In attesa di Sushi Marina, continua la pubblicazione dei racconti di Chi c'è c'è, raccolti da un
"geestre" direttamente dalle menti di 21 terrestri in animazione sospesa
su un astronave perduta nel cosmo, forse ultima testimonianza del nostro
pianeta ormai distrutto. Qualcuno ricorderà che alcuni dei racconti li ho "ricavati" partendo da testi di mie canzoni quando ho dovuto abbandonare il sogno di cantarle: questa è una delle mie preferite, tanto che il testo è quello che ho pubblicato per primo. A sognare di essere l'armatore di Achab è, nel racconto, probabilmente una giovane astronauta scandinava.
9. AL DI LA’ DELL’ORIZZONTE
Non volevo farlo partire. Cioè, per uno che di mestiere fa l’armatore non è normale. Poi non è facile trovare un equipaggio come si deve per una baleniera, di questi tempi. Ci vuole gente tosta, disposta a stare in mare a lungo, e soprattutto ci vuole un comandante con quattro paia di palle quadrate, che trovi la gente giusta e la guidi per mare. Achab mi era sembrato di primo acchitto la persona che ci voleva. Era capitano, era colto, era un duro, aveva parecchi segni sul corpo a testimoniarne le peripezie e quindi la maturità; ma purtroppo non mi accorsi per tempo degli ancòra maggiori segni sulla sua anima.
Così cominciammo ad armare la nave, caricare le provviste, reclutare la ciurma, e intanto più tempo passavo con quell’uomo più mi convincevo della sua profonda insanità. Cominciai a temere dentro di me per la mia nave: mi era costato tanto acquistarla e rimetterla a nuovo, non mi andava di perderla. E ad ogni chiacchiera scambiata con Achab, ad ogni conferma che me ne risultava di quanto fosse sentimentale, idealista, incosciente, in una parola folle, mi si insinuava il dubbio che io quella nave se l’avessi lasciata partire quella volta non l’avrei più vista.
Poi un giorno saltò fuori la storia di Moby Dick. Capitò giù al bar del porto un vecchio marinaio irlandese che era stato imbarcato con lui. Aveva bevuto un po’ più del dovuto, e cominciò a sparlare: “...è un demonio, vi dico. E’ bianca, enorme, grande quanto quattro o cinque balene normali messe insieme. Ed è intelligente come il più intelligente degli uomini. Ed astuta. Oh, se è astuta. Ah, ma anche lui è un demonio. E’ così da quando quella gli ha staccato la gamba. Lui da allora non è più un cacciatore di balene, no: è un ossesso. Non vuole più altro dalla vita che ucciderla, ed è disposto a giocarsi tutto pur di riuscirci: la nave, la sua stessa vita, e quella dei suoi compagni. Io vi dico questo, signori: non mi rimbarcherei con lui per tutto l’oro del mondo, e chiunque di voi abbia cara la pelle...”.
Ammutolì all’ingresso di Achab nel pub. Il capitano spuntò dall’ombra silenziosissimo, come a voler confermare quella fama demoniaca che l’irlandese voleva accreditargli. Apparve prima il suo sguardo del resto, ed era già fisso sull’oratore. Che si sentì inchiodato alle spalle, smise di parlare e si voltò. Poi si sedette a continuare a bere in silenzio come se nulla fosse. Achab approfittò del silenzio generale per attaccare un’arringa, in cui combinò promesse di ricchezza e minacce in una salsa di arte oratoria e mimica tali che non mi ricordo cosa disse, ma rammento che non fui sorpreso a vedere tutte quelle mani alzate in segno di adesione quando finì, e l’avrei alzata pure io se avesse avuto senso. Uscendo di lì Achab incrociò il mio, di sguardo, e mi si gelò il sangue nelle vene. Cionondimeno lo seguii fuori, e gli chiesi di Moby Dick.
Non cercò di affabularmi. Era leale, con me: mi stimava migliore di quella feccia. Confermò tutto: la storia della gamba, l’odio, il desiderio di vendetta, la maestosità e l’intelligenza della bestia. Ma mi convinse che se c’era un uomo al mondo che poteva catturarla era lui. E che la gigantesca balena valeva da sola una stagione in mare, anche se comunque prima e dopo la sua cattura tante altre prede avrebbero reso il viaggio ancora più redditizio.
