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venerdì 12 maggio 2017

VAFFACCINI

Questa volta la cronaca (un ministro vuole condizionare l'ammissione alle scuole alle vaccinazioni, un altro giustamente gli ribatte che sarebbe incostituzionale) mi impone l'autocitazione (da questo post):
Alcuni vaccini hanno efficacia provata, e effetti collaterali statisticamente trascurabili. Sono quelli che, infatti, hanno ottenuto la patente di "obbligatori". Se altri sono solo "facoltativi", nonostante la potenza economica delle lobby farmaceutiche (su dove possono arrivare sorvoliamo...), vuol dire che lo Stato non se la sente di renderli obbligatori, sussistendo una certa probabilità di dover pagare caro chi si ammala o peggio. Di quelli "consigliati" o ancora meno non parlo proprio, basta l'esempio di quelli dell'influenza a dimostrare che l'efficacia di questa pratica in casi in cui si può avere a che fare con tanti virus o anche solo varianti dello stesso è decisamente discutibile. Per cui o mi obblighi e ti prendi la responsabilità se mi succede qualcosa di male o te li fai tu, così se io e i miei figli ci ammaliamo comunque non possiamo attaccarvi niente, giusto? o la logica la buttiamo nel cesso?
P.S. L'autismo come effetto collaterale è nel bugiardino. Avete letto bene: E' NEL BUGIARDINO!
...e pensare che basterebbe la logica, questa sconosciuta...
Insomma, non so se perché l'imposizione del pensiero unico, anche contro la logica più elementare (vedi immagine), è essa stessa misura del proprio potere, o se perché stiamo parlando di committenti tra i più munifici del pianeta, la strada dell'obbligo incondizionato è sempre più gettonata, a danno di qualunque posizione nemmeno di moderato scetticismo ma direi di volontà di aperta discussione (tanto soft da essere suscettibile di essere accusata di scarsa coerenza dai duri e puri). Se metti in discussione il monopensiero ti chiudo il progamma, o ti faccio radiare dall'albo in quanto untore, tanto chi non spulcia su Internet non saprà mai che la tua posizione era tutt'altro che antivaccinismo dogmatico... Anche perché intanto la TV e i giornali stanno montando un'altra epidemia...
Insomma, anche non volendo credere a tutte le perplessità sulla sperimentazione dei vaccini (che sarebbe diversa e meno rassicurante di quella dei farmaci), o seguire il filo logico di chi c'è dietro alle associazioni che ne hanno fatto la loro bandiera (per magari arrivare alla questione immigrazione), c'è da tenere acceso il cervello. Magari leggendosi questo lunghissimo e serio approfondimento (è in quattro parti, i link alle tre seguenti in fondo alla prima) dal titolo La verità sui vaccini.
Chiudo allora con un'altra autocitazione:
A me sembra di aver espresso una serie di perplessità logiche e metodologiche rilevanti, non voglio aver ragione, voglio solo poter essere libero di argomentare: ho torto? E se anche avessi torto, questi hanno diritto a oscurarmi il sito? Hanno diritto di zittire tutti quelli che non sono d'accordo con le loro tesi, etichettando come "bufale" le opinioni discordanti? Di più: hanno diritto di imporre i vaccini a tutti, contro l'evidenza scientifica, contro la Costituzione, contro l'Habeas corpus, contro (se non mi vaccino posso far danno solo a me stesso o ad altri che non si vaccinano, quelli più bravi di me che si vaccinano se il vaccino funziona possono stare tranquilli, o no?) la stessa più elementare logica? Si? E io posso almeno, mentre mi accodo disciplinatamente per la punturina anche se temo il peggio, pensare e dire che tutto ciò mi ricorda un certo Mengele, oltre che puzzarmi lontano un miglio di acquiescenza sospetta ai desiderata delle multinazionali farmaceutiche, oppure devo non solo vaccinarmi a forza, ma anche smettere di parlare e se possibile di pensare?

venerdì 21 novembre 2014

TORSAPIE'

