canzoncina tradizionale della sua toscana.
Quello che conta
E finiamo in alto, con un brano firmato nientepopodimeno che da Salce e Morricone, a suo tempo cantato da Tenco, inserito nel per ora ultimo album di Ginevra Di Marco. 

venerdì 15 maggio 2020

RADIOCIXD 19 - QUELLO CHE CONTA

"Anche in tempo di solitudine, bisogna raccontare"
Luis Sepulveda
Questa è una recensione preventiva. E' possibile per tutta una serie di ragioni: perché tanto le canzoni sicuramente le conosciamo, perché vista l'interprete siamo si curiosi di quale sarà il registro scelto per la loro interpretazione ma non abbiamo alcun dubbio sul livello, e perché così abbiamo la possibilità di esserne co-produttori, aderendo alla campagna di crowdfunding che inizia alla mezzanotte fra il 14 e il 15 di maggio.
Partiamo dall'ultima, per lanciare la news: sulla piattaforma produzionidalbasso è possibile scegliere da vari livelli di sostegno (io ho preso sia la versione digitale che il CD, ma solo perché gli altri CD ce li ho già tutti e non riesco ad ascoltare un vinile da anni) al nuovo progetto discografico di una delle cantanti più brave ed eclettiche del nostro panorama nazionale: "Quello che conta - Ginevra Di Marco canta Luigi Tenco". A seconda di come si aderisce sono previsti vari tipi di ricompense, ma a prescindere la ricompensa maggiore sarà quella di aver fatto qualcosa di concreto per la musica italiana, che già non era messa benissimo e ha ricevuto dalla maldestra e criminale gestione di questa presunta emergenza un colpo da cui difficilmente si riprenderà. Se mai torneremo a sentire un concerto dal vivo (da tempo quasi l'unico sostegno per gli artisti: i dischi non si vendono più) stretti stretti e urlandoci in faccia le parole delle canzoni, infatti, non sarà per quanto bravi siamo stati nella fase2, che ha già comunque fatto praticamente saltare tutta la prossima stagione estiva, ma per se e quando saremo stati capaci di detronizzare i nuovi despoti e fargli pagare il fio delle loro azioni. Cioè temo mai, a giudicare dagli sguardi che incrocio mentre vado a correre senza mascherina.
A maggior ragione, dunque, è importante in questo momento - per chi può e per quanto può - sostenere la prosecuzione di una carriera artistica coproducendo un progetto, a parte la diciamo così ordinaria soddisfazione di vedere un disco crescere grazie anche al proprio sostegno diretto, senza intermediari.
Il disco sarà (cito il comunicato stampa) "un viaggio attraverso i capolavori di uno dei maestri della musica italiana, intrapreso da una delle voci più emozionanti e intense del nostro Paese [...]: Luigi Tenco. Un progetto che, in forma di concerto, aveva già preso vita nel 2018 per alcune repliche e che ora si concretizza in un nuovo album, partendo proprio dalle scelte musicali effettuate in quella circostanza ma lasciando la porta aperta a eventuali sorprese." Ginevra (che avrà ancora al suo fianco Francesco Magnelli e Andrea Salvadori), prosegue così:
"Abbiamo deciso di ripartire da qui. Ora. E di farlo per noi, per ricominciare e darci una possibilità. Per le persone che ci hanno chiesto di esserci, e che abbiamo sentito vicine anche nei giorni più neri, dove tutto sembrava svuotarsi di senso. E poi è primavera e tutto intorno ci suggerisce di rinascere. Vogliamo provarci allora, con il sorriso di questi giorni e con un nuovo progetto, un viaggio attraverso le canzoni di Luigi Tenco che hanno accompagnato l’ultimo anno di musica e concerti. Il 21 marzo del 2018 Luigi Tenco avrebbe compiuto ottant'anni e NEM (Nuovi Eventi Musicali) ci propose di rileggere parte del repertorio di Tenco creando una collaborazione trasversale tra musica classica e moderna. Qualche concerto in trio e quartetto classico con le partiture di archi originali appositamente riscritte per noi. La proposta ci trovò entusiasti e spaventati allo stesso tempo, succede sempre così quando sappiamo che andremo a toccare un grande artista. Ma gli anni ci hanno insegnato che quello che conta è la misura in cui si ama qualcuno e la sua arte. Più ne siamo innamorati più accade che lo si riesca a interpretare e a restituire con personalità. E noi Tenco ce lo abbiamo dentro, infuso e respirato negli anni dell’infanzia e prima adolescenza, allontanato e quasi ripudiato nello spirito ribelle dei vent'anni per poi arrivare a farci i conti in età più matura, quando capisci che per andare avanti e capire il presente devi volgere lo sguardo indietro. Luigi Tenco lo abbiamo cantato, ricordato e inserito anche nei dischi di questi ultimi anni, riconoscendogli il merito di essere stato uno a cui non interessava la sicurezza di linguaggi precotti, men che meno pensare alle mode: nella sua musica sperimentava soluzioni inedite mescolando beat, rock, strumenti classici e incursioni nella musica popolare con il piglio e la sensibilità di uno che sta guardando oltre. Tenco era il cantore dell'esistenza ma scriveva quello che sentiva, sia che raccontasse i turbamenti d'amore che gli ideali sociali e politici, scrivendo tante canzoni manifesto di contestazione. Combatteva a modo suo, il più delle volte disertando. Un'anima militante capace di schierarsi contro ogni sopruso, senza retorica. L'ho amato anche per questo. E poi c'è la parte mia più intima affezionata a Tenco, cantore di quella malinconia indefinibile che ha sempre pervaso il mio sentire la vita e dove ora affiorano ricordi di infanzia, frammenti di giornate trascorse, l'odore di casa, memorie emotive legate alla mia famiglia, verso la quale ora, alla soglia dei cinquant'anni, guardo con tenerezza e gratitudine."
Di Ginevra Di Marco abbiamo già parlato e riparleremo, anche in questa rubrica. Ma sarà difficile scegliere quale album recensire, come è usanza di RadioCIXD, e non solo per la costantemente alta qualità media, ma anche per la forte eterogeneità dei progetti. Uno dei dischi dei C.S.I., che ho adorato, o dei loro discendenti PGR? Lo strepitoso album d’esordio Trama tenue, in cui dimostra di poter presidiare quel territorio anche da solista, o il seguente Disincanto, in cui si conferma e matura? Stazioni Lunari..., quando comincia a spiazzare dedicandosi ai canti popolari europei, o i due album successivi, dove li esplorerà in lungo e in largo per l'Italia e il mondo? Il progetto live con Margherita Hack o quello con Luis Sepulveda? L'omaggio alla latinoamericana Mercedes Sosa o il viaggio, prima o poi inevitabile per chi ha seguito entrambe fin dagli esordi, con Cristina Donà?
Vedremo. Per ora, non essendo ovviamente ancora uscito l'album, vi propongo il video che Ginevra ha deciso di pubblicare online proprio per lanciare il crowdfunding, a cui vi rinnovo l'invito ad aderire: una versione live registrata nel 2018 della title track, un brano del 1962 (autori nientemeno che Ennio Morricone e Luciano Salce) che ha tra l'altro un testo a tratti di stridente attualità. Affianco, vi rinnova l'invito direttamente Ginevra...