La notte prima della partenza, però, un pensiero mistico mi tolse il sonno. Dare una personalità ad un animale, per quanto intelligente, è come dargli un’anima: ciò al mio Dio non poteva piacere. Achab era senza dubbio un empio, bisognava fermarlo. Giunsi al porto all’alba, ma era già tutto pronto. Aveva intuito che avrei cercato di fermarlo, ed aveva fatto lavorare gli uomini di notte. Erano tutti lì, sul ponte, appoggiati alla balaustra, stanchi e silenziosi, e mi guardavano. Non mi avrebbero ascoltato. Però parlai lo stesso, sommersi Achab di parole, che venivano quasi da sole: io stesso mi stupii della mia inedita abilità oratoria, tanto mi parve bello e convincente il mio discorso.
Ma le mie parole scivolarono su Achab come l’acqua sulle piume di un’anatra. Era come se lui fosse più della somma delle sue parti, e non sarebbe servito a nulla smontarlo tutto: sarebbe rimasto lì, in piedi, immobile, lo stesso. Questi pensieri mi suggerirono che allora in fondo lo ammiravo, anzi no: lo temevo, ne avevo rispetto, mi ispirava deferenza. Ristetti per qualche istante, e bastò perché il capitano mi piantasse sul posto e desse l’ordine di mollare gli ormeggi. Poi si voltò a guardarmi, fisso, e prima che potessi riavermi la nave si era mossa e non mi restava ormai che aspettarne il ritorno.
Lo immaginai in piedi sulla tolda a guardare l’orizzonte, e se possibile più in là, fermo così, per ore, alla ricerca della sua ossessione. E risi di me: possibile che mi ero fatto fregare ancora da quei cacciaballe dei marinai? Siamo tutti balenieri, lo facciamo per i soldi; Moby Dick è solo una grossa balena, nella migliore delle ipotesi. E Achab è un gran trascinatore: sa bene che magari quella che lo ha ferito è già stata catturata chissà quando da chissà chi. Ma gli serve: Moby Dick è un mito, è il mostro marino che da sempre atterrisce e affascina i marinai. Che però alla fine salpano sempre: come Ulisse, che dopo venti anni di mare, finalmente tornato a casa, ne ripartì quasi immediatamente - e, si noti, tornato da solo, trovò lo stesso altri compagni disposti a seguirlo. Ulisse, quello delle Sirene, di Polifemo, di Scilla e Cariddi. Ognuno ha i suoi mostri. Per me Moby Dick non esiste.
... …
Ho perso il conto degli anni. Non so più da quanto aspetto che torni la mia nave. Ma tutti i giorni, imperterrito, mi piazzo qui sul molo, vicino al faro, a contemplare le grigie onde e ogni tanto a scrutare l’orizzonte in cerca di un segno. E sogno. Sogno di essere dentro la testa di Achab e guardare coi suoi occhi, oltre orizzonti sempre più lontani. Sogno di essere una giovane vichinga in attesa del ritorno del suo guerriero, che a furia di guardare al di là dell’orizzonte si addormenta e sogna di volare su una nave tra le stelle, e sulla nave dormire, e mentre dorme sognare di essere l’armatore di Achab. E nel sonno mi rendo conto che invece è il contrario, che c’è un Achab dentro la testa di ognuno di noi, a farci vivere anche per ciò che non vediamo ma che sappiamo che c’è, e forse è la parte peggiore di noi, ma è quella che amiamo di più.
venerdì 24 novembre 2017
mercoledì 22 novembre 2017
SCUOLA DI FARMACIA 2: LA BEFFA
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| L'attuale sede dell'EMA, a Londra |
PROBLEMA
Dati:- Avevamo quattro vaccini obbligatori perché le preposte autorità sanitarie avevano ponderato che solo per quelli era incontestabile il bilancio tra pericolo di diffusione della malattia e costi sia economici che sanitari potenziali della somministrazione generalizzata del farmaco. Di fatto, erano diventati sei per via dell'affermarsi progressivo della somministrazione unica con due facoltativi.
- I vertici mondiali della sanità, notoriamente infestati dalle lobbies farmaceutiche, decidono che l'Italia deve fare da apripista alla generalizzazione degli obblighi vaccinali, imponendo, anche per patologie scarsamente diffuse e senza chiarimenti definitivi in merito alla pericolosità dei preparati, per via politica, col consueto supporto terroristico della stampa prezzolata e compiacente che alimenta allarmismi ingiustificati, ciò che al massimo sarebbe stato accettabile ottenere tramite una campagna di persuasione consapevole e corretta.