Parlare di Tor Sapienza ha per me un significato particolare, sia perchè ci ho vissuto per quattro anni nei primi 90, sia perchè il mio capufficio di allora, un pugliese simpaticissimo, affettuosamente mi aveva affibbiato il nomignolo di cui al titolo per fare una sintesi tra la mia residenza e la mia tendenza naturale a fare il saputello.
Abitavo allora in un palazzone anni 70 che pareva nato per ospitare un ospedale o un albergo della DDR, tali erano i lunghi corridoi interni su cui si aprivano i portoncini degli appartamenti. Accanto c'era un piccolo centro commerciale, uno dei primi ad aprire a Roma. Oggi non c'è più: i grossi centri hanno ucciso anche i loro fratellini, non solo i piccoli esercizi in strada. Lo stabile era brutto e grigio (ora l'hanno ridipinto mattone e salmone - vedi foto 1), ma era una reggia a confronto degli edifici di via Morandi (vedi foto 2) teatro degli episodi oggi in cronaca. Quelli, ogni volta che ci passavo, come ogni volta che passo per Tor Bella Monaca o Corviale (e tutte le zone simili della cintura romana), mi sorprendo a pensare che non ci sarei mai voluto crescere dentro, e non ci avrei mai fatto crescere mio figlio: sembra quasi che sia proprio l'architettura a spingere alla droga o qualsiasi altra piaga sociale...
Sul perché e percome Roma sia piena di periferie degradate come e più di questa bisognerebbe riguardare e mandare a memoria una vecchia puntata di Report (che ho già commentato), ma la sintesi è: in Italia l'unica vera molla di ogni opera pubblica è arricchire più o meno lecitamente qualcuno, nella fattispecie i palazzinari di ogni fazione politica, e se ci sono ricadute positive sulla popolazione sono del tutto incidentali come quelle - più probabili - negative.
Di fatto questi quartieri dormitorio sono raggiunti male dai mezzi pubblici (ai miei tempi se eri senza macchina dopo le otto di sera per rincasare la cosa più veloce era farsi quattro chilometri a piedi dribblando le prostitute, e la situazione non è migliorata mentre la popolazione vi è cresciuta) e non hanno nessun "centro" fisico, per cui i volenterosi (e ce n'è tanti) per organizzarvi un minimo di vita sociale devono fare le acrobazie.
In questo contesto la crisi economica interviene come una bomba a grappolo: ci sarebbero problemi anche se tutti avessero un reddito sufficiente per una vita dignitosa, figurarsi così. E le bombe a grappolo colpiscono a caso: quelli che hanno un qualche grado di cultura e quelli che non ce l'hanno, quelli che hanno un minimo di autocoscienza di classe e quelli che non ce l'hanno, e due decenni di berlusconismo hanno adempiuto benissimo la loro mission di riportare quelli che non ce l'hanno alla maggioranza assoluta. Quindi era assolutamente da prevedersi da un momento all'altro reazioni non inquadrabili nel "politically correct". Il miracolo era stato il 30% del moVimento alle politiche, che fa capire bene quanto importante è stata e potrebbe ancora essere (?) la funzione democratica del grillismo (e quando a sinistra questa cosa verrà capita, ammesso che lo sarà mai, sarà sempre troppo tardi), ora siamo nella normalità, con la guerra tra poveri senza coscienza di essere sulla stessa barca  (i capponi di Renzo: la metafora migliore della letteratura manzoniana) e con la destra che strumentalizza e fomenta la protesta in chiave anti-immigrati e in funzione di un suo ritorno al desco dove ha magnato per troppo poco (ma abbastanza per capire che non c'è differenza, anzi essendo affamati si strafocano).
Per disinnescare le mille Tor Sapienza pronte ad esplodere servirebbe una politica monetaria espansiva (con al centro il reddito di cittadinanza o il lavoro (si, anche statale) garantito per tutti - eccome, caro Adinolfi - e case popolari all'europea anziché all'italiana) gestita da una classe dirigente onesta. Per qualche decennio. Cioè l'uscita dall'Euro (si, anche se conviene al Dollaro) e un governo a 5 stelle senza bastoni tra le ruote esterni o cedimenti interni alla linea del rigore (tipo eccezioni al divieto di ricandidatura dopo due mandati). Cioè, mi rendo conto, una rivoluzione, un'utopia. Ma l'alternativa è proseguire su questa china come una valanga in una valle senza fondo, lo vedrete. Anche con trovate senza capo nè coda come questa per il ritorno alla terra dei giovani: come dire, in riggitano, che il governo ha risposto alla richiesta di lavoro dei nostri ragazzi con un "va zzappati u favu", un modo come un altro di mandarti a quel paese (il film è scarso ma il plot è attualissimo...).

