mercoledì 13 maggio 2009

NOUS SOMMES TOUS DES ASSASSINS

Il titolo è preso in prestito da un capolavoro del cinema francese degli anni 50, un film di denuncia contro la pena di morte. Sembra non entrarci nulla con quello che vogliamo dire oggi, ma invece si.
I sondaggi dicono che il governo ha una popolarità crescente, Berlusconi superiore al 70%. Il premier ha dichiarato in video e voce che l'iniziativa del Ministro dell'Interno di "respingimento" degli immigrati in Libia, e non è solo da lui approvata e concordata, ma da lui preordinata nell'ambito degli accordi bilaterali con quell'altro campione di democrazia che è Gheddafi. Si deve quindi presumere che gli italiani, che lo gradiscono tanto, siano in grande maggioranza daccordo con questo crimine (che viene dopo l'obbligo di denuncia per i medici se un irregolare si presenta al pronto soccorso, e la boutade dei mezzi pubblici per soli milanesi in stile Ku-klux-klan di un "onorevole" leghista).
Ed è un crimine non perchè lo dice l'ONU, ma perchè non c'è altro modo di definire questa bella pensata. Come spesso ci accade, prendiamo in prestito le parole giuste da blog fratelli, che esprimono le nostre stesse idee molto meglio di noi: leggiamo attentamente, molto attentamente, questo pezzo di Antonella Randazzo. Chiunque di noi non si esprime apertamente, mettendoci la faccia, contro questo crimine, si macchia di complicità. Come il popolo tedesco con i campi di concentramento, occorreranno generazioni per espiare questa colpa. Quando si evoca la Shoah, occorre sempre rimarcare che non è per esprimere un pregiudizio favorevole agli Ebrei sempre e comunque, ma invece per denunciare l'abominio di ogni massacro, di ogni genocidio, di ogni singola persona vittima delle nostre azioni o anche solo del nostro egoismo e delle nostre omissioni. Ogni massacro, anche quelli commessi dagli ebrei sui palestinesi, e non c'è contraddizione (semmai è loro). Ogni genocidio, anche quello commesso dagli americani sugli indiani d'America, vero peccato originale che nessun battesimo potrà mai cancellare. Ogni singolo morto, sia una ragazzina uccisa a un posto di blocco che un clandestino che dovesse morire per il fatto di essere stato riconsegnato ai libici.
Quando ero piccolo, come poi ho scoperto molti bambini, sognavo di essere divorato dai cannibali. Avevo paura, ma aveva anche qualcosa di erotico (stiamo parlando di preadolescenza, non te ne rendi neanche conto). Oggi mi sono sorpreso a ripensare a quel sogno antico, ma con un significato molto diverso.
Siamo tutti assassini, e pagheremo per questa colpa di condannare a morte gente che bussa alla nostra porta perchè ha fame. Ecco il duplice addentellato alla citazione cinefila.
Se scegliamo di arroccarci, lo si sappia, abbiamo già perso. Vinceranno loro, e ci divoreranno, e con noi tutto quanto di buono abbiamo costruito nella cosiddetta civiltà e ci rifiutiamo di dividere. Quelli che non si arrendono a questa consapevolezza, soccomberanno senza sapere il perchè, pensando pure magari di avere ragione. Chi invece ha capito, anche se è ateo o agnostico come me, aspetta cristianamente: ecco cosa intendeva Gesù Cristo, forse, quando diceva "questo è il mio corpo ... prendete e mangiatene tutti".

