lunedì 2 marzo 2026

DAI, VINCI

No, non parlo del festivalone, che ho visto meno del solito (che era già poco), e meno che meno del vincitore (con una canzone che sembra uscita dalla macchina del tempo tanto è vetusta proprio come impianto e concezione, peraltro), ma di un cartello che si è visto in galleria che giocava col suo nome per incitarlo. Parlo, anzi riparlo purtroppo, della guerra.

Se c'è una cosa certa della guerra di oggi, infatti, è che proprio non si può, vincerla: vista la natura delle armi in campo, si può al massimo o allungarla fin quando conviene usandole solo in parte, o usarle davvero e perderla anche se la si vince. Se non ci credete, citofonate a Putin. O pensate che non avrebbe potuto, se avesse voluto, radere al suolo l'Ucraina in un fiat? In altre parole, a nessuno conviene vincere un cumulo di macerie radioattive.

Poi c'è una cosa certa di tutte le guerre di tutti i tempi: che a guardare bene, senza farsi imbrogliare dalla propaganda, sono sempre state vinte dai potenti e perse dalla gente comune, trasversalmente ai confini. Sempre, non solo nell'epoca in cui i regnanti erano tutti parenti tra loro: volendo possiamo risalire a quando gli umani divennero agricoltori/allevatori da cacciatori/raccoglitori che erano, necessitando così di mura da difendere, e i maschi tolsero lo scettro della società alle femmine.

Se avessi degli hater, o anche dei critici tra i pochi follower, dopo i vergognosi attacchi in Nicaragua e Iran mi avrebbero detto "visto che il tuo Trump non era poi l'angelo portatore di pace che credevi?". Alla qual cosa io ribatterei che Trump non è "il mio" e che non ho mai detto fosse migliore degli altri, solo che preferivo un nemico vero a un finto amico, e soprattutto che preferivo di gran lunga una situazione in cui al mondo si fronteggiano due gruppi di potere piuttosto di una in cui il gruppo di potere è unico coeso e incontrastato. Ora, Trump questo è: l'espressione del gruppo di potere riconducibile al petrolio e a un quadro socioeconomico diciamo così tradizionale, che finalmente ha trovato con questo rozzo e discutibile personaggio il modo di contrastare il monoblocco che punta al reset dei diritti e delle conquiste economico-sociali usando come velo ideologico l'ecologia e l'intelligenza artificiale. Due squadriglie di avvoltoi pronti a banchettare sulle nostre viscere, mentre a noi resta quasi come unica speranza, di restare vivi un altro po', che litighino tra loro. Non è quindi un caso che gli USA con lui abbiano ripreso a "muoversi" sugli scacchieri petroliferi, quel Venezuela che da Chavez in poi aveva osato mettere in discussione il dogma che vuole i popoli sovrani esclusi dai benefici dello sfruttamento delle loro estrazioni (e a Maduro è andata ancora meglio che a Mattei...), e quell'Iran che costituisce di fatto l'unico serio contraltare a quell'avamposto degli USA nell'area chiamato Israele (che altro non è, con buona pace di chi ancora crede alle favole tipo terra promessa e risarcimento dell'Olocausto).

Trump sta dunque facendo il suo "mestiere", quello che hanno fatto praticamente tutti i suoi predecessori (sia repubblicani che democratici, senza alcuna differenza) da quando gli USA hanno soppiantato la Gran Bretagna nel ruolo di Impero mondiale: tentare di imporre con la forza il proprio modello. Quelli che tradiscono quello che sarebbe il proprio, di ruolo, sono quelli che esultano se uno straniero bombarda casa loro e uccide i propri capi. Come se la storia non avesse dimostrato già abbondantemente che quando questo succede le cose per il popolo di solito peggiorano, e non di poco, o se migliorano è solo parzialmente e di facciata. Ne sappiamo qualcosa in Italia, dove siamo ancora pieni di basi militari di quelli che ci hanno rasi al suolo per liberarci e però poi hanno lasciato ben saldi ai loro posti quasi tutti quelli che avevano fatto carriera prima e i loro successori, aiutandoli pure a costruire una rete segreta in funzione antisovietica e con quella organizzare attentati a ripetizione per mantenere la popolazione sotto il ricatto della paura. E non la abbiamo vista brutta come avremmo potuto se non ci fossero stati i partigiani a parzialmente contribuire dall'interno alla redenzione della Patria.