 

giovedì 21 ottobre 2010

COL FILTRO

Ho ricevuto un messaggio privato su Facebook che mi contesta beffardamente l'autodefinirmi "controinformatore" quando non farei altro che unirmi al coro antiberlusconiano tenuto da un elenco di soggetti e testate di TV e giornali che non riporto tanto sono prevedibili. Il messaggio non proviene da uno dei miei "amici", il che forse significa che questo blog comincia ad essere relativamente seguituccio (qui le statistiche degli articoli postati anche sulla piattaforma Net1news, niente male davvero...), forse dimostra i problemi di privacy connessi all'utilizzo dei social network, di cui personalmente non m'importa ma di cui dovrebbe essere meglio edotto (e messo in grado di intervenire molto più facilmente di quanto non sia) chi invece ci tenesse. A quel signore ho dato una risposta privata dal tono cortese incrinato soltanto un minimo per rimproverargli di essere scarsamente originale nel ripetere la (falsissima e facilmente dimostrabile tale) giaculatoria berlusconiana sull'informazione (come la giustizia) tutta in mano alla sinistra. Ma evidentemente anche un piccolo blog come questo necessita ogni tanto che il suo estensore torni sulla linea editoriale...
Un vecchio saggio di Giovanni Sartori, uno dei pochi che in Italia capisce davvero di politica e infatti da sempre tenuto fuori dalla stessa, ha descritto agli albori dell'era berlusconiana l'analfabetismo di ritorno costituito dal prevalere della televisione sugli altri mezzi di comunicazione, e i rischi connessi. La televisione privilegia l'immagine alla parola, e per ciò stesso produce una regressione nel, del, o meglio dal pensiero. Un popolo che non legge libri e quotidiani, ma guarda tanta TV, è facilmente manipolabile. L'immagine è autoevidente, quindi stabilire quali immagini devono giungere al telespettatore è eminentemente politico, quindi stabilirsi nella posizione di chi controlla il mezzo è precondizione della presa del potere. Tutto questo avveniva infatti, secondo piani di cui si è rinvenuta copia nella borsa di Licio Gelli e che lo stesso oggi rivendica orgogliosamente, molti anni prima della famosa "discesa in campo". E qui risiede il peccato originale degli ultimi diciott'anni di vita politica nostrana, l'aver consentito a un concessionario di pubblico servizio di essere eletto in Parlamento, da cui derivano tutti gli altri mali.
Qui, caro il mio amico-non-amico-di-Facebook, destra e sinistra non c'entrano nulla, tanto è vero che l'ingresso di Berlusconi in politica è avvenuto a destra dichiaratamente perchè a sinistra i posti erano occupati, e ha spinto dall'altra parte, che da allora è improprio chiamare sinistra, tutta una serie di personaggi a lui incompatibili per motivi vari, dall'amor proprio all'opportunismo, altrimenti ascrivibili alla destra: da Montanelli a Travaglio a Fini (Massimo, di Gianfranco ancora dobbiamo vedere), passando per Dini, Letta jr e Di Pietro. E non c'entrano nulla nemmeno le trasmissioni "avversarie" del premier, Anno zero, Ballarò, Report, Crozza Italia, Parla con me: lì è ancora il linguaggio verbale a dominare, dunque il loro target