sabato 9 maggio 2009

CI VUOLE ORECCHIO

Dopodomani sera sarei voluto andare a sentire Enzo Jannacci dal vivo al Sistina. Vado sul sito del teatro per comprare i biglietti e leggo uno scarnissimo comunicato che dice che il concerto è spostato ad ottobre. Ho una brutta sensazione, che spero sia infondata ed accolta dall'interessato, se mai dovesse leggere queste righe, con una risata delle sue unita a una ricca grattatina di cabbasisi.
Jannacci l'ho visto in concerto numerose volte, a partire dai primi anni 80. Allora girava l'Italia con un suo teatro tenda, che smontavano e rimontavano ogni giorno come un circo. A Reggio ebbe problemi con gli organizzatori, che forse non intendevano pagarlo quanto promesso per via della scarsa vendita di biglietti, non so, resta il fatto che l'attesa di noi pubblico fu molto più lunga dell'ordinario, ma alla fine Enzo usci, blaterò qualcosa di incomprensibile sulla sua lite dietro le quinte, finendo con un "che mi frega dei soldi, io canto lo stesso!". Cantò per quasi tre ore, con rabbia, distruggendo quasi un piano, e facendoci delirare. Gratis.
Questo è l'uomo. Chi vuole si legga la lunga biografia su wikipedia. Cardiochirurgo dell'equipe di Barnard, sempre controcorrente, artista eclettico. Il grande pubblico lo conosce come precursore del nonsense e del demenziale. Ma Enzo è pianista vero e grande inventore di melodie. Come viene ampiamente dimostrato ogni volta che una sua canzone viene interpretata da un altro, a cominciare da De Andrè con Via del campo. Solo che quando canta lui, come quando parla, tutto viene destrutturato. E' Picasso, non Donatello. Ma è Picasso, non uno dei tanti suoi epigoni astrattisti per non sapere disegnare una figura.
Come lui, il suo vero erede. Che non è i tanti che uno direbbe: Bandabardò, Elio e le storie tese, Paolo Rossi. Sapete, quando uno che ha orecchio ascolta un qualsiasi artista, riesce a capire cosa quell'artista ascoltava "da piccolo", cosa cioè ne ha influenzato lo stile. Parlo non solo dell'esecuzione, ma anche della scrittura musicale: ad esempio, la Consoli deve molto a Dolores O'Riordan dei Cranberries, come Giorgia a Witney Houston, Lucio Dalla a James Brown, De Gregori e Mark Knopfler dei Dire Straits a Bob Dylan, Vecchioni a Neil Young, Battiato ai Pink Floyd, Venditti a Cat Stevens, Nek e i Maroon5 a Sting, Gazzè ai Police, e così via, potrei continuare parecchio. Ebbene, il "figlio naturale" di Enzo è un altro che passa per altro (nel suo caso, rocker) ma in realtà è un grande creatore di melodie: Vasco Rossi. Vasco potrebbe cantare tutto il repertorio di Jannacci, pensateci. E viceversa. Magari facessero un tour, o anche solo un concerto, assieme...
Il capolavoro assoluto di Jannacci è l'album Quelli che... del 1975, scritto a quattro mani con il compianto Beppe Viola, giornalista sportivo dall'ironia graffiante. Il brano omonimo, notissimo per essere stato anche sigla oltre che ispiratore del titolo di un programma calcistico Rai, ha per sua natura infinite versioni; qui postiamo quella originale, che inizia con un parlato dal titolo La televisiùn, che recita profeticamente:
la televisiùn la ga una forsa da liùn
la televisiùn la ga paura de nisùn
la televisiùn la te ndurmenta come un cujùn
bah!