Perché i regimi intanto non nascono senza ragioni storiche (il nazismo le ebbe nel Trattato di Versailles e nel nascente sistema bancario internazionale, gli ayatollah in quello che avevano combinato lo Scià e gli americani), e non cadono mai davvero se non abbattuti dall'interno, e dalle fondamenta. Se pensi di vincere con l'aiuto dei bombardamenti americani, prendo in prestito il cartello sanremese e ti dico "dai, vinci!". Poi vediamo come ti trovi.

sabato 21 febbraio 2026

IL CASO? QUALE CASO?

No, non è un caso se oggi sentite parlare i telegiornali del caso Epstein. Ma confessate: cosa ci avete capito? Io quel poco che ci ho capito l'avevo capito prima. Non necessariamente collegandolo al suo nome. Invece, è proprio l'etichetta il primo degli strumenti che usa la propaganda per diffondere falsa coscienza, cioè fare il proprio mestiere. Stiamo parlando, infatti, di un mare di merda capace di intasare qualsiasi fogna, cosicché quando oramai era chiaro che sarebbero saltati i tombini e tutti avremmo visto la verità, chi teme questo accadimento, che poi è anche chi tira le fila di tutto l'affare, ha deciso che l'unica è procedere a un affioramento governato: una tracimazione controllata e fuorviante che scrive le veline che i giornalisti vi leggono.

Per questo, il vostro affezionatissimo vicino di casa (regia, via alla sigla di Spiderman) rispolvera il suo vecchio vizio di selezionare per voi alcune letture istruttive. Che dimostrano che non di un vecchio sporcaccione suicidato e dei suoi amici di alto bordo stiamo parlando, ma di una delle crepe alla crosta di quel magma che a un certo punto ha preso a governare il pianeta portandolo alla rovina che vedete se sapete ancora guardarvi attorno, oltre lo schermo dello smartphone (che vi hanno dato apposta, tra l'altro). E il modo in cui ve lo raccontano non gli serve altro che a murare la crepa, per riprendere indisturbati il progetto. Israele, la finanza mondiale, i soliti miliardari filantropi specie della sanità. E si, anche zozzoni, ma è l'aspetto assieme più orrifico e meno rilevante politicamente. Eccovi dunque:

Letto tutto, rinfranchiamoci in qualche modo con Agamben, o se preferite prendiamola con filosofia...

domenica 15 febbraio 2026

UN OROLOGIO DI CENT'ANNI

Resto nella stessa zona del post scorso, perché mi sono imbattuto in un articolo, pensate un po' su Today, che secondo me dovreste leggere. Ha un buon titolo, che indica bene l'argomento [Come mi sono disintossicata dal telefono (e ho recuperato il mio tempo libero)], ma non commettete l'errore di fermarvi a quello tanto avete capito dove vuole andare a parare, come troppo spesso oramai tutti facciamo, perché le suggestioni che offre vanno oltre, e per ciascuno di noi saranno diverse.

Per esempio, ricordando che pare che il 2026 venga già etichettato (magari troppo frettolosamente) "anno di ritorno all'analogico", a me dà l'occasione appunto di partire dal post precedente per attaccarci un altro pezzettino di ragionamento, che parte proprio dal termine "analogo": dalla Treccani "che ha relazione". Riconoscere qualcosa per analogia, o comunque attraverso un processo mentale profondo di confronto concettuale con l'esperienza, è essenzialmente ciò che ci rende umani (e inarrivabili per qualsiasi robot o intelligenza artificiale). L'uomo impara che quella è una sedia, o quello un gradino, grazie al funzionamento analogico della sua "mente profonda" (che, dicevamo, è ben nascosta ma preponderante ben oltre quanto i nostri pregiudizi di logicità ci consentano di ammettere), laddove una macchina  necessita di una mole enorme di dati e di sempre maggiore velocità nella loro elaborazione, ed energia per immagazzinarli e processarli, per effettuare la stessa (che a noi pare elementare) operazione riducendo quel gap da evidente a sempre meno percepibile, con risultati diversi a seconda del settore di applicazione. E ciò viene fatto dando per scontato (e non lo è affatto) che la cosa sia auspicabile, e a costo di sospendere per gli energivori server di AI le menate sull'impatto ambientale.

