martedì 30 novembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO, PRIMA O POI

con Totò durante le riprese de I soliti ignoti
Si potesse fare, oggi stringerei la mano a Mario Monicelli. Di biografie sulla rete oggi ce ne sono a tinchitè, per dirla con un altro grande vecchio, per cui io mi limito a salutare uno dei più grandi maestri del nostro cinema (per dire, se io sulla classica isola deserta potessi portarmi a scelta o tutti i suoi film o tutti quelli di Fellini, senza offesa per nessuno opterei per il cofanetto con Amici miei, La grande guerra, Un borghese piccolo piccolo, L'Armata Brancaleone, La ragazza con la pistola, Risate di gioia, I soliti ignoti e i tanti con Totò, diretti spesso a quattro mani con Steno, in cima a tutti Guardie e ladri) rimarcando gli ultimi due episodi che lo hanno visto protagonista in cronaca:
  1. l'intervista del marzo scorso a Raiperunanotte, di cui riporto il filmato in coda, in cui ha dimostrato una volta di più che la gioventù non è questione di anni, e ci ha fatto riflettere sulla miseria di una società in cui devono essere gli ultranovantenni a parlare di rivoluzione;
  2. la sua scelta estrema, tanto significativa data l'età e le condizioni di salute, con cui ha tolto alla Morte l'ultima mossa, facendo quasi un'occhiolino finale al miglior Bergman.
foto dalla pagina Facebook del Movimento Antiberlusconiano Italiano
A illuminare ciascuno di questi due episodi, una coincidenza:
  1. gli studenti manifestano contro la controriforma Gelmini in tutta Italia, specie a Roma, come a volerlo salutare annoverandolo tra le loro file - e occhio signori miei che stavolta non sono solo "quelli dei centri sociali", sono tutti: è vero, rispetto a quelli degli anni 60/70 sono meno numerosi, ma allora il conflitto generazionale era culturale, oggi è economico, che è come dire che questi hanno molta più ragione e se la consapevolezza di "classe" strappasse da davanti i teleschermi anche i rimbambolati dalla DeFilippi sarebbe davvero rivoluzionario...
  2. la violenta rivendicazione di diritto di proprietà sulla sua vita di Mario Monicelli avviene durante la puntata finale dell'evento televisivo dell'anno, che avrebbe dovuto ospitare - per la stessa malintesa par condicio che aveva regalato undici milioni di spettatori a Maroni - i cosiddetti pro-vita a fare da contraltare ai quindi presunti anti-vita Welby ed Englaro della settimana scorsa. Tra parentesi, se come credo non ve siete accorti, con una paraculata delle sue Fabiofazio da un lato mostrava stavolta di tenere botta non cedendo alle imposizioni del CDA e dall'altro faceva pronunciare ad uno dei suoi elencatori un saluto a 'quelli che per anni assistono persone in coma vegetativo senza aspettarsi nulla e a quelli che danno loro sostegno' (o qualcosa del genere, non mi va di riguardare tutto il programma, fidatevi).
P.S.: Domattina 1° dicembre 2010 chi può partecipi al sit-in di solidarietà a Gioacchino Genchi, che questo Stato ringrazia per aver contribuito per anni alla lotta alla mafia con un provvedimento disciplinare per aver offeso uno che i mafiosi usava tenerseli in casa, in mattinata a Roma, via di Castro Pretorio 5. L'invito lo metto qui perchè il tempo stringe, e perchè Monicelli sarebbe contento: che rivoluzione in Italia sarebbe premiare la legalità!
P.S.2: Monicelli non voleva e non avrà funerali, d'altronde quella è roba per morti: lui (prendo due battute - che a lui sarebbero piaciute tanto, e anche agli amici suoi - da Spinoza.it, scelte tra tante da Gemma Serena) è sfuggito alla morte buttandosi dalla finestra. E comunque non si è suicidato: è morto di vecchiaia mentre era in volo.


