MONEY MONEY

Non sono un economista, ma i miei lontani studi universitari in quelle materie evidentemente erano abbastanza buoni da lasciarmi una rendita capace di farmi ancora leggere il Sole senza che mi si incrocino gli occhietti santi. Posso parlare di moneta, dunque, con qualche speranza di non dire troppe cavolate, ma nello stesso tempo essendo abbastanza ignorante da farmi capire da chi è ignorante. Si perchè come il calcio è una di quelle cose in cui tutti credono di capirci ma pochi in realtà sono davvero competenti, pochi anche tra quelli che lo hanno giocato e lo giocano, così la moneta un conto è essere capace di guadagnare denaro o di giocare sui mercati finanziari coi soldi propri e altrui un conto è capire cosa diavolo davvero sia e perchè costituisca il reale ricettacolo del Potere. Parliamone allora terra-terra, e pazienza se i tecnici storceranno il musino.
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Nei cartoni di B.C. gli omini preistorici si scambiavano le conchiglie, perchè già loro intuivano che era più pratico che non andare in giro ciascuno con il frutto del proprio lavoro sul groppone. Immaginiamo allora di fare un gioco di ruolo che consiste nel fondare una società: presto dovremmo dotarla di una qualunque moneta per facilitare gli scambi. La prima domanda allora è: quanta ne serve? La risposta è: un quantitativo sufficiente a tutti gli scambi, sennò qualcuno sarebbe costretto a continuare col baratto, e magari non a tutti quelli esistenti, ma a tutti quelli che confidiamo avvengano nel periodo di riferimento (che so, l'anno prossimo). Il quantitativo di moneta deve essere quello giusto, altrimenti:
  • se è di meno, ci sarà qualcuno a cui ne manca, e chi ne ha in sovrappiù e ne presta potrà alzare il prezzo (l'interesse) come di ogni bene scarso, ed entrambe le cose fanno si che ci siano in giro meno persone disposte a comprare cose ("cala la domanda interna" dicono gli esperti);
  • se è di più, ci sarà più gente disposta a comprare cose che cose da vendere, e i venditori potranno aumentare i prezzi (l'inflazione) il che diminuisce in pratica il valore reale dei soldi in mano a chi li ha, tornando all'equilibrio iniziale dopo un travaso di ricchezza verso coloro che possono aumentare liberamente il loro reddito (un esempio che abbiamo visto tutti: i commercianti all'inizio dell'era Euro) mentre per i percettori di reddito fisso in pratica l'inflazione è una tassa;
e deve essere quello giusto di qualunque tipo sia l'autorità che è tenuta ad emettere la moneta, e qualunque sia il sistema che questa autorità adotta per farlo:
  • L'emittente. Per millenni il potere di battere moneta è rimasto in mano a una persona, dal capotribù al sovrano assoluto, col tramonto dell'assolutismo si è trasferito allo Stato liberale, e recentemente ad entità private sovranazionali. La questione la dice lunga su quale sia la struttura reale del Potere oggigiorno: uno Stato che non batte moneta è solo parzialmente sovrano.
  • Il sistema. La moneta per millenni dalla sua invenzione ebbe valore intrinseco: ogni dischetto di metallo valeva quello che valeva il metallo di cui era composto. Un grosso limite per chi non aveva abbastanza oro, una grande fonte di ispirazione per gli scrittori di storie di pirati e forzieri. Il vincolo fu allentato da un invenzione italiana implementata dai mercanti soprattutto olandesi: la cartamoneta. Geniale: io "banchiere" mi tengo i pezzi d'oro e ti do un pezzo di carta con su scritto che chi lo detiene ha diritto di venire da me a prendersi i pezzi d'oro, e con quello pago un altro e questo magari altri e così via, finché solo l'ultimo della serie ritira forse l'oro ma intanto tanti hanno fatto scambi senza appesantirsi le tasche, e tanti scambi con lo stesso oro, mentre il banchiere magari ha prestato quell'oro a qualcuno che ne aveva bisogno in cambio di un interesse che fa il suo guadagno. Già, ma se anziché l'oro il banchiere prestasse altra cartamoneta, magari troppe volte il valore dell'oro in cassa? Senza un controllo il rischio inflazione, anzi iperinflazione, era troppo alto: occorreva che la funzione di stamparla venisse avocata dallo Stato, che così da allora in poi e per alcuni secoli fa circolare tanta cartamoneta quanto oro ha nei forzieri. Ciascuno Stato. E giù tante belle storie su Fort Knox.
  • Noodles, voglio rapinare la Federal reserve
  • Max, tu sei pazzo!