è poca cosa rispetto al grosso del pubblico televisivo; se vengono attaccate non è perchè siano realmente pericolose ma per voglia di stravincere, e soprattutto per dire a nuora perchè suocera intenda. La politica berlusconiana, infatti, passa per i telegiornali infarciti oltremisura di cronaca nera, i rotocalchi di finto approfondimento mattutino e pomeridiano, i fustigatori superficiali di Striscia e Le iene, il sistema di valori introiettato nei giovani generazione dopo generazione da talent show, reality, finti processi e finte liti familiari, insomma tutto l'ambaradam messo su fin dagli anni 80 per spingere gli italiani a disinteressarsi della politica, cioè dei loro stessi interessi materiali. I programmi di approfondimento verbale possono incidere ben poco, in tutto ciò, e infatti per attrarre spettatori la buttano sul comico o sulla rissa, o rimestano nel torbido come Vespa (il vero "servitore" pubblico: dovesse emergere un nuovo padrone di sinistra, lo vedremmo saltare verso di lui meglio di Ferruccio Soleri). Dire a nuora perchè suocera intenda: queste trasmissioni vengono attaccate non perchè si teme che possano convincere un berlusconiano a diventare anti o perchè zittendole si speri che diminuiscano gli antiberlusconiani, ma con la stessa logica per cui venivano sterminati gli indiani in riserve sempre più piccole, la stessa per cui è sempre colpa dei Rom: accreditare ulteriormente presso i berlusconiani l'immagine fasulla del loro beniamino come salvatore della Patria accerchiato. La manutenzione della maschera sul volto del tiranno.
A proposito Beppe Grillo proclama che la televisione è morta, ma il suo è un annuncio in stile televisivo, con annessa speranza di autoadempiersi, a favore della Rete. Ma ancora Sartori nello stesso vecchio libro avvertiva non c'è differenza di sintassi tra la Tv e il web, e infatti anche qui chi privilegia la logica razionale del linguaggio verbale già si trova in minoranza, disperso in un flusso troppo grande di informazioni scritte in linguaggio visivo o paravisivo. E anche riuscendo ad evitare queste ultime, orientarsi nel flusso informativo nel mare magno di Internet può essere davvero troppo dispendioso per una persona mediamente impegnata. E' dalla percezione di questa esigenza, dal faticoso apprendimento ad assolverla, che nasce la voglia di condividere attraverso un blog gli strumenti appresi. Come aver scoperto un filtro che rende l'aria un pochino più respirabile, e volerlo condividere con amici e conoscenti intanto, e poi non si sa mai. Ci sarà anche dell'esibizionismo, ma senza introiti monetari, e chi non condivide il criterio di questo filtraggio può semplicemente allontanarsi. Invece il criterio secondo cui è stato scientemente riplasmato questo Paese, e che c'entra molto meno con sinistra e destra che con gli interessi personali di un soggetto senza scrupoli, informa la vita di tutti noi in maniera sempre più pervasiva e imprescindibile: dopo la "riforma" della scuola, arrivano quella della giustizia e quella del fisco, e visto quanto si è già potuto capire del federalismo fiscale saremo sempre gli stessi a piangere.