- L'Italia esegue, anche perchè - si scopre - confida in cambio di ottenere una sede prestigiosa e molto redditizia: per tutti, viste le ricadute occupazionali (per quanto modeste, di sti tempi buttale via...), ma soprattutto per politici e amminestratori.
- A compito eseguito, com'è come non è, la prestigiosa agenzia finisce altrove - per sorteggio, e cosa pretendevi se non sei capace nemmeno di qualificarti ai mondiali di calcio?
- Improvvisamente, la stampa mainstream si ricorda di rimarcare che la normativa che ha imposto l'obbligo vaccinale è "piena di contraddizioni", che poi sono quelle che abbiamo citato all'inizio, e parte di quelle che andiamo ripetendo da mesi facendo eco ai pochi siti di controinformazione rimasti a fare informazione libera in Italia.
- Quanto fa due più due?
..............
(per quelli "de coccio", leggetevi qui Viale...)
sabato 18 novembre 2017
NOTTI TRAGICHE
Da bambino ero milanista, perché mio papà lavorava a Milano e perché ci giocava il più grande regista italiano di tutti i tempi, Gianni Rivera, uno col fisico di un "abatino" (Brera dixit) che sembrava non correre ma invece (avete presente Federer nel tennis, che sembra non faticare?) velocizzava il gioco più di tutti i corridori di oggi mandando il pallone lontanissimo dove voleva lui, segnando tanto e facendo segnare (anche mezzi brocchi) ancora di più. Quando Berlusconi comprò il Milan, e ancora non si sospettava che la cosa facesse parte di una strategia ben più ampia né si conoscevano le origini malavitose dei suoi soldi, mi ero già allontanato dal calcio da alcuni anni, perché era iniziata nei primi anni 80 la meravigliosa parabola sportiva della Cestistica Piero Viola, e il basket lascia miglia indietro il calcio per quasi ogni dimensione sportiva (frequenza e varietà di gesti tecnici, suspense, peso dei valori in campo, eccetera). Così, mentre mio cugino/fratello e molti altri milanisti famosi o meno esultavano per i nuovi trionfi rossoneri, io mi dimettevo da tifoso, e intanto capivo che quel modo di intendere il calcio, sia del presidente (comprare rose lunghissime di giocatori, tanto i soldi non sono un problema) che dell'allenatore (zona pressing a tutto campo, per tutta la partita, che così le due squadre giocano in venti metri), lo avrebbe rovinato, perché avrebbe costretto i concorrenti all'emulazione.
Fui facile profeta, e infatti i decenni a seguire videro da un lato bilanci societari sempre più gonfi e fallimentari, e dall'altro il talento calcistico sempre più mortificato, e deselezionato fin dalle giovanili, sull'altare della tattica e dell'eretismo podistico (ancora Brera, un autentico vulcano di neologismi). In questi trent'anni, qualche partita l'ho anche vista, ma mi sono sembrate quasi tutte mortalmente noiose. Sarò io, ho sempre pensato, visto che invece gli altri correvano a comprarsi l'ultimo pacchetto televisivo satellitare o digitale terrestre; dimenticavo che assistere a uno spettacolo sportivo decente è l'ultimo dei problemi del calciofilo medio, che invece si identifica con la propria squadra del cuore per ben altre ragioni (soddisfare l'atavico bisogno di appartenenza tribale, o sedare l'ansia della morte legandosi a qualcosa che viveva prima di lui e gli sopravviverà, ad esempio). E invece.