   

venerdì 2 luglio 2010

DONNA GINEVRA E NONNA MARGHERITA

"Amo questa donna", ho pensato ieri sera di due donne diverse che avevo davanti agli occhi. L'evento era da non perdere: Ginevra Di Marco e Margherita Hack assieme su un palco. "A fare che?" ce lo siamo chiesti tutti a primo acchitto, molti siamo andati a vedere a Villa Ada, nella ormai consueta cornice estiva di Roma incontra il mondo.
Ginevra ha una voce con una sua consistenza fisica, nel senso che ti sembra di poterla toccare, solida: morbida come un panno, capace di scendere e avvolgerti, ma anche dura come il metallo, quando sale dove non ti aspetti. Oro e terra, sale e neve, se la conoscete mi avete capito, se no correte a sentirla. La breve parabola artistica dei CSI deve il suo fulgore assoluto anche all'alchimia innestata dal contrasto della voce incantante di Ginevra con quella meravigliosamente irritante di Giovanni Lindo Ferretti, ad esempio in Bolormaa, e gli stessi PGR quando andò via lei non erano più la stessa cosa. Ma era chiaro che il fulgore di Ginevra non poteva restare intrappolato, che lei non fosse un pianeta per quanto importante ma una stella di prima grandezza. Il suo progetto solista rimase per un po' nella traccia delle esperienze precedenti, per carità con dischi bellissimi, e concerti meravigliosi per quanto semideserti come quello a Messina in cui c'eravamo io il mio amico Massimo e forse altri dieci matti. Ma già allora si intuiva, dalle intepretazioni di pezzi "altri" come Ederlezi o la sontuosa Khorakhanè di De Andrè e Fossati, che altro che traccia, questa deve spaziare, cantare quello che vuole, fuori da qualsiasi schema.
Già in un tour come Stazioni lunari lo scarto si avvertiva, ed ecco che oggi Ginevra ha un repertorio che spazia dalle cose migliori dei suoi esordi alla canzone tradizionale popolare di tutto il mediterraneo, passando per un paio di classici di Modugno (Malarazza, Amara terra mia) che interpreta come nessun altro. Se fossimo un Paese serio, Ginevra sarebbe la Mina di oggi e condurrebbe il suo Studio Uno in prima serata il sabato sera, ma siamo in Italia e tenetevi Amici e X-Factor, che la gente che vale suda sui palchi cantando dal vivo.
Non so come e a chi sia venuta l'idea, ma siccome abbiamo parlato di Ginevra come di una stella, e siccome tra le canzoni popolari recuperate ce ne sono molte della tradizione toscana, forse pensare a Margherita Hack era consequenziale. In ogni caso l'ottantottenne astrofisica, che ha una biografia che il fatto che non è senatore a vita dimostra la deriva che abbiamo imboccato, è un personaggio di una vitalità spaventosa. Ogni paio di pezzi della band, che segue tenendo il tempo con le mani, interviene con un'affabulazione che t'incanta come una nonna davanti al camino, e te l'abbracceresti mentre pensi "cavolo, perchè non è lei, Presidente della Repubblica, maledizione! col cavolo che avrebbe fatto passare anche una sola porcheria al 'diversamente alto'...". Parla di quando eravamo noi gli emigrati e di come trattiamo gli immigrati, degli operai di una volta e di adesso, degli integralisti religiosi e di quelli atei e di come l'unica soluzione sarebbe confinare la religione alla sfera di sua competenza - quella intima di ciascuno di noi, dei giovani ricercatori costretti a lavorare all'estero e di come la ricerca pura - che in Italia viene affossata sempre di più - sia in realtà responsabile di quasi tutte le scoperte pratiche che hanno cambiato la nostra vita quotidiana, il tutto con un meraviglioso accento toscano che non ha perso nonostante abbia lasciato Firenze molti decenni or sono. Durante Malarazza, questa meravigliosa preghiera ancestrale, al ritornello "tu ti lamenti, ma che ti lamenti? pigghia nu bastuni e tira fora li denti!", balza in piedi e agita il suo bastone da vecchiarella, e con lei balza in piedi tutto il pubblico in un'ovazione catartica, perchè ci hanno tolto anche il coraggio di ribellarci, togliendo il senso alla ribellione stessa. E infatti lei poi dice che il nostro bastone è il voto, tu pensi al Partito Democratico, ed entri in depressione...
Ci pensa Magnelli, a ritirarci su: dice più o meno "non facciamo bis, chiudiamo sempre questi concerti con una canzone scritta ai tempi dei PGR che dedichiamo a Margherita". E attacca Come bambino, che davvero sembra sia stata scritta per questa donna che ci insegna come si dovrebbe amare la vita:
Come bambino, credo alla verità del cuore.
come bambino, godo, soffro l'amore,
tendo la fionda ai lampioni che s'oppongono alla luna,
miro ai prepotenti e ai coglioni,
tiro alle ombre che intralciano la fortuna.
Come bambino, vedo la politica un gioco da poco
(si gioca per amore), obbligato,
da tenere sotto controllo come il fuoco.
Sto sdraiato nei campi nelle ore più belle
a pancia in su o giù a rimirar le stelle.

Mi commuovono i vecchi, muove qualcosa dentro.
Cammino volentieri contromano e controvento,
tengo le mani in tasca, gli occhi bassi,
scatto alla meraviglia, i passi che seguono i passi.
Come bambino, mi piace costruire, studiare, lavorare
un giorno dopo l'altro: ho molto da imparare.
Come bambino: non come giovanotto che gioca i giochini,
passa il suo tempo a spasso, spera nel lotto.
Come bambino, so sentirmi offeso, ma
tiro avanti senza dargli peso,
non sempre so dire chi, perchè:
ma cosa pretendete da un bimbo come me?
Miro ai lampioni che s'oppongono alla luna,
miro ai prepotenti, miro ai coglioni,
miro all'ombra che intralcia la fortuna.
Sto sdraiato nei campi nelle ore più belle
a pancia in su o giù a rimirar le stelle.

domenica 18 ottobre 2020

RADIOCIXD 29 - BRIGANTI

Subito dopo aver pubblicato il nuovo post di Pasbas sui briganti, lo stesso autore mi ha suggerito di aggiungervi alcuni brani musicali. Ma il solo fatto di suggerirmeli, me ne ha fatto venire in mente degli altri, e mentre cercavo i video su Internet me ne sono venuti incontro molti altri, tanti che a un certo punto mi sono dovuto fermare per selezionarli, anche se oramai avevo già deciso che sarebbero stati non aggiunti a un post ma protagonisti di un'anomala edizione di RadioControInformoXDiletto.

