mercoledì 16 novembre 2022

MELONI ALLA PROVA

Il mio professore di filosofia politica all'università, eoni or sono, diceva che le formule ideologiche del potere sono, proprio in quanto ideologiche, meccanismi per occultare la vera formula del potere, che vede sempre al numeratore i pochi che lo detengono e al denominatore i tanti che lo subiscono. La democrazia mente dicendo che al numeratore c'è il popolo, il comunismo che c'è il proletariato, l'assolutismo che c'è Dio di cui il sovrano è solo legittimo tramite, eccetera eccetera. Ma la menzogna tiene sempre solo perché la maggior parte dei destinatari ci crede. E così i veri detentori possono continuare ad esercitarlo indisturbati. Meglio una tirannia dichiarata, quindi, che una mascherata? si e no. Si, perché un tiranno palese è sempre esposto al legittimo tirannicidio; no, perché nel frattempo si vive tanto peggio quanto più duri sono i metodi con cui riesce a mantenere il potere. Dobbiamo allora preferire la democrazia come male minore, e turarci il naso come si suggeriva agli elettori democristiani? Nemmeno, ma c'è uno stretto passaggio tra questi due estremi: accettarne le regole come quelle di un gioco di ruolo, ma mai dimenticando quelle non scritte, di cui stiamo parlando adesso. Mi dici che "la sovranità appartiene al popolo"? non ti credo, ma visto che lo dici ne approfitto fino al punto in cui sei costretto, pena il disvelamento della tua menzogna ideologica, a lasciare che me ne approfitti.

Chi arriva a questa consapevolezza, in merito alle ideologie, è a buon punto nel non farsi fregare da nessuna di loro, e pazienza se lo è anche nel farsi affibbiare l'etichetta di qualunquista. Il problema è solo che il suo partito è destinato a restare, per ragioni connesse intimamente alla natura umana quindi insradicabili, una piccola minoranza. E questo i potenti lo sanno e se ne approfittano alla grande, continuando a nascondersi dietro i loro vessilli per acquisire il consenso.

Due esempi in cronaca, recente e odierna.

  1. I vassalli del Vero Potere con l'etichetta di sinistra (poi centrosinistra per mietere nel campo dei moderati - condizione cui spinge l'avere qualcosa da perdere - e poi cinquestelle per mietere nel campo degli scontenti del sistema - condizione cui spinge invece non averci niente) ci hanno prima fatto digerire la cessione della sovranità monetaria e quindi economica e poi sottoposto a un regime liberticida (ha messo in discussione, e forse demolito per sempre, principi che risalivano alla Magna Charta) tenendo buoni i propri elettori di riferimento con una serie di concessioni sul piano ideologico: matrimoni per tutti a prescindere dal loro sesso (mentre i lockdown facevano schizzare in alto il numero di separazioni...), accoglienza degli immigrati (salvo girarsi dall'altra parte quando raggiungono il loro posto da schiavi per cui la mafia li ha traghettati), campagne per il linguaggio di genere (ben oltre sia la soglia del ridicolo che la banale considerazione che la lingua non si impone dall'alto, mai, e l'ultimo che ci ha provato era socialista si ma solo da giovane) o contro i femminicidi (che c'erano pure quando non li contavano, e non si fermano certo a chiacchiere). Attenzione: NON sto esprimendo una opinione contraria nel merito alle questioni, sto stigmatizzando il loro utilizzo strumentale, non lo ripeto più.
  2. Si perché allora non si vede perché i vassalli del Vero Potere con l'etichetta di destra (già centrodestra per mietere nel campo dei moderati, oggi invece però serviva di più mietere nel campo degli antisistema dopo il tradimento smaccato dei cinquestelle) non dovrebbero fare lo stesso, a elezioni fresche per giunta. Ecco spiegate le scaramucce con la Francia per la questione immigrati, la stretta contro i rave (cui seguirà quella ai centri sociali), lo sdoganamento di simboli e motti d'antan (meno che per Montesano, che ha in curriculum persino una carriera politica di sinistra ma ora è pure no-vax quindi peggio per lui), eccetera. Ecco, guardare a queste cose è esattemente come lo stolto al dito. Chi volesse guardare alla luna, sfocando il dito in primo piano, troverebbe invece che Meloni è andata a prendere ordini da Bruxelles prima ancora di quanto a suo tempo fece Di Maio, che ancora prima aveva messo alle finanze l'unico leghista eurista (Bagnai tace...), che ancora prima di vincere le elezioni aveva rassicurato sulla Nato e il fronte ucraino, e che mentre riammetteva i medici no-vax e rendeva settimanale il bollettino quotidiano del terrore si rimangiava subito la cancellazione delle illegittime multe agli over 50 non vaccinati (e si accettano scommesse su quello che farà in caso di risalita della curva dei contagi, se cioè rammenterà quanti dei voti li ha presi da chi non ne poteva più del teatrino pandemico di regime o invece agirà in continuità coi predecessori rierigendolo).