domenica 28 novembre 2010

ABBIAMO UN SOGNO: NON AVER BISOGNO DI EROI

Il testo dell'appello è un filino troppo ottimistico, per usare un eufemismo, ma ho deciso lo stesso di unirmi ai 4035 aderenti, tra cui Dario e Jacopo Fo Salvatore Borsellino e Serge Latouche, perché solo dei visionari hanno la possibilità per quanto improbabile di trovarsi pronti a dare le carte quando il banco è saltato, a salire in cassetta quando gli indiani hanno accoppato il cocchiere, a vincere le elezioni partendo da zero quando un'intera classe politica va a gambe all'aria. Né più né meno quello che ha fatto il visionario Berlusconi 17 anni fa, se ci pensate. Solo una visione, infatti, può rimpiazzare una visione, tanto è vero che fu con la visione dell'Europa Unita, antitetica (e pur "minore") rispetto al berlusconismo, che Prodi vinse due elezioni, sia pure con maggioranze troppo deboli per poter governare, mentre ciò che manca alla sinistra da troppo tempo è proprio una narrazione sociopolitica da sostituire al non più utilizzabile socialismo reale. Ed è proprio quella che può fornire il progetto dal nome Abbiamo un sogno: è molto meno utopico della sua etichetta, e questa è una delle cose che si capiscono leggendo direttamente come lo illustra Jacopo Fo.
...
Io però tra tutti i messaggi che l'appello passa voglio soffermarmi su uno in particolare, perché mi dà l'opportunità di spiegare una cosa che mi ronza in testa da un po'. Il passaggio è "la raccolta differenziata è mille volte meglio degli inceneritori", la cosa che mi ronza in testa è "perché non riesco a farmi piacere Roberto Saviano?". Nossignori, non ho letto Gomorra, e non sono andato a vedere il film di Garrone, regista cui pure avevo dato malriposta fiducia andando a vedere L'imbalsamatore e Primo amore, manieristici lenti e compiaciuti, prima di decidere che non mi piace. Prima però mi limitavo a rubricare la mia antipatia per il giovane fortunato scrittore partenopeo in tre diversi scontati capitoli: invidia per il successo anche economico, solita tendenza innata di noi sinistrorsi a dividerci e distinguerci anziché come i destrorsi fare fronte comune contro il nemico, contraddizione insanabile dello scrivere contro la camorra per un editore che - per restare ai fatti dimostrati giudizialmente - avendo bisogno di protezione anziché rivolgersi alle forze dell'ordine si metteva dentro casa per anni un boss mafioso.
Delle tre questioni, l'unica fondata obiettivamente, e quindi l'unica confessabile pubblicamente, era l'ultima. Cui però si aggiunge adesso l'altrettanto obiettivo fatto di co-condurre una trasmissione in tv, senza peraltro esserne capace (quindi per il solo fatto di essere personaggio, dunque all'interno della sintassi televisiva berlusconiana), prodotta da una società controllata dallo stesso editore di cui sopra. I miei amici di sinistra, di fronte a queste mie rimostranze (lo ammetto: condite anche da un'annosa antipatia anche per Fabiofazio) mi rispondono con una serie di obiezioni tutte riassumibili più o meno così: "eh ma oggi giorno se non fai così non lavori, se non sei dentro certi giri non lavori, e allora sono meglio gli oltranzisti integralisti ostracizzati che non riusciamo a vedere, o questi che grazie alla loro duttilità riescono a lavorare e allora si fanno vedere e sentire e mi fanno vedere finalmente in tivvù qualcosa di diverso, dalla Litizzetto ad Albanese a Paolo Rossi a Benigni, eccetera eccetera?". Pur essendo immediatamente denunciabile per logica (se quelli che danno veramente fastidio li hanno fatti davvero sparire e questi no, vuol dire che questi non danno veramente fastidio) se non per legittima suspicione (che ci sia un gioco delle parti tra editore-produttore e dipendenti), ho preso sempre per buona questa argomentazione difensiva, anche perché di solito proveniente da persone cui voglio bene e che stimo, della cui ottima fede quindi non ho ragione di dubitare. E tuttavia quella cosa in testa ha continuato a ronzare, fino a che...
