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martedì 10 gennaio 2012

SOGNO BRASILEIRO

La migliore email di auguri per il nuovo anno mi è arrivata da Gemma Serena, che da troppo tempo manca tra le firme di questo blog: in allegato il calendario 2012 del cambiamento, ricco di chiarimenti approfondimenti suggerimenti pratici sul tema della decrescita felice. A proposito, ancora qualche giorno fa rimarcavo l'urgenza di trovare un'etichetta che sostituisse la parola "decrescita" che contenendo una connotazione negativa evoca tutta una serie di significati secondari cattivi che compromettono la sua efficacia come etichetta del movimento di rinnovamento politico e sociale che solo ci può salvare, hai voglia ad affiancargli l'aggettivo "felice" e a snocciolare precisazioni che arrivano via emisfero sinistro, cioè eoni dopo che il messaggio evocativo ha raggiunto l'emisfero destro facendo i danni.
Nel denunciare l'esigenza senza proporre soluzione, facevo l'errore di tradire sia la mia formazione culturale e politica, sia la mia proverbiale forza a Trivial in Geografia. Un articolo di ieri sul Fatto mi ha bacchettato la prima dimensione, facendo scattare la seconda: l'etichetta è PROGRESSO, l'immagine evocata è quella della bellissima bandiera del Brasile, che forse non tutti sanno che contiene l'invocazione (positivista!) a "ordine e progresso" al centro di tutto.
A differenza di altre come "sinistra" o peggio "comunismo" o peggio ancora "socialismo", la parola "progresso" può vantare uno sputtanamento debole e datato, e oggi è solo semplicemente dimenticata, dato che pure a sinistra gli si preferisce un'impossibile "crescita" e talvolta un'incomprensibile "sviluppo" (termine neutro che prende valore a seconda dell'aggettivo che lo accompagna, e quindi può essere benissimo negativo). Invece nel termine "progresso" è implicita una e solo una semplice idea: se c'è, le cose vanno meglio di prima. In altri termini, è un concetto qualitativo, e può benissimo includere situazioni in cui dal punto di vista quantitativo c'è una diminuzione. Ecco che una decrescita felice può sostanziarsi in un progresso, un calo delle spese militari (a cominciare dalla rinuncia parziale o totale all'affare dei caccia) pure, una diminuzione del reddito accompagnata da aumento di tempo libero a parità di possibilità di accedere a servizi e socialità pure, investimenti nel campo dell'energia di minore ammontare ma migliore allocazione (e se è possibile in Bangladesh...) pure. E stiamo parlando di tutte cose che farebbero calare il famoso PIL, quindi aumentare il famoso deficit, quindi aggravare il famoso debito: è o non è abbastanza per alimentare un movimento politico che abbia tra le sue parole d'ordine l'abolizione di questi parametri per misurare se stiamo bene o meno? Lo vogliamo capire o no che questo termometro serve solo al medico, il sistema bancario/finanziario, che attraverso la sua imposizione geniale ha trovato il modo di piazzarsi al nostro capezzale e tenerci perennemente moribondi per campare a nostre spese?
Ordine e progresso, per la miseria, o non ricominceremo mai a coniugare i verbi al tempo futuro. Il che parlando di Brasile non può che dirsi meglio in musica...

mercoledì 26 gennaio 2011

LET THE SUN SHINE

Non partecipo mai alle catene di Sant'Antonio, anche se la mail dice che se non la inoltro a dieci amici avrò tot anni di sventure mentre invece se lo faccio subito tutti i miei desideri si esaudiranno. Se faccio un'eccezione stavolta è per un buon motivo: il Sunshine Award è una lodevole iniziativa di diffusione virale della controinformazione o di altre iniziative editoriali via web. In realtà, non sono nemmeno riuscito a capire se esiste un'organizzazione vera e propria che davvero premia qualcuno, ma il giochino dà soddisfazione in se e accolgo volentieri l'invito a parteciparvi. Arriva dall'amico Diodati che gestisce il bel blog a carattere scientifico Omega centauri, il quale bontà sua (grazie Michele!) mi ha messo tra i 12 blog che il regolamento vuole si segnalino.
Ora, io ho già una sezione in spalla destra che elenca i siti che "controinformano davvero", ma da un lato tra essi ci sono giganti che non necessitano di alcuna pubblicità, dall'altro approfitto volentieri di questa occasione per chiarire perché tra essi io abbia inserito anche alcuni fratelli blog minori e per citare anche altri siti che per natura non sono in quella lista.
Ecco i miei dodici prescelti (*), che come da regolamento mi premurerò di avvisare uno a uno della mia segnalazione, invitandoli a proseguire questo meccanismo forse autorefenziale e ingenuo ma sicuramente a somma positiva: una carezza non fa mai male a nessuno.

  1. Antonino Monteleone - Questo Saviano senza i milioni, già "attenzionato" dalla 'ndrangheta, è un esempio per tutti i suoi giovani concittadini, e direi anche per tutti i meridionali.
  2. Bandafalò - Non contenti di tenere viva culturalmente la loro Cannitello, proprio in quel tratto di litorale che verrebbe scempiato dal Ponte, questi ragazzi sono da quattro anni anche impegnati in una missione umanitaria in Costa d'Avorio. Chapeau, intanto che aspetto il calendario dei concerti estivi.
  3. Carlo Bertani - Lo cito spessissimo nei miei articoli, spesso come utile approfondimento di argomenti che io tratto più superficialmente, sempre con una puntarella d'invidia (positiva). Se da grande divento Capo del governo, lo prendo come Ministro della Pubblica Istruzione (cui ridarei dunque la vecchia etichetta, sottolineando pubblica) o forse come Vicepresidente del consiglio con delega all'Energia.
  4. Liberareggio - Un gruppo di ragazzi di buona volontà, che tra questo sito, un laboratorio e tante altre iniziative, rende possibile una speranza per una terra, la mia terra, a vario titolo disgraziata. Da incoraggiare in tutti i modi possibili, anche (come ho fatto) presenziando quando possibile ai loro eventi.
  5. L'orizzonte degli eventi - La "papera zoppa" non ha peli sulla lingua, e in un'epoca in cui le donne per fare carriera devono averne tanti specialmente altrui si tratta di una dote rara e fuori moda. Catartico e istruttivo.
  6. Malanova.it - Scilla on the web, bellissimo portalino a respiro solo apparentemente locale, con la testata - e non solo quella - in dialetto (significa letteralmente "cattiva notizia", ma è un'imprecazione multifunzione, come il bolognese sòcmel o il romano 'taccitùa).
  7. Michela Murgia - La giovane e brava scrittrice è tra coloro (in testa Loredana Lipperini) che più si sono indignati per la vergognosa vicenda dei libri all'indice in Veneto, come ad esempio in questo articolo dal titolo poetico. Su segnalazione di Gemma Serena.
  8. Net1news - Questa specie di blog dei blog sta dando una mano a tanti di noi, come altre iniziative analoghe. Da incoraggiare e diffondere.
  9. ReteNoPonte - Segnalo questo sito quasi a titolo di rappresentanza di altre decine, uniti nel combattere questa battaglia contro lo spreco e il regalo alla mafia che sarebbe questa regina delle opere inutili di tutti i tempi.
  10. Sbilanciamoci - Ci sono anche economisti che ragionano al di fuori del dogma del monetarismo, e del libro paga delle multinazionali, ed è il loro contributo tecnico che ci serve per ragionare di un futuro diverso. Anzi, di un futuro e basta.
  11. UAAR - L'Unione Atei Agnostici e Razionalisti è un faro nel buio in un Paese in cui la Chiesa detta da sempre e sempre più la linea politica, peraltro ad esclusivo comodo suo: il bestemmiatore che ti fa risparmiare miliardi di ICI è da contestualizzare, il corruttore di minorenni è stigmatizzato quando proprio non si può più tacere ma in cinese e con cautela, ma sia mai istituisci un registro per il testamento biologico o vorresti regolarizzare il tuo rapporto con quel tipo maggiorenne dello stesso sesso che ti scopi col preservativo, allora giù botte con la croce (mina c'a cruci) in pugno.
  12. 19 luglio 1992 - Il giorno che finì la speranza, e inizio dell'era berlusconiana: la Storia dirà se è una coincidenza, se non ci riuscirà prima un tribunale. E' il sito del Movimento Agende Rosse di Salvatore Borsellino, uno che non si arrende. Imitiamolo.