Invece finalmente una (meritatissima) disfatta toglie il velo alla verità. E anche se in tanti, non solo l'impresentabile vertice federale, si stanno prodigando e si prodigheranno per rattoppare il proprio giocattolo, è un piacere poter ascoltare delle voci autorevoli (qui Sconcerti) dare forma oggi ai miei annosi pensieri, formatisi anche per aver osservato da vicino, per varie vie, la realtà sconvolgente delle odierne scuole calcio. Posti dove si fa a pagamento quello che una volta anche da noi, e ancora oggi in mezzo mondo, si faceva gratis per strada o all'oratorio. Anzi, magari si facesse, perché quello era giocare a pallone, selezionando per natura i talenti e le personalità (se ti menavano e tornavi a casa a raccontarlo, tua madre ti rimenava), questo è un'altra cosa: imparare fin da piccoli schemi su schemi anziché il dribbling (sei pazzo? è meglio trascinare il piede così ti procuri il fallo magari da ultimo uomo...) fino sul fondo con cross a rientrare, sgomitare con gli altri per un posto in squadra nel campionato di categoria (con due fattori premianti: il fisico precoce, e le capacità di influenza dei genitori, di qualunque natura esse siano), essere alla moda e acchittati come quelli che guadagnano i milioni e vanno in televisione. Avvicinandosi a tante, troppe scuole calcio - provate - viene voglia di urlare all'allenatore qualcosa come "ma li vuoi fare giocare a pallone, sti ragazzini?", e ci si trattiene solo per non farsi picchiare... dalle mamme (tutte in tiro, e più cazzute dei papà, assieme ai quali guardano ai pargoli come a pacchi di soldi in fieri).
No, non è un caso che l'ultima generazione di campioni sia venuta fuori dal "mondo" precedente. Oggi, se vostro figlio è la reincarnazione di Rivera e lo portate a calcio, ve lo fanno ritirare dopo due mesi perché non pressa, se lo è di Bruno Conti perché è innamorato della palla, e con la stessa logica deselezionano ogni possibile nuovo Baggio, Totti, Del Piero o Pirlo, ma anche Rocca, Facchetti, Scirea per andare in difesa. E a proposito di quei campioni, scrissi a caldo su Contrappunti che vincere quel mondiale si sarebbe rivelata una iattura: il calcio aveva già mostrato tutti i sintomi della sua malattia, e senza quella inaspettata vittoria avrebbe con ogni probabilità ricevuto la giusta cura da cavallo, con sei o sette big, tra cui le romane e le milanesi, cancellate o almeno mandate a ripartire dai dilettanti, il commissario era pronto. Ma il centrosinistra precario di quel governo non poteva affrontare l'enorme calo di popolarità che gli sarebbe derivato dal proseguire su quella strada dopo la vittoria a Berlino, anche se quella cautela non gli valse nulla, e pochi mesi dopo ci ritrovammo il presidente pallonaro di nuovo in sella, grazie soprattutto alla sventatezza di quello delle figurine con l'Unità che oggi fa il cinematografaro ed era meglio per tutti avesse fatto sempre solo quello.
Così, anche solo per scaramanzia, possiamo giudicare benaugurante questa eliminazione (fosse entrato il golletto e avessimo vinto anche solo ai rigori nessuno oggi parlerebbe di crisi del calcio italiano, e ci prepareremmo alla solita overdose di "notti magiche", senza dubbio, se pensate che anche così stanno facendo di tutto, e magari ci riusciranno pure, per continuare l'andazzo come se niente fosse), hai visto mai davvero riformano il calcio (e hai visto mai gli italiani non distratti dal pallone pensano ai loro problemi e mandano al governo qualcuno di veramente nuovo che glieli risolva..).
Le idee in giro ci sono, ad esempio quelle di un certo Van Basten (uno che Sacchi voleva giubilare assieme ad altri "vecchi" e poi invece per loro fortuna cacciarono Sacchi e con Capello vinse altri 3 campionati): niente più fuorigioco per allungare le squadre (così i centrocampisti hanno di nuovo lo spazio e il tempo per ragionare come ai tempi di Rivera, e nuovi Rivera possono emergere), espulsioni a tempo al posto del cartellino giallo, e definitive dopo un tot falli, cambi volanti e reversibili, e ultimi dieci minuti cronometrati al netto. Lo so, sto scandalizzando i puristi. Ma lo spirito del calcio, quello vero, la ragione vera del suo enorme successo mondiale, non è nell'immutabilità dei regolamenti (che infatti sono cambiati moltissimo, ma spesso in peggio), è nella sua essenza di sport proletario e democratico, praticabile da tutti: da chi ha i soldi e da chi non li ha, da chi è grosso/potente/veloce e da chi è piccolo/intelligente/svelto. Se non cambiare significa tradire questo spirito, allora il cambiamento radicale è la cosa più conservatrice, in senso proprio, che si possa avere.
