Una delle poche digressioni dal terreno politico/economico che ricorrentemente trovate su queste pagine è costituita da articoli di quel particolare tipo che in gergo si chiama "coccodrillo" perché l'autore nel piangere qualcuno lucra seguito (ci "mangia") dall'averlo fatto.
Uno dei vantaggi della completa amatorialità è però che, a differenza di chi lo fa a pagamento, si può piangere chi si vuole, e quindi alla fine lo fai solo per quelli che secondo te se lo meritano. Oppure, come in questo caso, e come avevo fatto per Jannacci, che non aspetti che uno muoia per celebrarne la straordinaria carriera.
L'uomo è Jerry Lewis, per toglierci dall'imbarazzo diciamo uno dei cinque più grandi comici della storia, l'occasione è il suo novantesimo (sic!) compleanno, celebrato nei giorni scorsi su tutto il mainstream. Per questa ragione, tutti avrete sentito o letto che, a parte la evidente singolarissima e rivoluzionaria mimica, l'uomo è quello che ha inventato Telethon (pare per espiare il successo raggiunto imitando i movimenti di un ragazzo distrofico) e quindi tutte le altre maratone televisive di beneficenza di cui è prototipo, e che ha pensato per primo al video assist per il regista, fondamentale quando questi dirige se stesso. Ma a prescindere da ciò, tutti siete stati bambini, e quindi, per via della molla comica dell'identificazione, vi siete scompisciati a vedere in azione questo vostro coetaneo alquanto cresciutello.
E' a questi bambini che penso, quindi, quando mando col pensiero gli auguri di buon compleanno al Picchiatello, lasciandovi in visione due spezzoni, uno celeberrimo, e l'altro meno, ma ancora più esplicante dell'incredibile concentrato di tecnica (qui ci sono assieme la fisicità dei clown, il pionerismo del nonsense, lo slow burn di Laurel, e tanto altro) di cui è pieno il suo apparentemente semplice cinema. Sperando che finalmente Hollywood si decida a celebrarlo come merita, magari con un biopic nelle sale per una volta col de cuius ancora in vita, interpretato finché ce la fa dall'unico che può avvicinarsi in parte a definirsi suo erede, quel Jim Carrey che pur con molte eccezioni troppo spesso ha sprecato il suo talento.
lunedì 21 marzo 2016
martedì 15 marzo 2016
C’È INFERNO E INFERNO
| ...eh si, nella via poi ci sono anche i rovesci... |
Si potrebbe trovare una formula, che definisca la probabilità per chiunque si accosti a una pratica sportiva di arrivare a un livello per cui almeno ci possa campare senza lavorare altrove, non diciamo arricchirsi. In questa formula, al numeratore ci sarebbe il numero di professionisti di quello sport, e al denominatore il numero di chi ci si accosta fin da piccolo sognando di diventarne un campione. E alla fine, poiché più popolare è uno sport più crescono sia il numeratore (per via del giro di affari che quello sport riesce a muovere) che il denominatore (per via degli immaginari che riesce a solleticare), il risultato è grosso modo quello, per ogni disciplina: ce la fa non uno su mille, come dice la canzone, ma uno su svariate decine di migliaia.
Si deduce che c'è una cesura estremamente rilevante tra lo sport di vertice e quello di base, e che la quasi totalità degli interessati resterà sempre e comunque al di qua di questa cesura.
Questa affermazione ha tra i suoi corollari uno importante e di estrema attualità: la retorica per cui il campione deve dare il buon esempio e non ricorrere al doping, è solo pastone per le masse di pecore che compongono l'audience del mainstream. La realtà, da sempre (proprio da sempre, olimpiadi antiche comprese, ma in analogia si può arrivare anche ai ludi totemici e ai riti sciamanici), è che chiunque nella pratica di uno sport si avvicini alla soglia del collo dell'imbuto oltre alla quale c'è il professionismo automaticamente si adegua a qualsiasi pratica sia considerata normale in quello sport. E stiamo parlando comunque di almeno centinaia di volte il numero di quelli che oltrepassano il collo: cicloamatori, bodybuilders, calciatori dei campionati minori, eccetera.