Di solito, infatti, questa rubrica recensisce album completi, anche per sottolineare il valore che il Long Playing aveva assunto di "unità di misura" della produzione artistica musicale, valore che ha perso nell'epoca dei singoli e delle playlist personali. Non farò molte altre eccezioni al principio di parlarvi di "opere uniche", ma stavolta ci sta, una playlist sui briganti.

La produzione musicale sul tema del cosiddetto brigantaggio, e che in genere racconta la Storia dell'Unità d'Italia dal punto di vista di coloro per cui fu inganno depredazione (anche del tesoro erariale, enorme quello borbonico, a ripianare gli enormi debiti piemontesi) massacro colonizzazione e infine necessità di emigrare, è infatti molto nutrita (a dimostrazione del fatto che spesso l'arte arriva prima, alla verità), e di vari generi e qualità. Ci sono artisti famosi come Eugenio Bennato e i suoi Musicanova, Teresa De Sio, Ginevra Di Marco che canta (meravigliosamente) Domenico Modugno, Mimmo Cavallo, Massimo Ranieri, altri comunque noti come i Folkabbestia, Federico Salvatore e i Ratti della Sabina, e altri quasi sconosciuti al grande pubblico, che quindi vi segnalo con ancora maggiore piacere. Tutti questi brani meritano il vostro ascolto attento, e magari vi viene voglia di cercare altro...


Eugenio Bennato - Ninco Nanco
Eugenio Bennato - Il Sorriso di Michela
Eugenio Bennato - Mille
Musicanova - Vulesse Addeventare nu Brigante
Musicisti Basso Lazio - Michelina
Musicanova - Omaggio alle Brigantesse / A la muntagna
Paola Fontana - Noi siamo briganti
Compagnia Musicante - Ballata del Brigante
LiraBattente - Tarantella dei briganti
Mimmo Cavallo - Fora Savoia
Mimmo Cavallo - Siamo briganti
Massimo Ranieri - Palummella zompa e vola
Canzoniere Grecanico Salentino e Giovanna Marini - La Quistione Meridionale
Federico Salvatore - Il Monumento
Ratti della Sabina - La morale dei briganti
Sandro Sottile - L'altra storia
Sandro Sottile - Brigantiska
Ferdy Sapio - So Crocc
Amerigo Verardi - Due Sicilie
Salvo Ruolo - Mariuzza Izzu
Eddy Napoli - Malaunità
Folkabbestia - Cindecinquande
Teresa De Sio- Lu brigante
Ginevra Di Marco - Amara Terra Mia (in assoluto la migliore versione del capolavoro di Modugno sull'emigrazione)

venerdì 17 giugno 2022

RADIOCIXD 58 - LINEA GOTICA

Dopo il "botto" dell'album di esordio, fu subito chiaro a tutti, protagonisti compresi, che stavolta si usciva dagli steccati. E anche se ancora non immaginavano le vette di vendita che sarebbero arrivate, i nostri trovarono immediatamente congruo ripiegarsi in un live unplugged, registrato nell'allora ancora Videomusic (l'acquisto da parte di MTV della gloriosa emittente italica era da venire), come a rendere ancora meno facile la fruizione dei brani, così sfidando il pubblico ad attivarsi in un ascolto "attivo" già allora fuori moda (oggi, non ne parliamo...). Sfida persa: ottime vendite e concerti tutti gremiti, come quello nel fossato di Castel Sant'Angelo cui assistetti al tempo, uno dei primi in cui eseguirono la cover di Battiato di cui parliamo tra poco (immaginate la nostra sorpresa allora...).

La "fine del mondo" non era ancora finita (non lo è nemmeno adesso, che inoltre in giro non c'è nemmeno l'ombra di un cantore adeguato al buio dei tempi), anzi si mostrava ancora più dolorosamente in quella che fu la prima guerra nel cuore dell'Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale (anche se oggi vi dicono che è quella in cronaca...), quella susseguente all'implosione della Jugoslavia (pilotata dalla Germania e gradita al Vaticano, innanzitutto). E i nostri non potevano che cantarla. Ne venne fuori un album ancora più cupo e duro del precedente, sia nei testi che nelle musiche e negli arrangiamenti. Un secondo capolavoro nel giro di due anni, che come un uno-due di Mohammed Alì non poteva non mettere al tappeto chi si dava la pazienza di ascoltare, bypassando la ruvidità. Anche grazie alla voce incantatrice della new entry Ginevra Di Marco, che da qui intraprenderà una carriera tra le più interessanti del panorama musicale italiano (e infatti di lei vi ho già scritto alcune volte).

Il disco fu battezzato Linea gotica, come apparve ovvio a chi ricordava che anche noi, neanche tanto tempo prima, eravamo stati divisi da potenze militari nemiche e ci eravamo ammazzati tra noi, come adesso accadeva ai cugini al di là dell'Adriatico. E anche questo va ascoltato tutto, e con attenzione, perché è forse meno accattivante ma è di una bellezza ancora più straziante e di una profondità ancora più sconvolgente dell'opera prima. Ecco la tracklist commentata, coi tube in popup.

  1. Cupe vampe - In qualunque guerra se la prima vittima è la verità, i primi a bruciare sono i libri. Toccò anche a Sarajevo, città cosmopolita e multirazziale costretta da una guerra insensata, ripeto voluta e architettata altrove (in Jugoslavia i matrimoni misti, in tutte le dimensioni, erano la regola, ed anche per questo quel conflitto fu così atroce), forse da quelli stessi che tirano le fila oggi (e vi raccontano palle ora come allora). Chi ascoltava questa canzone allora si vaccinò, contro il virus della menzogna calata dall'alto, chissà che non funzioni ancora...
  2. Sogni e sintomi - Perché a volte non resta che guardare "il mondo con occhio lineare, come un animale che non sa cos'è il dolore, come un animale che non può capire, come un animale nel tempo di morire"
  3. E ti vengo a cercare – La prima sorpresa ve l'ho già raccontata, fu di sentire i miei idoli di oggi dare tributo a un mio idolo di sempre. La seconda fu, quando poi ascoltai questa versione in studio, sentirne l'ultimo verso cantato dallo stesso Battiato, come a timbrare l'operazione - d'altronde Franco non ha mai nascosto la sua ammirazione per i CSI.
  4. Esco - Sul palco Ginevra e Lindo cantavano questo brano dandosi le spalle e roteando lentamente, con l'esco di lei a punteggiare con precisione il testo cantato da lui. Un incanto.
  5. Blu - "...ho dato al mio dolore la forma di parole abusate che mi prometto di non pronunciare mai più"
  6. Linea Gotica - Squarcio sulla guerra in Italia, con citazioni di Beppe Fenoglio (ci fecero un album sopra, qualche anno dopo) e riferimenti a noti partigiani. Un testo feroce, di cui vi cito solo il verso finale: "la mia Piccola Patria dietro la linea gotica sa scegliersi la parte"
  7. Millenni - Altro ceffone, a ricordarci quanto e come le religioni in genere, e quella cristiana in particolare, siano state nella Storia spesso il pretesto principale per eccidi e stermini.
  8. L'ora delle tentazioni - Ideale seguito del brano precedente, con la religione vista dal punto di vista opposto, estremamente privato, a tentarci proprio grazie al senso del peccato.
  9. Io e Tancredi - Questa per capirla bisogna sapere qualcosa dei cacchi privati di Lindo, allevatore di cavalli prestato alla musica ma alla fine tornato al suo vero mestiere, o almeno queste sono le sue ultime coordinate conosciute...
  10. Irata - A chi lasciare la parola conclusiva di questa opera sulla tragedia della guerra e della divisione, se non al poeta che meglio di tutti l'aveva compresa e anzi prevista? Ecco che il testo di questo brano conclusivo è praticamente di Pasolini, e chiude così: "..ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario, mi trovo imbarazzato sorpreso ferito, per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande"