Fui facile profeta, e infatti i decenni a seguire videro da un lato bilanci societari sempre più gonfi e fallimentari, e dall'altro il talento calcistico sempre più mortificato, e deselezionato fin dalle giovanili, sull'altare della tattica e dell'eretismo podistico (ancora Brera, un autentico vulcano di neologismi). In questi trent'anni, qualche partita l'ho anche vista, ma mi sono sembrate quasi tutte mortalmente noiose. Sarò io, ho sempre pensato, visto che invece gli altri correvano a comprarsi l'ultimo pacchetto televisivo satellitare o digitale terrestre; dimenticavo che assistere a uno spettacolo sportivo decente è l'ultimo dei problemi del calciofilo medio, che invece si identifica con la propria squadra del cuore per ben altre ragioni (soddisfare l'atavico bisogno di appartenenza tribale, o sedare l'ansia della morte legandosi a qualcosa che viveva prima di lui e gli sopravviverà, ad esempio). E invece.
Invece finalmente una (meritatissima) disfatta toglie il velo alla verità. E anche se in tanti, non solo l'impresentabile vertice federale, si stanno prodigando e si prodigheranno per rattoppare il proprio giocattolo, è un piacere poter ascoltare delle voci autorevoli (qui Sconcerti) dare forma oggi ai miei annosi pensieri, formatisi anche per aver osservato da vicino, per varie vie, la realtà sconvolgente delle odierne scuole calcio. Posti dove si fa a pagamento quello che una volta anche da noi, e ancora oggi in mezzo mondo, si faceva gratis per strada o all'oratorio. Anzi, magari si facesse, perché quello era giocare a pallone, selezionando per natura i talenti e le personalità (se ti menavano e tornavi a casa a raccontarlo, tua madre ti rimenava), questo è un'altra cosa: imparare fin da piccoli schemi su schemi anziché il dribbling (sei pazzo? è meglio trascinare il piede così ti procuri il fallo magari da ultimo uomo...) fino sul fondo con cross a rientrare, sgomitare con gli altri per un posto in squadra nel campionato di categoria (con due fattori premianti: il fisico precoce, e le capacità di influenza dei genitori, di qualunque natura esse siano), essere alla moda e acchittati come quelli che guadagnano i milioni e vanno in televisione. Avvicinandosi a tante, troppe scuole calcio - provate - viene voglia di urlare all'allenatore qualcosa come "ma li vuoi fare giocare a pallone, sti ragazzini?", e ci si trattiene solo per non farsi picchiare... dalle mamme (tutte in tiro, e più cazzute dei papà, assieme ai quali guardano ai pargoli come a pacchi di soldi in fieri).
No, non è un caso che l'ultima generazione di campioni sia venuta fuori dal "mondo" precedente. Oggi, se vostro figlio è la reincarnazione di Rivera e lo portate a calcio, ve lo fanno ritirare dopo due mesi perché non pressa, se lo è di Bruno Conti perché è innamorato della palla, e con la stessa logica deselezionano ogni possibile nuovo Baggio, Totti, Del Piero o Pirlo, ma anche Rocca, Facchetti, Scirea per andare in difesa. E a proposito di quei campioni, scrissi a caldo su Contrappunti che vincere quel mondiale si sarebbe rivelata una iattura: il calcio aveva già mostrato tutti i sintomi della sua malattia, e senza quella inaspettata vittoria avrebbe con ogni probabilità ricevuto la giusta cura da cavallo, con sei o sette big, tra cui le romane e le milanesi, cancellate o almeno mandate a ripartire dai dilettanti, il commissario era pronto. Ma il centrosinistra precario di quel governo non poteva affrontare l'enorme calo di popolarità che gli sarebbe derivato dal proseguire su quella strada dopo la vittoria a Berlino, anche se quella cautela non gli valse nulla, e pochi mesi dopo ci ritrovammo il presidente pallonaro di nuovo in sella, grazie soprattutto alla sventatezza di quello delle figurine con l'Unità che oggi fa il cinematografaro ed era meglio per tutti avesse fatto sempre solo quello.
Così, anche solo per scaramanzia, possiamo giudicare benaugurante questa eliminazione (fosse entrato il golletto e avessimo vinto anche solo ai rigori nessuno oggi parlerebbe di crisi del calcio italiano, e ci prepareremmo alla solita overdose di "notti magiche", senza dubbio, se pensate che anche così stanno facendo di tutto, e magari ci riusciranno pure, per continuare l'andazzo come se niente fosse), hai visto mai davvero riformano il calcio (e hai visto mai gli italiani non distratti dal pallone pensano ai loro problemi e mandano al governo qualcuno di veramente nuovo che glieli risolva..).