Fino a che l'altra sera l'enfant prodige dell'anticamorra non si schiera apertamente per gli inceneritori. Ascoltandolo, mi si sovrapponeva al suo volto quello di un altro maitre a penser del progressismo, Veronesi: il luminare oncologo a favore dell'energia nucleare e per questo recentemente chiamato da Berlusconi a presiedere l'apposita Agenzia. Allora, non avendo nè il tempo nè la voglia di leggermi il mattone Mondadori e guardarmi tutte le comparsate televisive Vieni via con me compreso, mi metto a cercare in Rete, e scopro che Saviano:
  • ha posizioni perlomeno discutibili sulla questione israeliana;
  • sui rifiuti, prima di proporre la soluzione sbagliata inceneritori, dimostra di non conoscere le potenzialità di una vera raccolta differenziata e le vere cause dell'emergenza napoletana (per lui sempre il generico "la camorra");
  • sui rapporti tra lega e 'ndrangheta, forse alla fine ha fatto un favore a Maroni (che studia per premier, e 11 milioni ad ascoltarlo se li sognava), e se così fosse non si sa se è meglio per lui che gli venga attribuita la colpa o il dolo, ma in ogni caso l'interrogativo è "sottostare al diktat o farsi tagliare il programma"? Daniele Luttazzi non avrebbe avuto dubbi, figurarsi Enzo Biagi. E difatti.
Bocciato definitivamente Saviano, quindi?
Intanto, per capire che il problema rifiuti non ha regionalità nè latitudine, divertiamoci con la lettura di Carlo Bertani del caso Riso Scotti Energia: è davvero molto istruttivo su cosa ne è degli inceneritori (e potrebbe essere delle centrali nucleari) in questo scellerato Paese.
Ma poi, poiché non voglio dare torto ai miei amici, concludo per l'ipotesi che Saviano non sia in malafede, in fondo è un ragazzo catapultato dalla fortuna editoriale - sicuramente meritata - in un ruolo, quello dell'eroe, che incarna come personaggio non avendo (e non per colpa sua, ovviamente) né la statura né il mestiere o il ruolo di un Falcone. Egli è dunque, come si diceva negli anni settanta, "un compagno che sbaglia", come tanti di noi, anzi meno di noi, ma dato il ruolo che si trova a recitare ha una responsabilità tale, di fronte all'immenso seguito che ha, che certi errori non li può proprio fare. E allora chiudo, montandomi un po' (ookay: un bel po') la testa, parafrasando Cerami, con dei "consigli al giovane scrittore", nel caso voglia smentire i suoi sempre più numerosi detrattori (e non ricorrere a un "è tutta invidia" che a pronunciarlo si troverebbe in pessima compagnia):
  1. cominciando dal tenere duro sui pro-vita, dìa una sterzata cazzuta al programma, forte degli ascolti oceanici (che qualcosa ai vertici del PD dovrebbero dire, sulla voglia di sinistra che c'è nel Paese), tanto è l'ultima puntata, no? si documenti, se no si faccia passare le carte da Travaglio, sui rapporti tra mafia e Forza Italia nel 93/94, faccia qualche nome, parli fuori scaletta, vediamo se Masi è in grado di staccare la diretta e mettere le pecorelle...;
  2. chiusa la trasmissione, continui la sua meritoria opera di denuncia facendo un po' più di nomi e cognomi, magari di politici, lui che può permettersi di pagare gli avvocati (e tanto se il lavoro lo fa bene le cause le vince, come Travaglio appunto): lasci a noi piccoli poveri blogger le vigliaccherie;
  3. tagli il contratto con Mondadori, e magari anche con Endemol: non finirà sotto i ponti, ma acquisterà il credito minimo per parlare ad orecchie intasate da decenni di lordure, e però scafate, come le nostre;
  4. aderisca a un progetto politico alternativo, come quello di Abbiamo un sogno, gli porterà il suo contributo di visibilità, e in cambio magari un po' di incontri con un premio Nobel che ha dissimulato sempre il suo estremo coraggio con una maschera da giullare gli faranno dismettere quell'aria seriosa. 
    Ecco, il ronzio in testa non c'è più, ora so perché non amo il Saviano di oggi, e che percorso dovrebbe fare perché lo ami domani. Chi lo ama già oggi, prenda queste mie notazioni e indicazioni come auguri: il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette, domani sarà Nobel anche lui, magari quando la scena italiana non avrà più bisogno del personaggio che interpreta.