(* ) L'elencazione è in ordine alfabetico, tranne l'ultimo, che è il più importante.

giovedì 23 dicembre 2010

SE UNA NOTTE DI NATALE UN LETTORE...

Mai amato il Natale, e non perché non ho fede: se l'avessi lo odierei proprio, festa consumistica per eccellenza qual'è. E' che non sopporto l'ipocrisia. Non amo gli alberi di Natale, e non perché in fondo sono stati la prima di tante tradizioni importate come Halloween o inventate dai pubblicitari come Santa Klaus. E' che quelli veri sono un delitto e quelli finti una tristezza. E non amo la computer graphic, e pur usando un pc per lavoro e uno per diletto non ho mai giocato a un videogioco più avanzato di campo minato, poi per eccesso di politically correct divenuto prato fiorito. E' che proprio più sofisticati sono meno mi divertono.
Ma questo alberello di Natale che mi ha mandato Gemma Serena è proprio carino, realizzato come facevano i pionieri della grafica con le stampanti ad aghi. Su un testo, poi, di uno dei più grandi scrittori italiani contemporanei, Italo Calvino, tratto da un suo riuscitissimo romanzo degli anni 70 che è un prototipo logico dei moderni ipertesti. Grazie, Gemma, e auguri a tutti voi.

I
Libri
Che Da
Tanto Tempo
Hai In Programma
Di Leggere,
I Libri Che Da Anni
Cercavi Senza Trovarli,
I Libri Che
Riguardano Qualcosa Di Cui
Ti Occupi In Questo Momento
I Libri Che
Vuoi Avere Per Tenerli A Portata
Di Mano Per Ogni Evenienza,
I Libri Che
Potresti Metter Da Parte Per Leggerli
Magari Questa Estate
I Libri che
Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale
I Libri Che
Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile,
Ecco Che
Ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo
a un
insieme
certo
molto
grande
ma comunque calcolabile in un numero finito,
anche se questo relativo sollievo
ti viene insediato dalle imboscate
Dei Libri Letti Tanto Tempo Fa
Che Sarebbe Ora Di Rileggerli
E Dei Libri Che Hai Sempre
Fatto Finta D’Averli Letti
Mentre Sarebbe Ora Ti
Decidessi A Leggerli Davvero.

da Italo Calvino
Se una notte d’inverno un viaggiatore

martedì 30 novembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO, PRIMA O POI

con Totò durante le riprese de I soliti ignoti
Si potesse fare, oggi stringerei la mano a Mario Monicelli. Di biografie sulla rete oggi ce ne sono a tinchitè, per dirla con un altro grande vecchio, per cui io mi limito a salutare uno dei più grandi maestri del nostro cinema (per dire, se io sulla classica isola deserta potessi portarmi a scelta o tutti i suoi film o tutti quelli di Fellini, senza offesa per nessuno opterei per il cofanetto con Amici miei, La grande guerra, Un borghese piccolo piccolo, L'Armata Brancaleone, La ragazza con la pistola, Risate di gioia, I soliti ignoti e i tanti con Totò, diretti spesso a quattro mani con Steno, in cima a tutti Guardie e ladri) rimarcando gli ultimi due episodi che lo hanno visto protagonista in cronaca:
  1. l'intervista del marzo scorso a Raiperunanotte, di cui riporto il filmato in coda, in cui ha dimostrato una volta di più che la gioventù non è questione di anni, e ci ha fatto riflettere sulla miseria di una società in cui devono essere gli ultranovantenni a parlare di rivoluzione;
  2. la sua scelta estrema, tanto significativa data l'età e le condizioni di salute, con cui ha tolto alla Morte l'ultima mossa, facendo quasi un'occhiolino finale al miglior Bergman.
foto dalla pagina Facebook del Movimento Antiberlusconiano Italiano
A illuminare ciascuno di questi due episodi, una coincidenza:
  1. gli studenti manifestano contro la controriforma Gelmini in tutta Italia, specie a Roma, come a volerlo salutare annoverandolo tra le loro file - e occhio signori miei che stavolta non sono solo "quelli dei centri sociali", sono tutti: è vero, rispetto a quelli degli anni 60/70 sono meno numerosi, ma allora il conflitto generazionale era culturale, oggi è economico, che è come dire che questi hanno molta più ragione e se la consapevolezza di "classe" strappasse da davanti i teleschermi anche i rimbambolati dalla DeFilippi sarebbe davvero rivoluzionario...
  2. la violenta rivendicazione di diritto di proprietà sulla sua vita di Mario Monicelli avviene durante la puntata finale dell'evento televisivo dell'anno, che avrebbe dovuto ospitare - per la stessa malintesa par condicio che aveva regalato undici milioni di spettatori a Maroni - i cosiddetti pro-vita a fare da contraltare ai quindi presunti anti-vita Welby ed Englaro della settimana scorsa. Tra parentesi, se come credo non ve siete accorti, con una paraculata delle sue Fabiofazio da un lato mostrava stavolta di tenere botta non cedendo alle imposizioni del CDA e dall'altro faceva pronunciare ad uno dei suoi elencatori un saluto a 'quelli che per anni assistono persone in coma vegetativo senza aspettarsi nulla e a quelli che danno loro sostegno' (o qualcosa del genere, non mi va di riguardare tutto il programma, fidatevi).
P.S.: Domattina 1° dicembre 2010 chi può partecipi al sit-in di solidarietà a Gioacchino Genchi, che questo Stato ringrazia per aver contribuito per anni alla lotta alla mafia con un provvedimento disciplinare per aver offeso uno che i mafiosi usava tenerseli in casa, in mattinata a Roma, via di Castro Pretorio 5. L'invito lo metto qui perchè il tempo stringe, e perchè Monicelli sarebbe contento: che rivoluzione in Italia sarebbe premiare la legalità!
P.S.2: Monicelli non voleva e non avrà funerali, d'altronde quella è roba per morti: lui (prendo due battute - che a lui sarebbero piaciute tanto, e anche agli amici suoi - da Spinoza.it, scelte tra tante da Gemma Serena) è sfuggito alla morte buttandosi dalla finestra. E comunque non si è suicidato: è morto di vecchiaia mentre era in volo.