Allora mi chiedo: non sarebbe tanto ma tanto meglio, dire finalmente in modo aperto e trasparente che la pratica sportiva professionistica è un complesso di cose tra cui c'è anche un supporto medico di frontiera? se vuoi fare il pilota sai che rischierai la pelle, basta dirlo anche per tutti gli altri sport: è una cosa per privilegiati, ti può dare tanto, ma per provarci devi avere sia il talento minimo necessario a competere che il coraggio di sottoporti a cose che non si sa cosa ti fanno alla lunga. Che poi è quello che già si dice, di nascosto, a tutti. C'è solo da demolire il castello ipocrita dell'antidoping.
Che funziona così. Da una parte ci sono fior fior di medici strapagati per scoprire sostanze e pratiche nuove in grado di far vincere il proprio campione, dall'altro ci sono strutture magari pubbliche dove medici pagati molto di meno aggiornano periodicamente gli elenchi di quelle sostanze e pratiche che sono da vietare in quanto potenzialmente dannose oltre che falsanti la prestazione sportiva. In genere tra i due gruppi c'è un gap incolmabile, un lasso di tempo in cui la sostanza o pratica è ignota all'antidoping e viene usata correntemente. Quando la si vieta, di solito gli atleti meglio assistiti ne stanno già sperimentando un'altra. Una buffonata, utile soltanto a fare ammuina, far sembrare che il governo dello sport fa qualcosa, e a sostenere la narrazione retorica di cui sopra. Un must, per le classi dirigenti di oggi, altrimenti Renzi non sarebbe nessuno, starebbe ancora al bar a prendersi le schicchere dagli amici.
Detto questo, andiamo alla cronaca. Sharapova, positiva a una sostanza che si prescrive nel diabete, fino a dicembre sconosciuta all'antidoping perché prodotta solo sul baltico, ha ragione sulla sua buona fede, ha torto nell'uso annoso di un farmaco senza essere malata, ha di nuovo ragione nell'accusare chi ipocritamente cavalca l'accusa, lanciando una stoccata a chi nella sua carriera di supereroe ogni tanto spariva per mesi per misteriosi infortuni: non si può provare, ma non è fantasioso sospettare che Nadal si facesse male ogni qual volta i suoi medici avevano bisogno di tempo per ricostruire il gap con l'antidoping. Quando l'ho visto affacciarsi alla scena, dal vivo in un infinito incontro con Coria al Foro Italico, ho avuto come tutti la percezione netta che entrambi non potessero fare quello che stavano facendo senza aiutini di qualche tipo: era umanamente impossibile. Coria (assieme a tantissimi altri tennisti, e parliamo di uno sport dove il doping per natura è meno decisivo che altrove) poi l'hanno pizzicato, Nadal no, più pulito o solo più furbo o meglio assistito?
La normativa antidoping attuale va dunque completamente smantellata, e il suo apparato riconvertito in modo che, assieme a quello del doping finalmente emerso, si assembli in una sorta di Farmacologia dello sport 2.0, con l'obiettivo di far si che ogni atleta professionista acceda in condizioni di trasparenza e controllo ad un patrimonio comune di conoscenze, ripristinando così la piena lealtà competitiva, a un livello superiore e con una maggiore attenzione alla salute.
Sono le norme scritte male, e gli apparati da esse derivati, a prestarsi invece alla proliferazione della slealtà, al vantaggio competitivo a chi ha meno scrupoli anche per la salute, e anche alla manipolazione da parte di chi ha interesse a distruggere carriere: come finalmente pare dimostrato, e però chi capiva ha sempre pensato, Pantani era "pulito". Dove le virgolette significano che non è che non prendesse niente (andateci con un'utilitaria, sullo Stelvio, e capirete come non si può fare in bici senza avere nei muscoli sangue denso e ricco come marmellata), ma che non si aiutava in maniera significativamente difforme da tutti gli altri, per cui vinceva perché era più forte, punto (come ai loro tempi Bartali e Coppi, che prendevano la bomba come tutti gli altri, o Moser ai tempi del mitico record dell'ora, ottenuto con l'aiuto di Enervit, Conconi e staff - tutti poi condannati per doping - e probabilmente autoemotrasfusione). Ma se io conosco le norme, e ho interesse alla tua sconfitta (anche solo perché scommetterti contro paga tanto), mi basta far si che tu sfori di uno zero virgola il risultato di un test e ti ho precipitato in un inferno, da cui magari poi tu sei troppo fragile per risalire.
