giovedì 5 luglio 2018

21 - CHI “CHE” C’E’

Come promesso, approfitto del cambio di grafica che ogni anno faccio a inizio luglio come regalo di compleanno al blog (è il decimo, mizzica!), per mettere in sfondo le immagini, una minima frazione di quelle che si potevano trovare, ancora molto meno di quelle che io e altri tifosi storici ci portiamo dentro, della mitica Viola Reggio Calabria, che vedrete anche stavolta risorgerà dalle ceneri in cui è stata volutamente ridotta.
La cosa non è fuori tema, dato che il basket è anche l'argomento dell'ultimo racconto (prima del lungo e articolato cappello finale) di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi), che è anche l'ultimo scritto, già nel 1999. Manu Ginobili ancora doveva sbarcare a Reggio Calabria, dove giovanissimo avrebbe già dimostrato la sua enormità prima di esplodere in una carriera incredibile che ancora continua oltre vent'anni dopo, per cui non è a lui che mi ispiravo. C'entra invece la mia già annosa allora passione per il basket in generale e la Viola Reggio Calabria in particolare, e in qualche modo l'avere sfiorato (e non senza rimpianti) la generazione di chi il poster di Che Guevara a casa proprio non gli poteva mancare. Così mi è nata l'idea che uno dei 21 campioni chiamati a rappresentare la chance di perpetuazione della razza umana fosse un asso dello sport, condannato dall'animazione sospesa a sognare e risognare di quando, alla sua prima consacrazione nel gotha del basket mondiale, fece l'outing della sua eroica ascendenza. Vencereemos, aadelante-e!

21 - CHI “CHE” C’E’