Se non è abbastanza chiaro la ridico in piano ed in sintesi: gli ammiccamenti a cose e comportamenti identitari di destra stanno a questo governo come i vessilli e i principi identitari di sinistra stavano a quello di prima. Fuffa agitata davanti al naso degli appartenenti per tenerseli buoni mentre sotto sotto si continua ad obbedire ai diktat dei veri padroni, tenendo linee politiche che dovrebbero inorridire sia chi ama ancora dirsi fascista sia chi pensa a se stesso come una persona di sinistra. Linee politiche assolutiste, antidemocratiche, illiberali, di accentramento del potere (in primis, come sempre, monetario ed economico) nelle mani di pochi e impoverimento ad ogni occasione buona dei sudditi, perché questo è, e si disvela essere ad occhi non velati dall'ideologia, la nefasta Unione europea e la sua arma di distruzione di massa chiamata Euro. Un nuovo totalitarismo di cui la cosiddetta pandemia è stata solo una tappa. Dispiace per chi, me compreso, ha votato a suo tempo cinquestelle nell'illusione che la loro dichiarata avversione a questo, vero, nemico fosse sincera e fattiva, e nuovamente per chi, me escluso, ha votato sto giro Meloni nella stessa identica speranza, che ben presto si rivelerà infondata e anzi ha già cominciato.

domenica 6 novembre 2022

RADIOCIXD 64 - TITANIC

Francesco De Gregori è uno di quegli artisti per cui è difficile individuare uno o due album/capolavoro, avendo invece disseminato canzoni bellissime lungo tutta la sua ormai enorme produzione. Se però mi mettete spalle al muro col solito giochino dell'isola deserta, forse dovendo portarmecene solo uno sceglierei questo Titanic del 1982, e non solo perché si tratta di un semi-concept destinato a rimanere attuale per sempre (ci sarà sempre una società che si sente inaffondabile e poi invece affonda mentre i musicisti continuano a suonare, toccherà anche a quella che soppianterà l'Occidente di cui parla il Nostro), ma anche per il livello medio elevatissimo dei singoli brani, anche oltre quei due o tre capolavori che conoscono tutti, anche quelli che quarant'anni fa non erano manco nati.

Profetico come molti veri artisti sono, il "Principe" se ne uscì con questo disco agli albori dell'epoca in cui la sua metafora di fondo si sarebbe realizzata, quegli sciagurati anni 80 che in Italia sarebbero coincisi con il craxismo (ai tempi non si poteva sapere che poi avremmo avuto qualcosa da rimpiangere, ebbene si,  anche in quello...) e l'incubazione del berlusconismo, dopo ben tre anni dalla trionfale tournée con Dalla con cui aveva ritrovato la voglia di cantare dopo che i settantasettini gliel'avevano levata altri due anni prima. Insomma, quando si cominciava a temere una nuova eclissi, eccolo qui a risplendere come il sole.