      giovedì 25 novembre 2010

      LE NINFEE LO STAGNO E LA STORIA DELLE COSE

      Monet, Lo stagno delle ninfee e il ponte giapponese
      Cosa c'entrano la scuola, la Norvegia, l'Irlanda, le cose, Vendola e JFK? Due sono stati europei, Kennedy era di origini irlandesi, sia lui che Niki da piccoli andavano a scuola, e poi? Non sforzatevi oltre, perché il filo logico che intendo seguire oggi è già arduo di suo, e questo è uno dei lussi che può permettersi chi controinforma per diletto perché per fortuna la pagnotta se la guadagna altrimenti: guardare il counter per curiosità e non per capire se oggi mangi.
      Dato che il consumismo è onnipervasivo, sono sicuro che non tutti i miei comportamenti siano irreprensibili da questo punto di vista, o in altre parole che anche il mio tipo sia un target, per quanto difficile, per i guru del marketing. Ma da ragazzino avevo le toppe ai pantaloni, soltanto un paio di scarpe chiuse da riacquistare a crescita piede o a consunzione, e d'estate un solo paio di sandali, poi un paio di jeans quattrostagioni, un "eskimo innocente" per tutto il liceo, mai una lira in tasca, eccetera; così oggi fatico a buttare un paio di scarpe, e anche per questo non compro mai cose di moda, ma solo quando irrimediabilmente scassate "quelle nere" ne compro un'altro dello stesso colore, possibilmente comode e indistruttibili, e questo esempio vale per la maggior parte delle cose: mi devo fare violenza per gettare un oggetto qualsiasi, ed emergo trionfante dallo sgabuzzino quella volta su un milione che questa mania è servita. Insomma, non ho una discarica in casa solo per via dei numerosissimi traslochi, ciascuno occasione di un provvidenziale reset. Ma uso un trench dell'89, e l'abito che indossai al matrimonio di mia sorella nell'86 è ancora in armadio, hai visto mai dimagrisco.
      Ricordo l'austerity del "73 con nostalgia come tutte le cose che si vivono da bambini, o era davvero bello girare a piedi in bici o coi pattini per le città forzatamente senza auto la domenica? Mi faccio domande del genere quando sento parlare i teorici della decrescita, o quando leggo cosa sta succedendo in Grecia o in Eire... Se guardiamo a quanto poco tempo è passato dall'adesione all'area Euro e dall'universale meravigliata considerazione con cui veniva visto il boom della appunto cosiddetta "tigre irlandese", viene da chiedersi però, più seriamente, dove è l'errore e com'è possibile che analisti politici ed economici di professione non l'abbiano previsto. Tanto che a questo punto il dubbio atroce è: se lo avessero previsto, e quindi il disastro cui assistiamo non sia un sottoprodotto imprevisto bensì il vero obiettivo di un'azione mirata?
      Andiamo con ordine, sia pure a grana grossissima perchè questo è un post su un blog e non un trattato storico. L'umanità ha vissuto per decine di migliaia di anni sul pianeta di quello che ci trovava sopra: una fase che trova memoria in molte religioni come paradiso perduto. La cosiddetta civiltà inizia con la relativa scarsità, e con essa iniziano alcuni millenni di stanzialismo, patriarcato, guerra, politica. Ma anche se la vita vi resta una dura lotta quotidiana, ancora quel mondo garantisce in qualche modo il sostentamento a tutti i suoi figli, assieme ad una relativamente estrema ricchezza a ristrettissime élite. Le cose cambiano solo quando la tecnologia consente di sfruttare le risorse fossili del pianeta (il carbone prima del petrolio) per creare energia sufficiente a trasformare il modo di ottenere le cose, e con esso le cose stesse e l'organizzazione sociale intorno ad esse. Questa fase dura da meno di tre secoli, un battito di ciglia nella storia dell'uomo. E sta mostrando la corda, per una questione di mera fisica dei sistemi: la terra è un sistema finito, per spazio fisico e risorse, e non è possibile che un modello a sviluppo lineare non incontri i limiti sistemici, più prima che poi. Come nell'indovinello delle ninfee e dello stagno: se raddoppiano ogni giorno, e impiegano dieci giorni a riempirlo tutto, quanti ne impiegano a riempirne metà? Non serve affannarsi in calcoli: nove, e se fossero cento novantanove, i limiti sistemici fanno così, si mostrano in tutta la loro drammaticità sempre all'ultimo momento. Così in questi tre secoli, le teorie sul mondo e la società, in altri termini le idee politiche, si sono polarizzate attorno a due ceppi, divisi a valle ma non a monte, cioè con idee diverse su cosa fare ma la stessa matrice culturale figlia di quella rivoluzione tecnologica: capitalismo e comunismo. Due etichette che potremmo sostituire con mercato e stato, destra e sinistra, taylorismo e marxismo, nazionalismo e socialismo, liberismo e statalismo, monetarismo e keynesismo, a piacere, non cambierebbe niente. La questione è che entrambe le visioni funzionano solo in un mondo che può continuare a crescere sempre, un utopico stagno infinito.