Ecco, lo speaker sta chiamando tutti gli altri uno per uno, e il pubblico esplode in ovazioni! Dio, quanta gente! Ma perché mi emoziono tanto? Calmo, ragazzo: oramai è dall’inizio del campionato che hai a che fare con platee del genere! Ma, Cristo, qui tengono tutti per me…! E ci sono centinaia di milioni di telespettatori al mondo che ci guardano. Ho il cuore in gola. Non mi pare vero, solo un anno fa…
Non ti distrarre, stronzo: tocca quasi a te.
“20 anni, ala forte, 2 metri e 12 per 113 chili, da Cuba, per i Miami Heat, RICARDO GUEVARAAAAAA!”.
Non capisco più niente. Sono io, qui, in mezzo a questi campioni che qualche anno fa guardavo in TV? In mezzo a questo pubblico? Sentili: “RICKY, RICKY, RICKY”….sono io. Li saluto, a braccia alzate. Vincerò la gara delle schiacciate con queste braccia, nell’intervallo: sono sicuro! E a fine stagione sarò il rookie migliore della Lega. Così, in mezzo al rombo della folla, mi gira tutto intorno, e rivivo l’ultimo anno e mezzo in un flashback come quelli del cinema.
L’infortunio alla caviglia, non grave, all’inizio della mia seconda stagione con la St.Louis University (nella prima, trionfale, avevamo vinto il titolo, io avevo 18 anni ed ero stato eletto MVP), cadde quasi sotto Natale: io mancavo da casa da tanto tempo, così decisi di rientrare al mio villaggio nei pressi dell’Avana. La povertà in quelle periferie non era diminuita molto dalla fine dell’embargo, almeno a sentire nonno Enrique, e d’altra parte quella situazione veniva difficile immaginarsela molto peggiore. Con la morte di Castro, mi diceva, non c’era più nessuno a difendere la Révolucion, e piuttosto che finire in mano a un dittatorucolo i cubani avevano deciso che tanto valeva provare a fare a modo loro. Degli americani, cioè. Si sono “democratizzati”: si dice così: Libere elezioni.
Risultato? Come previsto: i ricchi erano più ricchi, i benestanti più numerosi, ma i poveri erano sempre poveri, e in più andavano perdendo quella speciale solidarietà che li aveva aiutati a sopravvivere sotto il cappio americano alla fine del secolo scorso. Io non mi interessavo di politica, ma non ci voleva molto a capire queste cose.
Inoltre non vedevo mio nonno da anni: mio padre mi aveva portato via da Cuba che ero bambino, per sottrarmi al mio destino diceva, e per lo stesso motivo non era voluto mai tornare. Ma io ora ho i miei soldi, e l’infortunio mi ha dato il tempo, così eccomi a tu per tu col mio amato Enrique. Che ovviamente se ne approfitta: prima mi lavora ai fianchi con le condizioni materiali dei miei fratelli, raccontandomele e facendomele vedere, poi affonda con la storia di suo nonno Ernesto.
Ed ecco che io anziché tornare in America prendo un aereo per Buenos Aires, compro una moto e cominciò a vagabondare. Ho un libro in tasca, ma non ne seguo le tracce, non letteralmente almeno. Non serve: troppe cose sono simili, troppe le riconosco senza averle mai viste. Risalgo le pampas, attraverso le Ande ed entro in Perù; mi fermo sempre dove capita, ma non mi perdo Cuzco: io sono nero ma lì mi sento indio, anzi non percepisco più la differenza. Perché, dov’è? Poi, sul libro non c’è (non ci può essere, a pensarci bene) ma io lo trovo lo stesso, un certo posto di polizia nell’entroterra boliviano.
Arrivo in Messico, e improvvisamente mi rendo conto che sono passati dei mesi: chiamo Saint Louis senza neanche essermi preparato cosa dire, ma non serve. Sono felici di sapermi vivo e sano, credevano mi avesse rapito chissachì. Sto per dirgli la verità, ma mi fermo un attimo, faccio cadere la linea. Cosa debbo fare della mia vita, Ernesto, cosa, nonno Enrique? Cosa devono rispondermi, se non quello che voglio sentire, quello che è giusto, quello che è nei miei valori prima che in quelli che proietto in loro? Sii te stesso, fai bene ciò che sai fare, e non scordarti mai dei tuoi fratelli. Anche se hai l’asma, e la barba ti cresce in un certo modo, non puoi essere il Che, se non a modo tuo.
Così decido che da oggi in poi guadagnerò il doppio di quanto desidero, e darò la metà dei miei guadagni ai miei fratelli. Torno, mi alleno, rientro per i play-off, poi in estate sono sesta scelta assoluta, e lascio anticipatamente il college per la W.B.A.. Inizio di stagione travolgente, ed eccomi qui per questa incredibile convocazione!
Intanto si è cominciato a giocare, ed io come in trance ne butto dentro una dopo l’altra. 45 punti finali, MVP al mio primo All Star Game: vengo chiamato al microfono. “RICKY, RICKY, RICKY”, fa il pubblico del Madison Square Garden. Li calmo, agitando le mie manone aperte a palme in giù, e dico “grazie, grazie davvero. Ma non chiamatemi Ricky, vi prego: il mio nome non è Richard, è Ricardo. Se volete un nomignolo, ve lo do io, è anche più breve: chiamatemi Che”.
Lo pronunciano bene, penso, chissà come lo scriveranno, e chissà se qualcuno di loro si ricorda di ciò che significa. E continuo: “dedico questo premio, come tutti gli altri che verranno, al popolo cubano, e a tutti i diseredati del mondo. Hasta la victoria siempre!”.

