sabato 18 dicembre 2010

THE PARTY

Vado di fretta ma ho il tempo di un saluto a Blake Edwards. Pochi giorni dopo Monicelli, ci lascia un altro grande vecchio della cinematografia, di una grandezza diversa ma non quantitativamente, direi: Colazione da Tiffany e l'intera serie della Pantera Rosa (quello con Benigni però da dimenticare) non sono direi da spiegare, ma come non ricordare Operazione sottoveste (Tony Curtis e Cary Grant, il sommergibile rosa pieno di ragazze....), La grande corsa (sempre Curtis, Peter Falk e Nathalie Wood, il fumettone che originò una fortunatissima serie a cartoni animati), Victor Victoria (Julie Andrews, da poco sua moglie, en travesti), o i recenti Skin deep (memorabile la lotta al buio tra due uomini nudi con preservativo fluorescente addosso) e Nei panni di una bionda (con l'irresistibile corpo di Ellen Barkin in un anima da purgatorio maschile). Ci ha fatto ridere da morire, il marito di Mary Poppins, ma mai quanto nella prima mezzora più esilarante della storia del cinema, quella di Hollywood party, dove un gigantesco Peter Sellers distrugge nei primi 5 minuti un set cinematografico e poi, finito per errore nelle liste degli invitati anzichè in quelle di proscrizione, nel resto del film la casa del produttore. Il tutto con una faccia impassibile degna dei migliori Chaplin e Laurel assieme. Vi posto le prime due scene, il film se non lo avete visto cercatelo, se siete abbastanza scemi come me riderete con le lacrime.