Le idee in giro ci sono, ad esempio quelle di un certo Van Basten (uno che Sacchi voleva giubilare assieme ad altri "vecchi" e poi invece per loro fortuna cacciarono Sacchi e con Capello vinse altri 3 campionati): niente più fuorigioco per allungare le squadre (così i centrocampisti hanno di nuovo lo spazio e il tempo per ragionare come ai tempi di Rivera, e nuovi Rivera possono emergere), espulsioni a tempo al posto del cartellino giallo, e definitive dopo un tot falli, cambi volanti e reversibili, e ultimi dieci minuti cronometrati al netto. Lo so, sto scandalizzando i puristi. Ma lo spirito del calcio, quello vero, la ragione vera del suo enorme successo mondiale, non è nell'immutabilità dei regolamenti (che infatti sono cambiati moltissimo, ma spesso in peggio), è nella sua essenza di sport proletario e democratico, praticabile da tutti: da chi ha i soldi e da chi non li ha, da chi è grosso/potente/veloce e da chi è piccolo/intelligente/svelto. Se non cambiare significa tradire questo spirito, allora il cambiamento radicale è la cosa più conservatrice, in senso proprio, che si possa avere.
lunedì 13 novembre 2017
8. L’ERA DEI TOPI
Questa storia di pubblicare (in attesa di Sushi Marina) quei racconti di Chi c'è c'è (raccolti da un
"geestre" direttamente dalle menti di 21 terrestri in animazione sospesa
su un astronave perduta nel cosmo, forse ultima testimonianza del nostro
pianeta ormai distrutto) che sono nati a partire da testi di canzoni unitamente a questi ultimi, mi è parso un esercizio di stile non sterile. Stavolta però metto sopra la canzone e sotto il racconto da essa tratto, in cui a sognare (più precisamente, a sognare di sognare) è una giovane astronauta forse anglosassone, per rispettare la cronologia esegetica, che a volerla spingere indietro si trova ancora l'ossessione per il disastro atomico incombente che pervase le nostre menti di giovani degli anni ottanta, influenzando immaginari artistici a tutti i livelli. Io avevo sentito dire che a ereditare il pianeta sarebbero stati gli scarafaggi, e a Reggio ce n'è di quelli grossi che volano, arrivati con lo sbarco degli alleati nel 43, ma per questo pezzo, che ho immaginato rock spinto duro, con intro lenta (i versi corti) arpeggiata sullo stesso giro e giro completo di assoli tra una strofa e l’altra (ma chi vuole il testo può metterci la musica che vuole, e chiedermi l'adattamento che serve), ho preferito i topi, meno probabili scientificamente ma più evocativi letterariamente.
I topi, o come diavolo hanno scelto di chiamarsi, mi accoglieranno tra loro, novella Gulliver? O mi uccideranno, per paura che io contamini la loro saggezza coi miei valori tipicamente umani, cioè clamorosamente autodistruttivi? Mi chiederanno notizie, me ne daranno, si faranno osservare? Non lo so, e neanche lo immagino: il mio incubo si svolge sempre dentro un’aula scolastica, il giorno degli esami, e si conclude sempre con le stesse battute insulse.
L’ERA DEI TOPI
Alla fine di quel ciclo
evolutivo che ci ha forgiato
ci sostituirà qualcuno
che si disegnerà
nella scala evolutiva
e dove spesso noi ci disegniamo
traccerà una banda d’estinzione
ed ironizzerà:
“quegli esseri imperfetti
che credevano di sapere tutto
e di essere quasi immortali
non hanno resistito
ad un po’ di radiazioni!
e che diamine, che imperfezione!
meglio i nostri progenitori
che soli sono sopravvissuti
e hanno ricevuto in mano da Dio
lo scettro del mondo:
è da allora che è iniziata
l’era dei topi!”