venerdì 17 settembre 2010

NESSUNO TOCCHI ABELE

Allo squallore e alla gretezza non c'è migliore risposta che la poesia. Perciò questo post si chiude col testo e col video di una delle canzoni più belle mai scritte dall'immenso Fabrizio De Andrè (musica di Fossati) nell'intepretazione meravigliosa che ci ha regalato Ginevra Di Marco: Khorakhanè (a forza di essere vento). Ma prima necessita essere duri, e allora non risparmiamogliele, al nano francese (frettolosamente spalleggiato, per opportunismo elettoralistico ma anche per gratitudine nucleare, dal nano italiano), che dobbiamo ringraziare perchè ci vuole ogni tanto qualcuno che ci ricordi (e magari lo ricordi anche a quelli del PD, che litigano sul nulla) che differenza c'è tra destra e sinistra, ad esempio nella percezione del "diverso". Laddove "nano" non allude, come guardandoli potrebbe sembrare, alla statura in centimetri, che ovviamente nulla significa nonostante l'ironica battuta sempre di De Andrè a proposito di Un giudice che preconizzava un Ministro, bensì alla statura intellettuale e morale, che si dimostra una volta di più rasoterra.
Gli zingari, signori miei, sono il passato e il futuro dell'umanità, sono "il punto di vista di Dio", che per chi ci crede amava più Abele che appunto per invidia fu ucciso da Caino, e per chi non ci crede il racconto biblico è metafora del millenario scontro tra le civiltà nomadi e quelle stanziali, vinto "militarmente" da queste ultime. E il paradiso terrestre fuori di metafora era il mondo fin quando alla tribù retta dal matriarcato bastava raccogliere quello che trovava e cacciare gli animali nel territorio dove si era installata, per poi spostarsi da un'altra parte quando quel territorio non era più sufficiente lasciandolo a rigenerarsi. Mondo che entrò in crisi dove e quando la relativa scarsità di risorse rispetto alla popolazione provocò il bisogno che aguzzò l'ingegno degli uomini che divennero agricoltori e allevatori (e guerrieri e patriarcali). E lo scontro tra le due civiltà, tra Caino e Abele, arriva ai giorni nostri attraverso mille e mille fasi, ad esempio quando i Greci giunsero da noi in cerca di territori dove stanziarsi e scacciarono i nomadi italici cintando foci di fiumi e porti naturali, o quando i più affamati degli europei iniziarono la cosiddetta conquista del west a spese dei nomadi pellerossa perpetrando forse il più grande genocidio della storia umana. I quattro gatti che ai giorni nostri portano ancora tracce della cultura nomade, imbastardite dalla loro trasformazione in sottoproletariato urbano, sono invece ancora abbastanza numerosi, secondo i poveracci che li temono e i bastardi che rinfocolano e strumentalizzano questo timore, per giustificare persecuzioni, tanto loro non hanno nessuna lobby in grado di influire anche su Hollywood come gli ebrei, e l'olocausto degli zingari, impressionante per quanto minore per numero di morti - ma superiore in percentuale, non ce lo racconta nessun film.
Vaffanculo, bastardi razzisti, che state trascinando il mondo oltre che al degrado morale anche alla rovina materiale, riconsegnandolo così senza rendervene conto proprio ai nomadi, gli unici in grado di ripopolare la Terra quando la civiltà del petrolio e dell'uranio avrà finito di distruggerla.
Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento,
a quel campo strappato dal vento,
a forza di essere vento
porto il nome di tutti i battesimi,
ogni nome il sigillo di un lasciapassare,
per un guado, una terra, una nuvola, un canto,
un diamante nascosto nel pane,
per un solo dolcissimo umore del sangue,
per la stessa ragione del viaggio: viaggiare.
Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso,
qualche rom si è fermato - italiano -
come un rame a imbrunire su un muro.
Saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura,
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura,
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace.
I figli cadevano dal calendario,
Jugoslavia Polonia Ungheria,
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via,
e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere e a bere,
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere.
Ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare:
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare,
e se questo vuol dire rubare,
questo filo di pane tra miseria e sfortuna,
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.
(Poserò la testa sulla tua spalla
e farò un sogno di mare,
e domani un fuoco di legna
perché l'aria azzurra diventi casa.
Chi sarà a raccontare?
Chi sarà?
Sarà chi rimane.
Io seguirò questo migrare,
seguirò questa corrente di ali.)