      Certo, la dialettica tra queste due pulsioni della modernità non è priva di cause e di conseguenze. Le contraddizioni insite nel capitalismo, infatti, hanno provocato problemi a fiotti che mai avrebbero trovato una soluzione, per via del naturale egoismo umano, se dall'altra parte non ci fosse stata una tensione ideale e pratica: questo meccanismo può essere facilmente utilizzato per leggere tutta la storia moderna, dallo svuotamento traumatico delle campagne per costruire il sottoproletariato urbano alle lotte per il salario e l'orario di lavoro limitato, dal colonialismo con annesse guerre mondiali per il controllo delle risorse alla costruzione del welfare state per la loro parziale redistribuzione, tutto può essere letto come risultato del tira e molla di questa lotta. Fino a quando, morto il socialismo reale, il capitalismo ha potuto credere di essere l'unico sistema possibile, l'unico giusto: allora, libero di scatenare tutto il suo potenziale distruttivo, tramite neoliberismo prima e neocolonialismo mascherato da globalizzazione dopo, ha portato in soli vent'anni il mondo sulle soglie della catastrofe.
      Figlio di questo delirio di onnipotenza, è in atto un piano consapevole, favorito dalle tendenze "naturali" del mercato, di riduzione progressiva dell'area del benessere a una élite sempre più ristretta: l'obiettivo è un mondo che garantisca a queste estrema ricchezza stavolta assoluta e del tutto incurante del sostentamento anche minimo di tutti gli altri, cosa credete che siano, se no, le continue riforme delle pensioni, lo scippo delle liquidazioni, il collasso della sanità pubblica, l'attacco all'istruzione pubblica, le privatizzazioni di tutto (perfino l'acqua), la precarizzazione del lavoro, l'approccio poliziesco all'immigrazione finalizzato alla schiavitù, eccetera? Questi studiano, le sanno le cose, e mentre la decrescita "felice" è un tema da carbonari del web, mentre il resto dei sudditi è stato dealfabetizzato per via televisiva e viene tenuto buono con la paura e la propaganda (scena madre, l'11 settembre 2001: la verità si saprà forse tra qualche decennio, come nel caso Kennedy), lo scenario di riferimento dei piani delle élite economiche mondiali è (esattamente come nella metafora di 2012 di Emmerich), dato che le risorse del pianeta non consentiranno affatto il mantenimento del tenore di vita occidentale nè a miliardi nè a centinaia di milioni nè nemmeno a decine di milioni di persone, il livellamento in basso del tenore di vita per tutta l'umanità per poterne mantenere uno elevatissimo in pochi. La decrescita felice, insomma, c'è già qualcuno che la persegue da decenni: felice per una cerchia ristretta e infelicissima per tutti gli altri.
      L'unica nostra possibilità di scampare a questo destino è acquistarne consapevolezza presto, e trasformare la cosa in azione politica prima che si formalizzi, e prima o dopo succederà, l'abbandono anche formale della democrazia come forma di governo, come tappa finale di un rimaneggiamento sostanziale che abbiamo sotto gli occhi da tempo. Liberarsi del regime berlusconiano è solo il primo passo, e ha ragione Flores d'Arcais ("da Fini a Vendola") bisogna percorrerlo anche con compagni di strada scomodi. Ricostruire un pensiero "di sinistra" è il secondo, e niente ha a che vedere - come bene dice Carlo Bertani - con le manovrine di vecchie facce e vecchi simboli in corso. Altrimenti passeremo dalla padella Berlusconi alla brace Montezemolo, schiavi di un potere economico-bancario-finanziario che non ci lascerà scampo. E in questo pensiero devono esserci idee nettamente diverse da quelle attualmente universalmente condivise su moneta (ecco cosa c'entra la Norvegialeggiamo questo rapporto e passiamo parola), debito pubblico e privato, istruzione e ricerca pubbliche, crescita e sviluppo (dePILandoci) e rapporto con le cose. Cominciando - come sempre bisogna fare - da se stessi, col recuperare la relazione con gli oggetti che era considerata normale fino a 30 anni fa, e fu tragicamente abbandonata in Italia proprio con la Milano da bere del compare dell'imbonitore che impazza da sedici anni, facendoci scordare la storia delle cose.