...
Parlare di inferno mi ha fatto venire voglia di coccodrillo. Passando a un mondo dove magari non è obbligatorio drogarsi, come nello sport professionistico, ma è stato spesso e volentieri consuetudinario, e magari (come si fa a escluderlo?) utile: la musica pop e rock. Eppure lì lo step mentale mancante nello sport la percezione comune lo ha fatto: nessuno ha mai pensato di "squalificare" Meddle perché i Pink Floyd quando l'hanno composto erano tutti drogati, per fare un esempio di millanta che ne verrebbero in mente. Tra cui, per dire, Teddy Reno, il signor Rita Pavone, quello che cantava Malafemmena nel film di Totò.
La misura è tale che a fare notizia era chi, magari circondato da tipi avvezzi ad ogni sostanza, non aveva bisogno di additivi esterni per accedere al proprio lato oscuro. Come pare sia il caso di uno che in questi giorni ci ha lasciato, e lo ha fatto perché ha voluto farlo, ha preferito farlo piuttosto che vedersi impossibilitato a suonare, in questi giorni.
Eppure a vederlo suonare, Keith Emerson, pareva davvero un posseduto, per cui a nessuno sembrò strano, all'epoca, che fosse proprio lui a comporre e suonare la colonna sonora di Inferno di Dario Argento. Averlo visto su un palco, dietro a un muro di aggeggi elettronici mai visto prima e mai più dopo, è una di quelle esperienze che poi se i ragazzi di oggi persi appresso ai talent show e ai loro idoli li guardi con pena e commiserazione non è che sei vecchio, no, è che sai maledizione che sei stato molto più fortunato di loro.
Stiamo parlando, senza mezzi termini, del più grande tastierista della storia del rock, e di uno dei più grandi pianisti tout court del novecento, uno che veniva dalla classica e ci aveva mischiato per primo il rock, e poi aveva suonato tutto, perfino il ragtime jazz, con cui divenne noto in Italia e lo sentii io per la prima volta da ragazzino in TV. Un paio di anni dopo, entrato nel magico ed irripetuto mondo delle radio libere, mi andai a cercare i vinili degli ELP, in una teoria e pratica dell'archeologia musicale che non avrei più abbandonato. E a un certo punto, alla mia prima trasmissione "vera", dovendo scegliere una sigla, andai quasi in automatico sul gioiello che vi lascio in ascolto. Prendetevi il tempo necessario, amici di Radio Reggio DLF, inizia anche oggi Dimensione cantautori, io sono Gino, loro sono gli Emerson, Lake and Palmer, e questa è Fanfare for the common man...
martedì 8 marzo 2016
OTTO, M'ARZO
Ho l'età e la provenienza geografica per ricordare quando non c'era, la parità dei sessi. Forse il mio contributo di memoria è utile a qualcuno, e altri invece si riconosceranno. Mia nonna chiamava mio nonno per cognome. Per lei per tutta la vita uscire da casa era un'eccezione, c'era il panaro, il cesto per la spesa da tirar su con la corda, e comunque al grosso provvedeva mio nonno. Le rare volte che usciva, portava un fazzoletto in testa, sui capelli legati a tuppo con dei grossi fermagli d'osso, bellissimi quelle poche volte che li ho visti sciolti per lavarli e pettinarli. Tutte lo facevano. Le figlie no, svergognate, ma anche loro cercavano presto marito e a 35 anni se non lo avevano trovato erano definitivamente zitelle, specie se marchiate da un fidanzamento finito male. Ripeto, sono cose che ho visto di persona. In poche si laureavano e quasi tutte in lettere, in poche lavoravano e quasi tutte a scuola. Mia madre, insegnante dell'asilo (non si diceva ancora scuola materna), faceva scandalo perché non voleva sposarsi, sua madre quasi la costrinse ad accettare "in extremis", a 31 anni, il "buon partito" che era mio padre. Le cose cominciarono a cambiare con il 68/77, anche a Reggio Calabria si, sia pur con lentezza e a macchia di leopardo: qualche anno dopo, io potevo ancora trovare mie coetanee con comportamenti più antichi di mia madre e genitori più antichi di mio nonno, ma la norma cambiò. Così la mia generazione si è dovuta arrangiare a imparare i rapporti con l'altro sesso in un'era di transizione, ricevendo valori misti e in contraddizione, e spesso navigando a vista. Ma non fu prima degli anni 80 che si cominciò a contare come disoccupate le donne che non lavoravano, anche perché la crisi dei 70 aveva già ridotto le famiglie a non poter più tirare avanti senza due stipendi. E' una beffa ma non è un caso, e l'ubriacatura finanziaria degli anni 90/2000 ha anche in questo campo nascosto la polvere sotto il tappeto, senza risolvere nulla.