martedì 14 dicembre 2010

ISTINTIVAMENTE ISTANBUL

Suleymaniye, moschea del XV secolo
restaurata troppo pesantemente
Oggi che Berlusconi riesce per l'ennesima volta a salvarsi il culo, grazie a tre finiani, due del PD e due dell'Italia dei Valori, io non mi azzardo a commentare l'incommentabile e vi parlo di Istanbul.
Pochi giorni non bastano nemmeno ad una visita turistica classica, ma non riesco proprio ad andare in un posto senza tentare di guardare di sbieco, cercando tra le righe del libro aperto che è una città che si vende per vivere.
Non serve ricordare che Bisanzio (città assurda, città strana) divenuta Costantinopoli raccolse l'eredità di Roma, quindi conquistata dall'Islam lo conquistò divenendo il centro del suo quarto impero fino alla Prima guerra mondiale, quando sbagliò alleato. Poteva finire a rotoli, senza l'intervento di Mustafà Kemal, non a caso detto Ataturk, "padre dei turchi", il che a me ricorda come nella provincia lucano-pugliese per dire "mio padre" si dice "attanime". E' sotto di lui che la moderna Turchia si incamminò in un processo di laicizzazione decennale, che però ha invertito il suo verso negli ultimi tempi. Oggi, la sterminata città conta tredici milioni di abitanti (ma i turchi ti dicono sedici, diciassette, come fosse una cosa di cui vantarsi), ma nelle zone che bazzichiamo noi turisti, essenzialmente le europee più antiche, i turchi in giro sono una minoranza, e tra loro una maggioranza di uomini, le donne spesso a capo coperto. Anche se sul velo ci sarebbe tanto da ragionare, valutando da un lato la fondatezza dell'interpretazione coranica che lo imporrebbe e dall'altro la legittimità della sua critica in nome di una emancipazione femminile tutta da valutare, non è un buon segno per il sogno di Ataturk.
Istanbul mi ricorda istintivamente Venezia (e Chianalea...)
Fino a poco tempo fa, e infatti le guide turistiche riportano ancora questa raccomandazione, una moneta ipersvalutata e una superinflazione rendevano assolutamente sconsigliabile cambiare, anzi, i turchi stessi cui putacaso pagavi una cena 12milioni di lire andavano di corsa a cambiarle in euro o dollari perchè tenessero potere d'acquisto. Oggi il processo inflattivo è molto minore e il cambio euro/lira è fisso su 1 a 2, in vista del tanto anelato ingresso in Europa, ma già i più furbi tra i negozianti e ristoratori ti fanno un cambio diverso tenendosi una commissione fittizia. Come se vox populi abbia cominciato a dubitare della bontà del progetto, anche solo guardando poco oltre il loro naso, i cugini greci.
Di sicuro guardandosi intorno, tra file di negozi ininterrotte, bazar sterminati (una notizia: il centro commerciale NON è una nostra invenzione), e zone grandi come tutta Terni (dico per dire, perchè TR è la sigla automobilistica sia della cittadina italiana che della repubblica turca) costituite quasi esclusivamente da ristoranti pub e locali vari, non si capisce come possa convenire a questa gente rinunciare a una moneta abbastanza debole da averli trasformati in una meta turistica obbligata per la stragrande maggioranza di quei pochi tra i poveri cittadini dell'area euro che ancora si possono permettere una vacanza. L'ultima sera a cena nella Montmartre turca, una deliziosa stradina che scende verso il mare dal liceo di Galatasaray, nel localino striminzito gestito da un ragazzo di vent'anni che potrei mostrarvi mettendo una mia vecchia foto, tanto mi è parso mi somigliasse, pensavo a quanti dei suoi parenti e avi sono emigrati specie in Germania nei decenni passati, e a come dunque si debba ritenere fortunato lui ad avere la possibilità di lavorare nella sua terra, a come difenda questa prospettiva lavorando duro e bene (era peraltro gentile e professionale): da noi i suoi coetanei li abbiamo costretti dietro le barricate e sotto i manganelli, per assenza di altra prospettiva.
Santa Sofia, da qui si affacciava il Sultano
Basta, sono appena tornato da una breve vacanza e mi sto già riavvelenando. Mi rifugio allora col pensiero nelle tante bellezze viste pur in così poco tempo e col maltempo siberiano sul collo, tante sì ma per decidere di andare o tornare a Istanbul ne basta una: la chiesa più bella del mondo, per mille anni anche la più grande, poi moschea e modello per tutte le moschee del mondo, la basilica della divina Sapienza, o Ayasofya, o come la conosciamo noi Santa Sofia. Una costruzione così proporzionata e imponente, ultimata ai tempi in meno di sei anni di lavori da mille muratori e diecimila manovali. Saranno stati schiavi, ci viene da dire a noi che siamo stati addestrati a pensare di non esserlo, mentre invece lo siamo anche noi, ah se lo siamo... E i ragazzi se ne stanno accorgendo: io leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando...

martedì 7 dicembre 2010

PIÙ NERO CHE BIANCO

Poiché per qualche giorno viaggioperdiletto prendendomi una pausa dal controinformare, preferisco che resti come articolo di primo piano un qualcosa di utile, piuttosto che il solito sproloquio sociopolitico.
Più nero che bianco - i colori della Guinea Bissau” è il titolo della mostra fotografica che si terrà dal 14 al 18 dicembre al Blurry (www.blurry.it) a Trastevere, organizzata dai volontari romani dell’associazione pugliese S.ol.co. onlus.
Le foto sono di Sergio Leonardi, membro dell'associazione e fotografo professionista (questo il suo sito), scattate questa estate in Guinea Bissau in occasione dell’inaugurazione dell'Hospital do povo, costruito ad Ingorè coi fondi dell'associazione.
Se potete, andateci proprio martedì 14 dicembre all'inaugurazione della mostra: potrete ascoltare l’esperienza vissuta dall’autore delle foto durante un eppiauàr (siamo a Roma, qui si scrive così) il cui ricavato sarà in parte devoluto ancora alla onlus.
Ho fatto due chiacchiere con Rosella Volpicelli, membro dell'associazione e volontaria per due volte in Guinea Bissau...