Per le tracce ho trovato un video unico, che vi embeddo in fondo così lo potete far partire per ascoltare l'album completo (peraltro, dura meno di 40 minuti: eravamo ai tempi del vinile...), che però in commento riportava anche il minuto d'inizio dei vari brani, così nella tracklist commentata accanto al titolo trovate un link per ascoltare in popup il singolo brano:

  1. Belli capelli (00:00) - Eppure questo album così "impegnato" (come si diceva una volta) inizia con una canzone d'amore. Anche se capace, come altre sue, di vette come quella della strofa conclusiva, con la sua rima tra vino e mattino.
  2. Caterina (03:29) - Ai tempi per amarla mi era bastato il verso "e la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno", e credevo che con le sue cinquecento catenelle citasse Reginella di Vecchioni, poi ho scoperto che era dedicata a una folksinger, Caterina Bueno, e ho cercato le sue canzoni popolari (alcune riprese poi anche da Ginevra Di Marco e Nada, per dire).
  3. La leva calcistica della classe '68 (07:32) - E questa è la prima hit intergenerazionale, forse per via della metafora calcistica. Se pensiamo che Nino, ammesso che sia davvero riuscito a fare il calciatore, al massimo avrà giocato ad Italia 90 ed oggi farebbe l'allenatore, e manco dei più giovani, abbiamo la misura dell'età di questa canzone, che ad ascoltarla senza sapere il titolo sembra invece scritta ieri.
  4. L'abbigliamento di un fuochista (11:48) - La trilogia del Titanic inizia con questo magnifico (e quasi altrettanto noto del precedente) pezzo di stampo folk (infatti ci canta anche Giovanna Marini, con cui Francesco qualche anno dopo farà addirittura un album con tanto di annessa tournée, a dimostrare che la dedica a Caterina non era una cosa a se stante), in cui il Nostro con pochi colpi di pennello ci racconta la povertà, l'emigrazione e la speranza, mentre la tragedia resta fuori (però la sappiamo noi, come nella migliore letteratura).
  5. Titanic (16:07) - Secondo brano della trilogia, rappresenta un mirabile affresco della popolazione di varia estrazione che stipava il transatlantico, con un efficacia che nemmeno Cameron riuscirà ad avvicinare. 
  6. I muscoli del capitano (20:26) - Ma l'apoteosi si tocca col brano conclusivo, anche se è il meno noto dei tre. Strumentalmente coverizza proprio la Bueno di un altro naufragio, prima di evocare la marcia inarrestabile della nave verso la fine. Ma è il testo a sfiorare il capolavoro, con echi di futurismo ad evocare quel movimento che faceva da contorno a quella fede nel progresso e nella tecnica che presto si sarebbe andata a infrangere contro le due guerre mondiali e tra di loro la grande depressione e i fascismi. 
  7. Centocinquanta stelle (24:29) - Erano gli anni dell'escalation degli euromissili, e tutti noi vivevamo nel timore che davvero a qualcuno scappasse di pigiare un bottone e ciao. Di opere letterarie, visive e musicali sul tema ce n'è a bizzeffe, De Gregori ci mette la sua, non a caso in questo album e in questo punto, partendo dall'ultima novità di cui si parlava sui media, la bomba al neutrone, che pare potesse uccidere le persone lasciando intatte le cose (gli scoiattoli, non so...). Speriamo davvero non torni d'attualità questa tematica, siamo lì lì...
  8. Rollo & His Jets (27:52) - Intermezzo rocchettaro legato apparentemente legato al concept soltanto col verso "le nere vele di una nave a vapore da consegnare alla posterità", che poi è una citazione per via metaforica (quali vele se no?) del mito di Egeo, suicida nel mare che prenderà il suo nome perché il figlio Teseo dopo aver ucciso il minotauro era troppo impegnato a scaricare Arianna (in Nasso, da cui l'espressione "piantare in asso") per ricordarsi di cambiare le vele. Poi uno ci pensa un attimo, ed ecco che la rock band evoca l'orchestra che continuava a suonare mentre...
  9. San Lorenzo (30:21) - La chiusura è riservata a un pezzo meraviglioso, che riparla di bombe ma non di quelle ipotetiche che verranno ma di quelle grevi e reali che il 19 luglio del 43 rasero praticamente al suolo il quartiere attorno allo scalo merci più importante di Roma: in tempi in cui quasi tutto arrivava via treno, era un obiettivo militarmente logico, se volevi minare la resistenza del nemico. Ma gli americani, si sa, quando c'è da bombardare non stanno mica li a fare i micragnosi, così oltre allo scalo distrussero tutti i quartieri civili limitrofi facendo migliaia di vittime. Quando i "danni collaterali" li fanno gli altri, invece, la velina dice di raccontarli uno a uno, come potete riscontrare seguendo qualsiasi TG sulla guerra in Ucraina. Agli occhi di chi vuole vedere le cose come stanno, anzi, l'attenzione che stanno mettendo i russi a limitare ogni danno non indispensabile a un popolo fratello è talmente alta che forse da sola (no, assieme agli improvvidi aiuti occidentali) spiega la durata del conflitto: gli americani al loro posto avrebbero risolto tutto con qualche bombardamento a tappeto (se non volete arrivare a Hiroshima chiedete a Dresda, che Roma in confronto è stato uno scherzetto) o al napalm (ma i film che raccontano la verità arriveranno non in tempo reale come per il Vietnam, ma decenni dopo come per il genocidio dei pellerossa o il caso Kennedy). Ecco, non so se era intenzione di De Gregori, ma a me ascoltare questa canzone mi fa questo effetto: a ripensare come gli angloamericani ci hanno "liberati", per poi toglierci la libertà in cambio di qualche decennio di crescita economica, mi metto a cantare "cadevano le bombe come neve il diciannove luglio a San Lorenzo", oppure Uh mammà di Mimmo Cavallo...