domenica 1 luglio 2018

SOMMA INGIUSTIZIA

Quando si dice due pesi e due misure: ecco a voi l'ingiustizia sportiva!
Se capite di fisco o conoscete qualcuno che ci capisce, capite meglio il mio esempio. Esiste un principio, tra quelli che hanno guidato le riforme tributarie degli ultimi 20 anni, che dice sostanzialmente che un controllo fiscale non deve mai produrre complessivamente effetti sproporzionati rispetto al danno sociale del comportamento scorretto del contribuente. Prima dell'adozione di questo principio, se c'era un vizio formale in 200 bolle ti veniva applicata 200 volte la sanzione prevista, dopo le sanzioni meramente formali (senza "danno fiscale") non ci sono proprio. Ma anche in caso di violazioni sostanziali, tutto il complesso normativo e di prassi è volto a cercare quanto più possibile di evitare che il soggetto controllato sia costretto magari a chiudere baracca, anche solo per via della considerazione banale che se chiude di tasse non te paga più, né passate né future. Certo, la legge è legge e il controllo si fa, ma sempre la legge fornisce all'amministrazione finanziaria una serie di strumenti per far partecipare il controllato al contraddittorio, arrivare a una pretesa fiscale ragionevole, agevolarne l'adempimento in ogni modo rateazioni comprese, e sempre rispettando anche un altro sacro principio giuridico, per cui ogni legge che prevede una sanzione deve indicarne la misura minima e quella massima.
Il ragionamento non cambia se ci si sposta dal diritto tributario a quello amministrativo, civile, o penale. Cambia solo nel diritto sportivo, ma sarebbe ora di dire che quando questo succede la cosa costituisce una violazione di principi generali dell'ordinamento giuridico che è francamente inaccettabile. E non perché stavolta, per una volta di troppo direi, ne ha fatto le spese la mia, di squadra del cuore.
La vicenda la riassumo molto in breve per evitarmi ulteriori sofferenze: il proprietario della squadra ha presentato fidejussioni false da 100mila euro per due anni di seguito, ma il primo anno dapprima non aveva proprio trovato in tempo utile una fidejussione e in cambio aveva depositato i previsti 100mila in contanti, poi aveva presentato il documento poi risultato falso ottenendo i 100mila indietro, l'anno dopo aveva presentato la seconda fidejussione per l'iscrizione al campionato, e scoperto il falso si era dichiarato truffato e aveva denunciato l'intermediario alla magistratura ordinaria e ridepositato i 100mila, che però gli sono stati restituiti e la squadra penalizzata, non essendoci pene edittali previste nella norma, giusto di tutti i punti necessari a retrocederla, in tutti e tre i gradi di giudizio. Durante questo biennio, il proprietario aveva allestito e mantenuto due squadre per due campionati, il primo quasi fallimentare e pertanto più costoso (se cambi mezza squadra in corsa pur di salvarti...) del secondo invece trionfale (terzi in classifica, primi nel girone di ritorno, favoriti o quasi per la vittoria ai playoff per la A1), spendendo in totale cifre stimabili come un centinaio di volte superiori a quelle che avrebbe risparmiato per avere scelto scientemente di optare per le fidejussioni false, secondo la tesi accusatoria sancita oramai definitivamente. In altre parole, sarebbe un deficiente. Uno che per risparmiare circa 10mila euro mette a rischio investimenti per 500mila se non ancora molto oltre. Ma la cosa peggiore è che, a una follia del genere, i sedicenti tifosi della squadra, in parte rilevante e comunque troppo consistente.... credono! Mi viene da impazzire. Da che mondo e mondo, i tifosi di tutte le squadre di qualsiasi sport, prima di dare addosso a uno che ha preso la loro amata bandiera dal fango e l'ha riportata fin quasi alle stelle, certo sbagliando tanto ma reggendo sostanzialmente tutto il peso economico sulle spalle, lo avrebbero difeso anche oltre la logica, sennò che tifosi sarebbero: il tifoso ama, è il semplice simpatizzante semmai che riesce a razionalizzare. Ma qui è peggio: sono sei mesi che in troppi danno addosso al reo, reputando giusta la inopinata sanzione.
Oggi, dopo una lunga eclissi consigliatagli dai legali finché in pendenza di giudizio, l'accusato, che ricordiamo in tutto questo frangente si è reputato truffato e dichiarato colpevole solo di aver delegato una questione ritenuta marginale (ed economicamente, lo abbiamo già rimarcato, lo era eccome), e però si era anche detto pronto a combattere ripartendo se serve dalla B, si è finalmente fatto sentire, dichiarando di voler rinunciare al titolo sportivo (se qualcuno da Reggio si facesse avanti, glielo regalerebbe, altrimenti lo vende) per ripartire con i ragazzi (in questi anni ha fra l'altro ricostruito un invidiabile settore giovanile, magari in prospettiva degno di una grandissima tradizione) dalla serie C, avendo così le mani libere di denunciare in sede ordinaria Lega e Federazione. I sedicenti tifosi urlano al tradimento, ma io francamente visto il veleno che gli sputano addosso da mesi (anzi, già negli anni scorsi al minimo errore di programmazione, solo quest'anno si erano placati di fronte alla squadra migliore allestita dai tempi di Silipo e Lardo) credo che è già tanto che non smonti baracca e burattini e mandi a fanculo tutti (e forse non lo fa solo nella speranza di recuperare qualcosa dei tanti soldi spesi fin qui nel progetto)!!! Il giudice ordinario, tra l'altro, potrebbe anche riconoscere che è stato truffato, ripetendo a distanza di anni il paradosso, già subìto da Reggio ad esempio ai tempi di Scambia, di una riparazione quando il danno sportivo era cosa fatta e irreparabile. Quindi la denuncia agli organi della pallacanestro italiana è direi a questo punto sacrosanta, almeno se e quando il giudice ci darà ragione riavremo il maltolto e magari anche un grosso risarcimento (pare abbia intenzione di chiedere 2 milioni di euro, a occhio e croce ci stanno tutti) per farci forse lo squadrone, e nel frattempo meglio continuare coi giovani, si, piuttosto che magari perdere i derby di B con Lamezia e Catanzaro, che già sono più avanti di noi nella costruzione della squadra.
Si perché il comportamento degli organi dello sport non è discutibile soltanto nell'aspetto giuridico: in quello sostanziale è ancora molto peggio. Non solo la sanzione è stata "inventata", non avendola prefissata, ma anche la tempistica della sua irrogazione e della stessa calendarizzazione dei giudizi è stata a dir poco vergognosa. Da gennaio che iniziano i rumors sul web, tra deferimento e prima sentenza si arriva al 9 aprile, ma se l'appello è stato fatto di prescia (c'erano i playoff in ballo...) perché allora fissare il giudizio CONI al 26 giugno, con i termini per l'iscrizione a qualunque campionato pochi giorni dopo? Come fanno a non aver pensato che questo avrebbe portato all'annientamento della società, innescato dall'azzeramento dell'avviamento, anche in caso di ribaltamento della sentenza? Infatti, quasi tutti i giocatori hanno a quel punto cominciato a firmare altrove, capitano compreso: due soltanto sono stati così corretti da aspettare, accasandosi dopo. A questo punto, l'alternativa è tra una serie B raffazzonata, con gli under e qualche acquisto, e una C coi ragazzi e le mani libere per denunciare i carnefici; in ogni caso, la A2 sarebbe stato impossibile programmarla anche se assolti dal CONI. Ancora qualcuno ha il coraggio di chiamarla "giustizia sportiva"?
Altri tifosi sostengono che Muscolino a questo punto, anzi già da un po', avrebbe dovuto consegnare la società alla città, nelle mani del sindaco. Sai che affare! Come se dalla ingrata Reggio qualcuno in questi 8 anni si fosse mai fatto avanti per entrare in società o comunque sostenerla. Comunque, se c'è e si fa avanti in questi giorni lui ha detto che gliela regala. Vedrete che fila!
I club storici qualche giorno fa avevano annunciato il loro sostegno alla squadra qualunque categoria si trovasse a giocare. Ecco subito che sono messi alla prova, andassero a tifare i nostri ragazzi in serie C, a me dispiace solo che sia in ambito regionale sennò le trasferte a me più prossime cercherei di non perdermele, come da trent'anni in qua a qualunque latitudine in qualunque categoria. Ora e sempre, forza Viola!