domenica 2 maggio 2010

IL CONCERTO DEL 2 MAGGIO

Ogni anno dico che non ci vado, che oramai sono troppo vecchio per queste cose, e davvero restare in piedi per ore e ore sbattacchiati da quelli che devono passare (o si muovono tutti, o si muovono in pochi e passano tutti vicino a te...) non è facile nemmeno con venti anni di meno. L'anno scorso alla sirena-Vasco avevo resistito, a fatica, quest'anno Capossela ha vinto. Vinicio è probabilmente il più grande artista venuto fuori sulla scena musicale italiana negli ultimi quindici anni, e con la promessa di un set di quaranta minuti non si può mancare.
Arrivo che c'è Cristicchi, uno come il vino - migliora invecchiando. Subito dopo mi sorbisco quattro pezzi dub, un genere che non riesco ad apprezzare, ma questi so giovani e ballano. Ancora sono fresco e resisto a non usare lo sgabellino da campeggio, regalo di amici premurosi - è una figata, si piega fino fino e sta a tracolla, ne approfitto per guardarmi attorno. Che spettacolo...
Non ce quasi nessuno che guarda verso il palco, pochi dimostrano con i movimenti del corpo di sentire almeno la musica, alcuni si cantano la propria in coro tanto che se vuoi sentire il concerto devi spostarti, eppoi ballando ti urtano con gli zaini. Il tutto sopra un mare di bottiglie vuote, molte rotte. Li guardo meglio: sono tutti ubriachi. Le canne hanno lasciato il passo, ogni tanto se ne vede o se ne sente una, ma le bottiglie di plastica piene di vino di evidente pessima qualità sono migliaia e migliaia, e passano di mano in mano. A terra anche vuoti di rum, altri distillati, e una di cointreau: alle 6 di sera, scolata, una zozzeria che ti buca lo stomaco anche dopo una cena pesante.
Quest'anno il tema era "tutti i colori", e già un megapalco tecnologico cambiava tinta di continuo. In piazza, due palloncini blu per il referendum sull'acqua pubblica (firmatelo, se volete avere un futuro, e spingete il PD verso le posizioni di Vendola, se volete che la sinistra abbia un futuro), alcuni striscioni, due bandiere rosse di conto. I sindacati sono a Rosarno, daccordo, e hanno fatto pure bene; ma il primo maggio, perdindirindina, non era una manifestazione di sinistra? E allora perchè se googlo le origini del primo maggio mi spunta per primo un pezzo del Sole24ore?
Il disagio continua. Fanno fare tre pezzi a Bennato, uno che si era perso negli anni del craxismo (Viva la mamma e l'inno ai mondiali sono peccati che non si perdonano...) ma oggi è tornato a fare onesto rock'n'roll, solo qualcuno gli dicesse di non tingersi i capelli che tanto lo sanno tutti che ha sessant'anni. Poi c'è la pausa. Mi pare di ricordare che negli anni scorsi nelle pause qualcuno si preoccupasse comunque di intrattenere il pubblico, comunque centinaia di migliaia di persone è sempre meglio non abbandonarle anche solo per motivi di ordine pubblico, ma niente. Vado a mettere qualcosa sotto i denti, quando torno c'è l'orchestra sinfonica. Poi pausa. Poi Carmen Consoli. Poi pausa. Dopo ogni artista c'è pausa. Ma hanno pure il palco girevole, perché? Ah, già! La pubblicità! Siamo in prima serata, siamo in televisione! Il pubblico è cornice, come negli studi tv, ed ecco perché il concerto si fa ancora, quando i sindacati sono altrove, del lavoro non frega niente più a nessuno, la partecipazione politica una macchia nell'onore e non un dovere. Il concertone cammina sui suoi piedi, quelli di un evento televisivo capace di attrarre milioni in pubblicità, altro che manifestazione popolare...
Nutini è bravo, Capossela il solito istrione, e ha il merito di chiamare sul palco Enzo del Re (l'unico in tutto il concerto che avrà nominato B., ma ha l'aria del vecchio matto e ai vecchi matti tutto è concesso, e poi reclama il diritto di lavorare poco e piano, decisamente fuori mercato oramai) e l'immensa Ginevra Di Marco, ma fanno un pezzo lento e in questo marasma si sente qualcosa solo quando la musica sale. Zompiamo tutti assieme il ballo di San Vito, poi pubblicità, poi i bravi ma algidi Baustelle, poi pubblicità, poi Roy Paci che è uno tosto, prima ha duettato pure con Peppe Voltarelli e suonato con Vinicio, ma è condannato a fare la sigla di Zelig a vita... Lo sento mentre già sto andando via.
In serata il pubblico era più attento, ma la sensazione che resta è ancora quella di amaro in bocca. I giovani, anche quando dicevo "noi giovani", e io l'ho detto per poco perché per formazione culturale sono uno degli anni settanta e i ragazzi del riflusso erano solo di pochi anni più piccoli ma per me erano già un'altra generazione, erano "i giovani d'oggi" e io avevo 22 anni, i giovani dicevo sono stati sempre difficili da trattare. Non è l'alcol e le pasticche contro le sane vecchie canne di una volta. E' che fino a quindici anni fa, guarda tu il caso, i giovani  avevano un destino davanti che le generazioni precedenti avevano programmato per loro, poi potevano ribellarsi o adattarsi a quei piani e la cosa avveniva a cicli alterni, ma i piani c'erano: i padri pensano ai figli, al loro lavoro, al loro futuro, e anche i più scapestrati prima o poi capiscono e incassano. Chissà se i padri di oggi sono consapevoli del fatto che, avallando favorendo o anche solo accettando passivamente la politica del  lavoro e della cosa pubblica che si è praticata in Italia dall'avvento del berlusconismo in poi ed anche da parte del cosiddetto centrosinistra, stavano letteralmente privando i propri figli di un futuro purchessia. Non sanno nemmeno che una volta esisteva la possibilità di averlo, un lavoro fisso su cui basare la propria vita. Sentono, anche se non capiscono, di essere fuori dai piani di questo patto sociale, in cui il loro ruolo è quello di sfruttare fino a che possono le risorse accumulate dai loro genitori. E infatti lo fanno. Non sono loro i bamboccioni, sono quelli che li hanno messi in quelle condizioni, credendo che bastasse flessibilizzare il lavoro per averne per tutti, ignorando infantilmente che il capitalismo è come un adolescente scapestrato: se non gli fai rispettare delle regole, può rovinarsi e trascinarti nella rovina. Passa sta bottiglia, vah, questa musica fa schifo...

sabato 6 maggio 2023

RADIOCIXD 67 - CCCP E INSOSPETTABILI DINTORNI

Molte volte su queste pagine abbiamo parlato della parabola dell'industria musicale, ad esempio nel 2009 qui (era stato appena eletto Obama, all'inizio aveva abbagliato anche me, ma la postilla finale che ne parla la potete saltare); oggi ci torno perché mi sono imbattuto, come talvolta capita, in un articolo definitivo sull'argomento (pubblicato su Popoff dal jazzista Iverson, qui accanto uno screenshot) non solo aggiornato fino ai giorni nostri ma anche decisamente dotato di una mirabile sintesi che consente, a chi si vuole prendere il disturbo di leggerlo, di comprendere in pochi minuti come e perché la musica è prima diventata redditizia e poi ha smesso di esserlo. Più o meno.

Come spesso capita, infatti, guardando le cose troppo da vicino ci si concentra sui dettagli ma non si capisce il quadro, come guardandolo troppo da lontano: occorre invece "la giusta distanza", ed è proprio quella a cui ci porta il contributo succitato. Ad esempio, ricordandoci che nella millenaria storia dell'umanità la musica c'è sempre stata, ma è solo per un secolo quasi giusto giusto che è stata un'industria che dava da campare a tantissime categorie di lavoratori, mentre arricchiva paurosamente alcuni soggetti. Prima l'indotto non c'era, e dopo la sua platea si è ridotta al minimo, ma sia prima che dopo uno che un modo per campare facendo il musicista, come l'artista in genere, si è sempre trovato e si troverà. Al limite, sapendosi accontentare.

