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giovedì 29 settembre 2011

IL 29 SETTEMBRE... SA LUSCO

Sarà anche colpa delle banche cattive, ma quelle ci sono sempre, mentre il
debito pubblico impenna quando al governo ci sono i due compari milanesi...
Avevo già notato la curiosa coincidenza che l'inconsapevole Mogol aveva consacrato per sempre al tradimento la sua data di nascita quando Berlusconi non era ancora un uomo pubblico. Non ancora quella che anche il leader del maggiore partito a lui avverso (cit.) fa anch'egli il compleanno oggi (molti anni di meno, ma evidentemente una vita molto più dissoluta, visto che la differenza di età non si avverte...). A questo punto scatta la mentalità da enigmista dilettante, e appare in tutta la sua evidenza che BERsaNI e BERluscoNI hanno in comune anche le tre lettere iniziali e le due finali del cognome, oltre a una calvizie solo diversamente dissimulata: tolte quelle resta "sa lusco", cioè "ha il gusto o il sentore di losco".
Forse questi tre indizi non sono di quelli che fanno una prova, ma insomma fate voi. Io ne approfitto per, adesso che il Golem sta per crollare (ah, come ci crogioliamo nei wishful thinking noi di sinistra...) e noi stiamo per finire dalla padella della sventatezza alla brace (Montezemolo? Profumo? Veltr... no, questo sarebbe troppo...) dello spennamento professionale, tentare di riassumere per i posteri un rapido e necessariamente incompleto elenco delle sue malefatte degli ultimi 17 anni, che rendono inevitabile e enormemente amplificata la botta che stiamo per prendere.
Non che la cosa scalfirà minimamente l'ultrà berlusconiano, che obbedisce a un suo decalogo così tragico da risultare comico e viceversa, ma tanti dei suoi elettori occasionali, senza i quali non sarebbe durato tanto, magari è il caso che si sentano ripetere all'orecchiuccio santo i motivi per cui lo stanno abbandonando come i topi le navi che affondano, hai visto mai si distraggono e lo rivotano un'altra volta.
  • Il famoso debito pubblico fino all'avvento del craxismo era in percentuale fisiologica, ha subito la sua storica impennata proprio negli anni della Milano da bere, e dal 91 ad oggi gli unici momenti in cui è sceso o almeno non è cresciuto sono state le parentesi col centrosinistra più o meno al governo. Fuori dal grafico che ho trovato (vedi foto) resta l'ultima impennata dovuta all'azione di governo sciagurata di uno che non dorme la notte per altri motivi.
  • Il modello culturale imposto dalle sue televisioni, con le altre che hanno dovuto adeguarsi per non soccombere commercialmente prima di essere sottoposte al suo controllo diretto tutte quante, ha fatto fare decenni indietro nell'evoluzione psicosociale di un paio di generazioni almeno. Per riparare ai danni al sistema di valori tramandato, ci vorrebbero trent'anni di azione uguale e contraria che non si vede quando e come potrebbero iniziare.
  • Il sistema fiscale italiano stava per beneficiare dell'onda lunga delle leggi civilizzatrici di inizio anni 90, ed essere oggetto di una riforma improntata all'equità, all'effettività dei recuperi, alla cosiddetta tax compliance (l'adesione spontanea agli obblighi fiscali, molto in breve), ad un corretto rapporto tra amministrazione e cittadino-contribuente, alla progressiva erosione di evasione ed elusione al punto di poter poi abbassare la tasssazione media. Tutto questo è stato scientificamente sabotato e minato da tutti i governi Berlusconi succedutisi in 17 anni, con azione legislativa (in primis i famigerati condoni, di cui lo stesso Tremonti parlava male prima della sua carriera di ministro ricca degli stessi, tra cui spiccano gli scudi fiscali, ma anche tantissimi provvedimenti minori che uno fuori del giro manco li sa), amministrativa (la depotenziazione degli istituti più efficaci, la demotivazione continua del personale, eccetera) e culturale (le continue dichiarazioni sul presunto diritto a non pagare tasse troppo alte, l'esempio dato con le proprie attività, eccetera).
  • La gestione dell'ingresso nell'Euro, se un giorno si riuscirà mai a ripristinare lo Stato di diritto nel nostro Paese, dovrebbe essere trattata come un crimine di guerra, con tanto di corte marziale e pena di morte. Oggi col senno di poi si può anche discutere di uscire dalla moneta unica e persino dalla UE, ma ai tempi si sperava ancora che l'unione monetaria sarebbe stata seguita a breve dall'unione fiscale e politica di quel gruppo di Stati a parametri economici paragonabili, non era ancora stata compiuta la scelta scellerata di lasciare l'unione solo monetaria ed estenderla senza criterio. Ma allora si trattò di un'occasione formidabile di mettere a posto i conti pubblici disastrati dal decennio craxiano, colta e portata a termine in brevissimo tempo dai prodiani con la parte migliore del Paese convinta e diligente nella missione. Per dissolvere questo risultato ai berluscones sarebbe servito un decennio, ma subito avevano un'occasione da cogliere per gratificare l'elettorato di riferimento che li riportò al governo dopo la sciagurata parentesi dalemiana (ancora oggi D'Alema pontifica, in qualsiasi altro Paese democratico visti gli errori commessi sarebbe stato emarginato dai suoi per sempre, magari lasciandolo al largo da solo sulla sua barca a vela in pieno oceano...). Pochi ricordano forse, infatti, che era stata previsto un comitato di controllo della transizione monetaria, che aveva in programma tra le altre cose l'utilizzo massiccio di forze dell'ordine dei vari corpi (principalmente GdF, ovviamente) e personale amministrativo per una rilevazione capillare dei prezzi prima e dopo l'avvento dell'Euro. Ebbene, la sua chiusura fu il primo atto del nuovo governo nel 2001, e la "distrazione" conseguente fece si che in pratica il cambio euro/lira = 1/1936.27 fosse affiancato dal cambio 1/1000 per tutta una serie di categorie verso le quali ci fu in pochi mesi un travaso di ricchezza incalcolabile, degli ordini di decine di punti percentuali di PIL. Un massacro sociale, aggravato dal fatto che le categorie beneficiate erano quelle che poi le tasse non le pagano, quelle penalizzate quelle tartassate allora come oggi.
  • Le privatizzazioni sono una sciagura la cui responsabilità è bipartisan, d'accordo, ma anche in questo terreno il Nostro e il suo braccio operativo si segnalano per almeno un episodio notevole: la massiccia dismissione di immobili pubblici passata alla storia come SCIP (mai sigla fu più azzeccata...). Qui una valutazione "tecnica" dell'operazione (anche questa degna di una Norimberga per Tremonti e soci che chissà se vedremo mai), io mi limito a ricordare quello che pensai da subito come potenzialmente interessato (contando solo su un normale stipendio - cioè senza un travaso intergenerazionale - non si può comprare casa in una grande città): si stava perdendo un'occasione per deflazionare il mercato immobiliare e invece la si stava cogliendo per rimpinguare le tasche dei soliti amici. Sarebbe bastato stabilire che solo le persone fisiche (magari solo per acquisto prima casa) potessero partecipare alle aste (anzi, ciascuna a una sola asta per volta), anziché consentire a notai immobiliaristi costruttori e altri soggetti senza scrupoli e con tanti contanti di appropriarsi a quattro soldi del patrimonio immobiliare pubblico per poi farlo confluire nel già enorme bacino di quello privato sopravvalutato e sottosfruttato che è alla radice del problema casa in Italia.
  • In tutto questo, e ripeto si tratta di un'elencazione necessariamente grossolana e incompleta, il vostro amato premier ha negato spudoratamente fino all'anno scorso che esistesse una crisi economica (esistono numerose interviste in cui ripete che era un'invenzione della stampa comunista o cose del genere - se vi va cercatevele da soli, è facilissimo, se no chiedete alla Gelmini come si fa) per potere impunemente continuare a sperperare soldi pubblici, cioè nostri, in cose senza senso e senza alcun ritorno economico per nessuno salvo per gli assegnatari degli appalti e i percettori delle relativi tangenti. Di Bertolaso i mondiali di nuoto e la gestione del terremoto abruzzese si spera parlino presto le sentenze dei tribunali, della TAV e di quanto poco serva e tanto costi possiamo evitare di parlare solo perché non rientra tra le malefatte di esclusiva responsabilità berlusconiana tanto è condivisa dal PD in spregio ad ogni logica e convenienza politica (il che la dice lunga su quale convenienza invece privilegino Chiamparino Fassino e soci), del Ponte sullo Stretto ne ho parlato pure troppo ma sappiate che questi con la faccia come il culo continuano imperterriti a sperperare soldi (tantissimi anche se non venisse mai fatto, come resta per fortuna probabile) anche quando all'orizzonte c'è uno Stato che non riuscirà più a pagare gli stipendi ai propri dipendenti (e allora voglio vedere cosa succede alle entrate fiscali e alle ultime vestigia di domanda interna, cari i miei geni dell'economia...). Insomma, non ci sarebbe nessuna emergenza contabile se al posto di questa classe politica ce ne fosse stata una non dico onesta ma almeno delinquente in maniera intelligentemente moderata, come quel racket che prende tanto da lasciare in piedi i negozianti perché altrimenti taglierebbe la fonte stessa del proprio reddito...
Un elenco incompleto e grossolano, ma buono da mandare a memoria per essere pronti nei prossimi mesi, quando il vostro vicino amico parente, che voi sapete berlusconiano convinto anche se lui oramai nega se ne è scordato e afferma di essere sempre stato "anti" (ah, i corsi e i ricorsi storici!...) si lamenta perché gli hanno tagliato lo stipendio rubato i risparmi e aumentato le tasse, a sbattergliene in faccia uno o più punti. Non ci avrete guadagnato niente, ma si campa anche di soddisfazioni, eccheccazzo!
Non ve l'ho mai chiesto, ma questo articolo fatelo girare, queste cose dirsele e ridirsele si deve, finché si può. Anche per questo bisogna lottare per salvare gli oramai esigui spazi di libera informazione: chiusi quelli, come a ondate tentano di fare, non potremo dirci queste cose nemmeno tra noi quattro gatti che spulciamo nel web.