…
Quando il sole della notte dall’oriente delle tenebre di sorgere deciderà
noi se ci fossimo potremmo osservare un mutamento di struttura nella vita,
e nel sole nero dell’estate solo schifosissimi topastri si abbronzeranno,
e nell’aria profumata solo il puzzo del loro schifoso sangue,
e le gite in montagna, e le passeggiate al mare saranno ormai loro prerogativa,
e le scuole e gli uffici e le case e le osterie le faranno anche loro e forse meglio,
e saranno presuntuosi, e si sentiranno pure loro esseri superiori,
e magari qualche nostro scienziato li ammirerebbe pure,
…
e la terra per loro sarà più grande che per noi, date le loro dimensioni,
e la sfrutteranno a fondo e più a lungo, date le loro minori necessità alimentari,
e oggi sono già dieci volte noi, e all’olocausto sopravviveranno tutti,
e forse faranno i nostri stessi errori ma anche le tante cose giuste,
e saranno nella grazia di Dio da quando riusciranno a alzarsi in piedi ed a guardare in alto,
ed avranno i loro santi, ed avranno i loro eroi, ed avranno la loro storia,
e nel mare puzzolente e grigio scuro sguazzeranno come noi nel mare azzurro
e quell’aria senza più l’ozono non gli farà che bene
…
perchè i raggi ultravioletti quando andranno via le nuvole atomiche li colpiranno
e muteranno loro, ma anche la terra in un ambiente a loro esatta misura,
e forse pure diventeranno belli, e forse un giorno si guarderanno allo specchio,
e uno di loro troverà un nome più bello per tutti che non sia topo
ma neanche uomo…
...
8. L’ERA DEI TOPI- Ma, professore, la preistoria è programma del primo anno!
- E beh? devi essere preparata su tutto il quinquennio, lo sai.
- Si, è così, d’accordo, ma in pratica agli esami di maturità si chiede sempre solo il programma dell’ultimo anno...
- Oh, insomma! Sai rispondere, o no?
- Si, professore, ma...
- Niente “ma”, coraggio! Tu sei una delle migliori alunne della classe, su, io ti voglio far fare bella figura. Fammi un bel “volo di pipistrello” sulla preistoria, con particolare riferimento all’era degli uomini.
- Bene, l’origine della nostra specie è antichissima. Come sempre accade in questi casi, molte leggende si sono sovrapposte nei secoli, a seconda della cultura dei popoli e dei tempi in cui sono sviluppate. Ma tutte hanno degli elementi comuni, che - come hanno dimostrato scienziati ed archeologi - poggiano su avvenimenti reali. Uno è il cosiddetto Grande Disastro, l’evento con cui è stata spazzata via la specie allora dominante sul pianeta, appunto gli Uomini. L’evento successivo, non si sa esattamente di quanto, è la Grande Mutazione, cioè la relativamente breve fase evolutiva con cui la nostra specie ha preso il controllo della Terra.
- Limitiamoci agli assunti scientifici, ed andiamo con ordine.
- D’accordo. Dall’insieme dei rinvenimenti archeologici sembra si possano dedurre una serie di informazioni sul pianeta nell’era degli umani, tra cui alcune trovano concorde l’intera comunità scientifica. Dall’esame delle rocce risulta che il livello delle radiazioni fosse molto minore dell’attuale, ma ad un certo punto dovunque si trova uno strato che testimonia che circa 5000 anni fa il livello radioattivo salì bruscamente, sicuramente per un evento straordinario, non sappiamo se naturale o artificiale. Lo Squitt ipotizza che gli umani avessero scoperto il modo di riprodurre l’energia delle stelle, o qualcosa di molto simile, che utilizzavano per il loro fabbisogno fino a che qualcosa deve essere andato storto, o di cui addirittura facevano uso militare, cosicché il Grande Disastro altro non sarebbe stato che una gigantesca guerra conclusasi con l’autodistruzione completa della specie. Ma la sua teoria non è condivisa da chi ritiene che gli umani, in quanto esseri intelligenti come noi e forse più avanzati scientificamente, avessero di certo il controllo della loro tecnologia così da tenerla - com’è ovvio - sotto la guida se non della loro etica (su cui non possiamo giurare) almeno del tornaconto collettivo. Resta pertanto l’ipotesi di una grande catastrofe naturale, come potrebbe essere la collisione con un gigantesco asteroide, il cui cratere oggi potrebbe essere sott’acqua.
- Ma, ad esempio, che atmosfera respiravano gli umani?