Com'è andata con questo ospedale? a che punto siete e quando è iniziata l'avventura?
L'idea dell'ospedale da una vera e proprio richiesta del popolo di Ingorè. Sono ormai dieci anni che l'associazione rivolge i propri sforzi verso lo stesso villeggio della Guinea Bissau costruendo pozzi, due asili, aiutando l'agricoltura tramite l'invio di un trattore e mandando con container aiuti umanitari di ogni genere a secondo delle necessità contingenti . Nel 2005 durante uno dei viaggi annuali che l'associazione compie alcuni nostri volontari sono stati contattati da un comitato promotore e portavoce del popolo composto dalle massime autorità del villaggio che ha richiesto a gran voce la costruzione di un ospedale. È apparso subito un obiettivo molto sfidante, ma, abbiamo accettato. E alla fine passo dopo passo eccoci qui. Con un ospedale di ben 13 stanze: accettazione, ambulatorio e sala d’attesa, sala pre-parto, parto e post-parto, guardia medica, 5 stanze di degenza per un totale di 26 posti letto per adulti, 6 per bambini e 4 per neonati, un blocco operatorio ed un laboratorio di analisi, questi ultimi due ancora da ultimare. Sarà principalmente una clinica materna infantile che si occuperà di seguire le mamme in gravidanza, permettendo finalmente di effettuare parti cesarei, e i bambini, curando le patologie tipiche della zona come la malaria e la denutrizione. 
Come ti sei avvicinata all'associazione? Cosa vi muove, davvero?
Ho conosciuto Francesca, il vicepresidente dell'associazione quattro anni fa. Un incontro veloce ma intenso. Davanti a una pizza e una birra mi ha parlato di Solco, mi ha raccontato della sua esperienza di anni in Africa e trasmesso tutto il suo entusiasmo. Ricordo di essermi alzata da tavola piacevolmente colpita. Avevo passato una serata come tante eppure quelle parole mi avevano riempito, quei suoi occhi un po' sognanti e concreti stregato. Ho iniziato quindi a finanziare Solco tramite donazioni non potendo essere utile in altro modo (a quel tempo lavoravo a Milano). Poi nel 2008 è arrivata la prima occasione di partecipare a un campo di lavoro. e senza farmi troppe domande sono partita. Un'esperienza incredibile. Quest'estate poi c'era bisogno ancora di tutti noi per caricare il container spedito da Putignano, ultimare i lavori, e inaugurare l'ospedale. Siamo partiti in 21. Volontari di ogni età e di diverse città di Italia. Ma tutti con lo stesso sguardo e la stessa voglia di fare e si scambiare emozioni con un altro popolo e un'altra cultura. Faticosissimo e entusiasmante.  Quello che ci muove e muove ancor di più l'anima storica di Solco è una "genuina e responsabile incoscienza". Ci si è buttati in avventure e progetti sempre più grandi con un pizzico di incoscienza ma grande passione.Anche perché una volta che hai fatto parte di quella realtà, che hai incrociato quegli sguardi, non puoi più far finta di non vedere. 
Ogni anno realizzate un calendario, la cui vendita contribuisce ad introiti che immagino non siano mai abbastanza, anche tenuto conto del 5x1000. Qual'è l'idea di quello del 2011?
Con il 5X1000 ogni anno raccogliamo fino a 35.000 euro. Una bella somma che ha fatto la differenza per la costruzione di questo ospedale e sulla quale facciamo affidamento per continuare a finanziare i nostri progetti (speriamo che il temuto furto tremontiano non vada in porto, NdR). L'associazione viene finanziata in primis dalla vendita di calendari da tavolo e da parete. Sono calendari tematici, ogni anno diversi. Quest’anno festeggiamo la decima edizione con un calendario speciale: “Felici e pazienti. Soprattutto pazienti”. L’idea del calendario 2011 è nata quasi per gioco la scorsa estate durante il campo di lavoro. Tra una pennellata e l’altra, mentre eravamo indaffarati in lavori di muratura, allestimento, giardinaggio e pittura all'interno dell’ospedale, tanti ragazzi e bambini si sono avvicinati per dare una mano, per aiutarci o soltanto per curiosare. Allora perché non coinvolgerli nei lavori o, ancor meglio, nella realizzazione del calendario? E così chiacchierando sotto il cielo stellato di Ingorè, l’idea si è trasformata in 12 scene, una per ogni mese dell’anno. Improvvisandoci scenografi, registi, talent scout, abbiamo iniziato ad allestire un insolito set fotografico con il poco materiale a disposizione, ma con tanta creatività.I bambini di Ingorè, per qualche giorno o anche solo per qualche ora, sono così diventati attori su questo set, indossando le vesti di pazienti e dottori. Di tutte le emozioni vissute in quel periodo è quella che ricordo con più piacere e con un pizzico di commozione. 