martedì 30 novembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO, PRIMA O POI

con Totò durante le riprese de I soliti ignoti
Si potesse fare, oggi stringerei la mano a Mario Monicelli. Di biografie sulla rete oggi ce ne sono a tinchitè, per dirla con un altro grande vecchio, per cui io mi limito a salutare uno dei più grandi maestri del nostro cinema (per dire, se io sulla classica isola deserta potessi portarmi a scelta o tutti i suoi film o tutti quelli di Fellini, senza offesa per nessuno opterei per il cofanetto con Amici miei, La grande guerra, Un borghese piccolo piccolo, L'Armata Brancaleone, La ragazza con la pistola, Risate di gioia, I soliti ignoti e i tanti con Totò, diretti spesso a quattro mani con Steno, in cima a tutti Guardie e ladri) rimarcando gli ultimi due episodi che lo hanno visto protagonista in cronaca:
  1. l'intervista del marzo scorso a Raiperunanotte, di cui riporto il filmato in coda, in cui ha dimostrato una volta di più che la gioventù non è questione di anni, e ci ha fatto riflettere sulla miseria di una società in cui devono essere gli ultranovantenni a parlare di rivoluzione;
  2. la sua scelta estrema, tanto significativa data l'età e le condizioni di salute, con cui ha tolto alla Morte l'ultima mossa, facendo quasi un'occhiolino finale al miglior Bergman.
foto dalla pagina Facebook del Movimento Antiberlusconiano Italiano
A illuminare ciascuno di questi due episodi, una coincidenza:
  1. gli studenti manifestano contro la controriforma Gelmini in tutta Italia, specie a Roma, come a volerlo salutare annoverandolo tra le loro file - e occhio signori miei che stavolta non sono solo "quelli dei centri sociali", sono tutti: è vero, rispetto a quelli degli anni 60/70 sono meno numerosi, ma allora il conflitto generazionale era culturale, oggi è economico, che è come dire che questi hanno molta più ragione e se la consapevolezza di "classe" strappasse da davanti i teleschermi anche i rimbambolati dalla DeFilippi sarebbe davvero rivoluzionario...
  2. la violenta rivendicazione di diritto di proprietà sulla sua vita di Mario Monicelli avviene durante la puntata finale dell'evento televisivo dell'anno, che avrebbe dovuto ospitare - per la stessa malintesa par condicio che aveva regalato undici milioni di spettatori a Maroni - i cosiddetti pro-vita a fare da contraltare ai quindi presunti anti-vita Welby ed Englaro della settimana scorsa. Tra parentesi, se come credo non ve siete accorti, con una paraculata delle sue Fabiofazio da un lato mostrava stavolta di tenere botta non cedendo alle imposizioni del CDA e dall'altro faceva pronunciare ad uno dei suoi elencatori un saluto a 'quelli che per anni assistono persone in coma vegetativo senza aspettarsi nulla e a quelli che danno loro sostegno' (o qualcosa del genere, non mi va di riguardare tutto il programma, fidatevi).
P.S.: Domattina 1° dicembre 2010 chi può partecipi al sit-in di solidarietà a Gioacchino Genchi, che questo Stato ringrazia per aver contribuito per anni alla lotta alla mafia con un provvedimento disciplinare per aver offeso uno che i mafiosi usava tenerseli in casa, in mattinata a Roma, via di Castro Pretorio 5. L'invito lo metto qui perchè il tempo stringe, e perchè Monicelli sarebbe contento: che rivoluzione in Italia sarebbe premiare la legalità!
P.S.2: Monicelli non voleva e non avrà funerali, d'altronde quella è roba per morti: lui (prendo due battute - che a lui sarebbero piaciute tanto, e anche agli amici suoi - da Spinoza.it, scelte tra tante da Gemma Serena) è sfuggito alla morte buttandosi dalla finestra. E comunque non si è suicidato: è morto di vecchiaia mentre era in volo.