Ecco perché non ho mai sopportato i talent show, fin dalla loro comparsa (non a caso, a fine parabola dell'industria musicale): perché vi si percepisce in modo palpabile lo straniamento e spesso anche lo strazio delle anime di quei ragazzi che vorrebbero anche loro arricchirsi o almeno mantenersi con diciamo così l'arte ma sono più o meno lucidamente consapevoli che la porta è sempre più stretta (e inoltre passa per l'omologazione agli stilemi dominanti, perché alti investimenti pretendono che si minimizzino i rischi). Ed ecco perché mi vengono in mente alcuni esempi "in cronaca", di segno completamente opposto.

Per il decennale della scomparsa di Enzo Jannacci, col figlio che lo celebra da allora e Elio ancora a teatro con le sue canzoni, è uscito un godibilissimo special su Rockol. Jannacci era di una di quelle "infornate" che "cantando dentro nei dischi" i soldi li ha fatti, ma non ha mai smesso di essere innanzitutto un medico, a volte assentandosi per anni dalla scena musicale (per ad esempio lavorare con Barnard, quello che ha "inventato" i trapianti di cuore) e sempre esercitando finché ha potuto. Mi sarebbe piaciuto vederlo alle prese con la gestione criminale della pandemia, ma almeno così posso immaginarmecelo come voglio. Di certo andrebbe spiegato ai ragazzi, uno come lui. Io ogni tanto ci provo, pur consapevole della estrema limitatezza del mio pulpito.

Roger Waters invece "è vivo e lotta assieme a noi", non rinunciando mai ad insegnarci quanto è necessario e urgente schierarsi contro le narrazioni imperanti anche a costo di rischiare il bando, e dire che a quasi ottant'anni un multimilionario certe cose potrebbe pure risparmiarsele, anziché girare il mondo per dirle ai concerti. A pensarci bene, è triste che sia quasi solo tra le voci fuori dal coro, a cercare la verità in questi anni di menzogne presentate come verità indiscutibili. 

Ma l'esempio migliore di questo approccio è uno per cui non solo bisogna fare musica per farla poi se vengono i soldi vengono, ma se ne vengono troppi bisogna fermarsi e chiedersi dove hai sbagliato: Giovanni Lindo Ferretti. Dopo gli anni diversamente punk dei CCCP, benissimo narrati in questo bell'articolo della Milani su illibraio.it, fonda con Zamboni Maroccolo e Magnelli i CSI (poi raggiunti dalla giovane Ginevra Di Marco), e quando ci si trova (col terzo album: T.R.E. appunto, che sta per Tabula Rasa Elettrificata, già peraltro recensito) in cima alle classifiche, decide di sciogliere il gruppo, rimpiazzandolo (dopo un paio d'anni di concerti memorabili, ve lo garantisco personalmente) con nuove incarnazioni sempre meno "commerciali" (come si diceva ai miei tempi). E dimostrandosi sempre capace, da allora in poi, di scelte personali coraggiose, e di prese di posizione politiche e sociali ci cui non si può non riconoscergli il coraggio e l'integrità nel sostenerle anche quando magari non si è d'accordo nel merito. E che forse sono meno incoerenti di quanto superficialmente sembrino, rispetto al comunismo militante degli esordi: diamoci un'occhiata.

Per giustificare l'inserimento di questo strano post nella rubrica RadioCixd, che di solito recensisce album brano per brano, o playlist quando non si parla di un solo album, volevo appunto scegliervi qualche video dei CCCP, meteora fertile del panorama musicale italiano, ma mentre cercavo mi sono imbattuto in questo, che basta e avanza a farvi un'idea poi se vi è scattata la curiosità cercate voi, e inoltre serve a farvene un'altra su cosa può essere la musica in TV e non è più stata (certo anche qui per miopia strategico-industriale). Si tratta infatti di un breve concerto live come quelli che ospitava regolarmente la mitica trasmissione DOC di Renzo Arbore e soci, condotta da Gegè Telesforo e Monica Nannini: averla seguita da giovane è una di quelle cose che consola di avere sessant'anni...

domenica 6 novembre 2022

RADIOCIXD 64 - TITANIC

Francesco De Gregori è uno di quegli artisti per cui è difficile individuare uno o due album/capolavoro, avendo invece disseminato canzoni bellissime lungo tutta la sua ormai enorme produzione. Se però mi mettete spalle al muro col solito giochino dell'isola deserta, forse dovendo portarmecene solo uno sceglierei questo Titanic del 1982, e non solo perché si tratta di un semi-concept destinato a rimanere attuale per sempre (ci sarà sempre una società che si sente inaffondabile e poi invece affonda mentre i musicisti continuano a suonare, toccherà anche a quella che soppianterà l'Occidente di cui parla il Nostro), ma anche per il livello medio elevatissimo dei singoli brani, anche oltre quei due o tre capolavori che conoscono tutti, anche quelli che quarant'anni fa non erano manco nati.

Profetico come molti veri artisti sono, il "Principe" se ne uscì con questo disco agli albori dell'epoca in cui la sua metafora di fondo si sarebbe realizzata, quegli sciagurati anni 80 che in Italia sarebbero coincisi con il craxismo (ai tempi non si poteva sapere che poi avremmo avuto qualcosa da rimpiangere, ebbene si,  anche in quello...) e l'incubazione del berlusconismo, dopo ben tre anni dalla trionfale tournée con Dalla con cui aveva ritrovato la voglia di cantare dopo che i settantasettini gliel'avevano levata altri due anni prima. Insomma, quando si cominciava a temere una nuova eclissi, eccolo qui a risplendere come il sole.

Per le tracce ho trovato un video unico, che vi embeddo in fondo così lo potete far partire per ascoltare l'album completo (peraltro, dura meno di 40 minuti: eravamo ai tempi del vinile...), che però in commento riportava anche il minuto d'inizio dei vari brani, così nella tracklist commentata accanto al titolo trovate un link per ascoltare in popup il singolo brano:

  1. Belli capelli (00:00) - Eppure questo album così "impegnato" (come si diceva una volta) inizia con una canzone d'amore. Anche se capace, come altre sue, di vette come quella della strofa conclusiva, con la sua rima tra vino e mattino.
  2. Caterina (03:29) - Ai tempi per amarla mi era bastato il verso "e la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno", e credevo che con le sue cinquecento catenelle citasse Reginella di Vecchioni, poi ho scoperto che era dedicata a una folksinger, Caterina Bueno, e ho cercato le sue canzoni popolari (alcune riprese poi anche da Ginevra Di Marco e Nada, per dire).
  3. La leva calcistica della classe '68 (07:32) - E questa è la prima hit intergenerazionale, forse per via della metafora calcistica. Se pensiamo che Nino, ammesso che sia davvero riuscito a fare il calciatore, al massimo avrà giocato ad Italia 90 ed oggi farebbe l'allenatore, e manco dei più giovani, abbiamo la misura dell'età di questa canzone, che ad ascoltarla senza sapere il titolo sembra invece scritta ieri.
  4. L'abbigliamento di un fuochista (11:48) - La trilogia del Titanic inizia con questo magnifico (e quasi altrettanto noto del precedente) pezzo di stampo folk (infatti ci canta anche Giovanna Marini, con cui Francesco qualche anno dopo farà addirittura un album con tanto di annessa tournée, a dimostrare che la dedica a Caterina non era una cosa a se stante), in cui il Nostro con pochi colpi di pennello ci racconta la povertà, l'emigrazione e la speranza, mentre la tragedia resta fuori (però la sappiamo noi, come nella migliore letteratura).
  5. Titanic (16:07) - Secondo brano della trilogia, rappresenta un mirabile affresco della popolazione di varia estrazione che stipava il transatlantico, con un efficacia che nemmeno Cameron riuscirà ad avvicinare. 
  6. I muscoli del capitano (20:26) - Ma l'apoteosi si tocca col brano conclusivo, anche se è il meno noto dei tre. Strumentalmente coverizza proprio la Bueno di un altro naufragio, prima di evocare la marcia inarrestabile della nave verso la fine. Ma è il testo a sfiorare il capolavoro, con echi di futurismo ad evocare quel movimento che faceva da contorno a quella fede nel progresso e nella tecnica che presto si sarebbe andata a infrangere contro le due guerre mondiali e tra di loro la grande depressione e i fascismi. 
  7. Centocinquanta stelle (24:29) - Erano gli anni dell'escalation degli euromissili, e tutti noi vivevamo nel timore che davvero a qualcuno scappasse di pigiare un bottone e ciao. Di opere letterarie, visive e musicali sul tema ce n'è a bizzeffe, De Gregori ci mette la sua, non a caso in questo album e in questo punto, partendo dall'ultima novità di cui si parlava sui media, la bomba al neutrone, che pare potesse uccidere le persone lasciando intatte le cose (gli scoiattoli, non so...). Speriamo davvero non torni d'attualità questa tematica, siamo lì lì...
  8. Rollo & His Jets (27:52) - Intermezzo rocchettaro legato apparentemente legato al concept soltanto col verso "le nere vele di una nave a vapore da consegnare alla posterità", che poi è una citazione per via metaforica (quali vele se no?) del mito di Egeo, suicida nel mare che prenderà il suo nome perché il figlio Teseo dopo aver ucciso il minotauro era troppo impegnato a scaricare Arianna (in Nasso, da cui l'espressione "piantare in asso") per ricordarsi di cambiare le vele. Poi uno ci pensa un attimo, ed ecco che la rock band evoca l'orchestra che continuava a suonare mentre...
  9. San Lorenzo (30:21) - La chiusura è riservata a un pezzo meraviglioso, che riparla di bombe ma non di quelle ipotetiche che verranno ma di quelle grevi e reali che il 19 luglio del 43 rasero praticamente al suolo il quartiere attorno allo scalo merci più importante di Roma: in tempi in cui quasi tutto arrivava via treno, era un obiettivo militarmente logico, se volevi minare la resistenza del nemico. Ma gli americani, si sa, quando c'è da bombardare non stanno mica li a fare i micragnosi, così oltre allo scalo distrussero tutti i quartieri civili limitrofi facendo migliaia di vittime. Quando i "danni collaterali" li fanno gli altri, invece, la velina dice di raccontarli uno a uno, come potete riscontrare seguendo qualsiasi TG sulla guerra in Ucraina. Agli occhi di chi vuole vedere le cose come stanno, anzi, l'attenzione che stanno mettendo i russi a limitare ogni danno non indispensabile a un popolo fratello è talmente alta che forse da sola (no, assieme agli improvvidi aiuti occidentali) spiega la durata del conflitto: gli americani al loro posto avrebbero risolto tutto con qualche bombardamento a tappeto (se non volete arrivare a Hiroshima chiedete a Dresda, che Roma in confronto è stato uno scherzetto) o al napalm (ma i film che raccontano la verità arriveranno non in tempo reale come per il Vietnam, ma decenni dopo come per il genocidio dei pellerossa o il caso Kennedy). Ecco, non so se era intenzione di De Gregori, ma a me ascoltare questa canzone mi fa questo effetto: a ripensare come gli angloamericani ci hanno "liberati", per poi toglierci la libertà in cambio di qualche decennio di crescita economica, mi metto a cantare "cadevano le bombe come neve il diciannove luglio a San Lorenzo", oppure Uh mammà di Mimmo Cavallo...

sabato 8 marzo 2025

LA CONVINZIONE DI GINEVRA

Chi mi segue lo sa, che Ginevra Di Marco è una delle mie artiste preferite: guardate quanti post restituisce una semplice ricerca per "ginevra", tra cui uno antologico/divulgativo, un reportage dal suo mitico concerto con Margherita Hack accanto, e uno analogo a questo, di adesione al crowdfunding per il disco nuovo e invito ad imitarmi.

Il nuovo album si chiama Kaleidoscope, qui potete leggere la presentazione e in fondo al post potete vedere e sentire la stessa Ginevra parlarne, in un modo che si può solo sottoscrivere, appunto. Io ribadisco soltanto che l'autoproduzione è quasi una scelta obbligata in un mondo musicale dominato da politiche editoriali miopi e ripetitive, l'unica che consente di mantenere la libertà di scelta del proprio percorso artistico, tenendosi convintamente fuori dai canali mainstream della promozione e dai canoni che questa corrispettivamente impone. Difficile che vedrete mai Ginevra a Sanremo, più facile beccarla a casa Bollani in via dei Matti numero zero (titolo non a caso preso da Sergio Endrigo...).