A proposito, i gestori dei servizi di fornitura di energia sul mercato libero, nelle cui voraci mani la sciagurata pletora di privatizzazioni ci ha messo, stanno cominciando a proporre accrocchi che si inframettono tra la presa e la spina di qualunque elettrodomestico, per "aiutarci tramite AI a gestire i consumi e risparmiare". Chi ci casca, attirato dalla comodità della cosa (è sempre così) autorizza il travaso istantaneo dei dati sulle sue abitudini intime, che tanto serve alla macchina statistica chiamata AI per ridurre quel gap di cui al capoverso precedente, tra i comportamenti suggeriti da un processo digitale e quelli analogici dettati dal semplice buonsenso (tipo incacchiarsi coi figli se lasciano la luce accesa in stanze da cui escono). E a chi la gestisce per accumulare potere: diranno "a chi sfora tale soglia si stacca la luce" come hanno già detto "a chi non si vaccina niente pronto soccorso". E fino a che tale potere resta in mani umane siamo in una distopia, si, ma ancora affrontabile.

Pensate invece a un mondo in cui la AI raggiunga una tale potenza di calcolo da diventare autoconsapevole e prendere il controllo. Lo abbiamo visto in tanti film di fantascienza, e forse non è un caso, e magari io ne ho visti troppi ma potrebbe essere un problema anche averne visti troppo pochi. Ok, tolgo l'autoconsapevolezza ma lascio il controllo, che è comodo e veloce e a molti potrebbe sembrare anche più ragionevole che lasciarlo in mano ai corruttibili politici. Che succede se la AI calcolando calcolando arriva alla logica conclusione che per annullare gli effetti antropici sul clima la soluzione è decimare o sterminare gli umani, e non c'è più nessuno con una chiave in mano a spegnere la macchina, che anzi non ha più la toppa?

Succede che il giorno che spengono tutti i cellulari tutti assieme si salva solo chi è ancora in grado di farne a meno: orientarsi per andare dove gli serve, pagarsi o procurarsi in qualche modo da mangiare, parlare con qualcuno senza una chat di mezzo (o non li avete visti anche voi dei ragazzi dentro la stessa stanza che chattano tra loro?), sapere che ore sono. Come mio nonno Luigi col Perseo che gli era rimasto dai tempi in cui lavorava in ferrovia, licenziato per non aver preso la tessera del fascio, che è l'unica cosa che ho di lui. Un orologio di cent'anni. E a giudicare di quanto costa nuovo, sta tornando di moda. Come i vinili, si, che noi appassionati di musica l'abbiamo sempre detto, che non sapevamo perché ma si sentivano meglio dei CD. Analogico batte digitale, alla lunga.

sabato 7 febbraio 2026

'A TUVAGGHIA

Ci sono delle verità scientifiche contrarie al senso comune e una di queste è il rapporto tra linguaggio e pensiero. Siamo esseri logici, che hanno conquistato il primato evoluzionistico per essere logici, ma il termine già deriva da "parola", per cui tendiamo a sopravvalutare la logica rispetto a tutti gli altri processi che sottintendono alle nostre decisioni. Per usare una metafora che ho preso chissà da chi, la nostra mente logica sta alla nostra mente profonda come la crosta terrestre sta al pianeta: uno zero virgola in quanto a massa, ma quasi tutto in quanto a esperienza quotidiana. Così, siccome per la nostra esperienza quotidiana la terra è dura e piatta, per la quasi totalità della nostra vita quotidiana, ma direi anche per intere discipline scientifiche e tecniche, si può tranquillamente non considerare che invece essenzialmente è una grande palla di roba fusa che gira. E che se non lo fosse, per dirne solo una, non avrebbe campo magnetico quindi i raggi solari avrebbero impedito, anziché favorito, lo sviluppo della vita per come la conosciamo.