venerdì 20 agosto 2010

VEDO GUARDO OSSERVO FACCIO

Niente è come sembra (F. Battiato)
Addestrare i propri occhi solamente a guardare è una rinuncia inutile e disonorevole (C. Castaneda)
Se puoi vedere, guarda, se puoi guardare, osserva (F. Meirelles)
Di queste tre citazioni, la prima nelle intenzioni di Gemma Serena, autrice del pezzo qui sotto, doveva essere il titolo, la seconda la chiosa finale, mentre la terza ce l'ho aggiunta io. Un blog è un diario personale, a meno che non nasca a più voci, e se il suo autore vi ospita qualcuno è perchè bene o male lo considera in linea con i suoi pensieri o perlomeno in sintonia: ci si può attendere dunque che lo commenti in apertura o in chiusura. Il bell'articolo che segue, come gli altri di Gemma, mi trova fondamentalmente daccordo: la dicotomia parola/azione, che già fu del leniniano "che fare?" promosso a testata del loro ciclostile dai contadini di Fontamara, vi viene svolta fino quasi al consiglio spicciolo, che poi è (di nuovo) in sintonia con il tanto toccato tema della decrescita. La terza citazione l'ho aggiunta solo perchè mi è subito venuta in mente, avendola letta pochi giorni fa nel Quaderno di Saramago che poi è la trascrizione parziale del suo blog, dove infatti l'ho ritrovata facilmente: c'è un terzo livello, dopo vedere e guardare, e ha già molto a che fare col fare, come dimostrano perlappunto le "osservazioni" quotidiane del premio Nobel recentemente scomparso, così preziose a farci da bussola nel mare in tempesta del mondo di oggi.
Dobbiamo dunque osservare e tenerci pronti: le discontinuità della storia non si sa mai quando arriveranno, a chiudere bruscamente uno scenario ed aprirne un'altro in cui magari ciò che siamo e siamo riusciti a difendere dal fortunale torna ad essere moneta spendibile nel bazar della vita.
....
Sono tempi difficili, questi. Inutile negarlo. E chi si illude che la situazione potrà cambiare nel giro di poco è un romantico, ingenuo sognatore. Lo strappo è troppo grande, non si ripara con qualche punto messo a casaccio qua e là. Ci vogliono impegno, volontà, determinazione. Bisogna crederci, credere che ne usciremo. Parecchio ammaccati, certo, ma ne usciremo. L'istinto ci porterebbe a organizzare la fuga, proprio come dalle navi che affondano, e se restiamo è perché sappiamo che la nave è già affondata e noi abbiamo imparato a respirare sott'acqua. Scalciando un po', neanche troppo, ci siamo adattati e abbiamo persino cominciato a credere che è normale quello che accade, che è normale vivere così, in un Paese così, con un governo così, con una disperazione così. Abbiamo lasciato che ci fiaccassero per bene, che ci prendessero per sfinimento e siamo stati al gioco distruttivo della speranza. Quella che andiamo dicendo ci hanno portato via, tenuta in ostaggio, massacrata, occultata e che invece noi, ostinati, abbiamo deciso di continuare a coltivare nonostante tutto, nonostante una realtà tanto oggettiva da non poter essere interpretata che per quella che è: un disastro. I dati sono sconfortanti, le prospettive inquietanti. Ma noi sempre qui a sperare, il massimo che riusciamo a fare, viatico per il paradiso la sopportazione. Naturale conseguenza, proprio quello che si aspettavano da noi che a furia di riempire il tempo dell'attesa - quello che ci separa dal cambiamento - abbiamo chiuso, buon per loro, il cerchio speranza-sopportazione-rassegnazione. Già, perché, diciamoci la verità: noi siamo proprio rassegnati, ma di quella rassegnazione che anestetizza, che ci fa accettare ormai qualunque cosa senza batter ciglio, senza provare sgomento, vergogna, indignazione. Ci scivola tutto addosso, come se indossassimo un impermeabile, una corazza paracolpi. Tanto le dobbiamo prendere, allora meglio attrezzarsi. Ci hanno tolto la voce in cambio della speranza, non abbiamo fatto un buon affare.
Eppure siamo tanti - realisti al limite del pessimismo più cupo, immuni dai condizionamenti della morale cattolica e da quelli dei mass media, resistenti per vocazione, inaddomesticabili - ci ritroviamo qui e altrove come carbonari, discutiamo fra di noi, ci interroghiamo, spesso ci sembra di avere le risposte giuste, non come quelli che si parlano addosso in tv; ci troviamo le soluzioni in tasca, provetti allenatori di una squadra scalcagnata che siamo certi sapremmo raddrizzare. E' vero: siamo capaci di analisi, studiamo i dati, elaboriamo teorie che confrontiamo fra di noi, punti di vista articolati, documenti alla mano. Quanto parliamo, quante cose ci diciamo… Sottovoce, però. Ce le diciamo e basta. Poi restiamo fermi, immobili, quasi a compiacerci e a indugiare sulle conclusioni a cui siamo giunti argutamente col nostro realismo, a dimostrare, inconsapevolmente, che pure l'analisi sta nella logica della sopportazione. Caspita! Allora, ci siamo finiti anche noi nella trappola della speranza… No, non è possibile, noi no. Noi abbiamo semplicemente dimenticato che essere realisti non significa soltanto saper valutare una situazione con senso pratico, ma anche e soprattutto dare realtà alla nostra azione. In una parola agire.