P.S. Nella immagine in alto, il dettaglio del dispositivo della sentenza di un caso molto simile al nostro, di un paio di anni fa nel volley. Il "falsario", che nemmeno si era dichiarato truffato, sospeso per mesi e non per anni, alla società 300 euro di multa. Questa la sentenza completa, tanto per apprezzare bene a che punto si può arrivare quando non si prefissano le sanzioni. Come se, per tornare all'esempio iniziale, in campo fiscale si potesse decidere di volta in volta, per fattispecie identiche o perlomeno molto simili e comunque ripeto non impattanti sul piano sostanziale (la fidejussione non è stata escussa, i giocatori non correvano il rischio di non essere pagati e invece dopo si, e in ogni caso erano stati ridepositati i 100mila a garanzia), se fare un buffetto al contribuente o fargli chiudere la ditta mandando a spasso tutti i dipendenti.
P.S.2. Non conosco il signor Muscolino, non sono il suo avvocato difensore né un tifoso accecato dalla partigianeria. Sono solo uno che cerca di seguire una logica, e mi sembra che se si deduce che se fosse stato mafioso o vicino a quegli ambienti non avrebbe avuto nessuna difficoltà a reperire una fidejussione autentica, forse non si sbaglia. Mi sembra che nemmeno Mimmetto avrebbe rischiato di mettere a repentaglio otto anni di investimenti cercando di truffare le istituzioni per risparmiare qualche spicciolo. Quel Mimmetto che ci tolse il sonno 17 anni fa, si, e che però nella sua follia se lo avessero lasciato fare forse magari ci riusciva, a farci fare il botto, la storia è piena di folli fortunati in mezzo a mille volte tanto folli sfortunati. Qualcuno glielo dica, non si sa mai, che c'è un fesso che regala la Viola in B a chi se la piglia...
P.S.3. Non vedrò la mia Viola in campo, l'anno prossimo, quasi sicuramente. Allora me la riguarderò, e voi con me, ogni giorno sullo sfondo del blog, dalla prossima annuale ristrutturazione grafica, in occasione del decimo compleanno del sito.