martedì 1 novembre 2022

NOLEGGIAMI QUESTO, 'TACCI TUA!

Lasciate ogni speranza, o voi che uscite...

Il giorno dei morti (e non Halloween, ma la festa ancestrale festeggiata ovunque, a Reggio ad esempio coi morticeddhi, biscotti di zucchero e cannella a forma di ossa di morto) è perfetto per un post con un titolo così, in romanesco, alla "quanno ce vò ce vò", con gestaccio implicito.

Si tratta, come diceva Totò, di un esipodio personale, ma che riguarda tutti e potrebbe essere accaduto o accadere a tutti. Non vi dirò il nome della compagnia perché non voglio fargli pubblicità gratuita ("parlate male di me, ma parlatene", diceva Lui) e perché temo che non sia molto diverso con qualsiasi altra. Una delle frottole più di moda è che la mobilità privata, la proprietà di un'automobile per intenderci, è fuori moda, contro l'ambiente, fornisce patente di egoismo e inciviltà, e tutto sommato manco conviene più, viste le comodissime ed ecofriendly alternative. Se avete anche voi la ventura di vivere in una grande città, o anche solo se vi ci siete recati per vacanza, avete visto anche voi torme di bici a pedalata assistita e soprattutto di monopattini elettrici sfrecciare silenziosi nel totale dispregio di ogni regola di logica elementare, prima ancora che di codice stradale: se ti sfragni con uno di quei cosi, infatti, ti giochi la faccia, se ti dice culo, se no la pelle. Ma per non passare da passatista, sopporto cristianamente, benedicendo tra me e me di avere ancora la fortuna di potermi permettere una vecchia macchina a gpl e sperando che non riescano a inventarsi qualcosa per farmela togliere prima degli ottant'anni, o comunque prima che io mi rincoglionisca del tutto. 