A questo punto devo mettere le mani avanti: sono fermamente convinto della parità dei sessi, che non vuol dire non rispettare le peculiarità, e in ogni situazione al limite ho cercato di tenere questo principio come stella polare (per dire, non ho mai fruito del lavoro di una professionista del sesso, locuzione preferibile alla meno dimostrabile "non ho mai pagato una donna"); inoltre ho sempre dato il mio sostegno per quello che vale a tutte le campagne di diritti della donna e lotta alla violenza sessista eccetera, da bravo militante di sinistra.
Ora, sarà perché mi fa vomitare vedere il partito erede di quella tradizione usare certe vecchie bandiere (questa, le coppie di fatto etero e omo, eccetera) come foglia di fico per nascondere la totale adesione a politiche monetarie ed economiche di destra capitalistica, ho deciso di non farlo più.
Ho sempre pensato che sarebbe stato meglio non festeggiare più l'otto marzo per non averne più bisogno, ma ora penso che non sia il caso di festeggiarlo più assieme a chi persegue politiche in grado di sbriciolare il terreno sotto i piedi a quelle conquiste che dice di voler difendere.
Mi chiedo, anzi, quante delle donne (e degli uomini, perché fa figo) oggi postano mimose e altri messaggi carini sui social network, o magari (meglio) scendono in piazza, sono consapevoli di questa cosa: non puoi essere per le donne e assieme per un partito che se va bene le riporterà al ruolo di fattrici (infatti, manco quello, magari), non per i diritti di genere e assieme per un partito che sta demolendo i diritti di tutti, non per la vita di cui siete custodi inquantodonne e assieme per un partito che ha dato appoggio negli ultimi trent'anni a una serie di guerre sanguinose in mezzo mondo con milioni di morti spesso donne e bambini, guerre che hanno prodotto (secondo me volutamente, ma anche fosse un errore occorrerebbe riconoscerlo e ritirarsi con ignominia, domani, anzi oggi) proprio quei fondamentalismi e integralismi che sono in grado di riprecipitare il mondo a un sistema in cui la parità dei sessi semplicemente non è funzionale.
La parità dei sessi, come l'università per tutti, la libera sessualità, eccetera, sono un lusso. Infatti, sono nate nel momento in cui il socialismo ha costretto il capitalismo a contemperarsi, e stanno retrocedendo assieme al trionfo di questo su quello, complici i partiti che dovevano difenderlo. Se non lo vedi, semplicemente sei stupida, e non ti salva nessuna dichiarazione di parità. Sono un lusso, e quindi devi assolutamente, inquantodonna, sostenere qualunque parte politica si ponga come obiettivo di tornare a farci permettere certi lussi: non quello di sprecare, si quelli civili e civici, tutti.
Se non vi piace il reddito di cittadinanza, chiamiamolo reddito di maternità e diamolo a tutti (allora si a tutti) quelli che in qualunque modo abbiano intenzione di procreare o adottare, e poi magari lei va a lavorare e a casa ci sta lui, che cambia? Provate oggi a fare un figlio con un reddito solo (perché, non vi illudete, lei anche se ha un contratto a tempo indeterminato grazie al jobs act si ritrova licenziata appena si vede la pancia), magari non stabile o con un mutuo sul groppone...