giovedì 28 giugno 2018

IL CONTRASTO

Immagine reperita tra quelle "contrassegnate
per il riutilizzo non commerciale": coi chiari di
luna in arrivo
, meglio precisarlo non si sa mai
Nell'ultimo post facevo tra l'altro riferimento ad uno dei film fondamentali della cinematografia mondiale, almeno secondo me, con tanto di link a un post che gli avevo dedicato tempo fa. Avere delle tematiche ricorrenti evidentemente non è esclusiva dei veri artisti, se posso avercele anch'io, e io non posso prescindere ad esempio appunto da quella del rapporto tra il vero motore delle decisioni umane e il velo di razionalità di cui le ammantiamo. Come disse la meravigliosa Margherita Hack in una intervista televisiva, rispondendo alla domanda se si sentisse più un angelo caduto o una scimmia evoluta, non siamo che scimmie evolute, "e nemmen tanto evolute". La tematica è così ricorrente che la troviamo anche in questo testo dei primi anni 80 (che vi invito, come per tutti gli altri, a chiedermi in uso per musicarlo), pensato come una veloce ballata acustica blues-rock dominata da passaggi talking, pertanto facilmente adattabili a registri rap.
L'accenno alle "scale viste dalla tromba" non è solo vagamente beatlesiano; fa riferimento, invece, a un'altra tematica su cui torno ogni tanto: l'esprit d'escalier, in italiano "spirito delle scale", ossia quel fenomeno per cui la cosa giusta da dire in una situazione ti viene in mente invariabilmente sempre dopo che sei uscito da casa, hai sceso una rampa, se anche torni su non ti riaprono, e se anche ti riaprissero e la dicessi sarebbe inutile perché non avrebbe lo stesso effetto che se l'avessi detta a tempo. So che in molti mi potete capire... 
IL CONTRASTO