sabato 4 dicembre 2010

RAGAZZI DI VITA PROSSIMA VENTURA

Pasolini a un corteo negli anni 70.
Oggi sarebbe molto meno perplesso.
Il mondo che hanno in mente quelli che davvero lo governano prevede un livellamento del livello di vita della quasi totalità della popolazione mondiale, in basso, per consentire a una ristrettissima élite di conservare e magari incrementare il proprio. Poco importa se questo sia un piano pensato a tavolino da un Grande Vecchio o più, oppure semplicemente un effetto "naturale" del sistema capitalistico rimasto senza freni dalla fine del socialismo reale: di fatto, la globalizzazione ha unificato i mercati di capitale merci e (di conseguenza) lavoro, trasformando il mondo in un unico grande sistema. Per usare una "sottile" metafora: è possibile mantenere a temperature diverse l'acqua di diversi recipienti, quando la mischi la velocità in cui la temperatura di tutte le sue molecole sarà la stessa dipende esclusivamente dalla grandezza e dalla forma del recipiente. Per capire il funzionamento del mondo di oggi i modelli suggeriti dall'economia, tutti concepiti all'interno di sistemi limitati, non funzionano, meglio sarebbe adottare quelli della meteorologia: gli oceani, l'atmosfera, ecco buone metafore del sistema economico globalizzato.
In questo mare magno, ragionare di classi sociali nei termini classici è pesantemente fuorviante: è questo il principale argomento contro il permanere delle categorie politiche tradizionali, non il venir meno della necessità di una dialettica tra una "destra" e una "sinistra" a prescindere se si voglia o meno chiamarle così. L'attuazione del piano suddetto si è infatti concretizzata in una serie di cesure "temporali", a partire dai primi anni 90, operate laddove si incontrava il limite dei diritti acquisiti: c'è il prima e il dopo la riforma delle pensioni del 92 e ogni altra successiva fino al furto delle liquidazioni, il prima e il dopo la legge Biagi e la legge Treu, il prima e il dopo le privatizzazioni e la dismissione di pezzi sempre più grandi di demanio. Ad esempio, magari era eccessivo, ma quando sono entrato nel pubblico impiego io i miei colleghi con 19 anni 6 mesi e un giorno di servizio potevano andare in pensione, ricevere una buonuscita con cui potevano comprare un appartamentino o rilevare un ristorantino, e una pensione pari circa a mezzo stipendio con cui vivacchiare o su cui contare come base per quando ci sono pochi clienti - magari era eccessivo, ma intanto alcuni lo facevano, e altri giovani venivano chiamati a prendere il loro posto; ora siamo all'eccesso opposto, e i giovani un lavoro stabile non sanno nemmeno cosa sia, e negli uffici pubblici siamo quasi tutti anziani.
Generalizzando, o meglio uscendo dall'esempio spicciolo, confrontiamo due fotografie: una con le aspettative di un ragazzo occidentale degli anni 90/duemila, l'altra con quelle di un suo coetaneo degli anni 60/70. Il confronto è drammatico. Da un lato uno che aveva quasi la certezza di studiare molto più a lungo dei suoi genitori, ottenere un lavoro migliore e meglio remunerato, sia esso privato che pubblico (nel qual caso la retribuzione inferiore era compensata dal lavorare meno e da una serie di fringe benefits come la casa a prezzo convenzionale), viaggiare e divertirsi molto più dei suoi cari vecchi ignoranti vecchi. Dall'altro uno che se non ci fosse il reddito, talora pensionistico, dei suoi dotti vecchi, oggi starebbe sotto i classici ponti, visto che al massimo rimedia lavoretti contratti a termine e simili nonostante una laurea, e anzi se non fosse per i vecchi di cui sopra non si sarebbe nemmeno potuto permettere di studiare. Senza contare che non potrà certo offrire supporto analogo ai suoi, di figli, quando invecchierà a sua volta senza nemmeno uno straccio di pensione.