Oppure, troviamo un modi di ridimensionare il sistema in modo che sia di nuovo possibile, come fece mio nonno, crescere quattro figli con uno stipendio solo. Vivevano in un bilocale, ma glielo aveva dato lo Stato. E mia nonna lo sapeva, di essere la regina di quel clan, anche se alcune regole connesse a quel ruolo erano scomode. Chiedete ai musulmani, anzi alle musulmane, se funziona e vedete cosa vi rispondono. E capirete perché o troviamo il modo di riportare il mondo in una fase di sviluppo pacifico e armonico con l'ambiente, in cui nessuno avrà più necessità di migrare, o la guerra già in corso si manifesterà in tutta la sua evidenza. E la perderemo.
Per cui oggi niente condivisioni di mimose su facebook, la mia ve l'ho detta, auguri a tutte, io mollo.
A questo punto devo mettere le mani avanti: sono fermamente convinto della parità dei sessi, che non vuol dire non rispettare le peculiarità, e in ogni situazione al limite ho cercato di tenere questo principio come stella polare (per dire, non ho mai fruito del lavoro di una professionista del sesso, locuzione preferibile alla meno dimostrabile "non ho mai pagato una donna"); inoltre ho sempre dato il mio sostegno per quello che vale a tutte le campagne di diritti della donna e lotta alla violenza sessista eccetera, da bravo militante di sinistra.
Ora, sarà perché mi fa vomitare vedere il partito erede di quella tradizione usare certe vecchie bandiere (questa, le coppie di fatto etero e omo, eccetera) come foglia di fico per nascondere la totale adesione a politiche monetarie ed economiche di destra capitalistica, ho deciso di non farlo più.
Ho sempre pensato che sarebbe stato meglio non festeggiare più l'otto marzo per non averne più bisogno, ma ora penso che non sia il caso di festeggiarlo più assieme a chi persegue politiche in grado di sbriciolare il terreno sotto i piedi a quelle conquiste che dice di voler difendere.
Mi chiedo, anzi, quante delle donne (e degli uomini, perché fa figo) oggi postano mimose e altri messaggi carini sui social network, o magari (meglio) scendono in piazza, sono consapevoli di questa cosa: non puoi essere per le donne e assieme per un partito che se va bene le riporterà al ruolo di fattrici (infatti, manco quello, magari), non per i diritti di genere e assieme per un partito che sta demolendo i diritti di tutti, non per la vita di cui siete custodi inquantodonne e assieme per un partito che ha dato appoggio negli ultimi trent'anni a una serie di guerre sanguinose in mezzo mondo con milioni di morti spesso donne e bambini, guerre che hanno prodotto (secondo me volutamente, ma anche fosse un errore occorrerebbe riconoscerlo e ritirarsi con ignominia, domani, anzi oggi) proprio quei fondamentalismi e integralismi che sono in grado di riprecipitare il mondo a un sistema in cui la parità dei sessi semplicemente non è funzionale.
La parità dei sessi, come l'università per tutti, la libera sessualità, eccetera, sono un lusso. Infatti, sono nate nel momento in cui il socialismo ha costretto il capitalismo a contemperarsi, e stanno retrocedendo assieme al trionfo di questo su quello, complici i partiti che dovevano difenderlo. Se non lo vedi, semplicemente sei stupida, e non ti salva nessuna dichiarazione di parità. Sono un lusso, e quindi devi assolutamente, inquantodonna, sostenere qualunque parte politica si ponga come obiettivo di tornare a farci permettere certi lussi: non quello di sprecare, si quelli civili e civici, tutti.
Se non vi piace il reddito di cittadinanza, chiamiamolo reddito di maternità e diamolo a tutti (allora si a tutti) quelli che in qualunque modo abbiano intenzione di procreare o adottare, e poi magari lei va a lavorare e a casa ci sta lui, che cambia? Provate oggi a fare un figlio con un reddito solo (perché, non vi illudete, lei anche se ha un contratto a tempo indeterminato grazie al jobs act si ritrova licenziata appena si vede la pancia), magari non stabile o con un mutuo sul groppone...
Oppure, troviamo un modi di ridimensionare il sistema in modo che sia di nuovo possibile, come fece mio nonno, crescere quattro figli con uno stipendio solo. Vivevano in un bilocale, ma glielo aveva dato lo Stato. E mia nonna lo sapeva, di essere la regina di quel clan, anche se alcune regole connesse a quel ruolo erano scomode. Chiedete ai musulmani, anzi alle musulmane, se funziona e vedete cosa vi rispondono. E capirete perché o troviamo il modo di riportare il mondo in una fase di sviluppo pacifico e armonico con l'ambiente, in cui nessuno avrà più necessità di migrare, o la guerra già in corso si manifesterà in tutta la sua evidenza. E la perderemo.