Scena: tavolo adibito a scrivania.
“Ma non è vero, non è vero, non è vero,
lo sai!”;
riscrive, strappa tutto, non gli piace
neanche questa,
si riscopre nero e giusto come di mattina,
raccoglie un bel mattone e rompe la vetrina,
ma l’oro gli fa schifo e prende solo i guai;
maneggia la pistola come un pistolero,
“ma la roulette russa è proprio russa davvero”,
sembra sia stato questo il suo ultimo pensiero.
“Nell’iperspazio si sta bene, l’aria è fresca
lassù”,
ma neanche questa è buona, certo
non comunicherà.
E il buco dentro il pavimento è pieno di acqua pura,
tanto vale andarci dentro incontro all’avventura:
non può cantarsi addosso solo la paura.
Forse ora butta la pistola nella spazzatura;
no, per adesso la conserva dentro la cintura:
con i cavalli non si scherza, ma col fuoco si.
….

Scena: scale viste dalla tromba.
“Il topo fugge dalla porta, ma se è chiusa
non può”;
è stato due minuti calmo ma tra poco
esploderà;
si sfoga con la penna e con un foglio bianco,
ma ho poco fiato ed ogni volta torna stanco
e forse tra due mesi l’oro prenderà;
una scelta invece si può prendere anche in due minuti,
ma se scopre che i suoi figli intanto sono cresciuti
capirà che la pistola non gli serve più.
“E la missione è ormai compiuta, ritorniamo
alla base”,
la terra gli ha risposto una sera d’autunno
e perciò
ora ha deciso che i viaggi con l’apollo trentuno
li ha fatti solo lui, e dopo di lui più nessuno
“dove finisce il mare” così bene dirà.
E la maglietta colorata gli sta proprio bene:
il bianco della tuta forse non conviene
perché contrasta troppo con il nero del pene.