Noi siamo tanti, siamo la vera maggioranza, tuttavia abbiamo rinunciato all'azione e per non mortificarci troppo diciamo che pure loro - i "nostri" politici - ci hanno rinunciato, visto come vanno le cose. Del resto, hanno permesso agli altri di compiere liberamente la destrutturazione del Paese e delle coscienze senza muovere un dito e con in più la pretesa di presentarsi ancora come nuovo, come alternativa. Va bene, non sono esattamente come loro, ma non sono neppure troppo diversi se poi ci ritroviamo ad ammettere, fra di noi, che quando si tratta dei loro interessi privati - conservare il potere, tanto per dirne uno - sono capaci, eccome, di agire. Quanto agli altri, si muovono agilmente armati di arroganza e di sistemi illeciti - la corruzione come filosofia - e sta a vedere che c'è pure qualcuno che li considera degni di ammirazione e di fiducia ulteriore. Pure fra di noi c'è chi, quando si fa avanti un politico diverso, un "realista attivo", prende a guardarlo in cagnesco e lo massacra di critiche: ma dove pensa di stare questo qua che si mette a parlare di lavoro, di ambiente, di libertà dei soggetti, di rispetto della diversità?! Per carità…
E, invece, quello ti dice, realismo per realismo, smettiamo di guardare al marcio, lo facciamo da anni, lo conosciamo bene ormai. Ora prendiamo il buono che è rimasto - non ci siamo lasciati scorticare fino all'osso - vediamo cosa possiamo farne, vediamo se si può ripartire da questo. Cerchiamo di capire, tutti insieme, ognuno con il proprio contributo di idee e risorse, se proprio dal vecchio si può concepire qualcos'altro. Un po' come facevano le nonne con i vecchi maglioni che disfacevano per ricavarne gomitoli da rilavorare. Con quella lana realizzavano altre maglie, coperte, scialli. Sì, la materia prima non era nuova, ma quella avevano, e a sferruzzarla ancora ci si poteva ritrovare fra le mani un prodotto persino migliore. Perché, in fondo, in quel vecchio maglione, loro riuscivano a scorgerla una simile possibilità. Noi, invece, non ce l'abbiamo questa visione, non riusciamo a costruirla: noi abbiamo in mente il cambiamento, possibilmente radicale, magari con qualche effetto speciale, ma siamo ancora poco inclini a metterci le mani. Dopotutto, con il nostro voto abbiamo delegato, cosa li abbiamo mandati a fare quelli là se poi, comunque, tocca a noi rimboccarci le maniche? Ora, a parte il fatto che "quelli" non sono neppure quelli scelti da noi, che ormai pure i bambini hanno chiaro che stanno lì non per il bene comune ma per il loro tornaconto; ecco, quelli hanno interesse a tenerci nell'immobilismo, godono a fornirci materiale per le nostre disquisizioni. Quelle che ci terranno occupati e distratti il tempo necessario perché loro combinino qualche altro casino che renderà più complicato chiudere questo circo di nani e ballerine. Fa paura, certo, pensare al cambiamento mentre loro si adoperano affinché nulla cambi davvero. Fa paura pensarci soli, privi di alleati, smarriti, disorientati e disillusi come siamo. Fa paura perché il disastro che hanno combinato è spaventosamente grande e non ci riesce di immaginare il modo per ripararlo. Proporzionalmente, ci vengono in mente azioni gigantesche, eclatanti e allora la paura aumenta insieme al senso di impotenza. Ma in questo disastro, non dimentichiamolo, c'è anche la distorsione della nostra capacità desiderante. Un altro inganno, come quello della speranza. Questo più frustrante, però, perché si confonde coi bisogni, quelli che hanno creato ad arte, indotti in ogni modo fino a renderli carne. Il mondo in vetrina e noi fuori con gli occhi sgranati, frustrati e avviliti dalla logica del guardare senza poter toccare: venghino, signori, venghino. Perché i bisogni li hanno creati ma poi non ci hanno messo, almeno non a tutti, nella condizione di poterli soddisfare. Così, un po' alla volta, abbiamo smesso di sentire il desiderio di ciò che non ci è dato di avere - che raramente corrisponde a quello di cui abbiamo davvero bisogno - mortificando, quasi fino a convincerci di averla persa, la nostra stessa capacità di desiderare. In questo modo, le impossibilità sono divenute distanza, disinteresse; sono diventate l'impermeabile su cui lasciamo scivolare gli eventi come se non ci riguardassero. I sogni che ci erano stati offerti sono diventati il nostro tormento e la loro - di quelli - arma migliore, quella che sostanzia il loro potere: abbiamo modificato la nostra scala dei valori difendendo e incrementando consumi non necessari . Così combinati non riusciamo ad aprirci una breccia, ancorché simbolica, in questo muro che ci impedisce la vista del cielo; non riusciamo a pensare a un futuro in cui la parola speranza non suoni più come una presa in giro, come una trappola mortale. Non riusciamo a smettere di usarla, di pensarla proprio, di pensarci noi in questi termini anche se, cominciamo appena a capirlo, contiene il germe pericoloso dell'attesa rassegnata. Non ci riesce ancora di sostituirla con la parola desiderio: volitiva, performativa, capace di creare la realtà perché ci concede di immaginarla, di definirne i contorni, un moto che ci spinge a cercare rotte nuove dopo tanto navigare a vista. Forza vitale, al contrario della speranza, istanza vera di cambiamento che ci aiuta a definire con maggiore lucidità gli obiettivi e li rende reali nell'attimo in cui li diciamo necessari. E ora ripartire è necessario, ripartire da noi stessi, desiderare il cambiamento oltre i bisogni e agirlo liberandoci dai laccioli della rassegnazione in cui siamo caduti più o meno tutti, per ragioni diverse. E' necessario compiere, fra gli altri, il gesto rivoluzionario di smettere di volere per noi quello di cui non abbiamo realmente bisogno, degli oggetti simbolo dell'omologazione di cui la nostra perenne insoddisfazione ci ha resi schiavi. Smettiamo di guardare e basta. Sforziamoci, invece, di vedere. Anche questo è realismo, anche così si rianima l'azione soffocata dalla speranza. Dicendo che noi ci siamo, che partecipiamo all'elaborazione di quello che il guardare ci restituisce. Possiamo mettere al mondo qualcosa di molto diverso se, finalmente, decidiamo di riappropriarci del senso di quel che finora abbiamo guardato e basta.
Gemma Serena

