giovedì 9 settembre 2010

PURTUSA

Non mi era capitato finora di parlare così spesso della mia città natale, e tre degli ultimi quattro post è forse davvero troppo, ma non è colpa mia se l'altro ieri su L'Espresso è uscito un notevole reportage su Reggio dal titolo significativo Al Sud c'è un buco nero (in reggino, purtusu niru, plurale purtusa in a come nel neutro latino). E' perfino contrario agli "scopi costitutivi" di questo blog fare da richiamo anzichè a uno dei tanti piccoli semisconosciuti siti di controinformazione ad un giornale di quella notorietà e diffusione, ma davvero l'articolo deve essere letto, da chi voglia capire cosa sta succedendo da quelle parti.
La cronaca politica di questa estate parla di un Sindaco Facente Funzioni, fino a ieri stretto collaboratore del Sindaco uscente e oggi Governatore della Calabria Peppe Scopelliti, che apre una crisi politica sollevando con parole pesanti un gran polverone mediatico per poi misteriosamente farla rientrare come se nulla fosse, perchè - almeno a sentire la voce della strada - se davvero fosse arrivato un commissario prefettizio, anche bendisposto, più di qualcuno avrebbe rischiato la galera. La quotidianità facilmente riscontrabile de visu parla dell'unico capoluogo di provincia italiano senza il gas di città, dell'acqua dai rubinetti che in molte zone ancora manca spesso e quando c'è è salata, di un dissesto idrogeologico che salta all'evidenza alla prima pioggia seria e di uno abitativo che verrà purtroppo evidenziato dal prossimo terremotone, di un'enorme disoccupazione giovanile, e di tante altre cose appunto raccontate meglio di me dal settimanale di Repubblica.
Quello che io posso aggiungere è un po' di memoria personale, come tale magari imperfetta ma credo ugualmente significativa:
  • Reggio negli anni 60 era una cittadina liberty piccola bella elegante pulita e vivace, e se i ricordi di un bambino possono essere deformati essi sono confermati dai racconti di tutti coloro che li hanno vissuti già adulti, ma proprio tutti: basta chiedere a un sessanta/settantenne a caso;
  • la rivolta del 1970 non fu, come ancora in troppi preferiscono asserire, una cosa pilotata dalla destra eversiva, se non nel senso della famosa "mosca pilota" in groppa all'elefante; fu invece una rivolta popolare di massa con una motivazione giustissima sia in linea di principio (in tutte le Regioni tranne Calabria e Abruzzo il capoluogo fu lasciato dov'era sugli atlanti, nei libri di scuola e nella percezione comune, e anche gli aquilani fecero le barricate quando fu spostato a Pescara ma a loro diedero subito ragione) che in linea di fatto (non era vero, come fu detto, che si trattava di un "pennacchio" senza valore: lo sviluppo nel Sud passa per il potere politico e la gente lo sapeva, che quel passaggio di simbolo significava decenni di abbandono per la propria città), una rivolta di tutti i reggini cavalcata dalla destra per colpevole mancanza degli altri schieramenti, salvo all'inizio la sinistra anarchica;
  • nei 23 anni successivi a quei fatti, la città languì nel più totale abbandono; unica "presenza", i lavori per l'intubazione della ferrovia nel lungomare, un'idea sbagliata a priori: rifare il tracciato "a monte" e riprogettare totalmente il waterfront sarebbe stato molto più logico e rapido, oltre a non creare i problemi alle falde acquifere e allo scarico dell'acqua piovana e torrentizia dovuti a quella galleria, rimasta peraltro un mostro di cemento nudo fino alla seconda metà degli anni novanta, a rendere impraticabile al passeggio il litorale;
  • in tutto quel periodo, la città non aveva nessuna occasione di svago per i suoi ragazzi nè attrazione turistica, i Bronzi di Riace costituirono un'eccezione per un periodo brevissimo e chi veniva a vederli non si fermava manco per pranzo figurarsi per una o più notti, la gente continuò a comprare le bombole per il gas (ancora oggi la maggioranza non ha il gas di città) e cominciò a rifornirsi di acqua alle fonti (la montagna alle spalle è ricchissima di falde) perchè i rubinetti spesso tacevano o davano acqua salata (e ancora oggi per molti è così, il nuovo acquedotto ha risolto i problemi solo in parte), e tutto ciò si aggiunge ai problemi invece comuni al resto del Sud Italia, disoccupazione con conseguente emigrazione giovanile in testa, anche perchè dal 1970 al 1993 si sono susseguite infinite crisi politiche commissariamenti scandali eccetera, insomma non c'era nessuna guida politica;
  • in mezzo a tutto questo, la criminalità passa attraverso alcune fasi: ricordo un periodo in cui saltavano i negozi a decine (una bomba a un ristorante sotto casa ci svegliò di notte buttando giù tutti gli infissi), segno di un racket imperante mentre l'allora presidente della Reggina Calcio e titolare di un'agenzia di vigilanza privata dichiarava ai giornali che a Reggio il racket non esiste, seguito da una guerra di mafia che fece centinaia di morti in pochi anni, con periodi in cui si aveva in media un morto al giorno tanto che era statisticamente probabile trovarsi prima o poi dalle parti di un'ammazzatina (a me capitò di vedere i resti di un tipo spalmati freschi sulla facciata di una palazzina), mentre in provincia si effettuava la transizione dalla 'ndrangheta rurale dei rapimenti a quella internazionale della droga e della finanza: secondo voi, in questo quadro c'è da stupirsi se a quasi nessuno della mia generazione è venuto in mente di avviare un'attività imprenditoriale?
  • nel 1993 all'ennesima crisi mette "riparo" (tradendo peraltro anni di campagna giornalistica per l'elezione diretta del sindaco tenuta con la collaborazione di un manipolo di giovani entusiasti tra cui il sottoscritto) Giuseppe Reale, ma il suo tentativo naufraga presto lasciando spazio a Italo Falcomatà, professore comunista che rivela presto doti tali da garantirsi nel 97 la rielezione al primo turno - vera iattura, la legge elettorale aveva un bug: se vincevi al primo turno non prendevi il premio di maggioranza e quindi avevi difficoltà a meno di non avere avuto una maggioranza bulgara, cosa che però avvenne nel 2001, poco prima che una leucemia fulminante ce lo portasse via; quella stagione è stata meritatamente chiamata "primavera di Reggio", e se è vero che potè avvenire anche grazie ad un ingente afflusso di soldi pubblici è anche vero che fu l'unica volta (e la cronaca odierna è qui a testimoniarlo) che quelli furono usati nel modo giusto, e non solo nel senso che furono negati agli appettiti degli amici e degli amici degli amici.
Di quello che succede dalla morte di Falcomatà in poi parla meglio L'Espresso di me, che da quando nell'86 ho cominciato a vivere altrove torno sempre meno spesso e potrei essere prevenuto nel giudicare quei segnali negativi che registro ogni volta, dai gazebo in cemento e acciaio a deturpare (nella foto) il lungomare fatto ristrutturare da Italo e a lui intestato, al degrado crescente delle periferie grazie anche ai nuovi condoni governativi, dall'immenso spreco del tapis roulant (con i soldi per realizzare e mantenere il quale si sarebbero potuto pagare trasporti pubblici elettrici gratuiti per tutto il centro storico per decenni) alla buffonata bipartisan di appiccicare l'etichetta di Città metropolitana a una realtà geografico-politica di tutt'altro tipo, dal pozzo senza fondo di un ponte che non si farà mai (e meno male) alla finta privatizzazione dei trasporti sullo Stretto con costi per l'utenza quadruplicati e servizi peggiorati su mezzi sempre più fatiscenti (ma si chiama Metromare, e allora...!), fino alla movida con eventi mondani annessi a spese dell'erario mentre i servizi fondamentali alla popolazione continuano ad essere inesistenti. Di acqua e gas ho già parlato, di asili nido e ospedali meglio non parlare, gli autobus ora sono amaranto ma sono rari e vuoti come sempre: il riggitano prende l'auto anche per 200 metri e per andare a passeggio in via marina (tra parentesi, Falcomatà l'aveva chiusa al traffico serale e notturno, d'estate), anche se le strade già a un chilometro dal centro sono tutte purtusa purtusa. Come dire tutte buchi, nel buco nero.

martedì 7 settembre 2010

MUOIA SANSONE

No alla legge Porcellum. Mai più al voto con questa legge elettoraleA commento della rottura del 29 luglio, avevo dato le mie quote sugli scenari che si aprivano; forse è ancora presto, ma gli avvenimenti di questi ultimi giorni pare mi diano ragione, purtroppo: è sempre più probabile che si voti entro dicembre, e in questo caso è certo con la vecchia legge e probabile con il solito vincitore. Che stavolta interpreterà la cosa come un plebiscito personale, e avrà mani libere nella sua opera di demolizione della Costituzione, formale dopo che materiale. Le ultime speranze di evitare questo scenario stanno proprio nella Costituzione stessa, che prevede che il Presidente della Camera non possa essere dimissionato da nessuno, e che il Presidente del Consiglio non possa sciogliere le Camere, bensì debba, preso atto di non avere più la maggioranza, limitarsi a rimettere il mandato al Presidente della Repubblica, il quale a sua volta deve consultare i gruppi parlamentari, eventualmente conferire un mandato esplorativo, e se di delinea una possibile nuova maggioranza parlamentare un nuovo incarico di governo a un soggetto che a sua volta deve chiedere la fiducia alle Camere. Solo se questo percorso si rivela impraticabile, il Capo dello Stato scioglie le camere e vengono indette nuove elezioni.
Tutto questo iter richiede del tempo, ed è per questo motivo che ha fretta di avviarlo chi ritiene che se non dà tempo agli avversari di organizzarsi ha più probabilità di vincere. Se si votasse in primavera, infatti, potrebbero innescarsi dinamiche oggi imprevedibili: l'occasione di far fuori il "capo" potrebbe essere ghiotta per i "sottocapi" e i "capetti delle altre famiglie", per usare un gergo da film oleografico sulla mafia... Intanto, tutti coloro che dichiarano di non volere il voto immediato mettono la legge elettorale al primo punto del da farsi; sarebbe consolante, se (non dico tra i vari partiti esistenti o in fieri, ma almeno all'interno di uno di essi, ad esempio il PD) si fosse anche daccordo su quale, di legge elettorale, mettere al posto del porcellum (che, ricordo, è un'assurda proporzionale pura con premi di maggioranza calcolati diversamente per Camera e Senato, collegi grandi e liste decise a livello centrale dai partiti: in pratica, al 95% si sa già chi siederà al parlamento, nominato dai capi anziché eletto dal popolo). Invece no, ognuno ha la sua proposta, e magari fosse perchè è la migliore non dico per il Paese ma almeno per il proprio schieramento: tutti dicono la prima cosa, sono convinti della seconda, e sbagliano persino a calcolare i propri interessi. Con questo andazzo, la probabilità di cambiare legge prima di un voto autunnale è nulla, Berlusconi lo sa, ed ecco i famosi cinque punti del taglione per addossare a Fini anche la responsabilità della caduta del Governo, buona moneta per la campagna elettorale.
In questo quadro, l'unica cosa sensata che si potrebbe tentare è accordarsi, PD IdV UDC e finiani, su una leggina facile facile che dichiari abrogata l'attuale legge e ripristini la precedente: qualsiasi altra proposta richiederebbe, per essere discussa elaborata condivisa proposta e approvata, tempi che non ci sono. Su questa base, sarebbe ragionevole che Napolitano desse l'incarico per un governo a termine, con la missione di portarci al voto in primavera. Altrimenti, prepariamoci a che un 30% di italiani, gli ottusi che ancora credono in Papi e quelli che credono solo ai propri interessi di bottega magari padana, profittando della probabile astensione di almeno 4 milioni di elettori di centrosinistra disgustati dal Pd e dai partitini alla sua sinistra, consegnino il 100% del potere alla cricca del boss di Arcore.
La proposta di ritorno al mattarellum (che, ricordo, è un maggioritario uninominale rovinato da un cervellotico recupero proporzionale ideato per salvare il culo ai big trombati nei collegi) è di Libertà e Giustizia, che però prevede sia attuata attraverso una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che è out sia per i tempi, visti i discorsi già fatti, che per i modi, vista la fine che ha fatto quella di Grillo - che ha ben altro potere mediatico, peraltro - ancora nei cassetti di Schifani nonostante l'enorme successo popolare. Firmiamo pure, ma intanto speriamo che chi vuol far fuori Berlusconi si accordi per farla a prescindere, questa leggina.
Nella improbabilissima ipotesi, invece, che le parole di Fini, davvero foriere di una "nuova destra" e non solo frutto di opportunismo politico, portino addirittura a un governo di transizione e autentica "rinascita democratica" (la citazione gelliana è voluta quanto ironica, ma non sarcastica) che si occupi dell'emergenza economica e di una normativa sul conflitto di interessi che spinga Silvio a imitare il suo mentore e godersi il maltolto alle Bahamas o in Libia, cominceremo con calma a parlare nuovamente legge elettorale per decidere serenamente quale sarebbe davvero la migliore per il nostro Paese. Ben sapendo che non si tratta di una questione secondaria, che il gioco è le regole con cui si gioca. Non volendo chiamare ad occuparsene direttamente Sartori potremmo almeno ripassarci la sua lezione, come ha fatto tempo fa Nobili su Contrappunti, concludendo che il maggioritario a doppio turno è in teoria il miglior sistema per l'Italia, come è dimostrato dalle elezioni comunali, perchè contempera l'esigenza di rappresentatività ideologica -ancora molto sentita dagli italiani - con la governabilità, ma appunto solo a patto che contemporaneamente venga varata una seria normativa sul conflitto di interessi (altrimenti il ballottaggio, e relativo premio di maggioranza, lo vince sempre lui...). Ma a prescindere dalla formula scelta, è opportuno che la sua definizione venga fuori davvero da un confronto al più alto livello tecnico, e che venga pure varata una norma costituzionale che vieti in futuro il cambiamento della legge elettorale se non nel primo anno della nuova legislatura: un nuovo porcellum, altrimenti, è sempre possibile... Anzi, vista la propensione del soggetto in questione di considerare i propri interessi privati non al primo posto ma all'unico posto disponibile nei suoi pensieri, direi che è probabile questa come qualunque altra azione alla "muoia Sansone con tutti i suoi filibustieri", per citare ancora una volta il grande Totò.

domenica 5 settembre 2010

RACCOGLIE TEMPESTA

Ho fatto appena a tempo a lasciare la mia terra natia, un giorno in più ed avrei assistito a una quasi-alluvione. E' piuttosto tipico dalle mie parti che a fine agosto, primi di settembre, arrivi un acquazzone ad apparentemente "spezzare" la stagione. Dico apparentemente perché invece più a nord la stagione viene davvero spezzata, e perché invece da noi poi torna il bello e si fanno i bagni migliori, a settembre tutti, a ottobre tanti regolarmente, a novembre se va bene i più coraggiosi. E' altrettanto tipico, perchè la terra è riarsa i tombini ostruiti le strade tutto sommato non costruite per affrontare pioggie copiose come quelle di posti ben più piovosi eccetera, che questo primo acquazzone crei qualche problema: allagamenti di strade e cantinati, fango, detriti, qualche franetta e buca specie nelle frazioni montane o vicino al mare. Succede anche altrove, e allora dov'è la notizia?
Intanto nella misura del fenomeno, un vero e proprio flash-flood che ha visto in due ore rovesciarsi su alcune zone della città la pioggia che ci cade in quattro mesi. Poi, nelle conseguenze sul territorio, che solo per fortuna non sono state tragiche, come dimostrano ad esempio questo reportage fotografico e questo video. Sotto il primo aspetto, è proprio il termine che ci deve far riflettere: è americano, inventato apposta per questi acquazzoni che fanno danni da alluvione, la cui comparsa negli ultimi decenni (prima c'erano solo i due fenomeni distinti), e con crescente frequenza, prova una volta di più i cambiamenti climatici in atto sbugiardando i negazionisti anche illustri. Il secondo, a quasi un anno dalla tragedia sul versante messinese, ci ricorda brutalmente quali sarebbero le priorità per l'area dello Stretto: riassesto idrogeologico di un territorio violentato, altro che ulteriori violenze sotto forma di ponte e strade e ferrovie d'accesso allo stesso.
Non mi stanco di ripeterlo (e parlo per Reggio solo per averne conoscenza diretta, ma di Messina si può dire lo stesso): la città distrutta dal sisma del 1908 ha retto benissimo a due eventi di oltre 5 gradi Richter (del livello di Friuli, Irpinia o L'Aquila, per intenderci) negli anni 70, perché nei decenni precedenti si era costruito secondo piani datati ma saggi e con criteri antisismici. Oggi, dopo 30 anni di condoni edilizi (per non parlare delle opere pubbliche e delle costruzioni scriteriatamente autorizzate), con le colline che poi sono pendici dell'Aspromonte sfregiate nel profilo da infinite costruzioni abbarbicate sulla sabbia e mai ultimate all'esterno (ma con interni lussuosi, potete giurarci), a fare da contraltare ad analoghi edifici sui greti più o meno irregimentati dei torrenti, non credo che un terremoto di quell'entità si risolverebbe con solo tre morti di paura come a gennaio 1975. E se la pioggia torrenziale decide di continuare per giorni e giorni come ad esempio nel 1953, non so quante di quelle case resisteranno a monte piuttosto che scivolare a valle.
L'ultimo bagno prima di partire l'ho fatto snorkelando tra i resti dei paesi inghiottiti dal maremoto del 1908, l'ultimo sguardo dalla tangenziale è sempre per quello skyline che sembra Beirut dopo il passaggio degli israeliani. Poi quando succedono le cose diciamo che è fatalità. Com'era il proverbio? Chi semina vento...