Vi racconto però la mia disavventura personale con una bici elettrica, cui ho avuto la bella idea di ricorrere pensando "perché no? magari faccio prima che con l'autobus". Dovete sapere che a Roma (ma se ci vivete lo sapete già) spostarsi coi mezzi pubblici è un mezzo inferno nella direttrice periferia-centro o viceversa, mezzo perché magari scomodi e stretti ma vi muovete in tempi tutto sommato accettabili (sempre peggio che con la macchina, ma con questa al centro non ci potete passare, e comunque dovete parcheggiarla...), ma è letteralmente impossibile tra periferie limitrofe, a meno di non accettare l'idea che è meglio far finta che siano diametralmente opposte e passare per il centro. Una volta guardavate la cartina e pensavate "cavolo, sta qua, con la macchina ci impiegherei cinque minuti, passerà un autobus prima o poi che mi porti dalla prenestina alla tiburtina!...", prima di bestemmiare per mezz'ora fermi alla fermata; oggi avete le app che ve lo dicono prima, che c'è quel tale autobus che passa tra tredici minuti (che diventano venti) poi vi lascia alla metro fate un tratto e con un pezzetto a piedi tra quaranta minuti siete arrivati, che poi è quanto ci impieghereste a farvi tutto a piedi, ma la macchina l'avete appena lasciata dal meccanico - è vecchia, non è strano - e mentre andate alla fermata eccola la, la bici elettrica!

Insomma, con tutta questa gente che le noleggia non può essere così difficile, e magari tra un quarto d'ora sto a casa che anche in smartworking l'orario di lavoro lo devo fare, dai. Installare l'app è un attimo, un po' più macchinoso fornire i dati della carta di credito, peraltro con quel minimo di friccico al culo che a noi anziani ancora ci viene sempre in questi casi (e si, anche noi compriamo cose online, e abbiamo studiato i numeri primi e sappiamo cosa significa "crittografia end-to-end", ma tant'è, la diffidenza non è mai troppa diceva mio nonno e i nonni hanno sempre ragione), ma... fatto: aggiusto il sellino, inforco la sella, e via anch'io verso il futuro!!!

Parto da vicino Villa Gordiani, attraverso la Prenestina, e proprio sulla Serenissima (che ha il guardrail a separare le carreggiate, ciascuna con tre corsie per senso di marcia: dettaglio importante per il seguito), proprio mentre comincio a godermi il viaggio senza fatica e a pregustare l'arrivo in tempi paragonabili all'auto privata, prima di poter pensare "hai visto che avevi torto, retrogrado che non sei altro?!", l'accrocco si spegne. In salita. Avrò fatto in tutto trecento metri, mica sarà che ho preso un veicolo scarico? e che sfiga, mi sa di si, va beh, pazienza, qui c'è la fermata dell'autobus, pago la corsa lascio la bici e consulto l'app per i tempi d'attesa. Peccato che il problema non era la carica, era che uscendo dalla zona di copertura del servizio il veicolo si spegne, si, ma quel che è peggio è che non ti consente di chiudere la corsa e pagare. Intanto, il "tassametro" gira, e se cedessi all'impulso di disintegrare l'accrocco a calci e morsi l'app comunque mi prosciugherebbe il plafond mensile della carta, forse. Tornare indietro per riguadagnare la zona in cui almeno posso chiudere la corsa? E come, contromano in una specie di autostrada urbana, che col guardrail raggiungere l'altro senso di marcia è impossibile? Inforco la bici, e con enorme fatica (non ha le marce e con quella batteria pesa più di un Boxer, quindi molto più di un Ciao - questo ammiccamento vintage per capirlo dovete avere cinquant'anni minimo, o cercare sul web aggiungendo Piaggio) faccio la salita sperando di poter inforcare al più presto, e magari senza venire impietosamente arrotato, un varco nello spartitraffico per fare inversione di marcia; poi ho un'illuminazione: la zona di servizio forse è frastagliata, magari si allarga vicino alla metro, e la stazione di Pietralata sarà un chilometro avanti, oramai che mi trovo, che sarà mai...

Tutto sudato, e meno male che non piove, arrivo vicino alla metro B e - cavolo, avevo ragione! - il motore riparte. Dai che magari arrivo a casa, penso, ma non faccio nemmeno in tempo a finire di formulare mentalmente la frase che si rispegne. Stavolta almeno c'è un marciapiede bello largo alla mia destra, torno indietro su quello, e appena si riaccende parcheggio, e per uscire da quell'incubo rientro nell'app. Mi rompe ancora un po' il cazzo dicendomi che non posso lasciare il veicolo in quella posizione (chissà, forse arriva a percepire la distanza dagli edifici ma non la larghezza del marciapiede), ma insomma spostandolo un po' verso il muro, 35 minuti dopo averla aperta, la corsa la chiudo. Poi compro un biglietto, prendo la metro, e torno a casa. A piedi, sarei arrivato prima, meno stanco, meno sudato e molto meno incazzato: mi toccherà pure allungare la giornata lavorativa in uscita, ma pazienza, mi è capitato per motivi peggiori.