lunedì 9 agosto 2010

EXTRATERRESTRE PORTAMI VIA

Nei prossimi giorni, osservando il cielo in cerca di stelle cadenti, provate a chiedervi se siamo soli nell’universo, se fra tutti quegli astri che brillano sulla nostra testa ve ne sia qualcuno abitato. Pensate a un’altra galassia, un pianeta lontano, un luogo pieno di laghi e ruscelli, colline e distese erbose, dove il clima è sempre mite, gli abitanti ascoltano concerti di silenzio e vivono il triplo di noi.
Siete tanto scettici da non riuscire a concepire un posto così? Avete l’immaginario rovinato da anni di Visitors e alieni malintenzionati? Allora Il Pianeta Verde è il film che fa per voi. Non è una novità cinematografica – la pellicola è del 1996 – eppure il messaggio è attualissimo e vale la pena recuperarlo.
Sul Pianeta Verde, infatti, la natura è intatta; gli abitanti, del tutto simili a noi, non hanno bisogno di case e dormono fra l’erba. Le giornate sono scandite da bagni nel lago, da giochi che fortificano, dallo studio: lezioni di telepatia, di intuizione del futuro, di viaggi interstellari, di matematica dello spazio, di archeologia. Non ci sono gerarchie: il pianeta è governato da tutti e da nessuno. Una volta all’anno c’è un’assemblea coi delegati del pianeta che si ritrovano in cima a una montagna perché quando si cammina due ore in salita si è più intelligenti. In quell’occasione, si decidono quanti matrimoni fare e quanti bambini far nascere a seconda del raccolto; si ricordano quelli che non ci sono più, tutti morti felici e saggi oltre i 250 anni; si offrono cibo e servizi e, soprattutto, si decidono i viaggi: i pianeti sui quali andare per osservare, informarsi, studiarne l’evoluzione. Sono duecento anni che nessuno vuole andare sulla Terra. Del resto, lì non c’è niente da imparare, gli abitanti sono arretrati, il livello evolutivo è incredibilmente basso. Vi sono Paesi dove le donne portano un velo sul viso e non hanno diritto di guidare la macchina. Eh già, perchè - pensate - hanno ancora le automobili! Sono ancora in piena era industriale, quella che il Pianeta Verde ha vissuto tremila anni prima: un’epoca di competizione, contabilità, produzione in massa di oggetti inutili; la guerra, il nucleare, la distruzione della natura, le malattie senza rimedio. La preistoria, insomma. Inoltre, sulla Terra la gerarchia è in qualunque cosa: tutti si credono capi, gli uomini si credono superiori alle donne, la gente di città a quella di campagna, gli umani agli animali e alle piante. E poi ci sono le razze, specie umane molto diverse. Il giorno che si sono incontrate, le più degenerate si sono sentite superiori ed è stato un massacro. Adesso sono i degenerati che comandano.
Per queste ragioni anche durante l’ultima assemblea sembrano mancare i volontari, ma finalmente si offre Mila, la cui madre era una terrestre. Desiderosa di conoscere il pianeta materno, la donna arriva sulla Terra, nella Parigi di fine anni Novanta dove, grazie ai programmi di "sconnessione" di cui è dotata, riuscirà, semplicemente parlando, a mettere in moto il livello di coscienza delle persone che incontra. Queste sono tutte piuttosto sgarbate, corrono senza curarsi di niente e di nessuno; l’aria è inquinata, c’è tanto traffico e tutto è ricoperto di cemento e asfalto. Il mondo che Mila vede è un posto dove vivere è difficilissimo, dove si usa ancora la moneta senza la quale non si può avere nulla, neppure il cibo benché mangiare sia una necessità perché si muore, se non si mangia. Così, la donna si trova costretta più volte a dover usare la sconnessione – il sistema che fa avanzare più in fretta le persone - grazie alla quale assistiamo a scene davvero divertenti come quella dello stadio dove i calciatori, nel mezzo di una partita importante, smettono di inseguire la palla e iniziano a danzare tutti insieme, l’arbitro si mette a cantare ‘O sole mio e i due portieri prendono a baciarsi appassionatamente.
Anche i figli maggiori di Mila arrivano sulla Terra attratti da due ragazze viste telepaticamente in compagnia della loro madre ma, nel tentativo di raggiungerla, finiscono per errore nel deserto australiano dove incontrano gli aborigeni che vivono in questo Paese da 40.000 anni e non hanno rovinato assolutamente nulla qui, sono molto belli, tutti neri, hanno le nostre stesse medicine e il cibo è ottimo. E, inoltre, sono fortissimi in telepatia. Sono avanzati quanto noi.
