martedì 23 marzo 2021

RADIOCIXD 37 - OPERA BUFFA

Non ti puoi lamentare se ti leggono in pochi se fai post come questo, in cui recensisci un album tutto sommato "minore" di un cantautore del passato, e manco un disco recente ma uno di 48 anni fa. Ma gli è che il Maestrone, così viene chiamato nell'ambiente Francesco Guccini, nonostante decenni di collaborazione con strumentisti di prim'ordine con cui ha sfornato una serie di dischi dalla sonorità piena e raffinata, se qualche ragazzo ne ha sentito parlare è come di uno di quelli che nelle canzoni ci mettevano poca musica e tanto testo, e questo quasi sempre impegnatissimo e pallosissimo. E invece.

E invece Guccini è stato sempre un tipo divertente che si sapeva divertire, in un'epoca in cui i social erano le osterie e le persone erano così consapevoli e attive che nessun governo si sarebbe mai sognato, e se lo avesse fatto sarebbe stato travolto dalle proteste, di rinchiudere tutti a casa con la scusa di un virus (l'influenza del 1970 fece 13 milioni di contagi e decine di migliaia di morti, e non c'erano i tamponi genetici e neanche la spasmodica intenzione di gonfiare i numeri). Chi l'ha visto in concerto lo sa, che si teneva vicino un bicchiere di vino che sorseggiava tra una canzone e l'altra mentre affabulava tutti con aneddoti e chiacchiere, chiudendo sempre con una battutaccia che in modenese non la so scrivere ma significa "non ce la faccio più", prima dell'immancabile Locomotiva finale.

Per chi non lo ha mai visto, e non lo vedrà visto che sono anni che ha rinunciato ai concerti (ormai fatica a parlare figurarsi a cantare), c'è però un disco che meglio di qualsiasi altro permette di capire quell'atmosfera. Si tratta di un live, ovviamente, ma è molto di più, specie rispetto ai live di oggigiorno, caratterizzati da una postproduzione tale che suonano come un album in studio se non meglio: è stato registrato in presa diretta tra Folkstudio e Osteria delle Dame (dove il Nostro usava passare le serate intrattenendo gli amici con la chitarra, e se no mangiando e sbevazzando in allegria, tra un cazzeggio e una sfida all'improvvisazione in rima), con ritocchi in studio limitati quanto "artigianali". E dentro non ci sono, come già si usava allora, le versioni dal vivo di brani già registrati in studio e pubblicati negli album precedenti, ma sei canzoni (quasi) tutte inedite, e tutte ironiche: ecco perché il titolo è "Opera buffa". Vi consiglio di ascoltarle tutte con attenzione: sono a tratti esilaranti e sempre spunto di riflessione magari anche attuale. E senza perdervi il parlato, che se possibile è ancora meglio del cantato.
1. Il bello
Il "quasi" di cui sopra è per questa, uscita però solo in 45 giri e di cui scopro esiste una versione di Lando Buzzanca (appropriatissimo, direi). Tango da balera che ne descrive perfettamente l'atmosfera, giù fino alla cravatta coi titoli dei giornali in cima, meglio di uno dei tanti film con ambientazione "vintage" tanto di moda adesso.
2. Di mamme ce n'è una sola
Presa in giro di un preciso aspetto dell'italianità, con trent'anni di anticipo e trenta volte più amore delle tirate sui bamboccioni, nonché della canzone melodica all'italiana allora imperante, che ci fa rimpiangere che oggi non ci sia chi è capace di ripeterla con quella ora imperante, che definirei per intenderci "defilippica", o con gli insopportabili e onnipresenti stilemi del trap (che ha già stufato).
3. La Genesi
Un capolavoro assoluto. L'autore si dichiara ispirato direttamente da Dio, e ci fa sbellicare per oltre sei minuti con una trovata dietro l'altra, da "si chiami l'Enel sia fatta la luce" a "non tirare mica in ballo mio figlio, quel capellone, con tutti i sacrifici che ho fatto... per me lui finisce male" passando per "cosa vuol dire di sinistra, di sinistra... non sono un socialdemocratico anch' io?". E siccome la risata è l'antidoto più efficace contro ogni dogmatismo, il suo ascolto potrebbe aver ispirato Umberto Eco per Il nome della rosa, per dire...
4. Fantoni Cesira
Personaggio allora di frontiera, quello della ragazza di provincia che fa carriera con la topa, diventato poi sempre più attuale, anche se se ne parla meno che ai tempi del "bunga bunga", perché ora i centrosinistri stanno dalla stessa parte dei berlusconiani. Come "da che parte?" Contro il popolo italiano, che domande!
5. Talkin' sul sesso
"Morte alla pillola atea e nociva, all'aspirina si gridi evviva! Non bisogna prenderla prima o dopo, bisogna prenderla invece. E passano anche quei noiosi mal di testa.!" E questo è solo un passaggio dei tanti di questo talkin' blues all'emiliana.
6. La fiera di San Lazzaro
Siamo all'apoteosi. Raccontata in dialetto ("una bolognese me la fate fare?") con spassose traduzioni simultanee, una storia contadina di sesso e mercato, che sarebbe metafora di tante cose se si riuscisse a smettere di ridere. Alla faccia del cantautore musone degli anni settanta...

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