- Sempre dalle rocce risulta che l’aria avesse in percentuale molta meno anidride carbonica, anche se il valore era già in crescita durante l’era umana, con forte accelerazione negli ultimi secoli, prima del brusco aumento susseguente al Disastro. Per l’ozono invece vale il discorso opposto. Se ne deduce che il cielo dovesse avere uno strano colore azzurrognolo. L’ozono, infatti, tratteneva i raggi ultravioletti, alla cui repentina intensificazione alcuni scienziati attribuiscono la Grande Mutazione, ma a cui comunque gli umani dovevano avere ben scarsa resistenza, come pure alle radiazioni.
- Una razza debole, dunque: meraviglia come abbia dominato tanto a lungo. E che mi dici del mare?
- Di riflesso, letteralmente, anche il mare doveva sembrare azzurro. Quel poco che avevano. I maggiori ritrovamenti archeologici, quelli meglio conservati, sono infatti tutti subacquei, e si crede che nelle profondità degli oceani - se fosse possibile recarvicisi - si troverebbero addirittura i resti delle grandi città costiere della mitica Europa.
- Come mai quest’enorme differenza nel rapporto acque/terra emersa?
- Per via della differenza di temperatura innescata dal Grande Disastro, tramite una nube forse causata dalle esplosioni, forse dai detriti dell’asteroide, o anche per il mutato spettro della luce solare che attraversa l’atmosfera. Fattostà che la Terra degli Umani aveva le calotte polari enormemente più grandi, e molti ghiacciai anche a latitudini più basse: scioltosi tutto quel ghiaccio...
- Va bene, basta così; ora passiamo alla Grande Mutazione.
- Qualcosa su radiazioni e raggi ultravioletti l’ho già detta. Il fatto è che la nostra razza, come risulta anche dagli studi umani sui nostri progenitori (dai documenti rinvenuti pare addirittura che li usassero come cavie per esperimenti di vivisezione: che barbari!), ha avuto sempre enorme facilità di adattamento all’ambiente, grazie anche alla prolificità ed al rapido susseguirsi delle generazioni. I nostri antenati dovevano sopravvivere in un ambiente a loro molto ostile, cosa che non gli sarebbe riuscita se la natura non li avesse dotati delle caratteristiche che ho appena detto, che fecero sì che già negli ultimi tempi del dominio umano i “topi”, come li chiamavano, sovrastassero per numero gli uomini. Erano però ancora solo animali, pur se intelligenti e sofisticati, e vivevano da parassiti, nel sottosuolo delle città degli umani, che li perseguitavano in modo massiccio. Forse inconsciamente prevedendo il loro futuro di dominatori del pianeta. E infatti i nostri avi al disastro sopravvissero in numero sufficiente, e si adattarono alle nuove condizioni ambientali nel giro di qualche generazione. Il primo esemplare di “mus erectus” il cui scheletro è stato rinvenuto risale ad appena 4800 anni fa, il primo “mus sapiens” a 4000. Ma già siamo agli albori della civiltà, e il resto è Storia.
I topi, o come diavolo hanno scelto di chiamarsi, mi accoglieranno tra loro, novella Gulliver? O mi uccideranno, per paura che io contamini la loro saggezza coi miei valori tipicamente umani, cioè clamorosamente autodistruttivi? Mi chiederanno notizie, me ne daranno, si faranno osservare? Non lo so, e neanche lo immagino: il mio incubo si svolge sempre dentro un’aula scolastica, il giorno degli esami, e si conclude sempre con le stesse battute insulse.
- Benissimo, Minnie, avrai un bel voto.
- Grazie, professor Mouse, lei è gentilissimo.
- Chiamami Mickie, bimba. A proposito, che fai stasera?
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Il titolo lo volevo lasciare in dialetto riggitano, carn'i porcu , che tanto si capiva lo stesso, ma mi pare che in italiano assuma un t...
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Un mio amico , di quelli che ti conoscono meglio di te stesso (auguro a tutti di averne almeno uno), conoscendo il mio pregresso convinto so...
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Benvenuti signori e signore alla puntata di oggi di INDOVINA CHI. Come al solito, vi elencherò gli indizi per risalire al nostro personaggi...
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Ci ricasco poco, ma ogni tanto ci ricasco, a fare di questo blog un uso più normale, quello di diario personale sul web, rispetto alla sua f...
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Ve l'ho detto che sono di trasloco? si, ve l'ho detto. E sapete già che da questo blog non ci guadagno nemmeno un centesimo, figurar...