Si chiarisce così ulteriormente il punto di vista degli abitanti del Pianeta Verde – punto di vista che diventa il nostro ed è questo il vero obiettivo della narrazione - per i quali ciò che noi consideriamo progresso è preistoria; il nostro presente è il loro passato, quello che hanno superato per arrivare allo stadio evolutivo avanzato in cui si trovano ora. Dopo l’era industriale, da noi ci sono stati i grandi processi. Chi fabbricava prodotti nocivi per la salute degli umani, degli animali e delle piante, è stato accusato di genocidio e crimini contro il pianeta: le industrie agroalimentari e chimiche, i fabbricanti di armi, tabacco e alcool, le industrie farmaceutiche e nucleari, i costruttori di automobili, gli architetti, i medici, e i politici che si erano arricchiti lasciando fare. E’ stata la guerra civile e poi il boicottaggio: tutto quello che era stato nocivo per la salute non si comprava più o si buttava. Fu l’arma vincente: senza vendite niente potere, l’esercito e la polizia erano impotenti… Quell’epoca fu chiamata “caos pre-rinascimento”.
La visione di questo film è un salto e un ritorno nel futuro arcaico. E’ la possibilità che ci viene offerta di guardare la Terra da lontano, con gli occhi di chi ha capito che la vera evoluzione non ha nulla a che fare con la nostra idea di progresso, che non è lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, non è il dominio di un popolo su un altro popolo o degli uomini sulle donne, non è il petrolio che inquina il mare e distrugge le coste, non è l’arroganza di quanti si credono migliori solo perché sono nati e vivono in una parte di mondo industrializzato e ricco. E’ lo spunto per riflettere sulla condizione di quanti, convinti di essere dei privilegiati, sono in realtà da commiserare: poveri di spirito, incapaci di ascoltare, di esprimere sentimenti ed emozioni, vittime del proprio egoismo e della propria superbia, costretti a respirare, bere e mangiare veleni.
Non importa se la storia, seppure – o proprio perché - narrata con l’artificio della comicità, risulta a tratti inverosimile e un po’ ingenua. La sua forza sta nella capacità di non lasciarci indifferenti, di metterci davanti a interrogativi ai quali non si può più sfuggire: in che modo e in che mondo vogliamo vivere? Siamo certi che è solo dallo sviluppo industriale che possiamo ricavare il necessario per stare bene ed essere felici? Siamo disposti a valutare l’idea che per evolvere dobbiamo tornare a uno stadio primordiale del sentire e del vivere la vita nel pieno rispetto della natura e degli altri esseri viventi?
Forse è il caso di riflettere e se non siamo ancora convinti ricordiamoci delle parole di Orso in Piedi, uno degli ultimi capi indiani Sioux:
Quando l'ultimo albero
Sarà stato abbattuto,
L'ultimo fiume avvelenato,
L'ultimo pesce pescato,
L'ultimo animale libero ucciso,
Vi accorgerete
Che non si può mangiare il denaro
Dopo aver visto questo film potrebbe persino capitarvi, intercettando una stella cadente, di ritrovarvi a canticchiare il vostro desiderio: “extra terrestre vienimi a cercare, voglio un pianeta su cui ricominciare…”
Gemma Serena
...
E brava Gemma, sei andata a recuperare dalla cineteca questo film francese divertente e leggero (quasi un ossimoro), che non è piaciuto affatto a certa critica ma a me si: poter andare a vedere al cinema titoli che in altre città non arrivano è una delle ragioni per cui amo vivere a Roma. Perchè i film si vedono al cinema, punto e basta. Ma questo deve essere talmente fuori dai circuiti commerciali, ormai, che c'è in visione integrale su Google video, per cui credo sia da un lato legale e dall'altro opportuno farvelo vedere da qui. Godetevelo: vale la pena proprio per le riflessioni che attiva, come giustamente sottolinea Gemma che però chiude con un verso di Finardi estrapolato da un testo che finisce ben diversamente da come comincia, come vedrete se avrete la pazienza di leggervelo tutto o riascoltarvi il pezzo.
Questo per dirvi: andate in uno dei posti consigliati dagli esperti in una delle prossime notti o almeno nel posto vicino a voi più lontano dalle luci di città, a guardare le stelle sdraiati per terra, ma appunto mentre la vista è incantata dal firmamento non dimenticate di lasciare una parte dei vostri meccanismi dell'attenzione attivata sul tatto, a sentire dove avete poggiato il culo.