Ecco, questa presunzione di logicità, tanto utile per tante cose ai fini pratici, continua ad operare anche quando siamo chiamati a comprendere il perché delle nostre scelte, o il percome dei nostri processi interiori. Mettendoci costantemente fuori strada. Eppure lo sappiamo, e ce lo cantiamo e scriviamo in versi o in prosa, che l'amore non è governato dalla logica. Pino Daniele e Massimo Troisi ce lo ricordano ogni volta che ascoltiamo il loro capolavoro, che non è la pur bellissima Quando, ma quell'altra di cui metto il video alla fine. Così, siamo convinti che è il pensiero che controlla il linguaggio, e non consideriamo che invece in moltissimi casi è esattamente l'opposto.

Poter scrivere, ad esempio, per essersi dotati (a scopo mercantile) di un alfabeto semplice, ha creato la civiltà greca antica e la filosofia e la scienza che consideriamo alla base della odierna civiltà occidentale. Ad esempio, è il presupposto, conoscendo per averlo letto un passato diverso dal presente, dell'immaginare un futuro diverso dal presente. In un famoso esperimento non ricordo di quale università americana (ma in rete si trova tutto, se non vi fidate cercatevelo da voi), fu chiesto a un capo indiano di quante tribù fosse composto il suo popolo, e lui rispose che erano da sempre nove, enumerandole, perché così gli era stato tramandato oralmente, quando invece un suo predecessore alla stessa domanda aveva risposto che erano da sempre undici, come gli yankees avevano trascritto prima di sterminarne due.

Altro esempio. Avere una lingua strutturata e con tantissime parole permette pensieri complessi, mentre non averla non lo consente. Pensate ai nostri bisnonni che parlavano solo dialetto, con che handicap hanno dovuto affrontare le cosiddette sfide della modernità. Pensato? Non basta: è solo la mezza messa. Avere una lingua semplice, con molte meno parole ciascuna a più ampio alone semantico (in riggitano 'a tuvagghia indica, con specifica esplicita o di contesto, una serie di oggetti dalla tovaglia da tavola al telo da mare passando per l'asciugamani), implica una condivisione di valori e una intimità tra i dialoganti impossibile con una lingua complessa. Anche a questo servono le lingue che si inventano i ragazzi, ad esempio. E per questo è importante, o forse già dovrei dire sarebbe stato importante, mantenere il bilinguismo italiano/dialetto che ci è stato regalato, come sottoprodotto positivo, dall'unione di cose negative come secoli di dominazione straniera, una unificazione nazionale di stampo colonialista, e positive come la possibilità di studiare. Chi parla solo in lingua è altrettanto monco di chi parla solo in dialetto, soltanto in segno opposto. Io, ad esempio, da sempre, quando ho una serie di pensieri aggrovigliati in testa che mi paralizzano, rispetto magari a un problema di cui non trovo la soluzione, uso tentare di esporlo in dialetto a qualcuno (con mia nonna era perfetto, ma va bene anche un mio vecchio amico del liceo): se non ci riesco stavo mentendo a me stesso, se ci riesco magari risolvo.

Tutte queste considerazioni le ho dovute buttare nero su bianco dopo che me le ha suscitate la lettura di questo post del filosofo Agamben, uno dei pochi a essersi a suo tempo smarcato dalla narrazione imposta della cosiddetta pandemia. Nel parlare di bilinguismo, inquadra la cosiddetta (a scopo di marketing) intelligenza artificiale per quello che è: una macchina linguistica nata per, o comunque che ha l'effetto di, affermarsi come unica e semplificare ulteriormente il pensiero di chi ci si accosta. Per parafrasare, a contrario, i Borg di Star Trek, "ogni resistenza è utile". 

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