Ma la storia non è finita. L'app del noleggio non mi dice affatto quanto ho pagato, ma tanto ho l'app della banca e presto lo saprò, e comunque che vuoi che sia una mezzoretta di noleggio... Minchia!: 5 euro e 42 centesimi, cui per calcolare il costo totale dell'operazione occorre aggiungere 1,50 di biglietto e fa quasi 7 euro. Contro 1.50 se avessi aspettato direttamente l'autobus, o 10 centesimi circa se avessi avuto la mia macchina. E abito lungo la linea B della metro, non a Torbella o a Cordiale: chissà quando le magnifiche sorti et progressive della mobilità 2.0 saranno disponibili anche per chi vive laggiù... Per ora sono offlimits anche per chi vive in semiperiferia, quindi riservate a chi si muove in centro o zone limitrofe, e a prezzi che a farlo tutti i giorni giusto chi è talmente benestante da vivere li se li può permettere, avendo inoltre il gusto di potersi atteggiare a ecologista difensore dell'ambiente. Il proletario ancora è costretto ad andare a gasolio, che in certe periferie romane l'isolato appresso è a un chilometro figurati quelli dopo, e allora che lo pagasse caro, sto privilegio, passatista che non è altro...

L'episodio raccontato può far sorridere, ma non è che un tassello del mosaico che hanno progettato per noi, anzi (gli ultimi a ricordare un mondo diverso spariremo dalla circolazione in un paio di decenni: nulla...) per le generazioni future. Niente auto di proprietà solo noleggi di vario tipo, niente casa di proprietà solo affitti temporanei e se sei solo condivisi, niente soldi in tasca solo una o più carte anzi nemmeno solo lo smartphone, niente lavoro fisso solo tanti piccoli segmenti di similschiavitù variamente inframmezzati da periodi di disoccupazione se va bene a sussidio (niente malattia nè ferie pagate peraltro), niente pensione che poi lavorare fino a vecchi è pure meglio ci si mantiene attivi, niente scuola pubblica tanto chi vuole sapere qualcosa gli basta googleare e i ricchi già non ci andavano più. Tutto questo, lo dico a chi ci dovesse trovare del positivo (è una malattia di moda, il pensopositivismo), rende il singolo "spegnibile" in un click e ogni resistenza inutile (come i Borg di Star trek) e anzi impossibile da praticare, E il peggio è che il piano è tutto alla luce del sole, altro che complottismo: infatti, te lo prospettano già in ogni dove, ovviamente tradotto in modo da sembrare magnifico, come in ogni ideologia che si rispetti. Li mortacci loro.

venerdì 28 ottobre 2022

STUTELATO

Lo vuole Leuropa...
Aver riascoltato, per recensirvela, una vecchia canzone di Vecchioni in cui due leader politici a cui non stava bene l'epoca "di grazia e d'alleanza" in cui "felice e immobile la gente viveva solo del presente", uno però spingendo in avanti, al cambiamento, e uno indietro, al ricordo, si scoprivano alla fine la stessa persona, mi ha innescato una riflessione sul presente di oggi. A partire dalle bollette da pagare.

Essendo, infatti, uno strenuo fautore del cosiddetto "mercato tutelato", resisto in questa cittadella, a continui attacchi del Nemico anche truffaldini (sia per telefono che di persona), in cui gas e luce mi sono stati aumentati circa del 60% (per effetto della guerra in Ucraina, diciamo così), mentre al di fuori gli aumenti sono stati un multiplo variabile (ma minimo 2 o 3) di questa entità (tranne per i pochi che avevano un contratto "bloccato", che il conto lo pagheranno dopo).

