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sabato 29 marzo 2025

LA SERBIA SERVE

Sempre della serie "i democratici siamo noi a prescindere", per citare una battuta di Totò a seguire immediatamente quella del titolo, dopo la Romania giova ricordare cosa abbiamo combinato e stiamo ancora combinando in Serbia.

Tra parentesi, della serie "la lingua ha sempre implicazioni nel pensiero", il gioco di parole è agevolato dalla radice comune dello Stato balcanico e del sostantivo/aggettivo "servo", come d'altronde pure tra "slavo" e "schiavo" ("slave" in inglese...): si possono assoggettare "gli altri", e gli altri più vicini erano loro, prima di andarli a cercare in Africa per portarli in America.

La Jugoslavia di Tito era considerata un'anomalia nel mondo comunista, al punto da farne partner commerciale e industriale dell'Occidente (con tanto di fabbriche di automobili di progettazione nostrana). Il "dittatore" (per noi, per loro era colui che li aveva liberati dalla morsa nazifascista: nelle foibe i nostri ci sono finiti dopo, prima ci buttavamo noi loro, ma non è di moda ricordarlo) teneva uniti popoli di etnia e religioni diverse, localizzando le varie attività produttive, da buon collettivista, dove era più conveniente per lo Stato: le fabbriche al nord, vicino ai grandi porti e le direttrici europee, l'agricoltura al sud, per dire. Morto lui, e caduto il Muro, se l'Occidente fosse stato una frazione di quello che si riempie la bocca di essere, avrebbe dovuto scoraggiare le naturali istanze divisive, e se no indirizzarle a una transizione il più possibile indolore. Invece, quando Slovenia e Croazia, con i vecchi fiancheggiatori dei nazifascisti tornati a galla, dichiararono l'indipendenza da Belgrado, Germania e Città del Vaticano non attesero neanche l'alba del giorno dopo per riconoscere i nuovi Stati, seguiti a ruota da tutti gli altri. Innescando una guerra tra le più feroci mai viste in Europa, alla faccia di chi ce l'ha così di tolla da continuare a ripetere a pappagallo che l'Europa ci ha regalato 80 anni di pace.

Pochi anno dopo, per giunta, non si perse l'occasione di indebolire ulteriormente i serbi cavalcando le pretese di indipendenza del Kosovo, guidato peraltro da personaggi destrorsi nonché di dubbia moralità, arrivando a bombardare Belgrado, destituire e processare un leader democraticamente eletto, e lasciare che i serbi di quella regione venissero vessati da lì in poi, fino ad oggi compreso, sia mai si ribellino, riescano a fare intervenire in soccorso la madre patria, e possa quindi ripetersi il paradigma visto in Ucraina con le regioni russofone e Putin da li in poi chiamato invasore.

La storia nei dettagli ve la racconta meglio di me il vecchio Fulvio Grimaldi. Ricordarla, serve, anche se purtroppo ancora solo a quei pochi che si ostinano a ragionare con la propria testa. E che sorridono increduli alla notizia, rimbalzata un po' ovunque in questi giorni, della distribuzione di un kit UE di resistenza per 72 ore, in caso di guerra. Sembra una battuta di Crozza, ma la dicono seri, come se avesse senso dotarsene (e se l'attacco dura 4 o 5 giorni anziché 3?) e come se non fosse un rischio creare allarmismi (pensa se la gente ci cascasse - per ora per fortuna pare di no - gli assalti ai supermercati per fare le scorte per 3 mesi, le scene di isteria collettiva, e alla fine gli scaffali vuoti) e una precipua responsabilità di un buon governante invece evitarli finché si può. Poi smetti di ridere, perché pensi che questa cosa l'hai già vista, purtroppo, di recente, nome e cognome Terrorismo di Stato.

E' un classico della criminologia: chi è che può prevedere con maggior esattezza tempi e modi di un assassinio? Esatto: l'assassino. Quindi aumenta la probabilità che gli annunci di improvvido esagerato e iniquo riarmo dell'Unione non siano, come a molti di noi era sembrato in un primo momento, il patetico tentativo di un governo non democratico di un'entità che conta come il due di coppe quando la briscola è a denari di darsi un tono mentre le briscole fanno la Storia, leggi la pace, ma piuttosto il prodotto di una precisa e ferma volontà politica: quella di trascinarci in guerra, fosse anche solo per il più classico degli obiettivi di qualsiasi guerra, insabbiare le magagne (gli impicci coi bilanci vanno in cenere con tutto il resto, e poi c'è da ricostruire, che diamine, vorrai mica fare il disfattista).

E subito la mente va a quando Guglielmino Cancelli "predisse" una pandemia che puntualmente si verificò. Oggi, leggendo le sue profezie a proposito di Intelligenza Artificiale, non si può non rabbrividire.

sabato 7 dicembre 2024

STECCO DI LEGNO NELL'ONDA

Il titolo di questo post è un verso di una canzone che ho già recensito con tutto l'album di cui fa parte, il meraviglioso Automobili di Lucio Dalla, uno dei dischi più importanti del Novecento, il terzo dei tre coi testi scritti dal poeta Roberto Roversi, anche se prima dell'uscita i due litigarono (sull'opportunità di far uscire o meno nel disco alcune canzoni politicissime, che io infatti nella recensione vi inclusi) e il poeta ritirò la firma.

La canzone è Intervista con l'Avvocato, e nel 1976 diceva "da tutti è ormai confermato che l'auto è in crisi profonda, l'auto non ha futuro: stecco di legno nell'onda; dopo l'assestamento, le auto saranno più rare, e finiranno per scomparire come zanzare sul mare". Beh, che dobbiamo aggiungere?

Più avanti nel disco c'è però Il motore del 2000, che sembra tanto più ottimistico che la FIAT lo adottò per uno spot del motore FIRE (stava per Fully Integrated Robotized Engine, l'inglese faceva futuro), che attaccava così: "Il motore del 2000 sarà bello e lucente, sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato, avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina: lo potrà respirare un bambino o una bambina". Sembra una premonizione, più che delle auto elettriche, di quelle ad idrogeno, di cui ancora si legge come futuribili, anche se Beppe Grillo negli anni 90 sul palco portava un modello targato e ci si faceva i suffumigi spalmando il vaporub sullo scappamento.

Ma l'album è pieno zeppo non solo di profezie e squarci sociopolitici, ma anche di quell'afflato eroico e passionale legato all'automobile fin dai suoi albori, che sta dietro da un lato al successo commerciale così clamoroso da divenire l'architrave del capitalismo occidentale, dall'altro al tifo negli sport motoristici, e in mezzo al rapporto che ciascuno di noi ha con la sua auto. Un afflato tale che deve avere una spiegazione "altra" rispetto al mero consumismo.

Gli esperimenti sui topi (rileggetevi questo post, please, e andatevi a guardare il film che cita e linka) dimostrano che la felicità o infelicità, o forse sarebbe meglio dire benessere o malessere, almeno di tutti i mammiferi umani compresi, dipendono essenzialmente dal grado di libertà percepito. Anche di questo abbiamo già parlato, qui (lo so, parlo sempre delle stesse cose, ma perché voi no? e comunque sto invecchiando, e vi invito a rileggere proprio per non ripetere), partiamo dalla fine: quello che mi rende felice (mi fa stare bene) non sono i soldi, la salute, l'amore o qualunque altro concetto astratto su cui possiamo disquisire o poetare (è lo stesso), ma il fattore che lega questi concetti, la libertà. Se ho più soldi, posso fare più cose che se ne ho meno, posso decidere liberamente quale strada imboccare a qualsiasi bivio, e se non è vero questo, come nel caso in cui per fare i soldi mi costringo in situazioni che la libertà me la diminuiscono, non sarò felice anche se ricchissimo. Anche la salute, se ci pensate bene funziona allo stesso modo: nella misura in cui manca, le cose che puoi fare si riducono. Idem l'amore: prima di vagheggiare un ritorno alla vita agreste, considerate che in quel mondo capitava raramente ci si scegliesse o almeno si pensasse di averlo fatto. Quando i limiti economici, fisici e relazionali sono invalicabili, è più felice chi riesce a farsene una ragione e a calcolare la sua libertà all'interno di quei limiti. Non potere volare, o vivere per sempre, è un limite che riguarda tutti, ma sono infiniti i valori possibili su quell'asse cartesiano, dalla coscienza di essere piccoli a quella di stare invecchiando, dagli handicap fisici alla semplice accettazione di avere un aspetto fisico non corrispondente agli standard di bellezza in corso.

Andiamo dall'individuale al sociale. Il capitalismo è fondato su una serie di meccanismi tendenzialmente autodistruttivi, lo diceva Marx e non ha mai smesso di essere vero: i soldi chiamano soldi, e a furia di concentrarsi nelle mani di pochi su scala sempre maggiore il sistema non può che smettere di funzionare. Il socialismo, e i sensi di colpa per la guerra mondiale, però, gli hanno dato una mano ad allungarsi la vita, inducendolo ad invertire per un po' la freccia della distribuzione delle risorse. Già prima, Ford era diventato Ford trovando il modo di costruire automobili che costavano così poco che i suoi operai se le potevano comprare, con paghe adeguatamente maggiori, e godere, nel tempo libero che derivava da orari di lavoro minori. I cinquant'anni circa dopo il 1945, di fatto, sono stati gli unici di tutta la storia dell'umanità in cui questa logica ha fatto premio. Tutte le nostre libertà, se ci pensate, derivano da questo: quella di far studiare i nostri figli anziché costringerli a lavorare fin da piccoli, quella di studiare, quella di giocare, quella di scegliersi chi amare (poi anche dello stesso sesso), quella di spostarsi per divertimento, quella di fare sport e divertirsi, eccetera. Il grado complessivo di queste libertà considerate (erroneamente) per acquisite nell'occidente contemporaneo è tale da fare invidia, se potesse osservarle con una macchina del tempo, a qualsiasi sovrano del passato, e comunque solo una ristretta cerchia di persone nella storia fino alla seconda guerra mondiale si poteva permettere un complesso di libertà lontanamente simili alle nostre standard.

Quello che è successo invece negli ultimi trent'anni, ed ha accelerato negli ultimi cinque minacciando di farlo ulteriormente nel futuro, è esattamente questo: che partendo dalla constatazione che il modello di sviluppo che consente tutto ciò è insostenibile per il pianeta (o se preferite costruendo artatamente il luogo comune di questa constatazione: all'atto pratico è lo stesso) si è invertita la freccia. E per evitare ribellioni o proteste che potrebbero inceppare il meccanismo, la velocità a cui si muove il fenomeno è complessivamente minore del fenomeno opposto: lo sboom è più lento del boom, spesso più lento delle vite di ciascuno di noi, e così più efficace. I nostri figli non avranno nessuno dei nostri diritti. Nemmeno quello di disporre di una estensione di se che occupa del terreno e vi si sposta sopra in autonomia. Questo è deciso e senza comprendere ciò (errore di certa sinistra convinta ancora di potere conciliare i suoi temi con l'ambientalismo in voga) non si può capire la logica assurda di certe decisioni, peraltro non democratiche, che stanno demolendo il settore trainante dell'economia.

Ammettendo il teorema del cambiamento climatico e della finitezza delle risorse che ci dovrebbe indurre ad accettare ogni diminuzione di libertà finalizzata alla salvezza del pianeta (o meglio della vita umana sul pianeta che il pianeta se ne fregherebbe di diventare come Venere o Marte), però, se la guerra fredda l'avesse vinta l'URSS e fossimo tutti nel Patto di Varsavia oggi saremmo immersi in una propaganda pervasiva e minacciosa che ci avrebbe costretto a girare tutti su una Trabant elettrica scaldare meno le nostre case eccetera: tutti uguale (tranne un pochino la ristretta cerchia del Partito). Siccome invece domina il capitalismo, questa erosione di diritti e di libertà avviene con le sue logiche: gipponi elettrici per i ricconi che hanno la casa in centro e manco gli servirebbero, tanto hanno pure le ciclabili (sempre vuote, come mai?), e chi vive in periferia lentamente indotto all'immobilità. Tanto le prove generali le abbiamo già fatte con la cosiddetta pandemia e lo smartworking e i delivery sono pronti alla bisogna. E senza auto sarà un problema anche tornare al paesello...

sabato 9 settembre 2023

LIBERI?

C'è un verso di Giovanni Lindo Ferretti  (che proprio oggi compie 70 anni: auguri!) di una bellezza atroce, nella splendida canzone In viaggio, fa:

Consumano la terra in percorsi obbligati i cani alla catena, disposti a decollarsi per un passo inerte più in là.

I cani domestici sono frutto di selezioni e incroci lungo migliaia e migliaia di anni, ma tutte le razze da qualche parte dentro mantengono qualcosa del lupo o del coyote, che assalivano i gruppi umani per mangiare, prima di imparare a servirli. Così, la stessa bestia che ti implora sotto al tavolo per un ciccetto, e non si sogna minimamente ti saltarci sopra per prenderselo (come farebbe un gatto se solo ti distrai un secondo, ma il gatto ha tutta un'altra storia), se solo gli metti una catena al collo e te ne vai comincia a percepire la limitazione di libertà e valicarla diventa bisogno primario.

Così è per noi (basta bloccare con un abbraccio troppo stretto i movimenti di un bimbo per verificarlo), e chi ha interesse a renderci sudditi lo sa benissimo, per questo le catene nel corso della storia si sono sempre più virtualizzate, dissimulate fino a renderle irriconoscibili. E il fenomeno ha subito un'accelerazione negli ultimi decenni, proprio come la curva della popolazione mondiale: la democrazia è infatti tanto più realizzabile quanto piccole sono le comunità in cui la si voglia applicare, e nella misura in cui esiste un "fuori" da queste comunità (le donne, gli schiavi, i barbari) da sfruttare per accrescere o quantomeno mantenere la ricchezza su cui la comunità si fonda. La globalizzazione (ma i BRICS ne sono una costola o un grimaldello?) questo ha fatto: portato dentro questo fuori, o meglio mischiato dentro e fuori in un recipiente più grande, cosicché l'azione politica che sarebbe stata necessaria (e che io stesso all'inizio ho creduto avrebbe svolto l'UE) cioè blindare il modello di sviluppo eurooccidentale per trasferirlo gradatamente fuori (ad esempio, accettando di commerciare solo con chi concedeva un livello di diritti economici e personali compatibile) è diventata presto impossibile (svelando presto, purtroppo ancora agli occhi di pochi, che non è che si è mancato di difendere il progetto ma invece proprio che il progetto era uno opposto).

Ma la libertà non è soltanto minacciata dall'evoluzione delle catene (l'ultimo modello di catena? lo smartphone, esatto...), è anche vittima di un processo di negazione valoriale, che ha trasferito omeopaticamente nel senso comune l'annacquamento, lo straniamento e lo svilimento del concetto. Così oggi chiamiamo libertà l'accrescimento di possibilità in questioni più superficiali, concesso proprio per farci digerire senza nemmeno accorgercene la diminuzione reciproca in questioni essenziali. Siamo liberi di sposarci tra uomini o tra donne, ma sposarsi o comprarsi casa o fare un figlio diventano sempre più fuori dalla portata di qualsiasi coppia non ricca, etero o gay che sia. Anche perché il lavoro inteso come parte fondamentale e centrale della vita di ognuno e della sua identità, oltre che come mezzo di sostentamento stabile e affidabile, è in via di completa sparizione, e hanno pure la faccia tosta di presentarci la cosa come progresso. Intanto, in cronaca abbiamo l'ennesimo esempio di disastro attribuibile, come causa prima, allo smantellamento del settore pubblico e alle esternalizzazioni: alle FS dei miei avi non c'erano schiavi ma operai assunti dallo Stato e salvaguardati, certo non spinti ad agire in spregio non dico alle norme di sicurezza ma alla più elementare logica. E fuori dalla cronaca l'elenco di episodi simili è talmente lungo da non essere necessario: basta la memoria di ciascuno di voi, anche il più distratto.

D'altro canto, invece, dimentichiamo quanto e come una serie di altre cose a cui teniamo siano stringi stringi da ricondurre proprio al concetto di libertà. Senza una prospettiva di sostentamento economico nel tempo (che non vuol dire necessariamente "posto fisso", ma anche ad esempio "persistente sovrabbondanza di opportunità"), infatti, la libertà di effettuare qualunque tipo di scelta di vita resta mero enunciato teorico. Senza automobili private il diritto alla mobilità torna, dopo una finestra di soli pochi decenni, ad essere privilegio di pochi (mezzi pubblici davvero efficienti e ridondanti, tra cui delle ferrovie statali che non possano abbandonare in quanto antieconomica nessuna tratta o stazione periferica, risolverebbero il problema solo rispettivamente per le grandi città e i centri medio-piccoli, non certo a livello capillare). Senza cultura, o se preferite grazie all'analfabetismo di ritorno progettato decenni fa e realizzato prima tramite la TV commerciale poi tramite i telefonini, anche la libertà di progettazione della propria esistenza viene vanificata, perché chi non sa non può, ma mentre chi sa di non sapere può imparare chi crede di sapere non imparerà mai, e i nostri figli oramai per qualsiasi cosa chiedono a google come prima opzione, come possono non uscirne omologati?

A proposito, racconto un episodio che chiarisce in qualche modo il concetto. Ad inizio "pandemia"  (ma siamo sicuri sia finita? il fatto che fosse statisticamente infondata è piuttosto garanzia che possa venire invocata a piacimento...) vengo invitato ad un webinar da un amico, che poco tempo prima del primo lockdown mi aveva onorato di leggere l'incipit del mio ultimo libro ad un incontro di presentazione, giù a Reggio. Forse presupponeva che condividessi la narrazione dominante, o perlomeno non immaginava che il mio dissenso fosse così totale, fattostà che quando esso emerse l'incontro fu concluso rapidamente, ma non prima che io avessi modo di indurli ad esplicitare uno dei corollari dietro quella narrazione: approfittando del fatto che uno degli altri partecipanti viveva in Svezia, gli chiedo come andavano le cose in uno dei pochi Paesi che avevano impostato le cose in modo diametralmente opposto, alla spirale liberticida che allora peraltro era appena iniziata. Il corollario era "gli italiani non sono svedesi", cioè non sono un popolo di adulti evoluti che possono essere lasciati liberi di decidere ciascuno per se, confidando nel senso di responsabilità e nel sentimento di collettività di ciascuno, ma sono un popolo "bambino" che in quanto tale deve essere guidato, a comportarsi virtuosamente, altrimenti non lo farà. Il luogo comune, che nemmeno si applica bene ai bambini e ai ragazzi veri (i quali invece vengono su responsabili in relazione diretta a quanto si ha il coraggio di responsabilizzarli precocemente), è un sentimento fascistoide che tanto danno ha fatto e che stupisce di aver visto così diffuso in persone sedicenti di sinistra. Per le quali la libertà non è un valore in se, dunque, ma un premio da ottriare a chi se lo meriti.

Finisco qui il mio sproloquio, e vi lascio con un paio di link di approfondimento, in linea con l'ultimo paragrafo:

  1. Stefano Re, ovvero i dossi stradali come metafora;
  2. Maurizio Blondet, ovvero hanno già deciso che dovremo fare a meno di auto, carne e latticini, e sono già passati dalle strategie di persuasione al terrorismo psicologico sul cambiamento climatico, alla fine l'obbligo sarà lo step "naturale".
E che cos'è la libertà, se come al solito piuttosto che chiarirvi le idee ve le ho confuse, ve lo faccio dire da uno che parla bene...

sabato 4 marzo 2023

4/3/23

Il citofono di casa Dalla a Bologna. Vero.
Questo è (quasi) un post a richiesta. La parentesi è perché la richiesta, graditissima, mi è pervenuta mentre ci stavo già pensando, a come fare gli auguri a uno dei nostri "padri", se chiamiamo così quelle figure che ci hanno formato per come siamo agendo sui nostri desideri e la nostra forma mentis quando eravamo ragazzi. Oggi infatti avrebbe compiuto ottant'anni Lucio Dalla, se non ci avesse lasciato pochi giorni prima dei 69. Ma questo di sicuro lo sapete già, perché nel mainstream in questi giorni è pieno di celebrazioni, ricordi, docufilm, spezzoni (oggi ad esempio mi sono goduto un po' di Automobili, il programma Rai che condusse nel 76 a seguito dell'uscita del terzo bellissimo e profetico album di quella trilogia con Roversi che costituisce uno dei vertici assoluti della "musica leggera" italiana di sempre).

Ragion per cui è del tutto inutile inseguire chi ha più mezzi sul suo terreno, e invece ha senso celebrare il compleanno di Lucio solo mostrando la cosa dal punto di vista personale. Saprete già, infatti, che la meravigliosa canzone che gli diede la prima grande notorietà si doveva chiamare Gesù bambino ma l'organizzazione sanremese ne censurò non solo le numerose parolacce nel testo (che poi Dalla recuperò nelle versioni live degli anni a venire, perché ci azzeccavano meglio "i ladri e le puttane" de "la gente del porto", ad esempio) ma anche lo stesso titolo, e non sappiamo di chi fu il colpo di genio di dargli la data di nascita dell'interprete e autore delle musiche. Io posso solo aggiungervi la meraviglia di un bambino di nemmeno 8 anni che imparò a memoria quella canzone (accanto a quelle di Gianni Morandi, non potendo sapere che i due erano amici e avrebbero poi addirittura fatto un tour assieme, concerto che ovviamente avrei visto, e alla sua stessa Fumetto che un paio di anni prima era la sigla di un programma di fumetti condotto dallo stesso Dalla, che poi a un fumetto un pochino è sempre assomigliato. Poi, posso aggiungervi che negli anni successivi, quando Lucio sfornava un capolavoro dietro l'altro, ho continuato a impararli a memoria, e proprio il mio amico della richiesta di cui sopra mi passava il diario per scriverglieli (sotto il naso dei professori, facendo finta di prendere appunti: ci eravamo messi al primo banco davanti alla cattedra apposta, intuendo che in realtà fosse proprio il posto meno controllato dal prof), e ancora oggi entrambi ci ricordiamo ridendone dei miei strafalcioni. 

Dalla come tutti i fumetti non aveva età apparente, ma ai tempi andava già per i quaranta e li celebrò a modo suo: titolando un album con quell'anno li. La titol track, 1983 appunto, è una geniale piattaforma di confronto tra due epoche, sottolineato magistralmente anche dalla musica sotto, e anche quella la mandai a memoria ma andavo già all'università. Per cui te la scrivo oggi, amico mio, e se non mi vengono strafalcioni aggiungo una terza strofa sicuramente sbilenca così siamo sicuri che sbaglio. E poi ce la sentiamo tutti assieme in fondo al post.

Le dieci del mattino, e mi scoppia la testa
come se avessi bevuto una botte di vino o fossi stato alla mia festa.
Apro la finestra, è ancora buio, butto un urlo per strada, ma non mi risponde nessuno.
Il mio cuore si è rotto, come uno specchio si è rotto,
si è rotto quel bellissimo orologio, ti ricordi, come lo chiamavi tu.
Il silenzio continua, sono almeno le sette
Apro la radio, la tele, le orecchie ma nessuno trasmette.
La stanza è piena di animali, sembrano zanzare,
grosse come i cani, ma almeno i cani non sanno volare, forse.
Qualcuno mi sente, qualche vecchio amico mi sente.
Provo ad urlare così forte, così forte almeno mi sentissi tu!
Che giorno è?
Che anno è?
Lunedì, martedì, ma che vita è?
Da una foto di mia madre comincia a parlare, e dice:
"Non ti ricordi tuo padre come ci sapeva fare?"
Erano gli anni della guerra, tutti col culo per terra,
si mangiava coi cani, non ti ricordi a Bologna che festa
quando arrivarono gli americani!
Ehi, nel '43
la gente partiva, partiva e moriva e non sapeva il perché,
ma dopo due anni,
tutti quanti perfino i fascisti aspettavano gli americani, come a Riccione oggi aspettano i turisti.
E proprio te,
quella notte in piazza sulle spalle di tuo padre sembravi un re.
Finiti i bombardamenti, tutti a farsi i complimenti.
Erano tristi solo i morti e si mangiavano le mai,
non perché erano morti, ma perché non si svegliavano domani.
Ti ricordi quella bruna come era triste perché sapeva
di non vedere i razzi sulla luna.
Luna.
I razzi sulla luna, oggi è un fatto normale,
se ne vedono tanti piantati in fila che sembrano alberi di Natale.
Poi spostando il cannocchiale, puoi dare un nome alle stelle,
puoi giocare con tutto e con niente, puoi giocarti anche la pelle, ma
qualcosa ci manca e quel qualcosa ci stanca:
ci stanca avere tutte queste cose che ci mancano se non le abbiamo più.
Incontri la gente e si annoia, la noia è una congiura,
ma poi vedi come vivono in fretta, forse la noia è soltanto paura,
una paura che offende, che ogni mattina ci prende,
la paura di esser ciccia da contare e che la vita non cambi più.
Che anno è?
Che giorno è?
Lunedì, martedì, ma che vita è?
Dal cielo cade un giornale, nessuna novità,
tutto sembra normale, chi può dire quanto durerà!
Gira ancora la terra? (Chissà, si fermerà?)
Da quale parte per la guerra, scusi? (Giri un poco più in là)
Beh, ci vediamo domani, faccio due salti nel vento e se mi sento
domani torno qua,
perché...
Ehi, '83,
sei lì come uno specchio, ci fai sentire diversi, nessuno sa perché.
Né meglio né peggio,
ma tutti quanti, perfino i più tristi, aspettiamo di svegliarci insieme
e di guardarci, di toccarci e di guardarci
come non ci fossimo mai visti.
E proprio te
questa notte in piazza sulle spalle di nessuno, sarai un re.
Niente bombardamenti.
E tu, duemilaventitrè,
sei nuovo ma sei vecchio, noi siamo sempre gli stessi, ma poi così non è:
siam tutti di passaggio
ma tutti noialtri, veduti e non visti, aspettiamo di trovarci ancora,
di guardarci, di toccarci e di parlarci,
come se sia solo ieri che ci siam visti.
E invece te
sei passato ma rimani: nella mente e nel cuore ognuno ti porta con se,
assieme ai bombardamenti....

giovedì 1 settembre 2022

RADIOCIXD 62 - ANIDRIDE SOLFOROSA

Ce lo siamo già detti: il trittico di album nati dalla collaborazione tra Lucio Dalla e Roberto Roversi è da considerarsi uno dei vertici assoluti della canzone italiana di ogni tempo. Abbiamo già parlato del primo, Il giorno aveva cinque teste del 1973, gigantesco atto di coraggio di uno che se voleva poteva campare dell'onda lunga del successo commerciale degli anni precedenti e invece subodorò l'aria che tirava e si gettò verso anni di fame (certo, poi ripagati da un successo così enorme che mai avrebbe potuto raggiungere restando nel solco precedente, ma prima chi glielo poteva garantire?), e del terzo e ultimo Automobili del 1976, visionario capolavoro che però tradisce la crisi del rapporto tra i due autori. Questo Anidride solforosa è nel mezzo, e perciò forse al vertice, di questa prodigiosa parabola artistica.

Vi si trovano tematiche anticipate di decenni e ritratti di scene che sembrano passate di moda ma invece oggi più attuali che mai, a saperle leggere, in mezzo a sbocchi di satira sociopolitica e schizzi di cronaca di una durezza che solo il rap, ma in America non certo in Italia, saprà poi dare. Il tutto condito di invenzioni musicali difficilmente inquadrabili, e non avanti o dietro, ma sopra, quanto la musica italiana sarà in grado di offrire nei decenni a seguire. Tanto che un ragazzo che lo ascoltasse oggi forse non capirebbe che si tratta di un disco di quasi mezzo secolo fa, ma potrebbe scambiarlo per avanguardia, non fosse che la voce di Lucio è talmente nota che magari la riconosce anche lui. Ma mentre scrivo questo penso che se quarant'anni fa a me ventenne qualcuno avesse provato a propinarmi una tracklist commentata di un qualsiasi musicista degli anni 30 o 40 probabilmente lo avrei snobbato, e pace così.

Facciamo così, allora: in fondo alla consueta disanima dei singoli brani, con link ai tube che si aprono in popup così da permettervi di continuare la lettura, vi embeddo il video della title track però registrato in TV dodici anni fa, si, ma ben trentacinque anni dopo l'uscita della canzone, il che forse la dice lunga sulla sua persistente attualità. Alla voce femminile, che nella versione in studio del '75 era interpretata con giocosa ironia dallo stesso Dalla, c'è qui la sottovalutatissima Angela Baraldi, una delle tante "scoperte" di Lucio (una delle meno fortunate commercialmente e assieme una delle migliori), che da tempo porta questo brano in concerto eseguendolo anche assieme a Zamboni e ad altri post-CSI, oltre che a De Gregori, per dire.

  1. Anidride solforosa - Due piani narrativi si intrecciano in questo capolavoro, e la musica cambiando tra i due fa da paratesto aiutandoci: in uno una donna del popolo parla di amore e rivoluzione, nell'altro una voce parla di inquinamento e computer, dimostrando che i poeti (quelli veri) spesso capiscono le cose decenni prima degli altri.
  2. La borsa valori - Come Dario Fo, Lucio Dalla quando scatenava il suo gramelot incomprensibile si faceva invece capire meglio ancora di quando usava parole sensate. E sta cosa la percepivo anche da bambino, ascoltando Cos'è Bonetti piuttosto che Pezzo zero. Qui sciorina a cazzo il listino della borsa valori di Milano e altre voci che vi si potevano ascoltare, dimostrando palpabilmente l'insensatezza di un mondo che pure ancora non era diventato il mostro trituratore dell'economia reale che è.
  3. Ulisse coperto di sale - Come nel primo brano, la musica sottolinea con un cambio brusco, qui dal rock sfrenato (questo è uno dei pezzi più rock della musica italiana, se una radio lo passasse prima dei Maneskin tutti capirebbero le mammolette che sono) si passa al melodico lento, il passaggio tra i pensieri e le parole del narratore: un Ulisse coperto di sale, come siamo tutti noi che torniamo, quando torniamo. E, come chiarisce un certo Dante Alighieri, prima di riandare.
  4. Carmen Colon - Quando la poesia parla di cronaca, e anche qui di un argomento particolare di cui sarebbe diventato di moda parlare (ma quanto peggio, a cominciare dai neologismi...) decenni appresso...
  5. Tu parlavi una lingua meravigliosa - Racconto poeticissimo, e chiuso mirabilmente, del reincontro casuale, una vita dopo, di una donna un tempo amata. Tra l'altro, questo brano è il prototipo di quel modo unico e mai banale che Dalla cantautore avrà di cantare d'amore negli anni a seguire...
  6. Mela di scarto - Per i non torinesi, Ferrante Aporti (dove l'avevo sentito? si un vecchissimo pezzo di Vecchioni, ma quella era una via di Milano dove al Professore era capitata una disavventura amorosa...) è il carcere minorile di Torino. Dove il protagonista di questa canzone finisce per una cavolata giovanile, per poi come spesso capita in pratica non uscire più, avviato proprio dal riformatorio a una vita da delinquente. Dicevamo delle tematiche da rap (vero), e questo brano sembra anche riarrangiabile in rap, per metrica.
  7. Merlino e l’ombra - Curiosamente, anche qui mi viene in mente Vecchioni, che canterà una tematica bergmaniana come questa qualche anno dopo (Lo stregone e il giocatore). Da notare anche qui come la base musicale accompagni coi suoi cambiamenti il mutare di prospettiva suggerito dal testo.
  8. Non era più lui - Anche qui accade, e anche qui come in Ulisse uno dei due temi è profondamente rock, anche se meno duro. La storia è quella di un uomo del sud, costretto ad emigrare e a rinunciare ai suoi sogni per fare forse l'operaio, che sogna il ritorno e con ciò aggrava ulteriormente la propria alienazione.
  9. Un mazzo di fiori - Ancora cronaca, ma mentre Carmen era una ragazzina uccisa da un serial killer, Emilia è una donna stanca di vivere che si suicida gettandosi nel Po. Inutile dire che la canzone è di una bellezza straziante...
  10. Le parole incrociate - L'album chiude in bellezza, con la sua canzone forse più bella, per qualcuno la più bella di tutto il repertorio di Dalla, e con la sua conclusione lapidaria: "Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato. Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende. Attenzione: dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.". Prima, semplicemente la storia d'Italia. Se non ci sono l'Italicus, piazza della Loggia, Ustica, la stazione di Bologna, Moro, gli anni di piombo, le stragi di mafia e la Trattativa, le guerre travestite da missione di pace, la cosiddetta pandemia, eccetera eccetera, è solo perché sono cose successe dopo. Ma è un dettaglio.

E ora gustiamoci la splendida e bravissima Baraldi, che qualcuno guardando il video riconoscerà (aahhh, ecco chi era!) come la protagonista di Quo vadis baby? di Salvatores...

domenica 22 agosto 2021

RADIOCIXD 45 - ANTIPATICI ANTIPODI

La copertina è di Andrea Pazienza, per cui ve la
devo mostrare in versione vinile spalancato...
Claudio Lolli mi manca, ci manca, perché oggi forse lascerebbe l'insegnamento piuttosto che lasciarsi imporre il Marchio del Regime, non prima ovviamente di aver mobilitato i compagni a resistere fino all'ultimo, magari con un brano nuovo, o un concerto, o qualunque altra cosa atta a rinfrescare la memoria ai "compagni a venire". Mi manca, perché lui non solo cantava e insegnava, ma scriveva, e narrava, e vederlo in concerto (quei concerti dal vivo che erano una parte della mia identità di uomo, e che non potrò vedere più fino alla caduta del Regime, se non muoio prima) era un godimento per la mente e il cuore, specie se in un teatrino di periferia accanto ai pochi che ormai richiamava (uno che comunque non aveva mai attirato folle, eppoi se lo avesse fatto ne sarebbe rimasto impaurito). Di lui, schedato come cantautore impegnato tutto testi e niente musica, vi ho già parlato per un album elettronico, e un giorno o l'altro vi parlerò del suo capolavoro assoluto suonato jazz e della sua riedizione suonata combat-folk, ma oggi vi parlo di un suo album suonato pop, anche se piuttosto sofisticato.

Non è molto noto, questo Antipatici antipodi del 1983, forse perché nel 1983 i cantautori impegnati erano passati di moda e sticazzi se i loro dischi non suonavano più scarni come nel decennio precedente, ma come sentirete (stavolta vi metto il full album in fondo, sono solo otto brani, poco più di 35 minuti in tutto, gliela potete fare, e il discorso di un amico va ascoltato tutto dall'inizio alla fine) dentro ci sono spunti notevolissimi di riflessione. Ecco perché avere vent'anni a quell'epoca era tutta un'altra cosa, e a noi non ci avrebbero fregato col ricattino del se-vuoi-divertirti-devi-fare-la-punturina, e non ci avrebbero fermato con nessun pass di nessun colore.

  1. Antipatici antipodi - Quando essere di sinistra era essere antiamericani, ma essere Lolli significava saperlo dire bene, ad esempio nella strofa "In qualche modo faranno arrivare le nostre dolci promesse di guerra da questi antipatici antipodi a tutto il resto della terra", o nel riferimento finale alla ginestra di Leopardi.
  2. Notte americana - Della serie "basta un verso a dare idea del valore di un testo": "forse non siamo noi che passiamo il tempo, ma è certamente lui che passa noi".
  3. L'uomo a fumetti - Non so se è vero, ma a me piace pensare che questa canzone bizzarra abbia ispirato uno dei capolavori di Maurizio Nichetti, quel Volere volare che è da considerarsi la risposta italica a Roger Rabbit, a cui è molto superiore, e di cui pare addirittura che dati i tempi di lavorazione sia precursore nonostante l'uscita successiva.
  4. Non voglio mettermi il pigiama - Un vero inno (non suo, il testo è di Claudio Piersanti) al non allineamento: "io non amo questo mondo e nemmeno lui mi ama".
  5. Torquato - La canzone tratta in maniera lolliana, e di nuovo con qualche anno di anticipo, la stessa tematica di Palombella rossa di Moretti: qui di rosso c'è una casa, ma lo smarrimento della perdita di identità è lo stesso. Due i passi memorabili: "La gioventù non è questione di anni ma piuttosto di sassi nel cuore." e "Specialmente di sera può venire in mente il cancro terribile dell'indifferenza, che è più sano di noi e sta rubando alla gente la vita in cambio della sopravvivenza."
  6. Villeneuve - Forse gli emiliani i motori ce l'hanno davvero nel sangue, non so. Dalla aveva già scritto Nuvolari e avrebbe scritto Senna. Ma è Lolli che scatta l'istantanea su quello che forse sarebbe stato il più grande di tutti, e sicuramente era il più amato della mia generazione, se non avesse tamponato nelle prove uno che guidava come un pensionato col cappello, per la fregola di stare davanti in griglia al compagno di squadra che nella corsa prima gli era stato sleale. E noi lo abbiamo visto in diretta ("il pubblico delle prove ha un brivido a metà tra la colpa e il piacere per qualche cosa di bello") volare a testa in giù e finire "come uno straccio sul prato". Ma questa citazione è del brano che segue, di questo invece ne riporto un'altra: "i piloti, per esempio, sanno di essere per metà uomini e per metà macchine, e per questo certo sono più uomini degli altri, ma certamente, certamente anche molto più macchine." Perché "è bello sapere che siamo delle bestie imperfette."
  7. Formula uno - E infatti qualche anno dopo la (ripudiata per dissidi) scrittura a quattro mani con Dalla di Automobili, riecco a parlare di piloti il poeta Roberto Roversi. Decisamente sui suoi livelli.
  8. Romantic ballad - La mia preferita. Una perfetta metafora della vita come navigazione, del suo rifiuto da parte del protagonista, e del compromesso che alla fine egli stringe col mare. Vi prego, nel vostro stesso interesse, arrivate ad ascoltarla. E poi rimettetela da capo.

mercoledì 14 aprile 2021

RADIOCIXD 38 - AUTOMOBILI

Nel pianificare le uscite di questa poco seguita (a meno che non "sbagli" il lancio) rubrica mi sono ripromesso di evitare di tornare sullo stesso artista. Ma con Dalla mi è difficile. Ad esempio, non so se lo avete capito, ma il Big Reset comporta anche la fine della motorizzazione di massa, le auto torneranno ad essere oggetti di lusso per ricconi, per quelli a mezza botta c'è il noleggio a lungo termine, i poveracci gireranno con le bici o i monopattini elettrici, tanto con lo smart working non avranno nemmeno la scusa di dover andare in ufficio, il turismo anch'esso tornerà fenomeno d'élite e per la gita fuori porta basta lo scassone diesel vecchio di dieci anni. Il che non è detto sia necessariamente un male, è che mi sarebbe piaciuto che ci fossimo arrivati per convincimento, non per terrorismo sanitario, che "l'auto è in crisi profonda, l'auto non ha futuro". Ebbene, se hai mai ascoltato Automobili di Lucio Dalla, un attimo dopo aver pensato queste cose pensi "ma che cacchio di profeti erano lui e Roberto Roversi, che le hanno scritte nel 75?!"

Il disco è il terzo di un trittico nato dalla collaborazione dei due artisti bolognesi, ma tutti gli antefatti se volete ve li andate a leggere nella mia recensione del primo, Il giorno aveva cinque teste, e vi giuro che non è tempo perso. Collaborazione nata per esigenza artistica, non certo commerciale: con questi lavori, Dalla abbandonava per antitesi il tracciato di successo che aveva imboccato, e lasciate perdere che la sintesi sarà un successo ancora e molto maggiore, in quegli anni Lucio aveva le cosiddette pezze al culo, anche se con questo disco lo richiamarono in RAI a fare una trasmissione cult di cui pare si sia persa traccia o quasi (ma io ho vi ho trovato questo resoconto, seguite il link che ne vale la pena): a fare un concerto davanti a quattro gatti alla alla villa comunale di Reggio ci venne col treno. Due o tre anni dopo avrebbe riempito lo stadio di calcio per Banana republic, io e mio cugino per vedere qualcosa ci siamo appollaiati sul muro di cinta della gradinata, con venti metri di strapiombo alle spalle, ma a sedici anni si sa la morte non è un concetto reale. A cavallo di quel concerto uscirono tutti gli album più belli e di maggior successo di Dalla, quelli che tutti ricordiamo. Ma Automobili è un autentico capolavoro, rock vero a sfiorare il progressive e dall'altra parte il futurismo, musica e parole fuse nel mostrarti il messaggio fino a farti vedere le immagini e sentire gli odori. Se lo avete sentito, lo amate e lo sapete già. Se no, non perdetevi questa tracklist.

1. Intervista con l'Avvocato
Due minuti, che dal vivo diventavano almeno dieci, in cui il Nostro interpreta sia Gianni Agnelli che il suo intervistatore, con quest'ultimo che fa domande sensatissime e attualissime ancora oggi, e il primo che risponde nel gramelot jazzato tipico di Lucio, che però il giornalista pare intendere perfettamente. Satira vera, quella che ti puoi permettere solo se hai una statura morale superiore all'oggetto, che pure di suo non ne era affatto privo (paragonato ai potenti di oggi, poi, non ne parliamo).
2. Mille miglia (prima e seconda)
Quasi nove minuti di suite, in realtà nel vinile due tracce distinte anche musicalmente con fading in comune, in cui, come dicevamo, le vedi e le senti, le due corse che hanno più di tutte segnato l'epopea del Mantovano volante, di cui dunque introducono il pezzo dedicato.
3. Nuvolari
Il brano è famoso, anzi è il primo con cui Dalla dopo alcuni anni torna al successo. Enzo Ferrari racconta che da ragazzino fu scelto come secondo dal Nuvola per una corsa, perché non gli serviva un cambio alla guida ma un contrappeso che entrasse nello spazio dei piedi del passeggero, sotto il cruscotto, da dove per paura non si mosse mai fino al traguardo. Ma se anche ti leggi questo passaggio dall'autobiografia del Drake, sei ancora lontano dal percepire l'epicità del personaggio come invece riesci con questa canzone.
4. L'ingorgo
Una coda infinita verso Parigi, raccontata come un film, presentandoci vari personaggi. Tre anni dopo, uscirà il film omonimo di Comencini (con Mastroianni, Tognazzi, Sordi, la Sandrelli... e ho detto tutto): a vederlo pare impossibile che non abbia preso spunto, fosse anche inconsapevolmente, da questo brano.
5. Il motore del 2000
E' il secondo pezzo più noto dell'album, perché fu inserito in DallaMorandi e dotato di video moderno un paio di anni dopo. Il suo ottimismo sembra contraddire il messaggio profetico di fondo del disco, a meno che non gli si dia una lettura sarcastica. Ma non è certo quello che fece la Fiat stessa, quando lo usò per lo spot della Uno...
6. Due ragazzi
Anche qui, come per L'ingorgo, la musica cambia col cambio di inquadratura: rock tarantellato finché si descrive la scena dal di fuori, ballata romantica quando parlano i protagonisti, due zingari adolescenti che fanno l'amore in una macchina che attende il suo destino in uno sfasciacarrozze. Mischiate assieme, morte e vita e amore: esiste qualcos'altro?

Siccome vi voglio bene, vi linko (da Robertoroversi.it) anche i brani fantasma, quelli che Dalla non ha messo nel disco (e Roversi non gliel'ha perdonata) e sono rimasti inediti (tranne il primo, inciso come "Comunista" nel 1990):
  1. Ho cambiato la faccia di un dio (con traccia)
  2. I muri del ventuno (con traccia)
  3. La signora di Bologna (con traccia)
  4. Statale adriatica, chilometro 220
  5. Rodeo (la traccia è qui)
  6. Assemblaggio
Della quarta e della sesta le tracce proprio non si trovano, se ci riuscite voi mettete i link in commento, grazie.

sabato 28 settembre 2019

RADIOCIXD 4: IL GIORNO AVEVA CINQUE TESTE


Per capire la differenza tra un campione di classe e un fuoriclasse le parole servono a poco. Peggio: più uno prova a parole a definire un fuoriclasse, più le cose che gli vengono fuori sono perfettamente applicabili a qualunque altro campione di alto livello, e allora non gli resta che sentirsi stupido e frustrato. Meglio rinunciare. Soppiantare le parole con esempi esperienziali, visivi uditivi o quant'altro a seconda di quale campo siamo. Si, perché la cosa vale in qualunque attività un essere umano possa esprimersi, arte gioco sport guerra mestiere che sia: un fuoriclasse è un fuoriclasse, e per capirlo devi "vederlo" all'opera e essere in grado di apprezzare le differenze nel campo in cui esso opera.
Lucio Dalla era un fuoriclasse. Lo dimostrerà definitivamente al mondo il giorno in cui scriverà il suo primo testo a una sua musica, e verrà fuori Com'è profondo il mare. Ma di questo parleremo e anzi forse abbiamo già parlato. Per la parte del mondo più attenta a quello che succede nella musica, infatti, egli lo aveva già dimostrato qualche anno prima. Ma forse occorre un attimo contestualizzare.
Ai tempi in cui uscì l'album di cui parliamo oggi, Dalla aveva trent'anni e alle spalle una carriera già solida. Come cantante mainstream, seppure già in qualche modo alternativo, aveva già fatto alcuni sanremi piazzandosi anche molto bene, con canzoni immortali come 4/3/43, per dire. Ma aveva avuto anche più di una discreta particina al cinema, e condotto in TV un programma di cartoni animati, di cui aveva anche cantato la sigla, per cui era molto amato da noi bambini dell'epoca (e si, se non hai almeno 55 anni non te lo ricordi, ma se li hai te lo ricordi benissimo...). Aveva la via del successo spianata, insomma, e se fosse stato quello, o i soldi stessi che ne derivavano, il suo motore interiore, avrebbe potuto senza problemi imboccarne uno qualsiasi dei rami aperti, o perché no anche tutti, per campare di rendita o almeno con poco sforzo. Se ci pensate, fanno quasi tutti così, anche quelli molto ma molto bravi.
I fuoriclasse no, i fuoriclasse fanno altro. Infatti lui d'istinto sente che l'aria musicale in Italia sta cambiando, che quel mondo, dove lui si stava ritagliando un posto sempre più grande, stava finendo. Aveva scritto musiche a volte già geniali per alcuni dei parolieri migliori sul mercato discografico di allora, ma si rivolge a un poeta delle sue parti, uno serio e tosto, tale Roberto Roversi, per partorire con lui tre autentici capolavori assoluti della musica italiana. Solo col terzo riconquisterà quel po' di notorietà che gli sarà da trampolino per il botto che farà a fine decennio e nei primi anni 80, con quella sequenza di album strepitosa che tutti ricordiamo a memoria brano per brano. Ma prima di Automobili, tra l'altro firmato Norisso e non Roversi per i dissidi tra i due o forse perché già con lo zampino di Lucio nei testi, ci sono due album rivoluzionari, che in pochi conoscono.
Il giorno aveva cinque teste è il primo dei due: uscito a breve distanza temporale da 4 marzo e Piazza grande, come prodotto ne è a distanza siderale da ogni punto di vista. Ancora oggi può essere considerato un prodotto di avanguardia. Io ovviamente a suo tempo, decenne, me lo persi: quando adolescente comprai Com'è profondo il mare per me Lucio Dalla era quello che seguivo bambino pochi anni prima. Ma presi presto il vizio di rovistare tra i banchetti dei dischi usati, e così misi le mani su questo disco di cui ignoravo l'esistenza. Come la maggior parte di voi oggi, a cui consiglio, se non proprio di procurarvelo (oramai a casa il giradischi lo abbiamo in pochi), almeno di ascoltarvelo su  youtube, magari con la mia guida alle singole tracce (qui invece i testi completi) sott'occhio:
  1. L'auto targata «TO» - "Un'auto vecchia torna da Scilla a Torino, dentro ci sono dieci occhi e uno stesso destino": basta questo incipit a rimarcare la distanza dal vecchio Dalla e dal mainstream. Un minifilm con tanto di presentazione lampo dei singoli personaggi: un verso per uno e già ti immagini tutta la loro vita. Anche perché sei di Reggio Calabria e sei circondato da personaggi come quelli, tra amici e parenti, e presto potresti esserlo anche tu. La musica è un rock duro, a strappi, a darti la sua parte di schiaffoni unitamente alle parole. Dopo 45 anni, in giro è ancora pieno di terroni di vario genere che emigrano. Ma non c'è più nessuno che li sa cantare, tocca recuperare questa meraviglia.
  2. Alla fermata del tram - "Sembra che tutto funzioni a dovere [...] ma è solo perché camminano i tram": critica sociale minimal, con accompagnamento "futurista" che solo uno con la vocalità di Dalla poteva immaginare e realizzare. 
  3. È lì - Scopri solo alla fine che hai ascoltato in pratica una versione cruda de La guerra di Piero, senza sepoltura nei campi di grano sotto i papaveri rossi a consolarti. La musica (in pieno stile progressive) è divisa in due parti nettamente diverse: nella prima, dura, il testo si ripete ossessivo fino a farti vedere il mucchio di sassi, rami e terra di cui parla; la seconda diventa più melodica, in efficacissimo contrasto con ciò di cui si racconta.
  4. Passato, presente - Anche qui la cesura musicale accompagna il cambiamento del testo, suggerito dal titolo. Ma non c'è niente di leggero in questo album, niente che puoi ascoltare superficialmente senza perderti qualcosa, nemmeno un brano interlocutorio tra due capolavori.
  5. L'operaio Gerolamo - La questione meridionale, quella operaia, l'emigrazione in Germania, i morti sul lavoro e il loro rimpiazzo in quanto numeri più che individui. Tutto in una canzone di tre minuti e mezzo. 
  6. Il coyote - La gara è tra un coyote ed una stella, e vince il coyote, il basso sull'alto, lo sporco sullo splendente. E la canzone riesce pure a spiegarti come e perché. Se la ascolti da adolescente, ti cambia per sempre. Ecco perché agli adolescenti di oggi li imbottiscono di Baby K e Sfera Ebbasta (cito a caso, gli altri non sono meglio).
  7. Grippaggio - Anche qui andamento progressive, con la musica che cambia assieme alle cose raccontate dal testo, con apparenti protagonisti due lasciati a piedi dalla macchina quando non c'erano i telefonini.
  8. La bambina (L'inverno è neve, l'estate è sole) - Una bambina muore, forse, e tu viaggi con lei e quello che le passa per la testa in quegli istanti. Fino al libitum finale che sfocia in un assolo di sax ancora più bello di quelli successivi che conosciamo a memoria.
  9. Pezzo zero - L'unico brano dell'album che ricordo di aver ascoltato da bambino, probabilmente il fatto che il testo era sostituito dal solito gramelot dalliano avrà aiutato a superare il probabile embargo subito dagli altri brani per via dei testi scomodi oltre che della musica dalla fruizione difficile. Insomma, è il brano più facile, ed è tutt'altro che banale.
  10. La canzone d'Orlando - Breve brano di chiusura, dal testo classico e dalla musica relativamente semplice. Molti lo ricorderanno nella versione contenuta in Banana Republic.

giovedì 2 maggio 2019

FACCIO IL PILOTA

Il film di Ingmar Bergman in cui il protagonista per guadagnare
tempo sfida a scacchi la Morte è una pietra miliare della nostra
cultura, tra le più citate: persino da Vecchioni e dal sottoscritto
Il guaio del tempo che passa è che più passa più va veloce. Non ho bisogno di dimostrare questo assunto, chiunque abbia l'età giusta lo comprende al volo, e se non lo capisce è perché non ce l'ha. Ad esempio, ogni primo maggio è tra le altre cose l'anniversario della morte di Ayrton Senna, e quest'anno - non l'avrei mai detto - è il venticinquesimo. E io quell'incidente l'ho visto in diretta TV, ed ero già uomo fatto, mica come per quello di Villeneuve che me lo ricordo pure ma ero un ragazzo e non so spiegarvi come ma me lo ricordo diversamente, come se il registratore che abbiamo in testa funzioni come i supporti esterni, che riguardare un vecchio super8 un vecchio VHS o un vecchio DVD non è la stessa cosa, a cominciare dal fatto che capisci che epoca era prima ancora di entrare nel merito delle immagini...
Il Dio dei piloti è morto, se ricordo bene, perché qualcosa si è rotto nell'avantreno della sua auto impedendogli di sterzare e mandandolo a sbattere contro un muretto, al che un bullone si è staccato da qualche parte sparandosi verso il suo cervello, attraverso la visiera del casco e il bulbo oculare. Il giorno prima durante le prove era morto un altro pilota, e pare che ne fu molto scosso lo stesso Senna, ma fu solo dopo la morte di quest'ultimo che le cose cambiarono (e per sempre, se pensiamo che da allora ad oggi c'è stato solo un altro morto in pista) nella sicurezza della Formula 1, quindi al Nostro va ascritto anche questo merito postumo. Tra gli altri acquisiti in vita: ché per molti è il più grande di tutti i tempi anche se il destino gli ha impedito di diventarlo anche per le statistiche, dal momento che proprio quel giorno vinse la sua prima gara uno che dominerà a lungo riempiendone tutte le caselle.
A dire il vero non so se ancora oggi tutti i record sono ancora di Michael Schumacher, perché non seguo più le corse, e non perché le fanno in quelle pay-TV che non mi avranno mai, ma perché sono diventate nel tempo sempre più noiose, col fattore umano progressivamente ridotto all'insignificanza.
E non mi muove a parlare una nostalgia senile, ma una di un qualcosa che non c'è più e valeva tanto, lo dimostra la mole di produzione artistica di ogni tipo relativa alla figura del pilota di automobili (ma non solo), cavaliere moderno, nocchiero su ruote, semidio omerico in continuo bergmaniano dialogo con Nostra Signora dalla Grande Falce.
Ed eccovi il vostro fedele blogger che, come capita ogni tanto, vi fornisce anziché un elenco di link a noiosi testi di approfondimento, una serie di brani musicali di qualità da scoprire o riscoprire. Così celebriamo assieme questo venticinquennale da una tragica scomparsa, ripensando a quello che è stato e a quello che poteva essere e non è stato. Come sempre in questi casi.

lunedì 23 luglio 2018

L'AVVENTURA DI UN RICCO CRISTIANO

Vediamo chi azzecca senza googleare di cosa è parafrasi il titolo
Come i lettori più affezionati sapranno, sono un appassionato di basket ma lo sport che ho scelto e pratico da una vita è il tennis. E' che ognuno è fatto a modo suo, e la distinzione tra sport di squadra e sport individuali è un autentico spartiacque, che dice immediatamente qualcosa delle persone che hanno scelto con decisione l'uno o l'altro percorso. Chi, ad esempio, detesta come me non essere personalmente responsabile nel massimo grado possibile della riuscita delle proprie attività, probabilmente preferirà cimentarsi in discipline sportive dove il risultato non dipende anche da altri (o se la volete vedere dall'altro punto di vista, non è possibile anche solo pensare che se non è andata bene dipende da errori dei tuoi compagni) come la scherma, la boxe, o appunto il tennis (e anche qui, limitando la pratica del doppio...); al limite, volendo escludere dalle variabili anche la prestazione dell'avversario, in discipline come il tiro con l'arco dove se fai tutti centri al massimo uno può raggiungerti ma non superarti.
Ragionamenti così possono tornare in mente quanto la cronaca, sportiva e non solo, è dominata dalla notizia che un certo campione, oggettivamente una spanna sopra tutti gli altri al mondo (tranne uno, ma la cosa è controversa), è stato ingaggiato a suon di milioni di euro da una squadra che, già detentrice del primato di scudetti nostrano, ha vinto di fila gli ultimi sette, senza però riuscire a ripetersi a livello europeo. Già, perché il Robin Hood che è in noi non può non attivare la modalità Gufo per rammentare, ai tifosi che già vedono la propria beneamata squadra vincitrice dell'ennesimo campionato italiano in accoppiata alla tanto agognata Champions League, non solo che negli sport di squadra un campione non sempre riesce a fare da solo la differenza (altrimenti Portogallo e Argentina si sarebbero divisi tutti i trofei internazionali degli ultimi anni) ma anche che non sempre l'apporto in un collettivo rodato di un individuo fuori scala conferisce un valore aggiunto proporzionale, e anzi talvolta può addirittura togliere qualcosa al valore complessivo della squadra. Insomma, vuoi vedere che proprio quest'anno che non possono proprio fare i consueti proclami agostani, la Roma o il Napoli, che si sono suddivise equamente il secondo posto negli ultimi sei anni, riusciranno a vincere l'Invincibile Armata bianconera, magari proprio perché i suoi equilibri interni ne sono risultati compromessi? Lo so che adesso mi sono attirato gli strali dei tifosi partenopei e capitolini, più scaramantici di una media già alta, ma ho calcolato il rischio: questo blog non è seguito prevalentemente da calciofili, e inoltre come qualcuno avrà già capito non è di calcio che voglio parlare.
Il capitalismo degli ultimi 40 anni, per aver rinunciato a governarne per via politica le tendenze innate, o se preferite per avere sussunto a verità scientifica il suo portato ideologico, ha riscritto progressivamente la società, sia a livello mondiale che a cascata nei sottolivelli, su un modello che tende a ottimizzare i risultati solo per una percentuale minima di persone, livellando verso il basso quelli per la restante enorme quota. Gli esempi sono ennemila, mentre scrivo decido se farvene o lasciarvene la ricerca come esercizio, ma il risultato finale è noto: la cosa non funziona. Può sembrare, che funzioni, a chi abbia il punto di vista dei beneficiari (e infatti loro questo fanno, attraverso il mainstream e i politici a libro paga: fare assumere ideologicamente ai "poveri" il punto di vista dei "ricchi", di modo che i primi agiscano nell'interesse dei secondi), ma anche per loro prima o poi arriveranno i guai. E non ci sarà nessuna rete sociale e salvarli dal precipizio, perché è esattamente quella, ad essere stata distrutta dal liberismo.
Quando Boeri parla di immigrati e pensioni, decreti governativi e loro impatto reale sul quadro occupazionale, lo fa considerando un dogma quella che è solo la teoria economica dominante, mentre invece la politica ha esattamente il compito (e il fatto che se ne sia dimenticata, è esattamente il problema da cui nasce l'affermazione dei cosiddetti populismi) di decidere quale teoria economica sia da applicare al periodo contingente - altro discorso è che il governo gialloverde abbia o meno la volontà e la forza di andare fino in fondo nell'attuazione di questo compito, ma finché ci prova i vertici amministrativi hanno l'obbligo di allinearsi o dimettersi, perché la loro terzietà di tecnici che non farebbero che applicare principi sovrastanti a quanto opinabile politicamente è solo presunta e sedicente. La verità è che gli immigrati "ci pagano le pensioni" solo finché restano semischiavi sottopagati che appena possono scappano, perché invece i tanti schiavi essendo in nero non ci pagano niente, e loro quando finalmente potessero essere pagati quanto giusto, cioè quanto un italiano accetterebbe (ma sono sempre di più gli italiani che già accettano paghe da semischiavitù, altroché), non andrebbero più via e poi gli si dovrebbe pagare una pensione decente anche a loro. E che tutelare in qualche modo dagli abusi del lavoro temporaneo finisce per far calare l'occupazione solo se si tollera, e anzi si difende quasi fosse un principio sacro, la concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro come prassi consolidata per la competitività delle imprese: la politica invece avrebbe dovuto e dovrebbe stabilire, a livello europeo e sennò italiano (nella UE chi non rispetta le regole non siamo noi), un tetto minimo come soglia per adottare un sano protezionismo nei confronti di chi non la rispetta. Altrimenti, caro Boeri, cari quadri intermedi e professionisti che lodate la flessibilità del lavoro altrui protetti dai vostri lauti guadagni, prima o poi finiranno le risorse pure per alimentare questi ultimi, e sarà stata anche colpa vostra.
Ma per capire bene la portata del dramma bisogna salire in alto, bypassando il dentista che lavora associato per reggere la concorrenza dei low-cost e però loda il jobs act perché intanto suo figlio così lavoricchia, il grand-commis che non vede che a forza di erodere il pubblico impiego non ci sarà più posto nemmeno per lui, o il giornalista che da eco al vangelo liberista perché è già precario e se non lo fa lui troveranno facilmente un altro che lo fa al posto suo e ad ancora meno: loro sono rotelline, unte solo finché serve, di un ingranaggio che se non bloccato finirà per portare tutto il potere, economico e non, nelle mani di pochi uomini al mondo. Si, è di nuovo la storia dell'uno per cento contro il novantanove, ma le proporzioni e le declinazioni del fenomeno sono ancora più estreme. Non so se lo avete già letto da qualche parte: pare che sia in fase avanzata la possibilità di fare un back-up totale della coscienza di un individuo, che così in qualche modo sopravviverebbe alla morte del suo corpo fisico, e che i ricconi stiano già approfittando del fatto che loro possono permetterselo. Jobs per sua sfortuna l'ha lisciata, ma magari Gates ci sta pensando, o Bezos o Zuckenberg o Musk, che ne sappiamo? A parte gli aspetti filosofici, del tipo ma siete sicuri che questa coscienza possa continuare a pensare "io" in continuità col morto senza mentire a se stessa, si tratta di una esasperazione aberrante di una sintassi già ben presente a vari livelli: tolti i diritti economici fondamentali, pratici ed effettivi, i diritti civili non sono che teorici enunciati in realtà a disposizione soltanto degli abbienti, e in proporzione alla loro abbienza. Ed ecco che si consentono per legge i matrimoni gay (o le adozioni, o l'utero in affitto, eccetera), ma si toglie di fatto la possibilità materiale di mettere su casa e figliare a chi, etero o meno, non abbia risorse della famiglia d'origine a cui attingere: in pratica un progressivo assottigliamento di fatto a fronte di un reciproco ampliamento di diritto della fascia di persone che possono permettersi certe cose. Già prima di finire di smontare la sanità pubblica, e se non li si ferma lo faranno presto, sempre più gente smette di curarsi, ancora di più di fare prevenzione, e intanto i progressi della scienza medica illustrati dai media sono però appannaggio di fasce sempre più strette di "gente che può". Ed ecco che rientra in tema Cristiano Ronaldo: pare che il campione si sia potuto permettere grazie alla tecnologia una adeguata discendenza, cosa impossibile a chi pur amando i bambini più delle donne non abbia un conto corrente adeguato. Pare di ascoltare la vecchia barzelletta napoletana col figlio che si dichiara gay e il padre che lo interroga retoricamente sulle sue condizioni economiche per poi giustamente derubricarlo a ricchione. Il fenomeno può essere rappresentato adeguatamente guardando alle automobili: sempre più care e sofisticate quelle per i pochi, sempre più vecchie ed interdette al traffico per motivi "ecologici" quelle degli altri. La mobilità non è (più - nuovamente) un diritto di tutti ma un privilegio di pochi, chi ha ereditato o si è potuto comprare la casa in centro non deve far certo il pendolare e in caso si può anche permettere la fuoriserie elettrica, in periferia si fottano, affollino i mezzi pubblici e respirino smog.
A fermare questa e altre derive simili è stato chiamato il governo "populista". Sul se ci riuscirà o meno, ho già detto: dipende se ha il coraggio o meno di pretendere una trasformazione radicale dell'UE o sennò di uscirne. E' più facile prevedere questo piuttosto che se la Juventus col nuovo innesto si sia rinforzata al punto di confermare le aduse vittorie aggiungendone di nuove, ovvero rischi di vedere rovinati i suoi equilibri. Invece, restando nello stesso portafoglio (anzi, a pensarci bene, se non è fumo negli occhi ben architettato è una straordinaria coincidenza...), che l'Italia non avrebbe più avuto una sua industria automobilistica era scontato anche prima che i guai di Marchionne non sancissero il passaggio del volante in mani straniere, ora anche formalmente.

domenica 16 settembre 2012

CANTO L'UOMO CHE E' MORTO...

... non il dio che è risorto. Come se non con un verso di un suo testo per Dalla, commemorare il poeta Roberto Roversi, scomparso oggi? Il brano è Comunista, tratto dall'album Cambio del 1990, si quello di Attenti al lupo. Con Lucio pochi anni prima aveva scritto un brano che gli Stadio resero famosissimo, Chiedi chi erano i Beatles, usando lo stesso pseudonimo che i due avevano adoperato per il loro terzo album, il capolavoro Automobili del 1976. I precedenti, Il giorno aveva cinque teste del 1973 e Anidride solforosa del 1975, sono comunque dischi bellissimi (ho i vinili, non siamo in tanti) sia per lo spessore dei testi di Roversi appunto che per il coraggio di Dalla, di mollare il filone melodico popolare che lo aveva portato lì lì a vincere Sanremo con 4/3/1943 per battere i sentieri di un pop-rock difficile ma geniale. Quei tre LP sarebbero stati la palestra di Dalla, da cui sarebbero nati poi i suoi capolavori nuovamente commerciali, una sorta di sintesi hegeliana che solo uno che giocava con tutto e in primis con se stesso (senza per questo smettere di essere serio, solo non era serioso, capito Francesco?) poteva.
Si tratta di tre dischi in gran parte misconosciuti, ecco perché non si può fare cosa migliore che farli sentire, per salutare un poeta che è morto tramite le sue cose immortali, anche perché enormemente profetiche.




giovedì 1 marzo 2012

IL RISOTTO ERA UNO SPUTO

Giuro che ho una foto di me adolescente identico
a Lucio in questa tratta dalla copertina di Cambio
Parafrasando una delle più celebre battute di Woody Allen, Dalla è morto, De Andrè è morto, e neanch'io mi sento tanto bene. Lucio ci ha lasciati tre giorni prima del suo arcinoto compleanno, che sarebbe stato il numero 69: "peccato era un bel numero", avrà pensato morendo, oppure - visto che probabilmente usava il conteggio di mia nonna - "giusto così, non volevo entrare nei settanta". Mi posso permettere questa ironia perché so che il tipo l'avrebbe addirittura pretesa, e sono felice per lui che sia morto di botto, mangiando, la mattina dopo aver cantato all'ennesimo concerto di una carriera lunga mezzo secolo. C'è solo una morte migliore, ma è più egoista (qualcun'altro/a si traumatizza). Inoltre, a differenza che per altri, nessuno aveva già preparato il coccodrillo, nemmeno Fabiofazio che ora sarà costretto a uno special Faber-style anzichè al modello jetattorio Jannacci/Fossati che gli viene tanto ma tanto meglio. Allora, in virtù di una "conoscenza intima" con il cantautore bolognese, iniziata da bambino quando conduceva Gulp, fumetti in tivvù cantando la sigla finale (lettera iiics, qual'è il segreto di Asteriiix?), il coccodrillo biografico glielo scrivo io, di getto se mi credete (e se non mi credete... sti... ahem!).
Lucio Dalla nasce il 4 marzo 1943, e questo lo sanno tutti perché è il titolo del suo brano più noto, anche se ne ha scritti centinaia di quasi altrettanto famosi. Da ragazzino suona in orchestrine jazz, e poco più che ventenne esordisce come "urlatore" con un 45 giri dal titolo Paff-Bum. Fa comparsate poi piccole parti al cinema, e intanto si fa largo come interprete grazie a una fisicità particolarissima, che ispira simpatia immediata anche nei bambini (vedi sopra). A Sanremo canta ancora, e qualche anno dopo è il successo: sfiora la vittoria con la canzone scritta dalla paroliera Pallottino che personalizzerà per sempre grazie al titolo/data, poi porta Piazza grande di Ron, che canta invece la sua Il gigante e la bambina (i due sono già più che amici, in tempi in cui non si poteva dire), pezzi ancora tra i più karaokati di tutti. L'anno Sono anni in cui vende tanti dischi, e sforna brani di successo come La casa in riva al mare, Il cielo, Anna Bellanna, Ma a Lucio non basta: nasce dal jazz, viene dal blues e dal soul - suonava le cover di James Brown con un gruppo chiamato gli Idoli (ho un live pubblicato molti anni dopo) - e fiuta che per la musica leggera italiana è venuto il tempo di un'aria nuova. E' fra i primi a cambiare strada, e paga la scelta con anni di fame vera: già nell'album Storie di casa mia, quello di 4 marzo, infila pezzi come Il bambino di fumo e Il colonnello che fanno presagire la svolta. Nei primi anni 70 pubblica tre capolavori assoluti, due che hanno venduto pochissimo (Il giorno aveva 5 teste e Anidride solforosa), uno che lo rilancia (Automobili, quello con Nuvolari e la futurista Mille miglia prima e seconda), scritti a 4 mani col poeta Roberto Roversi.
Fu allora che lo vidi dal vivo la prima volta: suonò alla Festa dell'Unità a Reggio Calabria, avevo 13 anni, lui aveva le pezze al culo, era venuto in treno e meno male che la villa comunale era vicina alla stazione. Era già matura la svolta della sua carriera, stava già scrivendo i suoi primi testi per l'album della consacrazione definitiva. Comprai Com'è profondo il mare pochi giorni dopo la pubblicazione, con i soldi racimolati a Natale, a dicembre del 1977. Era il mio primo vinile. Parlo per chi ha meno di trent'anni: comprare un vinile era un'esperienza. Costavano cari, con gli amici ci si divideva l'incombenza in base ai gusti e poi ci si faceva le cassette: non è vero che la pirateria è figlia dell'informatica, sono quei cretini dei discografici che oggi pretendono di venderti caro e amaro un pezzettino di plastica che si sente uguale a quanto scarichi gratis - allora ti vendevano un oggetto che non potevi duplicare. Io conservo tutti i miei vinili come reliquie, sono come nuovi e si sentono ancora benissimo, molto ma molto meglio dei CD (grazie anche allo stereo dell'epoca, perfettamente funzionante perché prodotto in tempi antecedenti a quelli dell'obsolescenza programmata e del consumo di massa), e di tutti i più belli ricordo perfettamente, come fosse adesso, l'emozione nel tagliare la plastica, sfilare il disco, e ascoltare le prime note sfogliando la copertina. Ricordo esattamente cosa pensai alla schitarrata iniziale di The Joshua tree, a quella a tradimento dopo pochi secondi di Love over gold, agli effetti di The final cut, e al fischio di Com'è profondo il mare.
Negli anni 70 e 80 Dalla sfornò solo capolavori, nel 79 io e mio cugino Filippo per poter vedere Dalla e De Gregori in Banana Republic ci dovemmo appollaiare sul muro di cinta dello Stadio comunale di Reggio, in tre anni da decine di spettatori a decine di migliaia, pericolosamente sporgenti con le schiene su un baratro di venti metri. Filippo e io qualche anno prima ci eravamo scambiati i regali della prima comunione, lui a me una racchetta io a lui una chitarra, così adesso i pomeriggi passavano lui suonando io cantando le meraviglie di allora, da Bennato a De Gregori, da Guccini appunto a Dalla. Ma anche gli anni seguenti hanno visto Lucio, pur se via via a tratti impersonante come tanti altri una caricatura di se stesso, uscire con gioiellini nascosti magari dentro album dalla qualità media nettamente inferiore, perché anche la creatività di un genio ha andamento di parabola: Apriti cuore, Siciliano, Ayrton, per dirne alcune. E sono andato a rivedere a teatro lui e De Gregori con un filo di preoccupazione, felice di essere smentito: hanno proposto una scaletta di perle, senza cedere alla tentazione di promuovere gli ultimi dischi.
Tra questi capolavori sono indeciso se salutare il mio amico scomparso con Siamo Dei o l'altra qui sotto: tra il dissacrante e il romanticamente significativo scelgo quest'ultimo perché riconosco che oggi è giusto prevalga la tristezza. Ma prima aggiungo un'altra noticina autoreferenziale, con un pensiero e un abbraccio a un altro amico (solo fisicamente) lontano: Antonello. Eravamo compagni di banco al liceo, al primo banco perché avevamo capito che era il modo migliore per farsi i cavoli propri senza farsi beccare, e io gli scrivevo sul diario i testi delle canzoni, che ricordavo a memoria. Facevo già il DJ in radio, erano tempi d'oro, e ne sapevo parecchie, ma spesso insistevo con Dalla anche perché era il suo preferito, e talvolta la memoria mi tradiva, ma da buona norma radiofonica piuttosto che lasciare il rigo bianco improvvisavo qualcosa di metricamente azzeccato. Fu così che il verso di Cara "io lì sotto ero uno sputo" diventò il titolo di questo post, e io ancora oggi quando sento quella magnifica canzone d'amore immagino Lucio Dalla sudato, peloso col cappellino di lana in pieno agosto, che sputa nel piatto, lì accanto un bicchiere di rosso di Pellaro. Sono 35 anni che come due scemi io e Antonello quando ci vediamo ricordiamo questa cosa e ci spanziamo di risate: ti abbraccio amico mio, salutiamo assieme il nostro amico Lucio con un brano dal titolo che non è un modo di dire.



p.s. Dimenticavo: con Antonello eravamo in prima fila al concerto di Dalla davanti al Botteghelle, che di li a qualche giorno avrebbe visto l'esordio in A1 della Viola Reggio Calabria di Basket proprio contro la Virtus Bologna. Sapendo che era un appassionato di pallacanestro e grande tifoso virtussino, avevamo deciso di provocarlo urlando tutti in coro Forza Viola ad ogni cambio di canzone. Dopo 4 o 5 volte, forse anche perché aveva capito che era l'unico modo per zittirci, Lucio rispose: "a parte che forza Viola sono d'accordo anch'io. Io sono un grande giocatore di basket, lo sapete? gioco pivot! e spero che la Viola faccia un gran campionato, a parte ovviamente la prima partita". Ho il nastro, se riesco lo digitalizzo e posto, per ora fidatevi. La Viola battè la Virtus, che qualche anno appresso la salvò da un fallimento che dopo qualche anno ancora avrebbe accomunato il destino di entrambe le squadre. La Virtus è tornata in serie A, la Viola è rinata e prima o poi ce la farà: Lucio, uno dei nostri cori al palazzetto era "noi non moriamo mai".

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