Per cui oggi niente condivisioni di mimose su facebook, la mia ve l'ho detta, auguri a tutte, io mollo.
mercoledì 2 marzo 2016
IT TAKES LOVE...
E' come quando sei arrivato a casa e hai messo sul piatto del tuo rack (una roba che dopo 35 anni ancora funziona alla grande) il nuovo lp dei Dire Straits Love Over Gold, in particolare la lunghissima prima traccia Telegraph road, e, mentre una manfrina di suoni rarefatti sembrava darti il tempo di rilassarti e maneggiare incuriosito la copertina col fulmine, è partita quella schitarrata a tradimento che ti ha strappato le frattaglie dalla bocca dello stomaco tipo Alien, e tu che eri già un knopfleriano dagli inizi quella sensazione non te la saresti più scordata.
Come quando hai cominciato a pensare, appena adolescente, che qualcosa non quadrava nei raccontini di cui ti avevano riempito la testa fin da piccolo, che quel Gesù se era esistito davvero doveva essere stato molto lontano dall'immagine oleografica che ti presentavano, e che la spiritualità è nell'uomo e non fuori o sopra di lui, e si presenta in molte, moltissime forme.
Come quando hai cominciato a sentire la macchina come un estensione del tuo corpo, e forse era facile visto che avevi una Fiat 500, e a compatire quelli che invece di dominarla ne sono dominati, e maledizione sono la maggioranza perché bisogna vendere le auto e quindi regalare le patenti.
Come le cose inventate per sbaglio, magari senza manco arricchirsi, come il Das o il Post-it ad esempio, o le persone incontrate per caso. O come quelle invenzioni che possono fare del bene a tutti, tanto costano poco, o quelle amicizie gratuite ed eterne.
Come le idee quando riescono a realizzarsi, e resistono per decenni all'assedio, lasciando un esempio al mondo anche se e quando si arrendono. Come la Cuba di Fidel.
Come quando hai iniziato a fermarti e seguire le partite di calcio solo quando le commentava quel gran genio di un telecronista, al secolo Beppe Viola, che maledizione poi è morto giovane, anche se cantava che "il cuore è a posto".
E' come tutte queste cose e molte altre, quando vedi le cose belle, la qualità in azione e la quantità in castigo. Come quando ti capita di vedere partite come quella tra la Radwanska e la Vinci, chissenefrega chi ha vinto e chi ha perso, a Doha 2016.
Come quando hai cominciato a pensare, appena adolescente, che qualcosa non quadrava nei raccontini di cui ti avevano riempito la testa fin da piccolo, che quel Gesù se era esistito davvero doveva essere stato molto lontano dall'immagine oleografica che ti presentavano, e che la spiritualità è nell'uomo e non fuori o sopra di lui, e si presenta in molte, moltissime forme.
Come quando hai cominciato a sentire la macchina come un estensione del tuo corpo, e forse era facile visto che avevi una Fiat 500, e a compatire quelli che invece di dominarla ne sono dominati, e maledizione sono la maggioranza perché bisogna vendere le auto e quindi regalare le patenti.
Come le cose inventate per sbaglio, magari senza manco arricchirsi, come il Das o il Post-it ad esempio, o le persone incontrate per caso. O come quelle invenzioni che possono fare del bene a tutti, tanto costano poco, o quelle amicizie gratuite ed eterne.
Come le idee quando riescono a realizzarsi, e resistono per decenni all'assedio, lasciando un esempio al mondo anche se e quando si arrendono. Come la Cuba di Fidel.
Come quando hai iniziato a fermarti e seguire le partite di calcio solo quando le commentava quel gran genio di un telecronista, al secolo Beppe Viola, che maledizione poi è morto giovane, anche se cantava che "il cuore è a posto".
E' come tutte queste cose e molte altre, quando vedi le cose belle, la qualità in azione e la quantità in castigo. Come quando ti capita di vedere partite come quella tra la Radwanska e la Vinci, chissenefrega chi ha vinto e chi ha perso, a Doha 2016.
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