sabato 6 settembre 2008

NO AL PARCHEGGIO DEL PINCIO

Chi ancora si chiedesse come sia stato possibile che una città di sinistra come Roma sia finita alla destra, deve leggere la Repubblica di oggi per avere una risposta definitiva. Vi trova un'intervista al sindaco Alemanno significativamente intitolata "perchè non voglio fare quel parcheggio al Pincio", in cui tra l'altro spiega che per revocare l'appalto senza conseguenze ha bisogno dell'appoggio dei Beni culturali, Ministero e Sovrintendenza (che dovrebbe riconsiderare un parere già aspresso).
La questione, che ha scomodato persino Adriano Celentano al Festival del Cinema di Venezia, va inserita in un contesto più ampio, per essere compresa appieno. Potrebbe essere utile, ad esempio, guardare il pugno nell'occhio rappresentato dalla nuova scatola dell'AraPacis, commissionata a caro prezzo a un architetto straniero che evidentemente non ha capito nulla di Roma (e va bene che si stava rovinando nella scatola vecchia, ma non era proprio possibile aggiustarla o farne una con criteri di clima moderni e aspetto più organico ai dintorni?). Oppure riguardarsi tutta la puntata I re di Roma di Report, di cui riportiamo da youtube lo stralcio relativo a Ponte di Nona, una città a est della Capitale costruita attorno a un mostruoso centro commerciale e nient'altro, dove infatti la gente va a passeggiare la sera, vicino al multisala. Ma la cosa decisiva sarebbe ragionare intorno alla Metro C, opera faraonica e quasi inutile, che da anni rovina e per anni rovinerà la vita ai romani per via dei lavori, per fornire loro alla fine un collegamento che ripercorre (ok, potenziandolo, ma non era possibile diversamente? sicuri?) il percorso delle Ferrovie Laziali per due terzi, collegando la linea B e la A nel tratto tra Colosseo e Piazza del popolo, per finire poco oltre a Prati.
Senza essere ingegneri, si può capire che scavare un chilometro di galleria ferroviaria sotto il Colosseo, evitando da un lato i reperti archeologici dall'altro le falde acquifere, costa quanto fare una metropolitana di superficie in periferia per decine di chilometri. Senza essere urbanisti, si può guardare la cartina di Roma e notare come sia piena di buchi tra le zone urbanizzate, e tolti i parchi il più grande dei quali è quello dell'Appia antica, la maggior parte di questi sia attorno ai fiumi e soprattutto ai binari dei treni. Poi se guardiamo la cartina di Parigi scopriamo che binari dei treni in superficie cominciano a vedersi solo in lontana periferia, e che non c'è nemmeno la Stazione centrale. Che hanno fatto, sti geniacci? L'hanno trasformata in museo (il famoso Quay d'Orsay, coi quadri degli impressionisti), e hanno stabilito che le stazioni periferiche avrebbero visto partire e arrivare i treni verso i 4 punti cardinali, e sarebbero state collegate tra loro da una serie di sotterranee ricavate senza sforzo e relativamente in economia interrando i binari dove erano prima e restituendo alla città sotto forma di strade e spazi pubblici quello che avanzava e restava sopra le gallerie. Se si facesse a Roma, magari con una legge speciale (che ce vo? sarebbe una in più tra le tante) che conferisse alla Capitale il demanio ferroviario sul suo territorio, si risolverebbero forse per sempre i suoi problemi di traffico in centro e tra quasi tutte le periferie con una spesa complessiva inferiore a quella di una frazione della nuova linea C. Che invece costando uno sproposito farà solo risparmiare mezzora a chi vive lungo la Casilina e 10 minuti a chi deve recarsi da San Giovanni al Flaminio che non dovrà più cambiare a Termini.
Ora, è sicuramente vero che la campagna elettorale è stata fortemente falsata dal pompaggio mediatico sul tema della sicurezza. Ma è anche vero che la gente non è tutta stupida stupida. Che se un'amministrazione per anni indugia su opere con sfavorevolissimo rapporto tra costi e utilità a qualcuno qualche sospetto viene, che chi le realizza è quasi augurabile che sia disonesto perchè l'alternativa è peggiore, per un amministratore.
Tornando all'attualità: anche senza voler considerare le questioni ambientalistiche e archeologiche, quanto ne guadagnerebbe la mobilità romana da 700 posti auto vicino piazza del Popolo? E quanto ne perderebbe da un'ulteriore pedonalizzazione totale senza corrispettivo miglioramento dei trasporti pubblici tra le periferie? E soprattutto, tutto ciò, a che prezzo?
Alemanno fiuta l'aria, e si dissocia. Sulla metro C non può, non vuole e non gli conviene: l'affare è troppo grosso e troppo avanti. Il mostruoso centro commerciale all'Eur è cosa fatta, e va nel mazzo degli obbrobbri di Lunghezza, Porta di Roma e Parco Leonardo (dove chi ha comprato casa nei posti che venivano spacciati come di maggior prestigio - affaccio sulla passeggiata pedonale - è costretto dalla caciara consumistica a tenere le serrande abbassate coi cartelli vendesi sopra). Poi risenti la parte della puntata di Report in cui si intervista un francese che spiega come si fa a Parigi: il Comune compra i terreni su cui sorgerà la nuova Centralità, li riconverte da agricoli ad edificabili (da noi la norma sono i condoni ai costruttori abusivi), fa il progetto, realizza la metropolitana, POI lottizza e vende ai costruttori che devono realizzare gli alloggi secondo il progetto già fatto, e pagare in appartamenti che poi il Comune affitta o vende a prezzi politici uguali per tutto il territorio cittadino (!!! - avete letto bene). Se non bastasse, a domanda precisa dell'intervistatore italiano, il francese strabuzza gli occhi è risponde più o meno così: "centro commerciale? non si possono costruire a Parigi centri commerciali! Uccidono il tessuto sociale ed economico dei quartieri..."