      venerdì 19 novembre 2010

      TUBULAR BALLS

      La decisione di investire parte della propria esistenza in un progetto di aiuto concreto nei confronti di popolazioni meno "fortunate" di noi, raccontata su questo blog in post come quello di Terramama o nella pagina Adottocondiletto, acquista valore non solo se maturata in omaggio a valori autoformati piuttosto che in adesione a una missione religiosa, ma soprattutto se si svolge nella consapevolezza che questo genere di cose si fanno innanzitutto e soprattutto per se stessi. Consapevolezza, questa, che ho sentito ammettere francamente anche da parte di persone che peraltro si dicono mosse da una fede: in quel caso, a spingerle non è certo l'attesa di una qualche ricompensa da parte del loro dio, quanto invece l'insopprimibile urgenza di "fare qualcosa" una volta sentita la quale senza obbedirle risulta impossibile godersi la propria vita.
      Vivere esperienze del genere nel proprio privato, e/o dare eco (se se ne ha la possibilità, e nei limiti di questa) a quelle e a tutte le altre di cui si viene a conoscenza, non deve però esimerci dal mantenere anche (ebbene si, possiamo pensare molte cose contemporaneamente...) una visione prospettica delle cause delle situazioni di bisogno (siano esse lontane maree estese o vicine sacche locali) tra cui abbiamo scelto quella su cui versare il nostro modestissimo contributo personale. Ciò perchè è solo se da questa parte del mondo quella visione si fa opinione di massa che i nostri piccoli autoconsolatori (per quanto utilissimi) cucchiaini verranno affiancati da efficaci autopompe nello svuotamento del mare della sofferenza.
      Bisogna sapere, ad esempio:

      • che questo governo ha fatto precipitare al penultimo posto tra i Paesi OCSE il già scarso apporto in termini di aiuti contro la povertà nel mondo: anche fosse solo per questo, bisogna augurarsi che questa (sciagurata anche per molti altri versi) esperienza politica volga davvero al termine, e pentirsi nel caso la si abbia in qualche modo sostenuta o lasciata prosperare nell'indifferenza;
      • che l'ultimo magheggio del commercialista che da quindici anni si atteggia a genio della politica fiscale (dicendo tutto e il contrario di tutto: memorabili i suoi argomentatissimi articoli sui danni provocati dai condoni fiscali poco prima di vararne una serie da record mondiale, o i suoi discorsi da no-global tra uno scudo fiscale e l'altro) ha praticamente derubato le organizzazioni no-profit di gran parte dell'ammontare del 5x1000 (già di suo un'elemosina, specie se paragonato al truffaldino 8x1000);
      • che tutta la fame del mondo è nipote amatissima del colonialismo, prima del quale le condizioni di vita normali (in senso statistico, ma anche modali o dell'ultimo decile) nel mondo erano apprezzabilmente simili (d'accordo, in basso), e figlia voluta del neocolonialismo, prima del quale ancora le differenze erano parecchie (decine? centinaia?) volte più basse di adesso: e dunque si può senz'altro affermare che per qualunque confort ciascuno di noi si possa dotare c'è qualcuno nel mondo che muore in diretta conseguenza.

      Leggiamo con attenzione questo pezzo di Cardini, che inquadra perfettamente la questione: siamo colpevoli di genocidio. Questo sistema capitalistico mondiale a guida finanziaria va smantellato prima che finisca di distruggere il pianeta. Le alternative ci sono, i popoli più coraggiosi hanno cominciato a praticarle, ad esempio gli argentini e i sudamericani in genere, forse forti dei decenni di sofferenze subite per essere il cortile di casa, the backyard, dell'imperialismo statunitense. Ma bisogna cominciare a pensarle, ste cose, tutti, perchè sia tra noi che si selezioni chi prenda il posto dei cosiddetti leader che dalla morte di Berlinguer stanno costantemente dilapidando l'idea stessa di sinistra. Per poi spacciare per tale una lista di luoghi comuni recitati in prima serata, peraltro male: ignorando l'abc della comunicazione, che per il mestiere che si sono scelti (e quanto ben retribuito!) è come voler fare l'idraulico senza capire un tubo.

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