giovedì 29 luglio 2010

...E NON CI LASCEREMO MAIL

Chi segue questo blog sa che posizione tiene riguardo "vita morte e miracoli": sono agnostico, socio di Libera Uscita (associazione per la legalizzazione del testamento biologico e la depenalizzazione dell'eutanasia), ferocemente individualista (il che non vuol dire egoista, come certi fideisti negatori delle libertà personali asseriscono). Dunque, non posso che criticare le posizioni di chi pretende, in nome di una qualsiasi religione o peggio per calcolo politico, di dirmi cosa devo fare di me stesso e addirittura cosa sia vita e cosa no, per poi passata la moda totalmente dimenticare il problema testamento biologico che sembrava ossessionarlo quando il caso Eluana era "caldo" e c'erano voti da raccattare, e d'altra parte non posso che plaudire ad ogni singola piccola iniziativa che costituisca un passetto in avanti verso il liberale elementare rispetto dell'autonomia decisionale di ciascuno, come l'istituzione di un registro apposito in un piccolo comune.
Meno grave eticamente, ma non priva di sgradevoli risvolti pratici, è una dimensione che si è aggiunta alle tante cose da pensare a proposito della nostra dipartita: grattatina d'ordinanza esperita, un tempo verso la cinquantina si passava dal notaio e si discuteva con lui il destino del nostro lascito materiale, invece oggi fatto quello resta ancora tutta l'immateriale identità informatica, che in qualcuno può raggiungere mille estrinsecazioni. Io e Lenin chiederemmo "che fare?". Fortuna che abbiamo Gemma Serena...
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A molti sarà capitato, almeno una volta, di chiedersi come disporre dei propri beni, se se ne hanno, prima di quella cosa che non nomino per scaramanzia. L’appartamento ai nipoti, i risparmi ai figli, libri dischi cd e dvd agli amici e alle amiche, la casetta in paese ai fratelli e alle sorelle. Bisogna scriverlo, però. Preferibilmente davanti a un notaio, tanto per evitare che in seguito mettano in dubbio le nostre facoltà intellettive.
Certo, andare dal notaio è impegnativo. Intanto, bisogna fissare un incontro e si sa che sono pieni di richieste. Poi, una volta ottenuto l’appuntamento, prendere l’auto, attraversare la città e col caldo che fa… E se dopo aver parlato per più di un’ora col notaio, sulla via del ritorno, ci accorgessimo di aver dimenticato qualcosa? Non necessariamente una cosa importante, una proprietà o un gioiello di famiglia. Magari la password del nostro computer, il nostro blog, la pagina del social network. Eh, già, perché nell’era di Internet, fra le possibili cose da lasciare in eredità ci sono anche i nostri archivi digitali, le password dei nostri profili, dei servizi on line che usiamo abitualmente, delle caselle di posta elettronica, che altrimenti rimarrebbero inaccessibili.
La soluzione è un altro segno dei tempi e di quanto il web abbia rivoluzionato le nostre vite: si chiama testamento digitale, sta a password contatti e documenti conservati nell’universo virtuale come il testamento classico alle sostanze materiali, e riguarda pure i nostri sentimenti, i nostri pensieri più profondi e intimi, le nostre memorie.
E’ sufficiente comprarsi uno spazio su un sito specializzato (ad esempio, mywebwill o mylastmemory) e caricare un filmato, oppure solo un file word in cui riveliamo numeri di conti, codici di accesso, password. E magari qualche segretuccio tenuto nascosto quando eravamo in vita: un po' di gossip post mortem, grottesco e intrigante. Altro che pettegolezzi da ombrellone.
Sembra un gioco, ma non lo è. E inoltre, per il testatore, rispetto al colloquio col notaio, potrebbe avere meno implicazioni emotive, e soprattutto si rivela essere molto più economico. Con meno di cinquanta euro, infatti, ci si assicura l’eternità: un abbonamento senza scadenza, a vita (o dovremmo dire "a morte"?). Basta andare sul sito dedicato, iscriversi fornendo i propri dati e, dopo aver effettuato il pagamento con carta di credito, inserire il proprio testamento che verrà memorizzato in forma criptata per garantirne la sicurezza fino all’apertura. A questo punto, c’è da scegliere il fortunato destinatario - oppure, con una piccola maggiorazione sul prezzo dell’abbonamento, anche più di uno - a cui verrà inviata, dopo la nostra scomparsa, la stampa del testamento digitale. Su carta pregiata, perché non si dica che non abbiamo pensato proprio a tutto.
Ma come faranno quelli del sito a sapere che abbiamo abbandonato questa valle di lacrime? E’ necessaria solo un po’ di collaborazione: ci chiedono di eseguire un accesso alla nostra pagina personale almeno una volta l’anno. Se non ci colleghiamo, passati dieci mesi dalla nostra ultima visita all’account, ci invieranno un primo avviso via mail all’indirizzo indicato e un secondo avviso a distanza di un mese dal primo. Se ancora ci ostiniamo a non dare segni di vita, cominceranno a inviarci un avviso alla settimana per le successive quattro settimane. Noi niente? Loro passano al piano B: invieranno un sms al numero di cellulare che abbiamo lasciato al momento dell’iscrizione. Se dopo tutto questo noi, per cause indipendenti dalla nostra volontà, non ci saremo fatti vivi, allora vorrà proprio dire che siamo morti. Si avvia, dunque, la stampa del testamento e il successivo invio a partire dalla data da noi scelta (qualche settimana, un mese, sei mesi, un anno dopo che abbiamo tirato le cuoia).
Ma supponiamo ora, per ipotesi, che all’incirca un anno prima, subito dopo aver caricato il nostro testamento digitale e a seguito di una grossa vincita alla lotteria o di una folgorante crisi esistenziale, avessimo deciso di partire per fare il giro del mondo in bicicletta o in barca a vela. O, semplicemente, di prendere un aereo dopo l’altro per visitare regioni remote della Terra. E supponiamo che in questo giro, passati nel frattempo i dieci mesi dal nostro ultimo accesso al sito del testamento, non avessimo avuto la possibilità di connetterci a Internet o avessimo perduto il cellulare, caduto in mare o lasciato distrattamente da qualche parte dove non c’era nemmeno il segnale. Non ci sarebbe stato avviso capace di raggiungerci, tanto che, senza cenni chiari della nostra esistenza in vita, è partita la stampa delle nostre memorie e l’invio all’indirizzo indicato.
Il congiunto, da noi scelto fra quelli col cuore più resistente, si vede arrivare la pergamena con il codice di accesso al nostro testamento digitale. Si piazza davanti al computer, segue la procedura che solo allora renderà attive le pagine web con le nostre disposizioni e, finalmente, vede il nostro faccione (lo schermo ingrassa, si sa) che gli parla dall'aldilà e gli rinnova le attestazioni di stima e di benevolenza. Siccome nessuno lo aveva avvisato della nostra uscita di scena, fa un po' di fatica a capire il senso di quel che accade ma, finalmente, realizza che non siamo più di questo mondo e si abbandona al dolore per la nostra perdita. Chissà se tutte quelle password che gli abbiamo lasciato in eredità insieme al nostro affetto incondizionato lo consoleranno più in fretta… Magari ci mette un po', ma riesce a farsi una ragione del nostro decesso prematuro occupando il tempo dell'elaborazione del lutto in un andirivieni di accessi alle nostre caselle e-mail, curiosando nei nostri archivi digitali. Un giorno, però, si riaccende il nostro nome sul display del suo telefonino: siamo proprio noi! Vorremmo ci venisse a prendere all'aeroporto, che il nostro giro del mondo è finito e abbiamo tanta voglia di passare una serata in sua compagnia. Segue il silenzio rivelatore di un nostro grave errore di valutazione: il cuore del congiunto prescelto non era poi così forte.
Eh si: meglio scherzare su quella cosa antipatica che inizia per emme e che finora ho evitato di nominare per risparmiare a ciascuno i gesti scaramantici recuperati dal repertorio personale delle superstizioni.
Dico però, e lo dico seriamente a costo di sembrare retorica e banale, che l’ideale sarebbe riuscire a dire in tempo quel che si pensa e quel che si sente alle persone che ci sono davvero care. Che se passiamo la vita a proteggere tutto con le password per impedire proprio a loro di scrutare ciò che riteniamo privato, che senso ha rivelarlo dopo quando la nostra assenza avrà trasformato i segreti in misteri?
Gemma Serena