domenica 4 aprile 2010

MUSICA E MEMORIA

Vado sempre volentieri a sentire la musica dal vivo, ancora di più quando con me ci sono ragazzi giovani, diciamo da meno che trentenni in giù. Sono un'esigua minoranza, in quelle fasce d'età, quelli la cui fonte informativa musicale nasce dal basso, nei locali dove si suda, piuttosto che dall'alto, nelle trasmissioni tv dove vecchie cariatidi decidono quale sarà il gusto musicale dei ragazzi di oggi. E' qui che nasce il berlusconismo, o perlomeno è questa la sua strategia principale, e infatti è questa la maggiore colpa del centrosinistra (ammesso che sia colpa e non dolo), di non averlo almeno parzialmente disarmato in quelle brevi finestre temporali in cui avrebbe potuto. Il consenso di B. è televisivo, inutili per lui gli appelli alle piazze - i suoi non vanno in piazza, o i ridicolissimi libri che si fa scrivere - i suoi non leggono i libri; glielo diamo anche guardando striscia la notizia, le iene o zelig, che per acchiappare un target si vestono da trasgressive, ma sono innocue per lui e deleterie per gli altri nella misura in cui disinnescano anche quel po' di indignazione. Per cui, è esattamente da qui che può finire, non guardando mai la televisione, e cercando in tutti i modi di indurre le persone, quelle a cui teniamo in primis, a fare altrettanto. Non ci sono elezioni da qui a tre anni, e anche se l'anagrafe si decidesse a fare il suo dovere potrebbe essere troppo tardi per l'anima di questo Paese, e il berlusconismo non morirebbe con Berlusconi.
La sera, signori e signore, non state mai a casa, non è vero che si spende tanto, non in città come Roma, non necessariamente. E anche in città più piccole, organizzatevi un cineforum e stanate gli amici, mettete su una piccola compagnia teatrale, un complessino, andate a scuola di ballo poi a ballare: i figli sono una scusa, possono sempre venire con voi, da piccoli stanno li più grandi partecipano e in ogni caso si abituano alla gente.
E le cover band ci sono dappertutto, e quasi sempre si ascoltano al massimo al prezzo di una birra. Talvolta sono ragazzi che suonano in maniera scalcagnata il proprio amore per un'artista o una band, talaltra musicisti che interpretano alla loro maniera (le tribute band) o il più possibile fedelmente all'originale (le cover band) i loro idoli. Quasi tutti i ragazzi che mettono su una band, io lo so per esperienza diretta - a suo tempo lo feci anch'io, sognano in fondo in fondo di poter fare pezzi propri e un giorno diventare famosi o almeno mantenersi con la musica, quasi nessuno però ci riesce, i soldi che ti danno riescono a stento a farti rientrare dalle spese per tener su il gruppo. Per qualcuno invece il tributo è l'obiettivo, e sono quelli che riescono meglio, suonando i pezzi che sembrano gli originali, con gli stessi arrangiamenti che si sono studiati meticolosamente su un ellepi o su un live, meglio di come fanno ormai i loro emuli (o di come farebbero, in tanti casi).
Ieri alla Locanda blues ho sentito gli Alchemists, una delle rare band che si accollano il difficilissimo compito di suonare i Dire Straits. E infatti le rare altre occasioni che mi era capitato di ascoltare gruppi analoghi, la cosa migliore che mi restava dentro era la nostalgia per quella folgorante meteora della storia del rock, leader un chitarrista dalla tecnica incredibile che scriveva pezzi dylaniani con un suono mai sentito e mai più sentito, dacchè egli stesso sciolse il gruppo e intraprese una carriera solista virata country noiosa e supponente (e per carità, tanto di cappello a chi ha il coraggio di seguire la propria anima a costo di rinunciare ai milioni di dollari sicuri in più di un nuovo disco targato Dire Straits anzichè Mark Knopfler anche se poi lo ascolti e ti fai du palle così). Invece sti ragazzi sono davvero molto bravi, tutti, davvero, in primis il leader che si chiama Vitiello, somiglia a Mark persino fisicamente (è stempiato e un po' curvo), porta i polsini, ha un timbro vocale simile, si è comprato le stesse chitarre e le suona riproducendo i notissimi assoli nota per nota, e chissà che fa per campare: ha un sito personale ispirato a Popper (prima domanda di un'intervista ipotetica: Guido, che ci azzeccano Popper e i Dire Straits?), ma evidentemente ascolta i Nostri dalla culla e comunque sicuro è cresciuto suonandoseli in cameretta fino a che non ha deciso di mettere su una band mettendo un annuncio su Porta Portese.
I miei amici meno-che-trentenni conoscevano solo qualche canzone, ieri sera, ma si sono goduti tutto il concerto e ogni tanto si voltavano verso di me, che cantavo a memoria tutti i pezzi probabilmente anche infastidendoli, per chiedermi informazioni. Forse esagero, ma è questo che ha portato fin qui l'umanità, ed è per questo motivo che se non recuperiamo al più presto questa dimensione, se continuiamo tutti ognuno per conto loro a stare davanti a quella scatola colorata, l'umanità è perduta. La memoria non passa attraverso quel media da subire passivamente, da uno a tutti, inventato apposta per intrattenere, cioè farti passare il tempo senza pensare che lo stai sprecando; la memoria invece passa scrivendo e leggendo, passa di bocca in bocca, meglio ancora ascoltando e/o ballando musica. Sarà per questo che il grande Woody Allen, uno per dire che non si è presentato a ritirare l'unico Oscar della sua carriera (e c'è chi dice che non gliene hanno dati più apposta, dopo il 1978 di Io e Annie) perchè quella sera doveva suonare con la sua band, l'altra sera a Roma ha dato uno schiaffone al nostro smemorato Paese, dove si toglie la Resistenza dai programmi scolastici, chiudendo il concerto con Bella ciao.

mercoledì 17 marzo 2010

SCUOLA E RIPRODUZIONE...

...IN UNA RICERCA SUI VALORI A REGGIO CALABRIA. Si chiamava così, ho appena controllato, la mia tesi di laurea in Sociologia delle Comunicazioni, anno accademico 1984/85, Università degli Studi di Messina. Mi è tornata in mente dopo tutto questo tempo quando ho visto questo articolo su Repubblica. L'ho scorsa rapidamente, è dattiloscritta e i grafici sono disegnati a mano, come a mano erano fatti tutti i calcoli statistici, una montagna di fogli alta così: Bill Gates ai tempi era ancora solo uno studente geniale e l'unico "computer" richiedeva una fila di mesi all'università. Ebbene, a rileggerla c'è da rabbrividire: se qualcosa è cambiato, è in peggio. Don Milani è vissuto invano.
Uno dei principali compiti dell'istruzione pubblica era proprio quello di rango costituzionale di "rimuovere gli ostacoli" all'uguaglianza delle opportunità (il famoso articolo 3). Da quando io giovanissimo giravo per le scuole reggine con un questionario che accertasse quanto importasse a quei ragazzi di capire com'era la società in cui vivevano per cercare di migliorarla, e scoprivo che paradossalmente i soli che ne avevano qualche voglia erano proprio quelli che non ne avevano interesse, il figlio di medico che sarebbe diventato medico eccetera, sono stati fatti pochi passi avanti e parecchi indietro. Il principale dei quali, previsto nel piano di Gelli, nasceva proprio in quegli anni con i network televisivi commerciali di uno sconosciuto self-made-man della provincia milanese. Che era mica tanto self-made, si sarebbe scoperto dopo, e ancora oggi troppi lo ignorano. La televisione ha infatti affiancato la scuola come strumento di riproduzione sociale e piano piano le ha tolto lo scettro di strumento principe. Poi è successo di peggio: poichè negli anni la classe docente bene o male si è rinnovata, e dentro ci sono finiti (più o meno precari) anche tanti individui di buona volontà e i cui studi si trovavano a valle della situazione dei tempi della mia tesi, la scuola pubblica, sia pure a macchia di leopardo, sia pure con infiniti problemi, ha tentato di dismettere la funzione riproduttiva in favore di un ruolo nella formazione di coscienze individuali autonome. E mano mano che questo succedeva, da un lato la scuola pubblica stessa veniva sempre più (e per colpa e per dolo, tra riformismi velleitari ed effimeri e favoreggiamenti - incostituzionali - alle scuole private massimamente cattoliche) svuotata di risorse economiche strutturali e umane (da ultimo dalla Gelmini), dall'altro la televisione acquistava potere nella determinazione della scala dei valori degli individui sottoponendoli fin da piccoli a un bombardamento emotivo possente e incessante. Il risultato in termini di riproduzione sociale è esponenziale rispetto a quanto prima si otteneva con la sola scuola: generazioni intere di elettori crescono nel totale disprezzo della politica (che per altre strade si fa sì che sia peraltro largamente meritato) e nell'adesione passiva ai sistemi valoriali voluti da chi tiene le redini. Basta guardare una qualsiasi delle trasmissioni che vanno per la maggiore, dai reality ai talent-show, dai quiz per cerebrolesi infarciti di vallette seminude alle trasmissioni calcistiche, per toccare con mano quanto, nell'universo culturale in esse dato per acquisito, e quindi percepito come tale dal giovane spettatore, tutti i valori conquistati da decenni di lotte per i diritti dei lavoratori delle donne e dei cittadini in genere siano azzerati, in favore di un modello retrogrado che da essi prescinde. Gli esempi sono infiniti, ne prendo solo due macroscopici: il concetto di "amore" pseudoromantico prefemminista neofamilista, e l'immagine della donna.
Tutto ciò ha conseguenze molto più gravi di quanto si immagini. A chi vuole averne un'idea precisa rimando come spesso mi capita a un bellissimo pezzo di Carlo Bertani, ma io la mia la dico così: chi oggi sta sulla cinquantina ha avuto nonni quasi sempre poco scolarizzati e lavoratori della terra o delle fabbriche o comunque duri che però pur avendo attraversato due guerre si attendevano che i loro figli arrivassero a una posizione sociale più elevata della loro, e genitori diplomati o raramente laureati che infatti poterono fare carriera in un posto fisso magari pubblico continuando ad attendersi dai loro figli che arrivassero a una posizione sociale più elevata della loro; così noi quarantenni e cinquantenni siamo in parecchi laureati, qualcuno con reddito fisso qualcuno già no, ma chi ha un figlio spera soltanto che possa avere un lavoro sicuro purchessia. In altre parole, la mobilità sociale verticale per merito è una realtà storica effimera collegata al grado effettivo di democratizzazione di una società: in Italia è infatti cresciuta per pochi decenni, precipitando negli ultimi 20 anni. Il problema è che proprio la pervasiva organizzazione familistica italiana ha fin'ora tappato i buchi di una progettualità sociale colabrodo: se ad esempio le generazioni precedenti alla mia hanno potuto comprarsi casa con i propri redditi e risparmi, la mia e ancora di più quella subito dopo hanno potuto farlo solo se aiutati dai genitori, i ragazzi di oggi riescono a sopravvivere - anche quando lavorano - grazie al sostegno, economico e di welfare, dei loro genitori, ma già la mia generazione per non parlare di quelle successive non sarà in grado di fornire questo stesso sostegno ai figli. La mia pensione basterà a stento per il mio sostentamento, forse; di sicuro chi ha oggi meno di 35 anni probabilmente non avrà una pensione degna di questo nome, se ne avrà una. E non ci sarà nessuno stato sociale a sostenere così tante persone con reddito insufficiente. Queste previsioni apocalittiche verranno smentite solo a patto di cambiare radicalmente politica, a proposito ad esempio di welfare decrescita immigrazione, ma non c'è oggi nemmeno all'orizzonte una forza politica in grado di rappresentare significativamente una simile istanza, e anzi - visto il livello di riproduzione sociale di cui parlavamo - non ha sufficiente peso nemmeno l'istanza stessa.
Sabato scorso, a Reggio Calabria, la manifestazione contro la mafia è andata praticamente deserta, e quasi nessun reggino era tra i pochi presenti, giunti dal resto della Calabria o dall'altra sponda dello stretto. Ah già, c'era la partita della Reggina, che poi ha riperso in casa e sta miseramente finendo in serie C, categoria peraltro più confacente a quella qui appartiene la città, a dispetto dell'etichetta di "metropolitana" che gli hanno attaccato sopra con la saliva per raccattare un altro po' di soldi da spartirsi. Stiamo parlando di una città che 40 anni fa è stata in grado di sollevarsi all'unisono contro il sopruso, anche se poi quella lotta è stata strumentalizzata da una parte, per colpevole distrazione dell'altra, oggi sodale coi ladri che una volta si vantava di combattere. Che tristezza, vado a rileggermi la tesi di laurea: quei ragazzi che intervistai allora oggi sono quarantenni, magari ci capisco qualcosa...

venerdì 24 luglio 2009

EDUCAZIONE (SENTIMENTALE) CERCASI

Ne ho già parlato altre volte, ma è la dura cronaca che mi ci induce ancora: ieri un 43enne (uno che tempo fa aveva accoltellato l'allora moglie...) ha ucciso a colpi l'accetta la convivente 35enne e poi tentato il suicidio, e un 20enne ha sparato alla fidanzata 17enne e poi si è suicidato. Dietro la tragica simmetria rovesciata di questi due fattacci, statistiche spaventose che fanno del chiuso della coppia e della famiglia il luogo di gran lunga più pericoloso per una donna in Italia.
Non voglio ripetermi, e quindi sposto la mia attenzione dal piano delle istituzioni a quello psicologico: a me sembra - da non tecnico - si tratti di un contesto drammaticamente aggravato dall'analfabetismo (sentimentale) di ritorno da cui è affetta la nostra società. Che ha fatto fare molti passi indietro alla condizione femminile rispetto al terreno conquistato negli anni 60 e 70. Certo, non siamo tornati ancora al sistema organico "delitto d'onore / donna come proprietà prima del padre poi del marito / case chiuse", che d'altronde almeno aveva il vantaggio di un equilibrio consolidato all'interno del quale la donna aveva un suo ruolo principalmente subalterno ma per alcuni aspetti dominante e intoccabile. Si, proprio come nell'attuale società musulmana: è più squalificante imporre il velo o un modello estetico e culturale oggettificante? La cosa più grave è infatti proprio questa: questo modello è introiettato dalle donne nella nostra società, specie dalle ragazzine. Dalle persone che non hanno vissuto che in questa "società televisiva", vorrei dire generalizzando.
Quando tutto questo è cominciato lo sappiamo un po' tutti, ma ce lo mostrerà dal 4 settembre anche un film, Videocracy. Per la causa primaria invece bisognerebbe rileggersi Max Weber e poi interrogarsi sul rapporto tra morale cattolica (di cui tutti qui siamo permeati, anche i miscredenti, da 2 millenni...) ed etica italica. In questa intervista lo psicologo Galimberti vi fa cenno, mentre tenta di analizzare il Presidente del Consiglio e il suo consenso nonostante "non sia un santo"... E qui il cerchio si chiude con le recenti esultanze gelminiane per l'aumento del numero dei bocciati come metro del successo delle proprie riforme: stiamo parlando di scuola, e di come il suo progressivo abbandono in quanto formatrice valoriale in favore della televisione sia vicino ad essere la vera causa prima delle storture in cui rischiamo di annegare (a proposito, leggiamoci questo illuminante pezzo di Luca Ridolfi).
Non voglio e non posso dire che in un "mondo perfetto" in cui ciascuno si costruisca, educato fin da piccolo a farlo, il proprio sistema di valori in modo attento e consapevole, rifuggendo da qualunque altro gli venga calato dall'alto, chiesa o tivù che sia, e quindi fa sesso con chi gli pare e solo con chi gli pare, maschio o femmina che sia, e a prescindere da come vuole etichettare il rapporto che intercorre col partner, non ci saranno più crimini. La società è organismo complesso ed è molto difficile già capirne i meccanismi profondi figurarsi influenzarli. Ma se pensiamo a come sia stato possibile ridurre il nostro Paese allo status di terreno fertile per la riedizione in farsa delle dittature tragiche dell'anteguerra, grazie a una strategia precisa e concertata tra breve medio e lungo termine, possiamo dedurre che esista almeno in teoria una strategia opposta. E che sia compito nostro, di chi non si riconosce in un sistema di valori dove se non vuoi più stare con me meriti di morire e dove un bel corpo è uno strumento di carriera anche politica, almeno cominciare a immaginare questa strategia. Altro che gli sterili dibattiti in seno al dead-party-walking di Bersani e Franceschini....

venerdì 19 giugno 2009

LA MAGLIA DELL’ITALIA STINGE, MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU

Giufà, che una ne pensa cento ne fa, deve avere avuto un cortocircuito mentale, dopo aver visto l’Italia vestita con la maglia di riserva dell’Argentina perdere con l’Egitto. Gli è venuto in mente, chissà perché, Rino Gaetano, che quasi trentacinque anni fa urlava al mondo, nel 45 giri che lo rese noto al grande pubblico, che il cielo invece era sempre più blu. Allora ci siamo fatti una chiacchierata, a partire proprio dalle doti profetiche del cantautore calabrese scomparso tragicamente una sera di giugno di 28 anni fa e mai dimenticato (che bello lo special di Raidue..).
Cugino: Giufà, mentre Guccini cantava “ma se io avessi previsto tutto questo” dalla calabria veniva a Roma un ragazzino che avrebbe previsto questo e altro; addirittura in un suo pezzo giovanile descrisse le circostanze precise in cui sarebbe morto: grave per un incidente stradale ma salvabile, aggravato fino all’irreparabile per essere stato rifiutato da numerosi pronti soccorsi. Com’è che certi artisti hanno doti divinatorie?
Giufà: La divinazione, aspirazione dell’uomo a prevedere l’avvenire, si perde nella notte dei tempi da quando i vati, per esempio osservando le viscere degli animali oppure il volo degli uccelli, ricercavano presagi che in qualche modo dovevano orientare le scelte umane, perché al momento ciò avrebbe consentito loro di comprendere il volere degli dei cui bisognava assoggettarsi. E’ insomma da sempre compito dello sciamano, come tutto quello che serve a placare l’angoscia umana di sapere di dover morire, e gli artisti sono gli sciamani della modernità.
C.: Si ma l’oracolo poteva giocare con le parole, cioè dirle in maniera che se poi le cose non si verificavano era colpa di non le aveva ascoltate correttamente. Con la scrittura le cose si complicano: la predizione va scritta sul filo del rasoio tra ambiguità criptica e fascinazione semantica. Ci riuscì meglio di tutti Nostradamus, il cui successo infatti attraversa i secoli. Ma anche oggi è pieno di astrologhi e oroscopisti…
G.: Si ma appunto sono lontani anni luce dalla bravura dei classici, almeno quasi tutti. Insomma, abbiamo profeti di sventura, millenaristi, astrologi, cartomanti, chiromanti et similia, ma se vogliamo leggere una vera profezia, ad esempio della politica di oggigiorno, dobbiamo ripescare La domenica delle salme di De Andrè (1990, si badi bene: Berlusconi doveva ancora pensare di mettersi in politica – e ai due era capitato di esibirsi come cantanti sulla stessa nave da crociera, da giovani, se crediamo a Paolo Villaggio).
C.: E veniamo dunque a Rino Gaetano. La sorella ne tiene viva la memoria con una band e un sito attivissimi, ma anche a prescindere esiste in tutta Italia una fertilissima fioritura di cover band e tribute band del Nostro. Andando ad uno qualsiasi delle centinaia di concerti l’anno in cui si cantano le sue canzoni, stupiscono due cose: la predominante presenza nel pubblico di ragazzi che non erano nemmeno nati quando Rino è morto e ne conoscono quasi tutti i testi a memoria, e l’incredibile attualità e appunto profeticità di quasi tutti i testi stessi. Com’è che pensi proprio a Il cielo è sempre più blu, allora? Nuntereggaepiù o Aida non andavano bene?
G.: Andrebbero benissimo, invece. Ma intanto Il cielo... è come hai già detto il primo pezzo di successo di Rino, quello che se vogliamo gli ha consentito di fare il mestiere di cantautore, e poi è pensando al cielo, all’orizzonte precisamente, quella linea sottile di demarcazione tra la terra in basso con le sue cose materiali ed il blu in alto con le proiezioni delle nostre idee, che viene da chiedersi cosa mai si intravede nel futuro prossimo del nostro sciagurato Paese. Che oggi come ieri è un coacervo di sofferenze individuali e collettive, ingiustizie sociali, deprimente livello culturale ed etico dei leader politici, abboccamento delle masse all’imbonitore di turno, zero memoria storica e fondamenti sociali totalmente da ricostruire.
C.: allora facciamo così. Mettiamo la canzone (che è del 1975, qui e qui il testo intero), quindi io come Mike Bongiorno te ne estrapolo un pezzo significativo per volta, e vediamo ste profezie.


Chi vive in baracca, chi suda il salario
Nei terremoti che hanno costellato la storia patria le baracche o le roulotte hanno svolto sempre un ruolo decisivo. Stavolta invece li lasciamo nelle tende perché la moglie di Bertolaso (il conflitto d’interessi è proprio di moda, non c’è che dire) deve vendere le unità abitative semidefinitive in cui vivranno tutta la vita (quando le avranno, per ora restano in tenda) i poveri aquilani. Sul salario da sudare il commento è: avercelo, uno fisso!
Chi ama l'amore e i sogni di gloria
Evidente parafrasi del cantante di crociera di cui sopra, di cui Villaggio riferisce si leggesse negli occhi che aveva sogni sproporzionati al limite del disturbo mentale, e a cui nessun italiano maschio nell’intimo davvero rimprovera le sue frequentazioni muliebri (il potere logora chi non ce l’ha, diceva quell’altro, e chi ce l’ha lo sfrutta, chiosa questo).
Chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria
Nel 1975 erano oltre l’orizzonte i ripetuti attacchi bipartisan al sistema pensionistico, con continui innalzamenti di età pensionabile e diminuzioni di trattamento (con eccezioni su entrambi i fronti solo per parlamentari ed affini), dimenticando che se si togliesse il peso dell’assistenza all’INPS (e trasferendolo com’è giusto alla fiscalità generale) il sistema pensionistico sarebbe ampiamente in attivo e non avrebbe mai avuto bisogno di alcuna riforma.
Chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
Quando Arbore e Frassica fecero Indietro tutta sembrava che una risata dovesse seppellire quella che sembrava già una pletora di quiz e giochi televisivi stupidi. Invece questi sarebbero risorti come zombi, quindi immortali decerebrati e col morso che trasforma i telespettatori in zombi a loro volta. Inoltre questi giochi, uniti alle scommesse e a superenalotto grattaevinci e simili, sono oramai quasi l’unica speranza di mobilità socioeconomica verticale in un Paese ingessato. Di fatto, inoltre, sono una tassa sulla povertà (meno soldi hai più ne giochi, in percentuale e talvolta pure in assoluto) con un gettito maggiore di molte tasse e imposte “serie”. Questo si che è un pacco, e sono affari vostri!
Chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia
Vi si vedono i politici nostrani, il saccheggio del welfare delle prossime generazioni, i lavoratori annichiliti dal capitale globalizzato, ed infine il baffo sornione di D’Alema (novello oracolo salentino?) che chissà come mai conosceva ben prima dell’opinione pubblica gli impicci a luce rossa del Piccolo Napoleone...
Chi legge la mano, chi regna sovrano
Riecco appunto il gioco delle parti tra il baffino chiaroveggente e il reuccio sempre-in-sella-nonostante-gli-scandali...
Chi gli manca la casa, chi vive da solo
Dopo la bolla speculativa edilizia che ha tra le concause l’immensa truffa tremontiana delle cartolarizzazioni, che chissà se verrà mai fuori in tutta la sua sporcizia, è sempre più un’impresa avere un tetto proprio, anche perché la famiglia è sempre più in crisi ed è quasi impossibile accedere a un mutuo da single.
Chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
Evidente vaticinio in merito agli incidenti sul lavoro di operai sempre meno pagati, spesso immigrati irregolari, con norme sulla sicurezza sempre meno rispettate anche per colpevole volontà di questo governo (che ha ridotto le pene per i datori di lavoro “distratti”), con particolare riferimento al caso Tyssen Krupp.
Chi vive in Calabria, chi vive d'amore
Al Sud, oggi come allora, ci si nutre di sentimenti, in mancanza di altro...
Chi ha fatto la guerra, chi prende i sessanta
Chiaro riferimento alle ripetute violazioni bipartisan dell’articolo 11 della nostra Costituzione (l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali – dice RIPUDIA non “preferisce non usare” “gli è antipatica” o altri termini che ammetterebbero deroga: chi ha votato in Parlamento - e poi chi ha promulgato le leggi - per le missioni in Iraq, Afghanistan e prima ancora Kosovo dovrebbe essere processato per attentato alla Costituzione, senza mezzi termini), e agli attuali “successi” della riforma Gelmini, misurati con inaudita faccia di tolla in numero di bocciati, come se obiettivo della scuola fosse bocciare e non mettere in condizione tutti di essere promossi.
Chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro
Vedi sopra.
Chi è assicurato, chi è stato multato
Chiara frecciatina al mondo dell’auto e a quanti soldi ci girino intorno, nonché previsione della trasformazione della multa da sanzione a scopo disincentivante di comportamenti futuri non rispettosi del Codice stradale a unico mascherato e flessibile strumento di cassa da parte di Comuni e altri enti locali
Chi possiede ed è avuto, chi va in farmacia
Ma chi glielo ha detto a Rino che avrebbero inventato il Viagra?
Chi ha torto o ragione, chi è Napoleone
Questo poi è lapalissiano…
Chi grida "al ladro!", chi ha l'antifurto
Le ville-fortezza del padroncino padano, spesso espugnate dal romeno di turno, su cui apposita legge consente da qualche anno di sparare a vista, mentre le ronde padan-nazistoidi sono più recenti ed ancora dobbiamo vederne gli effetti nefasti...
Chi reagisce d'istinto, chi ha perso, chi ha vinto
Beh, le elezioni le vincevano tutti pure allora, nei commenti post-voto. Ma la faccia tosta di Franceschini dopo l'ultima batosta ha stabilito un nuovo record galattico...
Chi cambia la barca felice e contento
Rino aveva visto nella sua sfera magica le foto sull’Espresso dell’enorme panfilo berlusconiano, evidentemente acquistato appositamente per poter trasportare in Sardegna carrettate più abbondanti di carne fresca...
Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo
Piccola imprecisione geografica: avrà confuso la Tripoli vicino Beirut con l’omonima capitale della Libia, dove la scorsa estate il nostro beneamato Premier si è recato con miliardi di euro in tasca per rifondere i cd. danni del colonialismo in Cirenaica e Tripolitania. Idea: quando la Lega ottiene la secessione, chiediamo la stessa cosa per il Sud d’Italia (che sempre ex-colonia danneggiata sarebbe)? Oppure, ha beccato in un colpo solo la Hammamet di Bettino e il prossimo autoesilio di Silvio?
Chi è stato multato, chi odia i terroni
La ripetizione è apparente: qui l’Autore si riferisce alle quote latte sforate al Nord (e relative multe pagate alla UE col danaro pubblico, cioè da tutti noi meridionali compresi) affiancandole magistralmente alle solite menate anti-meridionali leghiste.

Basta, è troppo lunga: lasciamo il resto alla libera interpretazione dei lettori. Anche perchè a Cugino e Giufà è venuta una certa depressione, insieme col dubbio che Rino, in realtà, dicendo che il cielo è sempre più blu non stesse forse semplicemente affermando che si stava facendo notte. La notte infatti di li a poco sarebbe cominciata, e ad oggi dura da una quindicina d’anni abbondanti, e allora ci viene da chiudere come abbiamo cominciato, con una citazione da Guccini: "vedetta, quanto resta nella notte?" (Shomer ma mi-llailah?)

martedì 21 ottobre 2008

PUBBLICA ISTRUZIONE

Il Ministero adesso si chiama "dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca", ma è talmente inveterato l'uso del vecchio nome che esso rimane nel nome e nella testata del sito ufficiale del dicastero: Pubblica.istruzione.it.
Il motivo è presto detto: l'istruzione pubblica uguale per tutti è una conquista della civiltà, un diritto sancito a livello costituzionale, nonchè uno dei motori di una mobilità verticale senza la quale ogni società è destinata a riavvolgersi su se stessa e spegnersi. Queste tre affermazioni, che oggi possono addirittura sembrare forti, sono patrimonio della nostra cultura nazionale da non più che qualche decennio. La scuola che ritroviamo in Collodi, ad esempio, o in De Amicis, è ancora fortemente classista, strumento di una riproduzione sociale il più possibile impermeabile: il figlio del medico farà il medico, chi ha genitori laureati o diplomati in casa andrà avanti, gli altri se va bene imparano "a leggere scrivere e far di conto" e poi via in fabbrica i più fortunati.
Il regime fascista, pur ponendosi il problema dell'alfabetizzazione di base in quanto prodotto consapevole di una società di massa, non incise su questo modello se non inserendovi la componente clientelar-politica (mobilità verticale riservata e proporzionale al grado di appartenenza all'apparato) e quella cattolico-concordataria. Ed è in quegli anni che nasce la riforma Gentile, che non è mai stata davvero intaccata nella struttura e alla cui ortodossia sembrano ispirarsi le controriforme Gelmini, il cui vero scopo però è recuperare i fondi necessari a coprire il buco della Bad company dell'Alitalia.
Nel dopoguerra la scuola fu solo una delle tante facce della tardiva applicazione del dettato costituzionale. Ancora negli anni sessanta era rigidamente "deamicisiana", tanto che gli attacchi da sinistra furono superati in eco e conseguenze da quelli di certi ambienti del cristianesimo sociale, Don Milani in testa. E vennero la scuola media unificata e il 68, il sei politico e l'università di massa. Un parcheggio per tutti che in teoria è democratico in pratica sposta altrove la selezione, e la riproduzione sociale è garantita dagli atenei di lusso, gli studi all'estero, il baronato nelle docenze, eccetera. E giù fino alle scuole dell'obbligo private, anche lì divise tra costose e di qualità, e diplomifici a pagamento per poveracci senza voglia di studiare. Con in più negli ultimi anni la tendenza bipartisan a favorire un'incostituzionale (articolo 33: Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.) finanziamento pubblico, motivata in fondo dalla solita sciagurata acquiescenza alla Chiesa cattolica di tutta la classe politica nazionale, spesso al di là e anticipando i desiderata ecclesiastici stessi.
Tra i provvedimenti più sciagurati del pacchetto Gelmini, la norma che prevede che i 60 mila cervelli nostrani che lavorano come precari presso università ed enti di ricerca o vengono stabilizzati entro il 30 giugno 2009 o ciccia: i più coraggiosi bravi e fortunati andranno ad ingrossare le già impressionanti fila di ragazzi italiani laureati benissimo in discipline difficilissime che se vogliono lavorare su quello che hanno studiato devono espatriare. Ciiascuno di noi ne conosce alcuni, se ci pensa, e il fenomeno è una vera e propria pietra tombale sul sistema Italia nel suo complesso, incapace da decenni di produrre innovazione e ricerca e quindi di pensare il proprio futuro.
Accanto a questo, una vera e propria privatizzazione strisciante delle università, costrette da un impressionante e progressivo taglio di fondi da qui al 2013 che le costringerà per sopravvivere a cercare finanziatori privati e/o a trasformarsi in Fondazioni. E il ritorno ad un'istruzione superiore riservata a chi se la può permettere sarà completo.
Eppure la quadratura del cerchio c'è, e consiste in una delle poche cose invidiabili del modello anglosassone, che forse non a caso è una delle poche che non abbiamo cercato di imitare negli ultimi decenni sia da destra che da sinistra: l'abolizione degli albi professionali e soprattutto del valore legale dei titoli di studio. Attenzione: trattasi di vecchia posizione liberale, non comunista. E di questione dibattuta ai più alti livelli, da Einaudi a Giavazzi, passando per Tullio De Mauro. Googleate pure, c'è un mare di discussioni. Io provo a sintetizzare, a rischio di semplificazione eccessiva.
Se il pezzo di carta non serve più in sé, alla fine della scuola dell'obbligo ricevi anzichè un diploma un "patentino delle competenze" che riporta le cose che hai seguito meglio e in cui sei andato più avanti. Con quello, visto che il pezzo di carta non serve più in sé, puoi cercarti un lavoro (mostrando quello che sai fare, e nessuno che le sa fare peggio di te ti passerà avanti per il solo fatto di avere il pezzo di carta), magari aiutato dal fatto che una scuola che non rilascia pezzi di carta potrebbe più facilmente adattare i propri programmi alle esigenze materiali di chi ha voglia e/o esigenza di lavorare presto. Oppure, puoi iscriverti a un'università, ma non a qualsiasi, a quelle che avendo visto il tuo patentino ti accettano. Se la laurea non ha valore legale, all'università ci si iscrive solo chi ha davvero voglia di studiare, sarà accettato solo chi ha potenzialità nelle materie che vorrebbe studiare, e in un colpo solo avremmo atenei decongestionati senza numeri chiusi e altri palliativi, quindi atenei in grado di seguire meglio i propri pochi e motivati studenti, quindi laureati davvero bravi che non avranno bisogno del pezzo di carta per imporsi nel mercato del lavoro del proprio campo. Per alcune professioni di particolare rilevanza sociale (medico, ingegnere, magistrato), l'albo professionale potrebbe restare come ente certificatore di qualità della formazione (non più come esosa forca caudina corporativista aperta ai figli di e agli amici di e stretta per tutti gli altri), per tutte le altre via, aboliti, azzerati. Fai una cosa se la sai fare.
Anche senza fare calcoli precisi, si può star certi che la riforma consentirebbe molti più risparmi dell'accozzaglia attuale, inoltre rivoltando come un pedalino un sistema incartapecorito, e superando ogni esigenza di privatizzazione e altri surrogati a una istruzione pubblica da decenni in picchiata per qualità e che così invece potrebbe risalire nettamente. Le risorse reperite, magari non utilizzate per buchi altrui, potrebbero essere sufficienti a riqualificare e pagare meglio il corpo docente, e rifondare tutto il sistema ricerca e sviluppo fermando così la fuga dei cervelli.
Detto così sembra semplicistico, ma forse è solo semplice.

giovedì 4 settembre 2008

LA MINISTRA? TE LA RACCOMANDO...

Non è che sia una raccomandazione, partire armi e bagagli da Brescia per fare un concorso a Reggio Calabria perchè sai che li è tre volte più probabile passarlo. Solo che poi, pochi anni dopo, quando ti fanno ministro non si sa bene per quali meriti, te lo ricordi, che se non era per un sistema discutibile non eri nemmeno avvocato, te lo immagini, che non c'è bisogno di nessuna intercettazione per risalire a una informazione del genere, e quindi ci pensi due volte, prima di pontificare a sproposito a danno degli insegnanti meridionali.
Circondarsi di personaggi non brillantissimi è una vecchia tattica per risaltare. Ma qui la statura media fa rimpiangere non dico il disastrato governo Prodi, ma uno qualsiasi degli sciagurati pentapartiti pieni forse di disonesti, ma di livello. E non stiamo parlando di centimetri, niente battute facili...

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