giovedì 17 luglio 2008

LA STORIA SIAMO NOI

Visto ieri notte il reportage de La storia siamo noi di Gianni Minoli sulla Salerno - Reggio Calabria.
Sembra un periodo semplice semplice ma invece va commentato punto per punto.
Visto ieri notte. Se tutte le sere, magari non a mezzanotte, la Rai mandasse in onda un reportage del genere, anche di argomento più frivolo ma trattato con lo stesso rigore professionale, si accetterebbe di pagare il doppio del canone, o magari lo stesso ma volentieri.
Il reportage. Morto Enzo Biagi, e purtroppo anche prima che morisse, questo fondamentale genere giornalistico è scomparso dalla televisione italiana. La storia siamo noi costituisce un'eccezione. Neanche il tanto lodato Report di Milena Gabanelli è all'altezza: è secondo in classifica ma con distacco, perchè ha registrato più di una caduta di stile e qualità dell'informazione (nel senso tecnico del termine: vicinanza alla fonte - se riporti cose dette da altri senza verificarle la qualità scende), e dietro c'è letteralmente il vuoto.
La storia siamo noi. E' un periodo che le frasi di DeGregori dimostrano in maniera lampante la loro profetica verità. Meglio di questa, portata su dal risultato delle ultime elezioni politiche, solo "legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di Mastrolindo a organizzare la fila".
Gianni Minoli. E' questa la notazione più significativa. E prescinde da chi siano i bravi professionisti che hanno realizzato il programma: ce n'è tanti, ma se possono o meno fare bene il loro mestiere dipende dal Direttore. E qui è Minoli, craxiano di ferro, in Rai da una vita. Ai suoi tempi, era il peggiore, tanto da essere oggetto di una feroce quanto azzeccata caricatura di Corrado Guzzanti. Oggi, è il migliore. E, a parte qualche aggiustamento dei toni forse dovuto all'età, lui non è cambiato. Quanto fa due più due?
La Salerno - Reggio Calabria. Il reportage ha detto tutto: deviata dal suo percorso naturale per le pressioni politiche per interesse elettorale e personale del socialista cosentino Giacomo Mancini, i lavori iniziano nei primi anni 60 e praticamente non finiscono mai; la ristrutturazione avviata nel 1996 dall'allora ministro Di Pietro finalizzata soltanto a continuare a chiamarla autostrada secondo i canoni europei (visto che per 400 dei 443 chilometri resterà a due corsie!), sullo stesso tracciato della precedente (farla altrove sarebbe costato meno, avrebbe avuto impatto zero sul traffico, e alla fine avrebbe lasciato due percorsi alternativi), oggi si dice sarà completata nel 2012. Ma il giornalista se l'è fatta tutta in macchina e ha mostrato a tutti, e non solo ai poveretti che sono costretti a percorrerla, che ciò non sarà mai possibile. La parte più bella? La gragnuola di dichiarazioni dei vari ministri succeduti a Di Pietro, e dello stesso Berlusconi a Porta a Porta, sulla data di completamento, sempre qualche anno dopo la dichiarazione stessa. E l'alternanza dei due volti di un ingegnere, 37enne all'avvio dei lavori e anziano oggi, disincantato e ironico adesso, convinto allora nell'asserire che "da Salerno a Reggio si passerà dalle 10 ore di prima dell'autostrada alle 4 scarse dopo". Si, llallero! Da qualche anno a questa parte se non sei fortunato impieghi delle ore per arrivare a Reggio da Gioia Tauro...
La logica deduzione alla visione del programma, per i pochi che erano davanti alla tv a quell'ora, sarebbe un argomento in più al NO AL PONTE SULLO STRETTO. Forse è per questo che non vedremo mai programmi simili in prima serata.

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