giovedì 22 luglio 2010

WALTZING JULIA

Come si dice? "riceviamo e volentieri pubblichiamo"; anzi, molto volentieri, perchè è più che giusto che di donne parlino le donne, perchè un blog per natura si presta bene alla pluralità di voci e toni, e perchè sostanzialmente condivido quanto scritto: mi dissocio solo dalla vena di ottimismo secondo me un tantinello eccessiva (il momento in cui le donne si affrancheranno nella vaticanissima Italia è lontano, e anche in Australia si sente la crisi) ma è soltanto perchè sono un vecchio brontolone. Benvenuta, Gemma Serena, aspetto altri contributi!
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Giusto un mese fa, sono stata svegliata all’alba da un sms, inviatomi da un amico che vive nella terra dei canguri, che mi annunciava un evento storico. Riporto fedelmente: “Per la prima volta in Australia è stato eletto un Primo Ministro donna. L’ex Primo Ministro è stato scaricato dal suo stesso partito perché ritenuto non all’altezza. Dio benedica l’Australia! Ma in Italia ci sarà mai una donna a capo del governo?”
Considerata la mancanza di lucidità dovuta all’ora, ho mugugnato maledizioni incomprensibili in direzione Est nella speranza che, malgrado il fuso, arrivassero direttamente sul cellulare del mio zelante amico. Ma il sonno era perso, ormai, e quella non era affatto notizia di poco conto. Per non parlare della domanda…
Ho preso il telefono e ho digitato la risposta: “Dio è troppo impegnato a sostenere le donne australiane per potersi curare di quelle Italiane!”.
A quel punto, curiosa, apro internet e leggo i quotidiani d’oltre oceano che riportano la notizia dell’elezione di Julia Gillard, avvocata di 47 anni, originaria del Galles, già Ministra dell’Educazione e del Lavoro nel governo di quel Primo Ministro mandato a casa dai suoi. Scopro anche che la laburista Gillard non è solo la prima donna Primo Ministro nella storia dell’Australia: è anche la prima leader donna del suo partito.
Uno dei suoi primi impegni dichiarati la trasforma immediatamente in una mia sorella: “vi dimostrerò come possono cambiare le cose quando vengono affidate alle donne”.
Cerco una sua immagine: ha un viso interessante, i capelli rossi e una vaga somiglianza con l’attrice Jodie Foster. Trovo una foto di lei appena eletta: cammina in testa a un gruppo di uomini, lo sguardo rivolto lontano, il sorriso fiero. Mi piace, penso. E immediatamente la incollo su un foglio word e faccio volantinaggio via mail a tutte le mie amiche, con tanto di commento amaro: “noi ce la sogniamo una svolta così!”. Non lo dico per pessimismo, ma in quel momento proprio non mi riesce di credere che, un giorno, anche io potrò inviare un sms in qualche parte del mondo per annunciare l’elezione di una donna a capo del nostro governo.
Seguo le vicende australiane per simpatia verso i koala, i wombat e gli aborigeni, oltre che per parenti e amici che hanno scelto di vivere in un Paese moderno. E così, sulle tracce di questa “rivoluzione aussie”, scopro che l’elezione di “Julia la rossa” è divenuta fonte di ispirazione per moltissime giovani donne.
“L’esempio della Signora Gillard mi spinge a impegnarmi negli studi” dice una ragazza di 18 anni “così che un giorno anch’ io possa essere un modello positivo per la società. La sua elezione darà alle donne del mondo la fiducia necessaria per credere che tutto è possibile. In una nazione con l’85% di studenti figli di immigrati, Julia Gillard, anch’essa immigrata figlia di immigrati, dimostra che si può arrivare in alto, non importa da dove vieni, dove sono cresciuti i tuoi genitori, quali sono state le tue difficoltà. La Gillard ha fatto la storia australiana e sono certa che un giorno io e molte altre donne potremo seguire le sue orme per rappresentare la nostra nazione”.
“Per me” dice una liceale “ Julia Gillard è un grande modello. Non solo è stata in grado di mostrare che la politica australiana e il potere non sono appannaggio esclusivo degli uomini. E’ anche una donna capace e intelligente, diversa dagli stereotipi di celebrità per teen-agers . Un vero modello cui guardare e da cui trarre ispirazione”.
Vado avanti, altre dichiarazioni di ragazze e giovani donne che per la prima volta cominciano a interessarsi di politica, conquistate dall’elezione di una loro simile. Le parole sono piene di entusiasmo, di passione. Mi entusiasmo e mi appassiono anche io tanto che decido di chiamare il mio amico, messaggero della notizia. Gli chiedo conferma di quanto ho letto, voglio sapere cosa ne pensa, cosa ne pensano i suoi amici e le sue amiche, le sue sorelle, sua madre e suo nonno. Tutti contenti, mi dice, ma soprattutto consapevoli dell’importanza di una svolta epocale per una nazione giovane e per giovani.
Per un attimo provo invidia per gli Australiani. Per più di un attimo a dire il vero. Non solo perché l’Australia è una delle nazioni dove di crisi, al massimo, hanno sentito parlare al tg della sera come notizia dagli esteri, ma perché si ritrova a essere governata da una donna in gamba, una donna determinata che, sono certa, saprà dimostrare il valore delle donne proprio come si è ripromessa di fare appena eletta.
E allora come non pensare all’Italia, alla situazione che viviamo qui? Mi vengono in mente le nostre adolescenti che si identificano nelle partecipanti di reality e talent show. Ragazze la cui massima ambizione è entrare nell’illusorio mondo dello spettacolo, vestite di niente e disposte a diventare tangenti umane in trattative private fra uomini di potere.
Penso a quante poche donne abbiamo in parlamento e all’effettivo valore di coloro che sono arrivate a sedersi su quelle poltrone; a quante rivestono ruoli istituzionali significativi, a quante hanno accesso al potere e a come, eventualmente, si trovano a doverlo gestire.
Penso che questo non è un Paese per donne perché qui la cultura patriarcale, rinvigorita dai deliri di un satiro settantaquattrenne che ha contribuito a creare modelli femminili al silicone, non ci permette neppure di immaginare che un giorno una donna potrà guidare questa barca alla deriva. Che non serve studiare, prepararsi, che se si ha dalla propria bellezza e gioventù si può anche essere elette e, chissà, diventare ministre per rappresentare e difendere il Premier, sempre rigorosamente uomo, fino a negare l’evidenza dei fatti. E i fatti dicono che non sei tu, ministra dallo sculettante passato di valletta muta; che non sei tu parlamentare ex meteorina; che non sei tu assessora un tempo ragazza immagine, a contare qualcosa. Tu sei solo una marionetta dall’aspetto gradevole, un pupazzo che muove le labbra e sputa il veleno del ventriloquo. Tu stai lì, con gli occhi sgranati a stupirti di tutte quelle donne che non si identificano col modello che rappresenti. Perché non sei credibile, non sei autorevole. Non hai un seguito, un fan club (esistono ancora?) un gruppo di sostegno su Facebook. E come si fa a identificarsi in te? Che sarai pure arrivata in alto ma non sei stata scelta da noi, continui a non essere scelta da noi donne avverse all’addomesticamento e all’omologazione.
In un Paese che cancella la speranza, che crea falsi miti, che fa coriandoli della dignità umana, che rende le anime precarie e inquiete, che premia i disonesti, l’esempio di una nazione come l’Australia che si mette nelle mani di una donna - un’ immigrata che diventa avvocata di successo, ministra, leader di partito e Premier - marca ulteriormente le differenze e le aberrazioni della nostra politica scadente e misogena.
Siamo l’unica nazione in cui non c’è scandalo politico che tenga, dico amareggiata al mio amico australiano durante la nostra conversazione telefonica. Pensa, mi dice lui, che qui l’ex Primo Ministro, a causa di scelte politiche non condivise, ha perso il consenso dei membri del suo stesso partito perché questi erano preoccupati che la loro buona amministrazione potesse perdere terreno. Come dire: meglio prevenire.
Per questo, con votazione unanime, lo hanno sostituito con la Gillard. E c’è stato pure qualche australiano che ha nutrito dubbi sulla bontà di quella democrazia: “il popolo lo ha votato e il suo partito lo ha buttato fuori”. Pensare che noi la riabiliteremmo la democrazia se accadesse che la maggioranza mettesse all’angolo il suo rappresentante!
Intanto, la Primo Ministro, consapevole di non essere stata votata direttamente dalla gente, ha già indetto nuove elezioni. Ha coraggio da vendere, questa Julia. E se è vero che nessun impero dura in eterno, anche le donne Italiane, in mancanza di figure politiche femminili convincenti, dovrebbero prenderla a esempio. Per essere pronte quando arriverà il loro tempo. Che non è poi così lontano…
Gemma Serena

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