Ora, immaginate di vivere sotto una dittatura (è facile, siamo appena passati da un periodo che la rasentava abbastanza, anzi anche troppo, ammesso che sia finito) e sognare di tornare a quando c'era la democrazia: siete per questo dei "passatisti", dei nostalgici? Pensare l'altrove, nello spazio o prima o dopo nel tempo qui, è esattamente quello che ci fa umani, quello che ci ha fatto scendere dagli alberi nella notte dei tempi o concepire la democrazia un po' più di recente. Quello che chiamano Progresso, invece, è un concetto ideologico piuttosto plastico nelle mani e per gli scopi di chi gestisce il Potere: con la scusa di dover "andar avanti", spesso e volentieri invece si impongono delle regressioni di fatto, sotto una marea di punti di vista.

Le cosiddette "liberalizzazioni" (e/o "privatizzazioni") sono un ottimo esempio. In quasi ogni settore dove sono state imposte, e dal 1991 lo sono state quasi ovunque, la cosa si è tradotta in un ottimo affare per chi ne ha tratto profitto, spesso aziende pubbliche (cioè costruite coi soldi dei nostri padri) nel frattempo cedute (ma sarebbe meglio dire regalate - e dove i giudici hanno messo il naso hanno scoperto tangenti) a soggetti privati di neanche troppo varia estrazione, e in un pessimo affare per i cittadini o utenti finali che dir si voglia (con Mattei, ammazzato giusto sessant'anni fa per aver tentato la strada opposta, che è trent'anni che mulina nella tomba). Ce le hanno presentate come progresso (e continuano a farlo, negli assalti alle ultime cittadelle), spesso mettendo avanti le presunte doti miracolose della concorrenza, ma a chi guarda bene appare chiaramente quanto sia stato effettivamente un regresso. O volete dire che c'è concorrenza tra società di carburanti, telefoniche, elettriche, ferroviarie? Finta, sempre; vera, quindi a favore del consumatore, mai. E l'elenco può essere allungato a piacere. Gli scettici non hanno che attendere che riesca il colpaccio anche con l'acqua, su cui non demordono malgrado un referendum stravinto dai "passatisti" e i cui risultati hanno aggirato dove hanno potuto mettendo in mezzo concessionarie e simili: si segnino il prezzo, e stiano a guardare se aumenta o diminuisce. Noi "complottisti" (che non dimentichiamo) già lo sappiamo.

Come sapevamo che i sieri non erano vaccini, e che non impedivano i contagi (e chissà se in qualche modo prima o poi qualcuno pagherà il conto di questo affaire, e magari anche delle sue pericolose conseguenze - insomma se e quando verrà fuori la verità). Che escluso un periodo e solo in qualche zona i numeri della cosiddetta emergenza sono sempre stati statisticamente non significativamente discostanti da quelli delle normali influenze, il che comportava che l'emergenza sarebbe durata a piacere (e finita a piacimento) per decisione politica. Che i nostri ragazzi avrebbero imparato a considerare ciò che per noi era un diritto, una concessione nel migliore dei casi e niente nel peggiore, che poi è il lavoro ovvero l'articolo 1 della Costituzione. E che la cosa sarebbe passata nel silenzio generale, assordante in quelle categorie che nel delicatissimo gioco di equilibri senza il quale la democrazia non è che un vuoto proclama ideologico dovrebbero recitare il ruolo del cane da guardia (l'informazione) e del giullare fustigatore del Potere (l'arte in genere, la musica in particolare dagli anni 60 in poi).

Per questa ragione mi ha fatto enormemente piacere, in questo silenzio, in questa acquiescenza generalizzata alla narrazione dominante che ha screditato ai miei occhi (e speriamo non solo ai miei) la quasi totalità degli artisti, ascoltare questo brano degli Eugenio in via di gioia, con cui vi lascio, invitandovi a seguire il testo (a partire dal titolo, che mette nel mirino le supercazzole del WEF) mentre ascoltate il brano che scorre nel video. 

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