E si lo so che oramai nessuno di noi ha il lettore CD in macchina o il tempo di scartare un vinile e metterlo sul giradischi, ammesso di avere ancora il giradischi funzionante (ma arreda, si...). Ma si può anche solo preacquistare le tracce digitali, con o senza il supporto fisico nel formato voluto e altri gadget. E si può andare a sentirla cantare dal vivo, qui a Roma il 28 marzo all'Angelo Mai, a un prezzo giusto (andateci voi ai concerti a 80 euro al cranio, se vi va, io ho chiuso), sicuramente ripagato con margine da una offerta in termini di voce passione qualità che oramai purtroppo non si trova più facilmente in giro. Non sarà eroico come in quel concerto a Messina, a inizio della sua carriera solista, in cui eravamo io il mio amico Massimo e un'altra trentina di spettatori, ma ci vediamo lì.

sabato 20 aprile 2024

RADIOCIXD 70 - SETTE MILIARDI DI PAROLE

Come forse ricorda chi mi segue, Radiocontroinformoxdiletto è una rubrica che recensisce dischi noti o meno noti, vecchi o nuovi, ma comunque già ascoltati dal sottoscritto. Fino ad oggi avevo fatto una sola eccezione, con una "recensione preventiva" per Ginevra Di Marco, per darle una mano nel crowdfunding di una sua nuova produzione discografica, ovviamente dopo aver aderito personalmente. Ma Ginevra è un'artista enorme quanto sottovalutata, e mi vanto di averla seguita in tutte le sue "esplorazioni", dai live coi CSI alle sue prime tournée da solista (a Messina, eravamo in venti a vederla tra cui io e il mio amico Massimo) a quella storica con Margherita Hack a quella con Cristina Donà, alle Stazioni lunari alle cover di musica popolare fino appunto a quelle di Tenco. E lei lo sa, e mi tiene informato via mail dei suoi tour e delle sue iniziative.

Dico "fino ad oggi" perché lo stesso trattamento riservo oggi a un altro artista che seguo da anni, Sandro Curatolo. Magari meno noto, ma non meno dotato di "schiena dritta" e coerenza, sia nel suo percorso artistico che per quanto ne so tra questo e la vita. Ve lo intervistai ai tempi dei Pura Utopia, oggi vi invito ad aderire alla raccolta di fondi per produrre il suo primo album solista, tramite peraltro la stessa collaudata e meritoria piattaforma usata da Ginevra: Produzioni dal basso. Cliccando qui, potete scegliere il tipo di sostegno da dare, collegato ovviamente a tipo e quantità di prodotti preacquistati, e anche leggere alcune note biografiche e la sinossi della tracklist. La clip con alcune brevi anticipazioni invece ve la embeddo direttamente. L'una e l'altra basteranno a rassicurarvi su quanto, conoscendo Sandro, vi assicuro personalmente: le canzoni vi divertiranno e vi faranno pensare, con passione e sincerità.

Buon ascolto, e mi raccomando: oggi la vera musica si supporta così.

domenica 30 giugno 2013

LA DECIMA VITA DI MARGHERITA

Se è vero che si vive finché si è ricordati da
qualcuno, è appena iniziata la tua decima vita,
Margherita, e, per i valori che hai sempre portato
avanti a parole e ancora di più con l'esempio,
il mondo sarà migliore se durerà per sempre.
La morte di una persona di 91 anni non può stupirci, semmai di Margherita Hack stupiva l'estrema vitalità e la presenza fisica e mentale, a quella veneranda età. Pochi anni fa ancora macinava chilometri in bici (nel video in fondo al post è stata chiamata a impersonare una pioniera del ciclismo e in qualche modo del femminismo, quindi chi se non lei...), e girava l'Italia in concerto con Ginevra Di Marco, per non parlare di ogni intervento pubblico, tagliente ed esatto come un bisturi affilato.
Non stupisce, per una persona del genere, scoprire che aveva recentemente rifiutato un intervento al cuore giudicandolo accanimento terapeutico (pare abbia detto qualcosa come "avendo avuto 80 anni, forse valeva la pena..."): mia nonna, che non era un'astrofisica ma a saggezza se la giocava, fece più o meno la stessa cosa, e sono sicuro che ciascuno di voi può trovare nella propria cerchia l'esempio di un/a vecchio/a lucido/a fino a tardissima età che a un certo punto semplicemente si arrende. Lasciandoci così un chiaro messaggio di vita.
Non so se è proprio per una sorda consapevolezza di questo parallelo familiare, ma a me Margherita, al di là dell'estremo valore come persona pubblica, tale che si può dire uno scandalo che non sia stata nominata senatore a vita, personalmente ispirava tanta di quella simpatia proprio fisica che se ne avessi avuto la possibilità me la sarei abbracciata tutta, anche sapendo che uno allergico ai gatti come me con una gattara come lei avrebbe rischiato forse lo shock anafilattico..
Oggi, volendo scegliere una sua frase come saluto, dovremmo fare una difficile selezione tra le tante memorabili che le abbiamo sentito pronunciare e le vengono attribuite, prime tra tutte quel capolavoro che capovolge la metafora cristiana su Eva e la conoscenza, o le dichiarazioni di laica pietà per Eluana Englaro. Forse però lei stessa avrebbe scelto una non sua, che spesso citava: è di Epicuro, dice più o meno che
la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi lei non c'è, e quando lei c'è noi non ci siamo più.
Buona pedalata, Margherita...

giovedì 5 febbraio 2015

MA CHE TI LAMENTI?

Guardate che meraviglia, i ficus benjamin del lungomare Falcomatà...
Qualche giorno fa è scomparso un artista che forse sta a Reggio Calabria come Pino Daniele a Napoli, nella sostanza intima se non nella eco massmediologica, anche se per la commistione tra tradizione e innovazione ricorda più Eugenio Bennato. Mimmo Martino era già nella presenza scenica un ficus di quelli della Via Marina, solido e imponente a dispetto dei guai fisici, e con radici così, larghe grosse e insofferenti ai confini. Anche per questo si poteva permettere indifferentemente di cantare gli standard calabresi e riggitani, ma anche pezzi nuovi e modernissimi scritti in quel solco, e adattamenti di classici "cugini" come Amara terra mia di Modugno o Malarazza (che lo stesso Mimmo pugliese per primo ripescò dalla tradizione siciliana) che diventano nella discografia dei Mattanza rispettivamente Nebbia a la valle e Un servu e un Cristu (che trovate in fondo al post).
Quest'ultima canzone vanta forse un record di versioni (sono decine, davvero: da Roy Paci a Carmen Consoli, da Cristicchi al Muro del canto, da Venuti a Rosa Balistreri, dalla Nannini a Voltarelli, da Eugenio Bennato a Mimmo Cavallaro - altra bandiera della musica popolare calabrese), ma forse solo Margherita Hack che agitava il bastone sul palco ad accompagnare la struggente interpretazione di Ginevra Di Marco riusciva a eguagliare Mimmo e la sua stampella nella capacità di sottolineare il messaggio rivoluzionario di questo canto pagano mascherato da religioso (come per quasi tutte le sagre e feste popolari meridionali): è inutile e molesto che continui a lamentarti, se non agisci nessuno lo farà per te. Con la credibilità di uno che non fa solamente chiacchiere.
Di qui a rammentare che purtroppo nel nostro Paese il coraggio, anche solo di uscire dagli schemi, e la consequenzialità sono merce rara, prevalendo invece la fascinazione e l'opportunismo, il passo è breve. E viene voglia di parlare di Grecia, Spagna, euro/noeuro, eccetera. Ma questo magari domani, oggi ci ascoltiamo Mimmo cantare...

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