Insomma, siamo la prima generazione occidentale dopo secoli a consegnare ai propri figli un mondo peggiore di quello ricevuto, con aspettative nere per il prossimo futuro (anche non volendo credere del tutto a questa profezia di Grillo) e ancora peggiori per quello remoto. Questa è la semplice verità che viene ricoperta di un sacco di discorsi rispetto ad essa superficiali per nasconderla. Ma è talmente eclatante che sta cominciando a fare breccia anche sotto diversi strati di falsa coscienza: sotto il rincoglionimento televisivo, sotto l'identità da target di marketing dedicato, sotto l'indotto schifo per la politica, e perchè no sotto la beata superficialità che caratterizza ogni generazione di ragazzi, questi hanno cominciato a capire che il proletariato di oggi sono loro. Sono pochi, male organizzati, senza guida ideologica, ma hanno dalla loro una ragione sacrosanta, e tanti anni di meno. Guardate questa ventunenne cosa scrive a Il Fatto, ad esempio. Ecco perché, forse, continuano a protestare anche dopo che la cosiddetta riforma Gelmini (a proposito, ho scoperto qual'è la sua vera anima, altro che lotta ai baroni: va inscritta nel solco del federalismo, e ha come vero scopo e unico apprezzabile effetto un ulteriore depauperamento del demanio pubblico) è stata rinviata a dopo il 14 dicembre, che è come dire che forse non se farà niente: fanno corpo. Vedremo se è vero, o era solo un mio wishful thinking, da come si comporteranno nei confronti di altre questioni che saranno cruciali nel loro futuro, a cominciare ad esempio dall'acqua pubblica. Magari stare assieme li aiuterà a capire quali sono i loro veri nemici: se restano nelle grinfie dell'imbonimento mediatico prima o poi li convincono che sono gli extracomunitari che gli rubano il lavoro, magari dopo averli ridotti ad accettare anche i lavori che oggi solo questi disgraziati, vittime del neocolonialismo, sono disposti a fare.
Ragazzi, solo voi potete, oggi, impedire che si avveri la profezia di una delle menti più lucide abbia mai vissuto in questo Paese, Pier Paolo Pasolini, ucciso 35 anni fa in circostanze mai chiarite: ve la faccio prima leggere e poi sentire cantata da Alice che è ancora più bella. Impedirla o prepararvi a viverci dentro. Si chiama La recessione.
Rivedremo calzoni coi rattoppi, rossi tramonti sui borghi vuoti di macchine, pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania. I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane. E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino. L'aria saprà di stracci bagnati, tutto sarà lontano, treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno. E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi con i vestiti grigi e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d'amore, soltanto d'amore. Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde nella curva di un fiume nel cuore di un vecchio bosco di querce crolleranno un poco per sera, muretto per muretto, lamiera per lamiera. E gli antichi palazzi saranno come montagne di pietra, soli e chiusi com'erano una volta. E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni. L'aria saprà di stracci bagnati, tutto sarà lontano, treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno. E i banditi avranno il viso di una volta con i capelli corti sul collo e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna e saranno armati solo di un coltello. Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla e ricorderà ciò che è stato il silenzio, il mondo, e ciò che sarà.

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