domenica 24 giugno 2018

(ANA)LOGICAMENTE

Come promesso, caro Carmelo...
Ne sono consapevole: scrivo su queste pagine per puro autocompiacimento. Ho sempre amato leggere e scrivere, fin dai tre anni di età, e al momento (sono meridionale, sto facendo gli scongiuri...) la cosa più scocciante di vivere quella relativamente avanzata che ho raggiunto è dover inforcare le lenti per leggere, e ugualmente dopo un po' dover smettere per evitare il mal di testa, specie in treno (che si muove, e quindi lo sforzo di concentrazione sulla pagina davanti è maggiore, perché gli occhi - lo sapete, vero? - continuano a vedere anche tutto quello che si muove attorno e quindi anche le immagini fuori dal finestrino, è il cervello coi meccanismi dell'attenzione che ve li fa ignorare, è per quello che è quasi impossibile a tutti leggere in auto) dove leggere è l'unica consolazione per chi odia le chiacchiere superficiali con gli sconosciuti, in proporzione alla lunghezza del viaggio.
E' dunque per questa ragione che non mi preoccupo di rendermi facile da comprendere. Non che non sia capace (oddio altri magari sono più bravi, ma me la cavo ed è parte del mestiere con cui campo) di scrivere chiaro e sintetico, è che mi piace proprio essere involuto e analitico, e se ne fossi capace scriverei come Saramago nel suo vangelo, senza punteggiatura. Chi capisce capisce, ma chi capisce si riempie di soddisfazione e mi ama perché ho fatto in modo che lui si ami di più. D'altronde, parlando di un altro tipo di barriera linguistica, un Camilleri o un Troisi non si sono mai preoccupati di quelli che li hanno scostati trincerandosi dietro un "tanto non lo capisco", e infatti il mio prossimo libro è mezzo scritto in riggitano stretto e non penso di metterci note o traduzioni a fronte, a meno che l'editore non insista (ammesso che si decida a pubblicarmi, come peraltro da contratto).
Non devo fare click, non ci guadagno un centesimo. E non devo vendervi niente o vincere le elezioni. Questo è un club privato e molto ristretto, il club di quelli che gli piace leggere, e magari scrivere, difficile, e trovano piacevole perdere tempo a cercare di decifrarmi e delizioso riuscirci.
Di conseguenza, anche quando argomento di cose che mi piacerebbe che capissero tutti, tipo del come e perché a un certo punto per questo Paese affidarsi a un governo a cinquestelle (e pazienza se con altri, la colpa è di chi non ha dato il proprio voto al movimento portandolo al 51% preferendo invece ancora credere ai furfanti del centrosinistra che hanno venduto al nemico il nostro futuro assieme alle loro prestazioni professionali) sono perfettamente consapevole del fatto che con i miei sproloqui sono al massimo riuscito a confermare nella bontà della sua scelta chi si era già schierato con me, ma proprio al massimo, mentre invece sicuramente non ho convinto in 5 anni e mezzo neanche uno tra quelli con altre idee cui è capitato di leggermi.
Questo però ha cause più profonde della mia forma discutibile, e anche queste le so per mestiere. La logica aristotelica, quell'insieme di regole matematiche che governano il ragionamento che noi chiamiamo appunto logico (quanto impropriamente ve lo dico tra un po', forse), sta al totale della nostra mente/coscienza come la crosta terrestre sta alla massa del pianeta: una sottile buccia che non rappresenta che una percentuale risibile del tutto, ma che ricopre il tutto dandoci la costante percezione illusoria di essere il tutto. E d'altronde, tutta una serie di scienze e di pratiche si fondano sul considerare la Terra come una superficie piatta e solida, dalla geometria all'edilizia, dalla circolazione stradale allo sport. Ciò non toglie però che il nostro pianeta sia e resti una palla di metallo fuso che gira su se stesso e attorno al sole, inclinato sul suo asse, altrimenti non avremmo un campo magnetico e quindi nemmeno un'atmosfera, le stagioni e la circolazione dell'aria, insomma non sarebbe nata la vita e non saremmo arrivati noi a un certo punto della scala evolutiva a farci queste pippe mentali.
Impropriamente, dicevo. Il fatto è che, e i matematici lo sanno, non esiste una sola logica. Ce ne sono diverse, e ognuna è un insieme di regole che si tiene a partire da un patto iniziale. La nostra mente, infatti, non funziona secondo la matematica degli insiemi finiti, che regge la logica aristotelica, ma secondo quella degli insiemi infiniti, per cui la parte è uguale al tutto come è vero che l'insieme dei numeri pari in quanto infinito è uguale a quello di tutti i numeri, e non ne è parte, anzi esattamente metà, come per qualunque insieme finito. Dice "ma a me che mi frega". Ti frega, perché quando riconosci gli oggetti del tuo quotidiano, oltre che le categorie sociali e culturali, lo fai proprio così: generalizzando, si dice. O, se preferite, per analogia. I robot, per quanto veloce sia diventata l'elaborazione elettronica, sono ancora goffi nel quotidiano perché devono analizzare logicamente qualunque oggetto (ad esempio, ogni gradino di una scala). Poi, possono essere programmati per svolgere uno o più compiti precisi in modo impossibile da imitare da un essere umano. Ma questa programmazione è un essere umano che l'ha scritta, e consiste appunto in una serie di scorciatoie che a noi invece vengono naturali. Perché la nostra mente è analogica e non digitale. Riconosciamo il mondo così, prendiamo le decisioni così. Poi arriva, nei suoi tempi enormemente più lenti, la mente logica, dà un vestito posticcio di razionalità al tutto, e la cosa finisce per confermarci nella presunzione di essere "logici".
Tutto questo ragionamento perché un amico mi ha mandato sul telefonino l'immagine in cima, sfidandomi a farne un pezzo sul blog. Probabilmente, sempre per mestiere, sapeva già che mi sarei giocato questa carta, piuttosto che andarmi a cercare su Internet la Resistenza Analogica per poi mettermi a parlare di fotografia o dischi in vinile e altre cose di cui siamo tutti, chi più o chi meno, giustamente (giustamente: volete mettere come si sente un LP tenuto bene? e voi le guardate ancora le foto, con tutte quelle che fate e che postate?) nostalgici. No, lui da Gino voleva che facessi il Gino, ed eccolo accontentato. Sperando che piaccia anche a qualcun altro, e che non mi sia troppo sputtanato alcuni cavalli di battaglia...

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno