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venerdì 20 dicembre 2019

RADIOCIXD 9: IL RE NON SI DIVERTE

Voi lo sapevate che Vecchioni ha fatto un album progressive? Io si. Ho il vinile. Ma quando è uscito avevo 10 anni: ovviamente è un disco che ho riscoperto dopo, andando a ritroso nella produzione di uno di cui mi ero innamorato passandolo in radio, anche perché erano gli anni della sua vetta artistica (gli LP Elisir, Samarcanda e Calabuig..., di cui probabilmente riparleremo).
Sono arrivato ad amare talmente tanto la poetica del "professore" da averci scritto con la mia Lettera 22 una esegesi, che però non avevo con me un giorno che lo incontrai faccia a faccia in un appartamento (la casa di una mia amica adiacente alla minuscola piazza principale di un paesino vicino Reggio: Cardeto) che lui usò come camerino. Ma sarebbe stato inutile, perché ovviamente non osai nemmeno rivolgergli la parola, figurarsi dargli il mio libello da guardare o anche solo autografare... Era il 1982, era uscito Hollywood Hollywood ma i cantautori già stavano passando di moda, niente spazi grandi o grandissimi come qualche anno prima e poi, perlomeno alcuni di loro, di nuovo oggi.
D'altronde, voi non sapevate nemmeno che Vecchioni i primi soldi li ha fatti scrivendo le canzoni dei Nuovi Angeli... (le conoscete, si: Donna felicità e Singapore su tutte). Insomma, ai tempi della notissima Luci a San Siro, il Nostro sia pur giovanissimo era come si dice conosciuto nell'ambiente. Ma non vendeva i suoi dischi, campava come autore altrui, ma senza neanche lontanamente arricchirsi. Per questo la sua scelta di abbandonare gli stilemi originali e abbracciare quelli nascenti nei fertilissimi anni 70, proprio poco dopo essere addirittura comparso a Sanremo (con un brano che vi suonerà sconosciuto, L'uomo che si gioca il cielo a dadi, seguito da una raccolta con brani degli altri due album precedenti e alcuni inediti, passata liscia pure quella), ha in comune con quella di Lucio Dalla, di cui abbiamo già parlato, solo l'anno in cui si è verificata: il 1973. Da un lato, fu più coraggiosa la scelta di Dalla, perché nella discografia paludata imperante un ruolo se l'era già ritagliato e poteva camparci bene (ma non sarebbe mai diventato il gigante, tra l'altro ricchissimo, che diventò), dall'altro, lo fu quella di Vecchioni, che non poteva contare nemmeno su un effetto traino dalla notorietà che non aveva, e addirittura osò la capatina nel progressive (è così che esagerando un po' ho aperto il post). Forse non fu nemmeno una coincidenza: i due si conoscevano e frequentavano, tramite Guccini e nelle "sue" osterie di fuori porta.
L'anno prima, la già fertilissima scena progressive italiana (gli Area ce li abbiamo avuti solo noi, e i Genesis sono praticamente nati in Italia, per fare solo due esempi) era stata squarciata dalla meteora Alan Sorrenti. I suoi primi due album sono considerati oggetti di culto nel settore, e ne parleremo di certo. Qui lo citiamo perché questo disco di Vecchioni è suonato da tre persone: due venivano dai citati dischi di Sorrenti (e uno di loro due era un certo Toni Esposito, uno che prima di entrare nella band di Pino Daniele lo potevi incontrare per strada che suonava stoviglie e altre percussioni improbabili), mentre il terzo era Massimo Luca, uno a cui poi capiterà di scrivere Goldrake, ma qui sembra Hendrix. Si perché fin da questo album si nota una tendenza di Michelangelo Romano, il produttore che accompagnerà Vecchioni in tutta la sua fase di affermazione definitiva: quella di associare a ogni uscita uno o più brani arrangiati con uno stile decisamente riconoscibile, e sempre diverso. Così, abbiamo il Vecchioni sorrentiano, hendrixiano, younghiano, pinkfloydiano, branduardiano, eccetera.
Inutile dire che anche questo LP vendette pochissimo, e non andarono troppo meglio i due successivi (quello del 76 è un vero capolavoro): per vedere Vecchioni sfondare, dovremo aspettare Samarcanda. Per campare, intanto, il Professore scrive la soundtrack di Barbapapà (e in qualche brano ci canta pure: fate mente locale, è quello che recita i nomi dei personaggi...). Come al solito, vi propongo il link da youtube con tutte le tracce, e vi invito ad ascoltarle con davanti le mie note brano per brano:
  • Intervallo I - Breve introduzione alla tematica del disco - "con la cultura non si mangia ma talvolta ci si muore", che riprenderà molte volte in futuro
  • Teatro - Sviluppo della tematica con brano rozzo ma piuttosto riuscito, in cui splende l'arrangiamento scarno e ruvido
  • Intervallo II - Riproposizione della strofa del primo brano con una seconda a seguire; in mezzo, una lunga schitarrata hendrixiana di Massimo Luca
  • Il re non si diverte - Tema classico (le citazioni letterarie stanno a Vecchioni come le buche alle strade di Roma) sviluppato in "nove minuti nove" con la musica che cambia con le situazioni: è il brano più prog, e il più bello
  • Giuda (se non hai capito...) - Sposa la tesi già dei vangeli apocrifi, e dell'allora fresco Jesus Christ Superstar, secondo cui dalla premessa logica dell'onnipotenza e onniscienza di Dio non può non dedursi che la vera vittima dei vangeli è il povero iscariota ("e ti serviva un uomo da usare e buttar via appeso ai nostri buoni così sia") - Da notare il duello di bonghi finale tra Esposito e chissachì
  • Messina - Per uno di Reggio Calabria lo stupore di vedere una canzone intitolata alla città dirimpetto fu tanto, ma niente paura: viene citata come metafora di "sentirsi fuori luogo" - Anni dopo scoprirò che anni prima Modugno aveva intitolato una canzone proprio a Reggio Calabria, dal cui ascolto sia la mia città che proprio Messina ne escono decisamente meglio
  • Ninna nanna - Altro tema ricorrente in Vecchioni: il rapporto con la madre - Il capolavoro, Madre appunto, arriverà qualche anno dopo
  • Sabato stelle - Si chiude con la ripresa in soggettiva de I pazzi sono fuori dell'anno prima: il dialogo con una ragazza ricoverata in manicomio (si, c'erano ancora) - L'arrangiamento di questo brano come dei due precedenti è meno anticonvenzionale dei primi 4, come se già ci stessimo avviando alla cifra stilistica del Vecchioni successivo.

lunedì 24 ottobre 2022

RADIOCIXD 63 - IPERTENSIONE

Come per Dalla, c'è un Vecchioni primissima maniera, diciamo cantautore convenzionale con una certa notorietà (Luci a San Siro, per dire, sta al "professore" come 4/3/43 al geniaccio bolognese), e un Vecchioni dell'epoca d'oro sia per qualità che per vendite (gli album di Stranamore e Samarcanda di Vecchioni sono un po' come i due col nome e cognome e poi col solo cognome di Dalla, col parallelo che si estende ad un terzo capolavoro precedente, rispettivamente Elisir e Com'è profondo il mare). In mezzo, se per Lucio c'è il meraviglioso trittico roversiano, per Roberto c'è il tentativo mezzo progressive e mezzo no de Il re non si diverte e questo Ipertensione di cui parliamo oggi: tutti dischi tanto belli e profondi quanto relativamente poco venduti ma importanti in quanto marcanti la cesura.

Di Vecchioni ho già recensito parecchi dischi, tutti dei periodi citati (dopo, di nuovo come per Dalla, la produzione continua per decenni diventando sterminata, e quando è così non è possibile nemmeno attendersi qualcosa di diverso rispetto alla riscontrata presenza di vette isolate in un livello medio variamente decrescente...), ma abbiate pazienza: da ragazzo ero talmente fissato con questo artista che avevo addirittura scritto una esegesi di tutta la sua discografia, posseggo ancora il dattiloscritto (alla Lettera32) e ogni tanto me lo guardo con la tenerezza tipica di queste cose. Ci rimesto dentro, riraccontadovi un episodio: pensate che mi capitò, coincidenza rarissima, di incrociare il cantautore nello stesso appartamento, e sapevo che mi sarebbe successo perché era una mia amica, o meglio i suoi genitori, a ospitarlo in qualità di retropalco in un concerto di paese (eravamo già nei primi anni 80, la difficile "era del riflusso" per i cantautori del decennio precedente), e mi ero pure portato il papello appresso; ebbene, pensate che ebbi il coraggio non dico di scambiarci qualche parola, ma almeno di mostrarglielo e farmelo autografare? esatto, no: ero proprio un c...one, come quasi tutti i ventenni (a volermi dare un'attenuante).

Non vi posto più i video, pochi quanti siete a leggere i post di questa rubrica sarete anche così motivati da seguire i semplici link, che si aprono in pop-up così potete ascoltare i brani mentre leggete, bontà vostra se vi va, i commenti (miei, se ne volete di migliori ce n'è, ad esempio qui) della tracklist:

  1. Irene - Così giovane e già con un matrimonio al tramonto, il Nostro ne trova ispirazione per una serie di canzoni lunga così. E questa non è nemmeno una delle prime...
  2. Canzone per Laura - I vezzi letterari e storici caratterizzano tutta la produzione di Vecchioni: in qualunque fase della sua discografia troviamo riferimenti e citazioni di questo tipo. Qui, si passa da Petrarca già nel titolo a un Marco Polo che, come Salgari in Malesia, in Cina non ci è andato mai, passando per un re Riccardo che rifugge la platea.
  3. I poeti - Se De Andrè a chi gli voleva dare del poeta rispondeva citando Benedetto Croce, Vecchioni mise le mani avanti con un ritratto come questo, tutt'altro che lusinghiero (arriva ad alludere alla pedofilia, ma la mia strofa preferita è "I poeti son liberi servi di re e cardinali che van ripetendo noi siam tutti uguali e si tingono di rosso vivo ciascuno pensando: il giorno del Nobel farò l'antidivo"). Notevolissima la coda strumentale.
  4. Canzonenoznac - Come già suggerisce il titolo palindromo, i due leader politici contrapposti, uno rivoluzionario uno iperconservatore, si scoprono alla fine essere la stessa persona. Ma non è una metafora qualunquista, sarebbe fin troppo semplice; è invece un elogio del pensare altrove o altrimenti, avanti o indietro che sia, senza il quale la società è un dato di fatto e non una variabile su cui pensare e agire, e l'essere umano perde la sua umanità. Non credo volesse o potesse essere profetico dei tempi nostri, ma lo è.
  5. Alighieri - I due temi che si alternano, uno cantato e uno recitato, intrecciano tra loro due piani narrativi, quello della storia d'amore che finisce male (che attraversa tutto l'album) e quello semiautobiografico dell'insegnamento (che come è noto in vari modi ha accompagnato tutta la carriera del Nostro), eterodosso nelle intenzioni del protagonista, ortodosso nella sarcastica conclusione virgolettata.
  6. Tutta la vita in un giorno - Qui i due piani sono proprio mixati, su due tracce parallele mono che ascoltate in stereo ti arrivano diverse in ciascun orecchio, e si tratta della radiocronaca da una Miss Italia d'epoca e dell'audio in tedesco sovratradotto in italiano sembrerebbe dall'Istituto Luce di un filmato sulla gioventù tedesca hitleriana. Sembra un brano di riempimento, invece forse è un brano di transizione.
  7. Pesci nelle orecchie - Il primo Vecchioni usava spesso la metafora in forma di proporzione vita:mare=amore:fiume. E siccome a stare troppo immersi in mare può capitare di ritrovarsi prima o poi i pesci nelle orecchie, ecco questa lunga elucubrazione finale sulle situazioni cui la vita ti porta. Di questo brano esiste una versione corta, riarrangiata in maniera nelle intenzioni più accattivante una decina di anni dopo, ma io personalmente preferisco questa versione, scarna e lunga fino a farti capire anche quali sono i tuoi, di pesci.

mercoledì 23 febbraio 2011

COMPLIMENTI PROFESSORE

le copertine di Andrea Pazienza per
Vecchioni: 1) Montecristo (1981)
Quando ho letto la lista dei partecipanti e le regole di voto ho pensato subito che forse quest'anno, interrompendo una lunga tradizione di assenza, avrei guardato Sanremo, almeno un giro delle canzoni dei big, e così ho fatto sabato. Mi sono volutamente perso tutto il resto, prima e dopo, e da quello che ho visto su youtube ho fatto proprio bene:
  • Benigni sfrutta ancora residue vestigia del suo vecchio genio ma è decisamente bollito e già si era visto in Pinocchio;
  • Luca e Paolo hanno conquistato sul campo il rinnovo del contratto con Mediaset dando vita a un teatrino inqualificabile, quintessenza proprio dello stile Iene o Striscialanotizia, "facciamo finta di fare satira così il nostro padrone può dire di essere democratico e ne approfittiamo per veicolare messaggi falsi come ad esempio descrivere come uno sputtanamento reciproco tra due vecchi amici una vicenda nient'affatto paritaria che vede uno forse coinvolto in una magagna immobiliare del cognato ma l'altro processato per dei reati gravissimi e personali";
  • la bionda e la mora di quest'anno corrispondono allo scavo dopo che si è toccato il fondo, una tutta rifatta che si qualifica anche per le proprie scelte sentimentali oltre che artistiche, l'altra che sono anni che imperversa sull'etere ma non si è mai capito davvero cosa diavolo sappia fare.
2) interno ed esterno di Robinson (1979)
Le canzoni invece erano meno peggio del solito, almeno in percentuale, e anche se il pur temperato ricorso al televoto poteva far temere l'ennesima vittoria di un cavallo di scuderia (De Filippi o X-factor poco importa) alla fine anche i risultati sono stati decenti come forse non si vedeva dai tempi degli Avion travel o giù fino a Per Elisa di Battiato cantata da Alice (per trovare una vincente più bella bisogna tornare ai tempi di Volare).
Mi sono sorpreso, e sorprenderò chi mi conosce, nel giudicare mio vincitore personale Albano Carrisi: Amanda è libera ha bel testo, melodia non scontata, arrangiamento azzeccato, e addirittura è interpretata con una misura che lo stentoreo interprete pugliese non aveva mai esibito (che devo dire, gli avrà fatto bene l'incontro artistico con Caparezza...), limitandosi per la prima volta ad un solo acuto di modo che per il resto del pezzo le sue doti vocali si apprezzano molto meglio che quando urla tutto il tempo.
Molto molto interessante il ragazzo che ha vinto tra le nuove proposte, incredibile scelta di qualità (ha vinto anche il premio della critica) di cui sentiremo parlare certamente, un tale Raphael Gualazzi cui si perdona anche il nome col pi-acca.
3) Il grande sogno (1984) e 4) Hollywood Hollywood (1982)
Ma il motivo per cui mi sono deciso a sporcarmi la fedina penale scrivendo del festivalone è soltanto la vittoria di Vecchioni, e non tanto perché Chiamami ancora amore fosse la canzone più bella del festival: il testo - però trattandosi di Vecchioni non è una novità - forse si, ma la musica era davvero sentitissima, un autoplagio di decine di altri pezzi "recenti" del cantautore milanese. Meno che meno il brano è tra i suoi migliori: il "professore" ha scritto centinaia di canzoni, decine e decine più belle di questa trionfatrice. No, per un motivo molto più personale: quando Vecchioni espresse il meglio della sua produzione discografica, sto parlando degli anni tra il 1973 e il 1985 e in particolare del triennio 76/78, il sottoscritto era un adolescente innamorato della sua musica al punto da scriverne una esegesi completa pezzo per pezzo, che conservo dattiloscritta con tanto di illustrazioni a mano. Nel 1983, quando oramai il cantautorato era stato travolto dal "riflusso" e Vecchioni come tanti altri suoi colleghi per campare suonava anche in minuscoli paesini, ebbi addirittura l'occasione di incontrarlo di persona: cantava in piazza a Cardeto, un buco alle falde dell'Aspromonte, e il retropalco era casa dei genitori della mia amica Pina, dove io mi aggiravo col manoscritto sperando di avere l'occasione di sottoporlo all'attenzione del Maestro; quando lo ebbi davanti, per fortuna, ebbi il pudore di non rompergli le scatole e a stento lo salutai, contraccambiato gentilmente. Il concerto, bellissimo, lui Mauro Paoluzzi e credo Massimo Luca alle chitarre, oggi si direbbe unplugged ma è che nella piazza di Cardeto proprio non c'era spazio per un palco più grande, l'ho visto dal balcone del primo piano, praticamente da sopra la testa degli artisti, e ancora lo ricordo tutto. Era appena uscito Hollywood Hollywood, terzo di una serie di quattro album illustrati da Andrea Pazienza, tanto per parlare di mostri sacri, oggetti che conservo gelosamente, dell'ultima epoca in cui i discografici sapevano fare il loro mestiere.
Per queste ragioni, parlo di Vecchioni come di un vecchio amico. E posso permettermi di dire che la sua produzione discografica dopo Per amore mio (quindi degli ultimi vent'anni) vede capovolgersi il rapporto tra  cose tutto sommato prescindibili e capolavori: questi ultimi ripeto negli anni 70 erano almeno il 90% in ogni album, ma anche adesso ad ogni uscita si trova cercando bene un gioiellino. Come Euridice del 1993, Conversazione con una triste signora blu del 1995, La stazione di Zima del 1997, Ritratto di signora in raso rosa del 1999, o la meravigliosa Viola d'inverno del 2002. Parlano tutte solo di Amore e di Morte: perché, esiste qualcos'altro nella vita?

martedì 19 febbraio 2013

LA LEGGE DEL MENGONI

Alla fine dura talmente tanto che anche distrattamente, anche un pezzo qua uno la, le canzoni di Sanremo te le senti, magari non tutte, anche tu che la tele non la vedi quasi mai, anche tu che hai un concetto di musica per cui non eri tra i contestatori di Degregori "commerciale" al Palalido forse solo perché eri piccolo. Scopri allora che quella quintessenza della mediocrità (era un discreto imitatore, il resto della carriera lo deve solo alla innata capacità di zerbinaggio bipartisan) col nome e cognome enigmistico (cambio di consonante) si è fatto affiancare degnamente. No, non sto parlando dell'ex graffiante Lucianina, che a forza di limarsi le unghie ora può entrare pure nel salotto buono e salire sulle poltrone di pelle con il solo brivido che in quanto gatto le può rovinare, che passa appunto quando ti ricordi, e le cose che dice te lo ricordano, che ora fa solo finta. Sto parlando di Mauro Pagani, e non so nemmeno se è una scelta di Fabiofazio o di chi per lui: se il direttore artistico è uno che ha scritto a quattro mani con De Andrè il miglior LP forse della musica italiana ogni tempo, forse del mondo negli anni ottanta, e da quando ha lasciato la PFM ha messo lo zampino in quasi ogni progetto musicale di rilievo della musica italiana degli ultimi 40 anni, rilanciando gente come Ranieri e Vecchioni e trasformando Arisa in una cantante vera, è da presumersi che il livello medio delle canzoni sia piuttosto elevato anzichenò.
E infatti così è stato, solo che non è il livello medio che passa alla storia, sono i vincitori che si ricordano (e manco tutti), e a contrario quei perdenti che hanno clamorosamente vinto dopo, come Vasco o Zucchero o Dalla o Celentano. Ecco allora che all'albo d'oro si aggiunge tale Marco Mengoni, a completare un quinquennio dove il filotto di provenienti dai talent show è stato rovinato dalla vittoria inspiegabile di Vecchioni due anni fa. La cosa si spiega col meccanismo di scelta del vincitore, in cui il peso del televoto (pur ridotto rispetto ai massimi) è tale che solo una giuria di qualità compatta e intelligente può ribaltare la classifica, e evidentemente non era il caso di quella di quest'anno.
Il fatto che anche persone insospettabili ti rispondano, quando tu obietti che sto Mengoni non solo canta canzoni impresentabili ma nemmeno sa cantare, che però ha una bella voce, e magari aggiungono che è ora di smetterla di considerare l'emersione dai talent show come un peccato originale inespiabile, rende solo più amara la constatazione della distanza tra la "musica che gira intorno" e quella che girava prima del regime televisivo. I talent non sono l'effetto, sono la causa, del problema. La loro sintassi è quella della televisione generalista in genere: abbassare il livello culturale dei votanti per vanificare la democrazia, quindi colpire nel mucchio e fare ascolto, e il resto non conta. Quindi, nessun rischio è accettabile. Quindi, le canzoni sono tutte identiche. Quindi, se devi distinguerti deve essere per un vezzo, un birignao, una sguaiatezza nel cantare. Per una Arisa che si affida a Pagani per liberarsene e crescere, 100 meno intelligenti restano nel cliché. Tanto il talent muove le fila del televoto, finché si può anche disonestamente, poi magari anche pagando, tanto il ritorno è garantito: se i tuoi vincono a Sanremo, il prossimo anno ci sarà il doppio della fila di gente convinta che il tuo show sia l'unico canale rimasto di promozione nel campo dello spettacolo, e così via in un circolo vizioso che non avrà fine, hai voglia a ripetere ste cose da anni come un vecchio babbione. E anche il gusto muore, sennò i Modà dovrebbero linciarli, le folle, non osannarli.
E' inutile la presa di distanza intellettuale di un Odifreddi, non ci resta che accettare questa deriva, rifugiandoci nella nostra discografia privata. Se pensate che Elio non so quanti X-Factor ha all'attivo, e pare che lo stesso Vecchioni sia tra i papabili ad affiancarlo, la debacle è completa.

lunedì 31 dicembre 2012

L'ANNO CHE E' VENUTO

La copertina dell'album Montecristo di Vecchioni dà solo una
pallida idea del genio artistico del suo autore, Andrea Pazienza
Non molti lo sanno, ho i miei dubbi che se lo ricordi persino Vecchioni, ma questi nel 1980 scrisse un pezzo di "risposta" a L'anno che verrà di Dalla, che sarà citato sei sette milioni di volte in post articoli e altre robe di fine anno mentre la sfortunata canzone del Professore nessuna. O meglio una. Questa.
L'anno che è venuto ha dimostrato incontrovertibilmente alcune cose:
  • Berlusconi non era che una causa ultima, la causa prima dei problemi degli italiani essendo gli stessi italiani;
  • Monti non è un tecnico, è un politico di destra ultraliberista con la faccia tosta di definirsi progressista: delle contromisure alla sciaguratezza del suo predecessore che ha promesso ha preso tutte quelle che colpivano dalla classe media in giù e nessuna di quelle che avrebbero colpito da lì in su, mentre i suoi complici in BCE finanziavano gratis le banche e quelle usavano la cosa per arricchirsi anziché per originare credito;
  • Bersani delle due l'una, o è un cretino o è un complice maligno: assistere a tutto questo senza alzare un sopracciglio, lasciare ad altri il dividendo derivante dall'aver tolto da sotto il culo la sedia a un governo criminale, promettere di continuarne l'opera sia nei programmi che nelle interviste nonostante quello lo abbia tradito entrando in prima persona ad incassare il proprio dividendo, sono azioni da far venir voglia di fare karakiri per aver creduto un tempo che lui fosse un buon politico progressista e intelligente;
  • Vendola invece o è un ingenuo o recita, in ogni caso porterà alla destra eurocentrica un bel carretto di persone di sinistra, tra cui molti miei amici, illudendoli che i suoi bei proclami sposteranno un po' più che formalmente l'asse del futuro governo (al massimo, se ci va bene, avremo qualcosa sui matrimoni gay e roba simile, un bel maquillage progressista su un esecutivo conservatore che continuerà a mazzolare i soliti noti).
Il risultato è che a chi spera ancora che in Italia e magari in Europa si cambi spartito, si passi a una politica monetaria economica del lavoro eccetera di sinistra, non resta che affidarsi a Grillo, perché gli Arancioni sono talmente abborracciati che resteranno sotto il quorum sicuro al Senato probabilmente alla Camera e quindi votare per Ingroia e soci è davvero inutile.
Chi mi segue conosce le perplessità che ho sempre avuto e argomentato verso il comico genovese e il suo movimento, ma la politica è l'arte del possibile e oggi davvero l'alternativa è tra qualcosa che con qualche dubbio lascia molte speranze e tutto il resto che oramai le speranze le ha deluse tutte. Gente di sinistra, sappiatelo: chi non vota per il Movimento 5 Stelle, in un modo o nell'altro vota per Monti. Poi non dite che non ve l'avevo detto.
Il tempo di votare per il centrosinistra era un altro, oggi è passato. Bisogna cambiare radicalmente la politica, non abbiamo altre vie di salvezza. E' una guerra civile (per ora) incruenta, in questi casi ci si salva solo se si effettua un cambiamento di paradigma. Sarà un caso, ma il punto di contatto tra i testi di Dalla e Vecchioni erano i sacchi di sabbia sotto le finestre. Buon anno a tutti.

giovedì 20 gennaio 2022

RADIOCIXD 51 - ELISIR

La parabola artistica di Roberto Vecchioni è decisamente singolare: inizio da autore di canzonette per i Nuovi Angeli e da coautore di Renato Pareti, poi cantautore triste e melodico legatissimo arrangiamenti compresi alla generazione precedente (Tenco, Paoli, Endrigo, Bindi), si butta presto come tanti sul progressive (e ne abbiamo già parlato) e sul cantautorato impegnato anni 70, riuscendo però (a differenza di molti altri) a sopravvivere alla sua crisi fino ad arrivare a vincere Sanremo in vecchiaia. E senza mai lasciare l'insegnamento, se non per limiti di età, e la scrittura di libri. La svolta autorale, come a molti altri (ad esempio, Dalla) non gli valse subito abbastanza soldi da camparci, ma lui se la cavò componendo la celeberrima soundtrack di Barbapapà. Un paio di anni dopo, ecco il suo primo autentico capolavoro, primo di un trittico fenomenale: Elisir.

L'album è da possedere in vinile, anche per la magnifica copertina doppia, un vero gioco dell'oca con alcune caselle ispirate ai brani del disco, dalla grafica che oggi diremmo vintage. Lo stacco di maturità, rispetto al pur pregevole precedente Ipertensione, è avvertibile fin dalle prime note, che tutti subito accostarono per scrittura musicale - nonostante il timbro vocale lontanissimo - a Neil Young di Harvest, uscito pochi anni prima: ballate semplici con tre accordi tre (a volte proprio gli stessi tre) a dipanarsi a lungo per consentire a dei testi importanti di adagiarvisi sopra per guadagnarne in comprensibilità. Anche grazie agli arrangiamenti pregevoli, non scarni e noiosi come ai tempi si usava.

I brani sono dieci in tutto, ma se ce n'è un paio "minori" è per durata: il disco va ascoltato tutto, anche se non ha la natura di corpus unico e meno che meno di concept - e per questo vi metto le tracce singole. Nello scrivere i miei commenti a ciascuna di esse, sono sicuro che attingerò a un cassetto della memoria ben preciso: sono talmente cresciuto imbevuto della poetica vecchioniana, che da teenager addirittura scrissi con la mia Lettera 22 un opuscolo monografico sul "professore" (lo chiamavano così, nell'ambiente, mentre Guccini era il "maestrone") come fosse davvero un nuovo Leopardi. E ricordo che me lo portai appresso in una occasione rarissima: faceva un concerto acustico nella piccolissima piazza di Cardeto, e il "camerino" era la prospiciente casa di una mia amica, che conoscendo il mio culto mi invitò per darmi l'occasione di conoscerlo. Inutile dire che l'ho incrociato a tu per tu, e... manco gli ho chiesto un autografo, altro che parlargli della mia analisi della sua produzione artistica, anzi l'ho proprio schivato abbassando lo sguardo. Ma quanto coglioni si può essere, da ragazzi!!!

1. Un uomo navigato
L'attacco è preciso: si parlerà di viaggi fuori e dentro se stessi. La ballata è dylaniana, ma la voce piena di Vecchioni ti impedisce di riconoscerlo subito. Fa un po' sorridere, ma è mooolto indicativo di come la si pensava in quegli anni li, il passaggio "mi sento soltanto un uomo navigato [...] il sogno è già passato", scritto da un ragazzo che allora aveva 32 anni.
2. Velasquez
Un capolavoro di quasi otto minuti, di cui forse oltre metà strumentali tra lunga intro e coda che tradirono subito coram populo la scrittura neilyounghiana, Che parlasse del navigatore l'ho capito dopo, allora pensavo fosse il pittore, chissà forse suggestionato dalla copertina.
3. Effetto notte
L'omonimo famosissimo film di Truffaut era uscito da poco. E il plot ha la stessa impronta "paracomunicazionale" del disco: nel film girano un film, nell'album tante canzoni parlano del mestiere di fare dischi. Ma non questa.
4. Le belle compagnie
Altro brevissimo brano di transizione, con una perla finale, nuovamente in argomento 'mestiere del cantautore impegnato': "su dimmi, specchio delle mie brame, chi è il più anarchico del reame".
5. A. R.
Per dire, a un ragazzo degli anni 70 poteva capitare, dopo essersi innamorato di questa meravigliosa canzone, che narra del viaggio di ritorno a casa mai portato a termine dal poeta maledetto (talmente da negare se stesso -"Ho visto tutto, e cosa so? Ho rinunciato, ho detto 'no', ricordo a malapena quale nome ho..." - e la poesia) Arthur Rimbaud, di andarsi a cercare le sue poesie per leggersele tutte. 
6. Il suonatore stanco
Il lato B si apre con la canzone più in tema di tutte, come si evince dal titolo. L'industria discografica, che in quel periodo ebbe il merito di aprire il mercato a tutto ciò che di nuovo veniva espresso da una società estremamente dinamica, iniziava a stritolare i suoi figli. Chissà, forse Vecchioni è proprio parlandone che evitò di restarne vittima come troppi altri, e non solo artisticamente parlando.
7. Canzone per Francesco
I due si conoscevano già da un po', e mi sa che ricorrentemente sbevazzavano insieme. Per il passaggio "la rabbia un tempo la scandiva soltanto la locomotiva" vale quanto detto per il primo brano ('un tempo?' il celeberrimo hit di Guccini è di soli tre anni prima!...). Subito dopo spiega dove vuole andare a parare: "adesso è giorno di mercato: spuntano a grappoli i poeti, tutte le isole han trovato". Beh, L'isola non trovata era di cinque anni prima, però...
8. Pani e pesci
In questo brano allegrotto, forse per questo piuttosto "passato" ai tempi, il Nostro si diletta al massimo grado in uno dei suoi esercizi più frequenti, sia prima che dopo: la rilettura di episodi e personaggi storici. Ed è sempre molto istruttivo. Qui è alle prese con Giulio Cesare, Cornelia dei Gracchi, Isabella di Castiglia. Ma il passaggio più significativo e in tema è: "e l'occhio del padrone a furia di ingrassare fece ingrassare pure chi lo stava a contestare - viviamo per il pubblico ma ci chiamiamo Pietro: in cima alle classifiche, ci rivogliamo indietro".
9. Figlia
Una meraviglia, che mi ha sempre commosso. Con un fondo autobiografico, ben mascherato (come si deve). Quando è nata la mia, era una delle ninne che usavo per farla addormentare. La mia preferita. Passaggio imprescindibile: "e figlia, figlia, non voglio che tu sia felice, ma sempre contro, finché ti lasciano la voce: vorranno la foto col sorriso deficiente, diranno 'non ti agitare che non serve a niente', e invece tu grida forte, la vita contro la morte".
10. Pagando, s'intende (Canzone degli effetti sbagliati)
Il titolo di questo brano nel testo è sottinteso, alla fine, dopo "e tutto quello che so dire è che sovente il mio dolore sa farmi divertire". Ma è tutto da ascoltare con attenzione. Per poi rimettere il disco daccapo.

sabato 29 novembre 2025

RADIO CIXD 72 - ORNELLA VANONI

Vi avevo promesso di riesumare questa rubrica, ferma ormai da oltre un anno per esaurimento del serbatoio (non scrivo se non di cose per cui ho qualcosa di originale di aggiungere a quello che potete trovare in giro, e vi sfido a poter parlare a questi patti di più di settanta dischi), per proporvi un'antologia dell'appena scomparsa Ornella Vanoni.

Difficile, è difficile: sia dirvi qualcosa che non avete sentito, dato che ne stanno parlando tutti i giorni tutte le reti televisive, sia selezionare un numero ristretto di brani, per una che (guardare per credere) in settant'anni di carriera ha inciso centinaia di canzoni, in una cinquantina di album, scritte da quasi tutti gli autori migliori della musica italiana e da numerosi grandi autori internazionali, ma molte anche da lei o almeno col suo zampino (non a caso ha vinto e rivinto il premio Tenco), duettando con decine di colleghi e colleghe e coverizzandone altre decine. Quasi sempre peraltro marchiando indelebilmente con la propria impronta artistica tutto quello che toccava. Il tutto, incarnando un personaggio unico, esemplare per forza delle scelte di vita spesso in anticipo sui tempi, ironico e autoironico come a me piacerebbe riuscire sempre ad essere. E a voi?

Detto questo, vi propongo una serie di brani non coerente: alcuni notissimi, altri che nemmeno sapevate che c'era di mezzo lei. Come ad esempio la intro stornellata a un bellissimo pezzo di Vecchioni su un amore omosessuale durante la prima crociata. O un vecchio e misconosciuto brano sempre di Vecchioni ispirato a una tragedia greca classica e a un passo della Bibbia. O un pezzo di Paoli cantato live con lui il cui titolo avete già sentito... da Camilleri. O uno di Buscaglione cantato in un jazz club. O testi oggi improponibili, in tempi di dittatura del politically correct di genere, se non cantati da lei che ha l'autorevolezza per volare al di sopra delle nostre bassezze.

Si tratta, come vedete, di una selezione estrema. Invece scegliere una foto tra le migliaia sul web è stato relativamente semplice: una dei primi anni 70, quando ancora non si era affidata al chirurgo (unico "errore" che le attribuisco...), e il Gino bambino la guardava in TV e la trovava somigliante alla zia Luciana li accanto.

    

    

    

lunedì 25 dicembre 2017

VENT'ANNI FA

Il dicembre del novantasette è stato a dir poco cruciale per chi vi scrive, e un ventennale è una bella cifra tonda per ricordarlo. Ma, niente paura, questo non è un post nostalgico e autobiografico, tanto gli amici trovati allora in quel di Trento e mai più persi, e anche quelli un pochino persi di vista ma mai di cuore e di pensiero e quindi di contatto almeno occasionale, lo sanno se mi leggono che sto parlando di loro.
E' un post di auguri di natale, ma a modo mio: con una scaletta, pardon oggi si dice playlist, necessariamente in qualche modo originale. La trovate alla fine, però: prima parliamo, sempre a proposito di musica, di un disco che ha fatto vent'anni pure lui e in qualche modo a suo tempo ha fatto epoca, e che stavo riascoltando l'altro giorno e mi ha fatto venire voglia di scriverne nei termini in cui lo sto facendo, forse anche perché proprio a Trento, anzi per la precisione a Rovereto, vidi la band che lo portava in tournée, e mi piacque tanto (no, non era una sorpresa: li avevo già visti e li seguivo da prima che si chiamassero come si chiamavano) che li andai a rivedere qualche giorno dopo alla tappa di Padova.
I CSI, infatti, avevano un passato come esponenti del combat-folk-post-punk emiliano (si chiamavano CCCP, ovviamente se avete la mia età o vi interessa la storia contemporanea), e avranno un futuro come PGR, e oggi i loro rivoli continuano a deliziare gli appassionati. E nella loro breve esistenza in quanto tali avevano pubblicato già alcuni capolavori: Ko de mondo, Linea gotica e il live acustico In quiete.  Dischi di quelli che non puoi segnalare dei pezzi come notevoli senza fare torto a tutti gli altri, comunque di livello: al massimo, puoi tracciare una tua personale playlist, appunto. Ma si trattava di dischi "difficili", come spesso capita alla roba di vera qualità, con una sacca di estimatori crescente si, ma che sacca rimaneva. E ai nostri eroi, probabilmente, piaceva così, anzi sicuramente dovremmo dire visti gli accadimenti successivi.
Avvenne infatti che nel 1997 diedero alle stampe Tabula rasa elettrificata. E fu il classico "botto". Il disco suonava come niente aveva mai suonato in Italia né suonerà più. Energia pura, dall'inizio alla fine. Roba che ti strappava i sentimenti dalle viscere, la rabbia soprattutto. Tanto che quando a un certo punto un pezzo diceva "rivoluzione", nessuno faceva caso al fatto che intendesse il moto terrestre attorno al sole: tutti urlavano, urlavamo, come se la dovessimo fare li, in quel momento, molti col pugno alzato, anche chi come racconta meglio Gaber di quel gesto aveva sempre avuto un certo pudore. E i CSI andarono al primo posto delle classifiche di vendita degli album.
Roberto Vecchioni... Mi direte: che c'entra musicalmente il Professore con Giovanni Lindo Ferretti e company? Ci arrivo: Roberto Vecchioni il suo trittico di capolavori lo ha scritto tra il 76 e il 78, e poi si in mezzo a tanta, troppa produzione, qualche perla la troviamo anche nei quarant'anni seguenti, ma quei tre dischi li, (Elisir, Samarcanda e Galabuig stranamore e altri incidenti) perfetti dal primo all'ultimo brano, erano irripetibili. Nel primo dei tre, il brano più leggero è un divertissement in chiave storica (ricorrenza, questa, frequente nella produzione vecchioniana) che a un certo punto dice:
viviamo per il pubblico, ma ci chiamiamo Pietro: in cima alle classifiche, ci rivogliamo indietro.
Non lo sapeva, ma parlava dei CSI di vent'anni (di nuovo i vent'anni) dopo.
Ancora in tour con "tabula rasa", infatti, i nostri cominciarono a maturare lo scioglimento. Pubblicheranno ancora tre live, uno atipico registrato a margine di un evento commemorativo di Beppe Fenoglio, e due diciamo così di addio dal titolo Noi non ci saremo (volume I e II, appunto), preso in prestito da Guccini e i Nomadi con tanto di cover.
Misurate la distanza tra una parabola artistica come quella appena descritta e quelle odierne, ed avrete evidenza empirica dell'enunciato filosofico che la freccia del progresso non sta sempre verso avanti nel tempo.
Buone feste a tutti. e buon ascolto:
  • Memorie di una testa tagliata (attenti: è di un realismo assoluto, l'orrore della guerra lo senti nelle ossa meglio che nella prima mezz'ora di Salvate il soldato Ryan, e vi sembrerà di capire cosa si prova a morire);
  • Cupe vampe (a ricordarci che l'Europa marcia di oggi è nata banchettando sulla carogna della Jugoslavia, del cui smembramento era stata il mandante);
  • E ti vengo a cercare (l'unica cover di Battiato cantata meglio di Battiato stesso, cioè conferendo al brano significati ulteriori);
  • Unità di produzione (quella della rivoluzione di cui sopra);
  • Forma e sostanza (un trattato di filosofia in forma di canzone "conosco le abitudini, so i prezzi, e non voglio comperare né essere comprato", con tanto di catarsi incorporata "voglio ciòooo che mi spetta, lo voglio perché è mio, mi spettaaaa!" a cantarla in coro);
  • Fuochi nella notte di San Giovanni (che riprende il "chi c'è c'è" dal brano di inizio album, che cito alla fine come dulcis in fundo, a dimostrare che di una sorta di concept sui generis si trattava)
  • A tratti (fate attenzione al cambio di ritmica a circa 3/4 di canzone: innescato dalla chitarra, cui la batteria a un certo punto si appende, dopo essersi ostinata per un po' a mantenere il suo pestaggio ossessivo precedente, è uno dei passaggi più interessanti della musica italiana, e non sto esagerando, e culmina col seguente rimarchevole testo:
Non fare di me un idolo, mi brucerò, se divento un megafono m'incepperò,
cosa fare o non fare non lo so, quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va, non va, non va, non va, non va...
Sono un povero stupido so solo che chi è stato è stato e chi è stato non è:
chi c'è c'è e chi non c'è non c'è....

mercoledì 3 luglio 2024

L'OCCHIO AZZURRO E L'OCCHIO BLU

Da teenager essere un po' co[...]oni è un diritto, e direi anche un dovere: quei ragazzi che non lo sono hanno qualche problema, e vanno aiutati. Ma ognuno ha il suo modo di esserlo, e spesso nelle tracce tipiche della sua generazione. Parlando di musica, oggi ascoltano tutti le stesse cose, proposte da una industria discografica miope che nell'immediato raccoglie il massimo ma non si accorge di stare tagliando il ramo su cui è seduta, e come è tipico dell'era degli smartphone sono pure convinti di sceglierlo; e quel che è peggio è che si tratta di musica fatta con lo stampino con testi che con rarissime eccezioni parlano solo di rapporti interpersonali (dire d'amore sarebbe un complimento). Ok, mi fermo qui, memore di mio nonno che faceva il verso a Battisti perché non sapeva cantare, e non sapeva nemmeno di emulare un certo Walter Chiari (e sto parlando di due miti, mio nonno e Walter Chiari, anzi tre con Battisti).

Anche noi ascoltavamo più o meno tutti le stesse cose, ma l'industria discografica era in una fase illuminata, che poi è stata causa dell'esplosione del mercato (e in definitiva anche della sua deriva successiva), e dava spazio a cose diversissime tra loro, che alcuni di noi studiavano con passione manco fossero classici della letteratura, e comunque con quell'approccio. C'era chi esplorava tutte le pieghe della discografia dei Pink Floyd, spesso preferendo quelli psichedelici di prima del successo commerciale e snobbando chi adorava The Wall, e chi consumava i vinili dei Genesis di Peter Gabriel, concedendo un ascolto anche ai primi tre album senza di lui; chi si incupiva compiaciuto con Lolli e chi mandava a memoria Guccini, eccetera eccetera. E chi un po' tutto questo: indovinate chi. Esatto, però anch'io avevo la mia perversione: sviscerare le tematiche vecchioniane. Ci feci anche un manoscritto, e come vi ho già raccontato ebbi anche l'occasione di consegnarglielo de visu, ma ero un diciannovenne coglione (appunto) e me la feci sfuggire.

Naturale che Vecchioni sia uno degli artisti più frequentati della rubrica Radiocontroinformoxdiletto (che di recente ho un po' trascurato, forse per avere già svuotato i cassetti della memoria), e specie appunto quello degli anni settanta: Radiocixd recensisce principalmente album, e negli ultimi quarant'anni Vecchioni ha si scritto alcune bellissime canzoni (la migliore, specie per chi invecchia, è La viola d'inverno: ve la embeddo alla fine) ma spalmate tra tanti album nessuno dei quali per intero memorabile.

Il Professore (appellativo con cui è ordinariamente chiamato nell'ambiente, per non avere mai mollato la sua cattedra al liceo fino alla pensione, e dopo averne sempre una all'università, e anche per analogia con Guccini, detto Il Maestrone) ha ovviamente scritto anche qualche libro, alcuni di buon livello (su tutti, secondo me, Il libraio di Selinunte). Qualche mese fa, l'ultimo, Tra il silenzio e il tuono, un diario dissimulato che da quando ho letto la quarta di copertina hanno cominciato a suonarmi in testa alcune sue canzoni: un passaggio de L'ultimo spettacolo ("con l'occhio azzurro io ti salutavo, con quello blu io già ti rimpiangevo"), la fine di Canzone per Sergio ("e l'occhio azzurro avrà un momento uguale all'occhio blu"), e soprattutto l'intera Dentro gli occhi, in cui il tema del se stesso vecchio che incontra il se stesso giovane deflagra pienamente.

Mi ero ripromesso di comprarlo (anche se l'anzianitudine, con la sua presbiopia e la sua insofferenza a portarsi appresso sempre gli occhiali, mi fanno ormai preferire il lettore ebook), quando ho saputo che mi trovavo a Reggio Calabria in coincidenza con un evento di presentazione presso il Museo della Magna Grecia, e si: in cospetto ai mitici Bronzi di Riace. Degli amici (grazie!) riescono ad imbucarmi, ed ecco che uno dei pochi lati buoni dell'invecchiare, l'esperienza, mi consiglia di acquistare una copia e a fine evento mettermi in fila per farmela autografare (prima volta in vita mia, giuro). E una volta davanti a lui, stavolta di non tacere. Il dialogo della istantanea qui sopra è: "confessa, hai fatto una versione extended di Dentro gli occhi!", io, e lui, col sorriso che vedete, "è vero!". E so' soddisfazioni...

sabato 8 maggio 2021

RADIOCIXD 39 - ROBINSON, COME SALVARSI LA VITA

Di recente abbiamo parlato di resilienza e capacità di adattamento nei periodi difficili, non è strano possa venire in mente Robinson Crusoe. Il capolavoro di Defoe introduce, infatti, una allegoria così potente che ha continuato a trovare attualità per oltre tre secoli (secondo in questo solo a un capolavoro quasi suo contemporaneo di un altro inglese, I viaggi di Gulliver di Swift), attraverso una infinità di riscritture e adattamenti per tutte le epoche e le forme d'arte, dal cinema ai fumetti passando per la musica d'autore.

Infatti, lasciando Gulliver a Guccini (pezzo brevissimo e folgorante, da mandare a memoria), nel 1979 Roberto Vecchioni, reduce da tre dischi uno più bello e venduto dell'altro (Elisir, Samarcanda e Calabuig), licenzia questo Robinson, album che fortunatamente posseggo in vinile, essendo la copertina un assoluto capolavoro di Andrea Pazienza, da sfogliare e tenere in mano per poterla apprezzare a pieno. Per farvi rosicare, ve la mostro aperta, sia all'esterno che all'interno.

Non è né il primo né l'ultimo disco a spunto letterario o storico del Professore, anzi sono talmente tanti che per forza che si è meritato questo nomignolo. Ma forse è il più consistente, a prescindere dall'apparire quasi un concept album. Era un po' un vezzo di quegli anni, che in Vecchioni si presenta all'ennesima potenza, l'atteggiarsi a vecchio saggio fin da ragazzi, ma insomma il nostro ai tempi passava la boa dei 35 anni, si stava separando dalla prima moglie, e aveva persino trascorso un mese in galera: non sembra incongruo che si specchi in uno che difende con le armi l'isola in cui è naufragato, come ne fosse il padrone, e ne faccia la metafora della vita di tutti noi. Il disco, inoltre, complessivamente suona contemporaneo ancora oggi, merito di arrangiatori e produttori che già da un paio d'anni (e prima di altri) lo stavano smarcando dagli stilemi del cantautorato dell'epoca. Ecco la solita tracklist commentata, che si può leggere mentre vanno i brani.

1. Signor giudice (un signore così così)
Mani pulite era lontana, i giudici erano ancora "di destra". Questo magari non aveva il cuore vicino al buco del culo, ma ebbe lo stomaco di mettere in galera il Nostro per una questione di spinelli e andarsene in vacanza, lasciandolo al fresco un mesetto prima di doverlo assolvere: la canzoncina satirica se l'è meritata tutta.
2. Roland - Chanson de geste, chanson sans geste
Laddove noi ragazzi di allora scoprivamo che le minchiate che ci avevano raccontato a scuola delle crociate erano appunto tali, e che i farabutti eravamo noi cristiani. Non è poco, ai giorni nostri la musica ha abdicato a questo ruolo di svegliacoscienze, purtroppo...
3. Mi manchi
Mia madre mi raccontava che mio padre da fidanzati le aveva spacciato come versi suoi quelli de il cielo in una stanza. Se avete un'amore lontano, usatene allo stesso modo alcuni ben scelti (alcuni meglio evitare) di questa meraviglia: non vi sgamerà che tanto oggi non la conosce nessuno, e si scioglierà senza dubbio.
4. Luci a San Siro
La prima versione di questa celebre canzone incongruamente (essendo scritta da un ventenne) nostalgica era arrangiata in modo convenzionale e cantata con voce querula, e il primo verso era stato cambiato per ordine censorio. Qui è riproposta in chiave moderna, asciutta e ancora godibilissima, e per non sapere né leggere né scrivere senza il primo verso, che conosceremo in versione integrale solo nei live dei decenni successivi.
5. Come salvarsi la vita
Il brano che fa da sottotitolo all'album, a illustrare la chiave di lettura usata nell'adottare la metafora robinsoniana, è solo una breve filastrocca apparentemente leggera. Brani così si usavano per chiudere il lato A dei vinili, sapevàtelo.
6. Lettera da Marsala
Il mese in carcere se lo fece a Marsala, quindi questa canzone (che inizia il lato B) racconta in pratica la stessa storia del primo brano del lato A, dal punto di vista introverso. Forse per questo il Nostro vi si cimenta nel dialetto delle sue origini (che non è il milanese...).
7. Robinson
Col suo loop tra bambino e adulto, la title track è un capolavoro assoluto, da ascoltare e riascoltare fino a che non si è compreso il messaggio, per poi guardarsi allo specchio e scoprirsi Robinson pure noi.
8. Lo stregone e il giocatore
Fine del loop, entra in scena il vecchio, che in una scena bergmaniana si gioca a dadi la vita, ma quando ha quasi perso ecco lo scarto geniale: si ferma, e baratta: per un giorno in più, uno solo, offre in cambio la cosa infinitamente più cara che ha al mondo. Se avete figli, vi fa ancora più effetto, ma a me anche da ragazzo questo ascolto suscitava sia orrore che fascino, come quando si passa vicino a un incidente o a un suicida e guardare è irresistibile. 
9. Allonsanfan
Non è che il reprise di Come salvarsi la vita, nei vinili si usava, talvolta, specie come sottofinale...
10. Vorrei
Questa è senza mezzi termini una delle canzoni d'amore più belle della musica italiana. E l'ultimo verso (che potete mixare a quelli di Mi manchi per il vostro nobile scopo, ma occhio che questa è più nota) alla fine suggerisce anche di rigirare il disco e rimetterlo daccapo.

lunedì 15 luglio 2024

TUTTO GRIGIO, OK, MA...


Ho sia amici sedicenti di sinistra che amici sedicenti di destra, e da sempre: quando ci penso, o quando qualcuno mi fa notare la contraddittorietà della cosa, mi torna in mente una immagine, vaga, dei tempi del liceo: erano gli anni attorno al settantasette, anche se a Reggio Calabria non era certo come a Roma, con due compagni di scuola che andavano in due su una vecchia Vespa a distribuire ciascuno i propri volantini, extraparlamentari delle sponde opposte. Esatto, era proprio come nella canzone di Venditti: Nietzsche e Marx si davano una mano.

La spiegazione c'era, già allora, solo che era difficile capirla per un cazzoncello di quindici o sedici anni, anche se notava che il volantinaggio di opposte sponde non era solo lui a reputarlo "normale" scrollando le spalle, ma era quella la percezione generale. Avrei cominciato a comprenderla qualche anno dopo, durante i lavori della mia tesi sperimentale in Sociologia delle comunicazioni, un lavoro immane di calcoli statistici a mano per costruire somministrare e valutare un test nelle scuole che indagasse su "partecipazione politica e riproduzione sociale", per confermare o meno un assunto di un tale Althusser, dalla biografia che oggi ne giustificherebbe il bando - ma allora si capiva ancora che un conto era la vita privata un altro era il valore sociale del lavoro di una persona, altrimenti Hitler era un santo ed Einstein un usurpatore. Ed era più o meno questa: il discrimine è quanto una persona (o una generazione, un popolo, fate voi) ritiene siano affari suoi occuparsi di "politica", cioè ritiene sia suo dovere informarsi prendere posizione impegnarsi per una cosa che alla fin fine è la gestione della città in cui vive, etimologicamente parlando, non se questa passione impegno dedizione lo porta su posizioni che vengono etichettate transitoriamente come progressiste o conservatrici. Sull'avverbio torno dopo, ora preciso dunque che noi, cioè, stimavamo e rispettavamo un avversario politico che si vedeva che aveva lavorato su se stesso per prendere "partito", mentre disistimavamo un "compagno" che si faceva i cazzi suoi e si capiva che stava dalla nostra parte solo per caso o per conformismo. E ricordo che Vecchioni ci fece una canzone, al tempo, che se fosse stata di maggior successo gli avrebbe creato parecchi problemi: Canzonenoznac, si chiamava, qui il testo in fondo il tube.

Tornando all'avverbio, talvolta mi capita, e credo che capiti un po' a tutti, di trovare qualcuno che spiega una cosa che ti gira in testa da tempo molto meglio di quanto tu sia riuscito fin li a spiegare a te stesso, figurarsi agli altri. E' il caso di uno che scrive poco ma pesante, si chiama Stefano Re, e il post che vi invito a leggere si chiama Tempo di crescere e spiega bene, ma proprio bene, cosa è successo alla destra e alla sinistra a rimescolare le carte e mettere in crisi le posizioni di molti, almeno interiormente che poi invece fuori ci pensa il senso di appartenenza a rimetterci in riga (è successo mo' mo' ai francesi...), anche se così portandoci inconsapevolmente contro i nostri stessi interessi e le nostre stesse idee. Leggendolo, si capisce bene perché oggigiorno non ci sia niente più "di destra" in Europa che sostenere lo schieramento sedicente "progressista", e invece quel poco davvero "di sinistra" che si trova in giro stia proprio nei programmi di partiti che ci ripugna votare (dico nei programmi, perché poi anche quando gli elettori li portino al governo, appena in contatto col Vero Potere anche loro ubbidiscono ai dettami, tradendo il mandato e dissimulando la cosa con il solito ventaglio di fuffa superficiale, come la sinistra ma di segno opposto). E, come bonus, vista la chiave adottata, si capisce anche qualcosina di più su cosa è successo al Maschile e al Femminile, e perché.

A chi tentasse di ribattere che non c'è niente di male nella confusione e nel ribaltamento, e che il mio non è altro che il tipico sentimento di chi invecchia nei confronti di chi ha tutta la vita da vivere, occorre precisare che non di invidia si tratta, o di nostalgia per quando "ai miei tempi il bianco era bianco e il nero nero". Ho sempre pensato, infatti, che la realtà sia solo una infinita gamma di grigi, quindi siamo tutti sessualmente grigi e politicamente grigi, chi più scuro chi più chiaro: nessun manicheismo. Ma per ottenere quei grigi bisogna definire il concetto di nero e il concetto di bianco, e pretendere di rimescolare quei tipi non può che produrre disorientamento. Che forse, è proprio lo scopo, essendo un tipico strumento con cui il Potere si autoafferma... 

Ma ora sentiamo come ce la dice Vecchioni, a volte con la poesia si capisce di più.


giovedì 1 settembre 2022

RADIOCIXD 62 - ANIDRIDE SOLFOROSA

Ce lo siamo già detti: il trittico di album nati dalla collaborazione tra Lucio Dalla e Roberto Roversi è da considerarsi uno dei vertici assoluti della canzone italiana di ogni tempo. Abbiamo già parlato del primo, Il giorno aveva cinque teste del 1973, gigantesco atto di coraggio di uno che se voleva poteva campare dell'onda lunga del successo commerciale degli anni precedenti e invece subodorò l'aria che tirava e si gettò verso anni di fame (certo, poi ripagati da un successo così enorme che mai avrebbe potuto raggiungere restando nel solco precedente, ma prima chi glielo poteva garantire?), e del terzo e ultimo Automobili del 1976, visionario capolavoro che però tradisce la crisi del rapporto tra i due autori. Questo Anidride solforosa è nel mezzo, e perciò forse al vertice, di questa prodigiosa parabola artistica.

Vi si trovano tematiche anticipate di decenni e ritratti di scene che sembrano passate di moda ma invece oggi più attuali che mai, a saperle leggere, in mezzo a sbocchi di satira sociopolitica e schizzi di cronaca di una durezza che solo il rap, ma in America non certo in Italia, saprà poi dare. Il tutto condito di invenzioni musicali difficilmente inquadrabili, e non avanti o dietro, ma sopra, quanto la musica italiana sarà in grado di offrire nei decenni a seguire. Tanto che un ragazzo che lo ascoltasse oggi forse non capirebbe che si tratta di un disco di quasi mezzo secolo fa, ma potrebbe scambiarlo per avanguardia, non fosse che la voce di Lucio è talmente nota che magari la riconosce anche lui. Ma mentre scrivo questo penso che se quarant'anni fa a me ventenne qualcuno avesse provato a propinarmi una tracklist commentata di un qualsiasi musicista degli anni 30 o 40 probabilmente lo avrei snobbato, e pace così.

Facciamo così, allora: in fondo alla consueta disanima dei singoli brani, con link ai tube che si aprono in popup così da permettervi di continuare la lettura, vi embeddo il video della title track però registrato in TV dodici anni fa, si, ma ben trentacinque anni dopo l'uscita della canzone, il che forse la dice lunga sulla sua persistente attualità. Alla voce femminile, che nella versione in studio del '75 era interpretata con giocosa ironia dallo stesso Dalla, c'è qui la sottovalutatissima Angela Baraldi, una delle tante "scoperte" di Lucio (una delle meno fortunate commercialmente e assieme una delle migliori), che da tempo porta questo brano in concerto eseguendolo anche assieme a Zamboni e ad altri post-CSI, oltre che a De Gregori, per dire.

  1. Anidride solforosa - Due piani narrativi si intrecciano in questo capolavoro, e la musica cambiando tra i due fa da paratesto aiutandoci: in uno una donna del popolo parla di amore e rivoluzione, nell'altro una voce parla di inquinamento e computer, dimostrando che i poeti (quelli veri) spesso capiscono le cose decenni prima degli altri.
  2. La borsa valori - Come Dario Fo, Lucio Dalla quando scatenava il suo gramelot incomprensibile si faceva invece capire meglio ancora di quando usava parole sensate. E sta cosa la percepivo anche da bambino, ascoltando Cos'è Bonetti piuttosto che Pezzo zero. Qui sciorina a cazzo il listino della borsa valori di Milano e altre voci che vi si potevano ascoltare, dimostrando palpabilmente l'insensatezza di un mondo che pure ancora non era diventato il mostro trituratore dell'economia reale che è.
  3. Ulisse coperto di sale - Come nel primo brano, la musica sottolinea con un cambio brusco, qui dal rock sfrenato (questo è uno dei pezzi più rock della musica italiana, se una radio lo passasse prima dei Maneskin tutti capirebbero le mammolette che sono) si passa al melodico lento, il passaggio tra i pensieri e le parole del narratore: un Ulisse coperto di sale, come siamo tutti noi che torniamo, quando torniamo. E, come chiarisce un certo Dante Alighieri, prima di riandare.
  4. Carmen Colon - Quando la poesia parla di cronaca, e anche qui di un argomento particolare di cui sarebbe diventato di moda parlare (ma quanto peggio, a cominciare dai neologismi...) decenni appresso...
  5. Tu parlavi una lingua meravigliosa - Racconto poeticissimo, e chiuso mirabilmente, del reincontro casuale, una vita dopo, di una donna un tempo amata. Tra l'altro, questo brano è il prototipo di quel modo unico e mai banale che Dalla cantautore avrà di cantare d'amore negli anni a seguire...
  6. Mela di scarto - Per i non torinesi, Ferrante Aporti (dove l'avevo sentito? si un vecchissimo pezzo di Vecchioni, ma quella era una via di Milano dove al Professore era capitata una disavventura amorosa...) è il carcere minorile di Torino. Dove il protagonista di questa canzone finisce per una cavolata giovanile, per poi come spesso capita in pratica non uscire più, avviato proprio dal riformatorio a una vita da delinquente. Dicevamo delle tematiche da rap (vero), e questo brano sembra anche riarrangiabile in rap, per metrica.
  7. Merlino e l’ombra - Curiosamente, anche qui mi viene in mente Vecchioni, che canterà una tematica bergmaniana come questa qualche anno dopo (Lo stregone e il giocatore). Da notare anche qui come la base musicale accompagni coi suoi cambiamenti il mutare di prospettiva suggerito dal testo.
  8. Non era più lui - Anche qui accade, e anche qui come in Ulisse uno dei due temi è profondamente rock, anche se meno duro. La storia è quella di un uomo del sud, costretto ad emigrare e a rinunciare ai suoi sogni per fare forse l'operaio, che sogna il ritorno e con ciò aggrava ulteriormente la propria alienazione.
  9. Un mazzo di fiori - Ancora cronaca, ma mentre Carmen era una ragazzina uccisa da un serial killer, Emilia è una donna stanca di vivere che si suicida gettandosi nel Po. Inutile dire che la canzone è di una bellezza straziante...
  10. Le parole incrociate - L'album chiude in bellezza, con la sua canzone forse più bella, per qualcuno la più bella di tutto il repertorio di Dalla, e con la sua conclusione lapidaria: "Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato. Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende. Attenzione: dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.". Prima, semplicemente la storia d'Italia. Se non ci sono l'Italicus, piazza della Loggia, Ustica, la stazione di Bologna, Moro, gli anni di piombo, le stragi di mafia e la Trattativa, le guerre travestite da missione di pace, la cosiddetta pandemia, eccetera eccetera, è solo perché sono cose successe dopo. Ma è un dettaglio.

E ora gustiamoci la splendida e bravissima Baraldi, che qualcuno guardando il video riconoscerà (aahhh, ecco chi era!) come la protagonista di Quo vadis baby? di Salvatores...

mercoledì 16 settembre 2020

RADIO CIXD 27 - 1979 IL CONCERTO OMAGGIO A DEMETRIO STRATOS

Questa volta parto dalla fine: dai tube delle tracce singole che non vi metto e vi spiego perché. Gli è che per parlare della voce italiana più grande di tutti i tempi si è quasi costretti, essendo impossibile selezionare un album tra quelli della sua produzione che da un lato si stacchi dagli altri dall'altro sia abbastanza masticabile ad un ascolto contemporaneo, a ricorrere a un concerto dal vivo andato in scena quando lui era appena morto. E il video integrale di questo concerto mi è sembrato il modo migliore di comprendere l'evento (e assieme ad esso la grandezza del personaggio che celebrava, peraltro avendo sperato fino a poco prima che non di celebrazione si trattasse: Demetrio Stratos era dovuto andare in USA a tentare una disperata cura per la sua anemia fulminante, e il concerto venne organizzato per contribuire economicamente ai notevoli costi della cosa) a cominciare dalle inquadrature iniziali dello stadio pieno.
E' infatti molto più interessante guardare il filmato dell'evento che ascoltare l'improbabile disco che ne è stato tratto: tra i partecipanti ci sono amici del cantante e gente che manco lo conosceva, esponenti della corrente prog/rock cui lui veniva ascritto (forzatamente, almeno in parte) e di generi che non c'entravano niente, artisti affermati che avevano aderito (non era previsto compenso) davvero per aiutare la raccolta ed emergenti (tra cui alcuni mai poi emersi) che avevano fiutato la vetrina. Insomma, vi metto la tracklist commentata per completezza, ma guardare guardatevi il video intero, magari mandandolo avanti dove non vi piace. E poi, questo invece ve lo consiglio vivamente, ascoltate con attenzione le performance originali di Stratos, a partire da qui.

E già, perché il cantante di origine greca poteva contare su una vocalità unica e irripetibile, anche per ragioni proprio fisiche. Gli si era avvicinato, ma neanche tanto, Sorrenti, nessun altro oserà. E i suoi Area, pur restando un gruppo di culto, anche e anzi innanzitutto tra gli addetti ai lavori, sono relativamente poco "coverizzati" (giusto gli EELST, e seminascosti dalla consueta ironia) proprio per ragioni tecniche, e non solo della voce: erano tutti strumentisti pazzeschi, che infatti hanno avuto carriere come minimo di session men di lusso con parecchi big della musica italiana e non solo: basta consultare la pagina wikipedia, e seguire per credere i link quasi tutti blu (quelli rossi non ne hanno una loro). 
Queste dunque le tracce dell'album:
  1. Kaos Rock, Basta Basta - Si lo so, non li conosciamo, mi documento: erano il gruppo punk di Luigi Schiavone, si quello che poi fonderà gli Champagne molotov con Enrico Ruggeri, che accompagnerà lungo la carriera solista. Cosa c'entrano? Boh, il genere andava per la maggiore, forse agli organizzatori sarà parso un buon inizio per tanto pubblico non certo selezionato. E casualmente la band era della loro casa discografica.
  2. Area, Danz(A)nello - Uno dei due soli interventi della band di Stratos. Non credo sia perché negli ultimi anni lui se ne era staccato...
  3. Francesco Guccini, Per Un Amico - Beh, il Maestrone è in tema, perlomeno.
  4. Eugenio Finardi, Hold On - Il ragazzo suonava il blues, la sua carriera era tutta al di là da venire, ma la stoffa c'era, e ogni volta che non si sarebbe scordato dov'era avrebbe fatto bene.
  5. Roberto Ciotti, Shake It - Chitarrista jazz blues come pochi, ha suonato con tutti fino alla morte prematura qualche anno fa.
  6. Venegoni & Co., Coesione - La scena del rock progressivo (genere che flirtava da una parte con la classica dall'altra con il jazz) era pienissima, nell'Italia dei primi anni 70. Ma qui siamo alla fine del decennio e già si andava svuotando...
  7. Angelo Branduardi, Il Funerale - Anche Branduardi è in tema, anche lui come Guccini cambiando scelta all'ultimo momento...
  8. Carnascialia, Europa Minor - Qui la prog si tinge decisamente di jazz, per il tipo e il livello dei musicisti coinvolti nel progetto da Mauro Pagani, ex PFM e poi tanto altro, dal sodalizio fertilissimo con De Andrè alla direzione artistica di Sanremo passando per il "tagliando" artistico a gente disparata (Vecchioni, Arisa, Ranieri...).
  9. Adriano Bassi e Italo Lo Vetere, Nero sul Bianco - Pianisti d'avanguardia, e il titolo del brano lo suggerisce.
  10. Antonello Venditti, Bomba O Non Bomba - Già non c'entra nulla, poi sceglie pure un brano pop recente, e dire che ne aveva un po' più in tema nella sua produzione precedente. Bah, diciamo che ha richiamato un po' di gente, e visto lo scopo originario bene così.
  11. Skiantos, Ehi Sbarbo, Ehi Buba / Loris - Come Faccio A Farmi Fare - Freak Antoni fa la sua solita parte di sciroccato. Ma forse qui il suo straniamento ci azzecca molto, anche perché si sente del turbamento autentico sotto.
  12. Gaetano Liguori e Tullio De Piscopo, Tarantella del Vibrione - Una parentesi mediterranea, e allora apriamone una pure noi. Qualche anno prima c'era stata un'epidemia di colera: io mi ricordo le file per vaccinarsi, e i bollettini dei morti. Ma venivano dati dal telegiornale con sobrietà e senza cavalcare l'allarmismo, il governo tranquillizzava e agiva, e non si sognava nemmeno di fermare e rovinare l'economia. Bei tempi!
  13. Giancarlo Cardini, Novelletta - «Cardini» Solfeggio Parlante Per Voce Sola - Fischiatissimo, eppure era il più in tema di tutti: recita un pezzo che doveva far parte del repertorio di Stratos...
  14. Roberto Vecchioni, Figlia - La canzone è così bella che gli si perdona l'essere fuori argomento. E poi, ascoltandola meglio ("non voglio che tu sia felice, ma sempre contro, finché ti lasciano la voce") forse non lo è neanche del tutto...
  15. Banco del Mutuo Soccorso, E Mi Viene da Pensare - E meno male che c'era il Banco, a rappresentare degnamente la scena prog. Brano strepitoso.
  16. Area, L’Internazionale - Chiudono giustamente gli Area, con un brano probabilmente ispirato alla performance di Hendrix con l'inno americano. Nel decennio successivo, una scelta così in un concerto sarebbe stata improponibile. Forse questo album chiude davvero un'epoca...

Pare che volessero essere dell'evento, ma furono respinti per ragioni opposte (ma ugualmente assurde, alla luce di quanto detto su alcuni degli ammessi: uno sarebbe stato ancora troppo poco conosciuto, l'altro troppo e di un genere troppo fuori contesto), Pino Daniele e Adriano Celentano. Che magari Stratos lo conosceva dai tempi dei Ribelli di Pugni chiusi. Si, si: il cantante era proprio lui...

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