mercoledì 6 maggio 2009

OPEL-INO AMARANTO

Dando per chiuso l'accordo non ancora chiuso con Chrysler, Re Magio Marchionne, che ha un futuro da Presidente del Consiglio di centrosinistra quando il Signore in carica passerà a miglior vita (tanto, prima non molla...), si è gettato a capofitto su un altro tavolo di trattativa: acquisire la Opel.
Dopo aver rilanciato la casa torinese nell'unico modo sensato, cioè tornare a fare automobili decenti dopo anni in cui si badava a tutt'altro, finanza in primis, Marchionne approfitta della crisi, che ha colpito Fiat in misura leggermente minore rispetto alla concorrenza, per accaparrarsi pezzi della disastrata industria automobilistica statunitense adesso che sono al minimo (ma lo sono?): compra prima la storica casa della Voyager, fino ad ieri consorziata con Mercedes, pagando per giunta solo in know-how, poi la storica casa della Corsa, che un altro colosso americano sull'orlo del collasso, la General Motors, è costretta a mollare dopo molti decenni. Qui i soldi li deve cacciare, ma intanto approfitta del prestito-ponte che il governo tedesco ha già previsto per salvare un pezzo della propria industria nazionale. Non dimentichiamo che la gestione Marchionne cominciò proprio dall'astuto smarcamento da GM, che aveva comprato a caro prezzo una quota di FIAT e preferì rimetterci quasi tutto pur di rompere l'alleanza e scappar via. E che da quella alleanza erano nati una serie di pianali comuni per auto di tutte le taglie ancora in circolazione (Punto e Corsa, Bravo e Astra, Croma e Signum), che rendono ancora più sensata e conveniente la scelta attuale.
Tutto bene, allora! Cosa temono, dunque, i sindacati italiani e tedeschi? Sono decenni che gli analisti prevedono la riduzione a pochissime unità dei gruppi automobilistici mondiali, con sopravvivenza quindi solo dei più grossi e forti. E' in questa logica che è da tempo in atto una specie di raggruppamento di stelle in galassie, di galassie in ammassi, che ci vorrebbe Margherita Hack per descriverlo. Ma sarà sufficiente? Quando tutto questo cominciò, India e Cina erano ancora sottosviluppate, e oggi bussano alle riunioni dei Grandi. I loro cittadini sono alle soglie della motorizzazione di massa, una specie di quello che successe a noi ai tempi di 600 e 500, moltiplicato per 100. Già questo fattore (che potremmo chiamare Tata dal nome del costruttore indiano che ha appena varato la 600 del suo popolo, la Nano) accelera e trasforma il fenomeno, al punto che Fiat stessa, come tutti gli altri che vogliono avere un futuro, ha già contatti per partnership in quegli immensi Paesi. Ma non basta.
Il pianeta ha risorse limitate. L'esplosione, non solo automobilistica, di entità gigantesche come quelle citate, ma anche il Brasile ad esempio non scherza, ha avvicinato in maniera esponenziale il punto di non ritorno delle politiche di sviluppo basate sulla crescita del PIL. Lo dice pure il futuro Re di Gran Bretagna: non abbiamo che pochi anni per poter fare qualcosa. Se FIAT non vuole che la sua inopinata assurzione (al secondo o terzo posto) nel Gotha dei produttori mondiali di auto non si traduca in un botto più forte quando (presto) ci sarà il crollo, deve approfittare di questa posizione di forza per lavorare ad evitarlo, o almeno a premunirsi contro le sue conseguenze.
In pratica, è bene che in America girino più 500 e meno gipponi. E' bene estendere a tutta la gamma le sinergie progettistiche coi tedeschi dell'omega. Ma non servirà a nulla senza una prepotente fuga in avanti, che a questo punto Fiat dovrebbe essere in grado di compiere, prima al mondo. Pensare e realizzare a tempo di record una gamma di vetture totalmente nuova, che con tre vestiti diversi per i tre mercati, grazie ai tre marchi, si componga essenzialmente di vetture molto piccole ed economiche a motore anche o solo elettrico, vetture medie esclusivamente ibride, e vetture grandi esclusivamente ad idrogeno. Nessuna di queste auto dovrebbe riuscire a superare i 150 orari, ma il governo italiano e quello USA non dovrebbero avere nessun problema a rivedere le norme in modo da negare l'omologazione ad auto che lo facciano. I tedeschi avranno più problemi ma cinesi e indiani no (nel nostro boom Morandi cantava "andavo a cento all'ora" e il numero sembrava tanto a noi bambini anche a sentirlo pronunciare), e se se ne fa una strategia mondiale dovranno adeguarsi anche a Berlino. Certo un conto è subire questo processo di riconversione un altro è averlo guidato. E' questa l'occasione che si presenta a FIAT, ed è da non perdere.
E' un problema culturale, ci siamo in mezzo tutti. Ci sarà un periodo di problematica convivenza con i SUV e altra ferraglia inutilmente pesante ingombrante inquinante e veloce. Ma alla fine si potranno pure smantellare i tutor e limitare gli autovelox. Per le emozioni, non ci sarà problema: sarà come dopo la seconda guerra mondiale, su una vecchia Topolino amaranto, praticamente una due posti che non superava gli 80 all'ora, che "se le lasci sciolta un po' la briglia mi sembra un'Aprilia, rivali non ha...".

lunedì 4 maggio 2009

PAPY, CI SEI CASCATO!