venerdì 3 settembre 2010

SI FANNO IN QUATTRO. VOLTE.

Ho anticipato il rientro dalle ferie di due giorni, sperando di evitare quanto è successo a chi ha imboccato la A3 lunedì 30 agosto, dieci ore da Reggio a Roma per le code ai cantieri e una deviazione sulla ss19 di oltre cento chilometri: oramai il giorno prima e quello dopo al weekend non possono considerarsi partenza intelligente. La notte tra mercoledì e giovedì, invece, la percorrenza torna accettabile, e si ha pure il tempo di tenere due conti, visto che l'anno scorso lo avevo già fatto, così, tanto per vedere se hanno fatto progressi.
Questa la comparazione:


2009 km % 2010 km %
vecchio tracciato 152 34,3% 137 30,9%
cantieri 134 30,2% 114 25,7%
nuovo tracciato 157 35,4% 192 43,3%
totale 443
443

Il tasso di progresso nei lavori ultimati potrebbe farci prevedere la conclusione dei lavori in 5/7 anni, ma sarebbe una deduzione affrettata e superficiale. Già facendo lo stesso calcolo sul tasso di percorrenza nel vecchio tracciato, si arriva alla conclusione che di questo passo solo tra 8 o 10 anni sarà stato rifatto o perlomeno cantierizzato. L'apparente contraddizione è spiegabile dal fatto, già fatto notare l'anno scorso, che hanno cominciato con le parti più facili, appoggiate a terra o su viadotti non impegnativi o gallerie brevi. Il calo dei cantieri aperti è in tal senso molto preoccupante, ed è peraltro maggiore di quanto ho indicato, perché l'altra volta ci ho messo dentro solo i tratti ad una corsia, stavolta anche qualche cantiere breve. Tuttavia, volendo con una sterzata di ottimismo concedere che i lavori saranno completati diciamo tra 10 anni, anziché i 20 che il pessimismo della ragione ci suggerirebbe, il tempo necessario per rifare la Salerno/Reggio alla fine sarà stato di 24 anni, contro i 6 previsti inizialmente. Quattro volte tanto. Ah, e tranne i 40 chilometri più vicini a Salerno, la strada sarà a due corsie come quella precedente, solo più nuova e sicura: e ci mancherebbe anche che non lo fosse, dopo tutti questi anni di disagi per la scelta scellerata di sovrascrivere il tracciato esistente...
Ricordiamocelo quando nell'imminente campagna elettorale l'imbonitore per eccellenza tenterà di appiopparci le sue bufale: un ponte sospeso a campata unica di 3 chilometri e passa, lungo il triplo di quello più lungo mai realizzato, "costruito in sei anni" senza che ci sia ancora nemmeno il progetto definitivo, o delle nuove splendide centrali nucleari, che ci daranno tra tanti anni meno energia di quanta potremmo averne domani con una pesante virata sulla microproduzione diffusa solare ed eolica, e lo faranno a costi che nessuno saprà mai esattamente quantificare. Ricordiamoci anche che una strada mai ultimata rovina economicamente un territorio e fa incazzare chi è costretto a percorrerla, un ponte che crolla deturpa permanentemente un paesaggio e si erge a monumento dello spreco di enormi risorse altrimenti utilmente impiegabili, ma una centrale nucleare che ha dei problemi - come qualsiasi cosa costruita in Italia - potrebbe non lasciarci nemmeno la possibilità di rimpiangere il fatto che abbiamo dato il voto a un ciarlatano.

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