La notizia è talmente grossa che nemmeno al boss dei boss era possibile la solita tattica dell'embargo assoluto, per cui il profilo scelto è "sono affari privati" e quindi se ne parli il meno possibile. Se solo si ricorda il battage, enorme a paragone, che aveva ricevuto la vicenda analoga di Sarkò e Carlà, si capisce la potenza del filtro messo in atto dal padrone delle ferriere.
D'altronde, si pensa pure a sinistra, perchè ci dovrebbe interessare dei cavoli propri del premier? Ci sono almeno due ragioni, invece:
  1. la cosa potrebbe concretizzare finalmente la risoluzione del conflitto d'interessi: Veronica pretende e probabilmente otterrà la spartizione del patrimonio un tot a figlio, e quindi 60 e 40 a proprio favore, ma anche Berlusca ottenesse il richiesto 50 e 50 avremmo comunque la fine del monoblocco, e non si pensi nemmeno a una gestione in accordo tra i fratellastri, chè la Storia è piena di Imperi smembratisi per le lotte tra fratelli...;
  2. è interessante politicamente la posizione di un certo elettorato di fronte alla causa ultima di questa separazione, la tendenza continuata ed ostentata all'infedeltà coniugale peraltro con ragazze giovani certo meno innamorate del tomo che attratte dalle possibilità di carriera (anche politica) come corrispettivo alla concessione dei propri favori; si tratta di un sistema di valori molto popolare nel Belpaese, e perfino trasversalmente, ma dovrebbe essere incompatibile con quello propugnato dalla Chiesa cattolica (e infatti la campagna elettorale dell'UDC ha subito una pesante virata etica...).
In realtà c'è ancora chi pensa che la cosa potrebbe rientrare, tanto annose sono sia le abitudini farfallone del Cavaliere che le piazzate a mezzo stampa della consorte poi rientrate clamorosamente. Se ciò non succede, è per via della natura della goccia che ha fatto traboccare il vaso (oltre che per l'ammontare degli interessi in gioco, ovviamente...): la partecipazione alla festa di compleanno di un'avvenente diciottenne napoletana che in pubblico (e su Facebook, anche se da oggi è sparita) lo chiama Papy, mentre gli impegni istituzionali lo avevano tenuto lontano dall'analoga occasione della figlia propria e di Veronica. La vicenda - amante minorenne, nomignolo, uomo la cui fortuna è iniziata con impicci su estero - ci ha fatto venire in mente una delle tracce dell'esilarante film Totò contro i 4: Nino Taranto è un dirigente delle Dogane così apparentemente solerte da bloccare le supposte che il Commissario Totò si faceva arrivare dalla Svizzera per curarsi le emorroidi, senonchè recatosi quest'ultimo presso un negozio di lingerie per acquistare degli articoli per travestirsi, scopre che una giovane piuttosto avvenente ne è proprietaria grazie all'omaggio del dirigente delle Dogane di cui sopra, che lei chiama affettuosamente Pipì. La scenetta che postiamo parte da quando Nino Taranto si reca al commissariato con le supposte prima sequestrate, nel tentativo almeno di rabbonire ed eventualmente di corrompere Totò, che invece registra il tutto e incastra Taranto.
E' da guardare fino alla fine, per capire il nostro titolo ma soprattutto perchè è esilarante. Tra l'altro scattano altri collegamenti più o meno inconsci: il finanziere corrotto, le intercettazioni, eccetera.

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