Col commercio internazionale su larga scala si pensò però che era più comodo fare così: un solo Stato, il più forte, quello con più oro, fa circolare in moneta il corrispettivo di quanto ne ha in cassaforte; per gli altri, si fissa un tasso di cambio con la sua moneta parametrato alla ricchezza relativa. Lo Stato erano gli USA, la moneta il dollaro, i padroni del mondo i capi della banca privata che emette quella moneta, la Federal Reserve. Si, proprio quella che finse di voler rapinare Max per farsi tradire da Noodles in C'era una volta in America. Ai banchieri la cosa bastò fino a quando parve sostenibile il modello di sviluppo basato sulla crescita infinita e sull'inclusione di settori sempre maggiori della popolazione nel grande circo del consumismo, fino a che cioè continuare ad arricchirsi smodatamente per le élite non contrastava anzi veniva aiutato da un sia pur modesto arricchimento delle classi subalterne, che inoltre conveniva sproletarizzare nel quadro della guerra fredda e della lotta al comunismo. Quando fu chiaro a loro, ovviamente qualche anno prima che agli altri, che il mondo aveva risorse finite e quel modello di sviluppo avrebbe presto mostrato la corda, cioè che non c'era più trippa per gatti e il petrolio sarebbe finito entro pochi decenni, il primo atto fu sganciare dall'oro anche il dollaro: era il 1971 e iniziava l'era monetaria contemporanea, due anni dopo sarebbe scoppiata la prima crisi petrolifera e morto il mito dei favolosi anni sessanta.
Il processo avviato a quel tempo doveva per il secondo principio della termodinamica necessariamente concludersi, e infatti si sta per concludere, con il totale controllo da parte di una ristretta élite mondiale di quanta moneta ci deve stare in giro. Le tappe di questo percorso sono ovviamente variamente sfasate nello spaziotempo. Le più recenti in Europa sono state la privatizzazione delle banche centrali e la creazione della moneta unica europea emessa da una banca centrale a sua volta privata. La prima faccenda sottrae al controllo politico, dunque parlamentare, gli istituti di emissione, il che in un Paese tendente alla corruzione come il nostro è anche un bene, se vogliamo, non fosse che almeno i parlamentari li eleggiamo, mentre i banchieri no. Dopodiché uno Stato se vuole moneta deve prenderla a prestito dalla sua banca centrale, ed ecco il famoso "debito pubblico".
Notate l'impennata della curva ai tempi del CAF
C'è qualcuno che sostiene addirittura che il debito pubblico sia integralmente causato dal fatto che lo Stato prende a prestito la moneta che gli serve da una Banca centrale indipendente, ma se così fosse gli Stati a moneta sovrana non avrebbero debito pubblico, invece in Italia il salto da una quota fisiologica a una patologica di debito avvenne sotto il "regno" craxiano, prima della "privatizzazione" della Banca d'Italia. L'Italia del 1992 è stata sulla soglia della bancarotta, e il cambio di paradigma che portò alla stagione di austerità mirante a rientrare nei parametri di Maastricht in vista dell'accesso all'area Euro apparve a molti, che avevano vissuto lo scialacquo e le ruberie senza pudore di un'intera classe politica e di una buona fetta di cittadini a rimorchio, come una necessaria cura da cavallo, ultima ratio peraltro prima della definitiva sudamericanizzazione del Paese. Ora, magari è vero che le bieche politiche monetariste erano già allora la regia occulta del progetto Euro, ma è altrettanto vero che sarebbe stato peggio restare vittime di un modus vivendi insostenibile. Questo perchè la moneta è ciò che ho tentato di schematizzare prima, e se uno Stato che ha la sovranità monetaria la usa per stampare molta più moneta di quanto rappresenti il valore reale degli scambi al suo interno, peraltro avendo come scopo ultimo creare un surplus di benessere da utilizzare da un lato per foraggiare bramosie private di una èlite e dall'altro per comprare il consenso della popolazione consentendo un aumento dei consumi, prima o poi il gioco mostra la corda: a meno di non essere l'unico Stato al mondo, ovvero riuscire a fare del tutto a meno degli scambi internazionali (cd. autarchia), quello Stato vedrà la sua moneta valere meno tendenzialmente fino al punto di equilibrio che ha rotto creandone troppa. Il che è come ribadire che comunque si crei la moneta, il suo quantitativo in giro deve essere quello che serve, nè più nè meno, indipendentemente da chi abbia il potere di crearla. Non è affatto detto che se lo hanno banchieri privati sia peggio che se lo hanno i politici per tramite dello Stato: anche se almeno in quest'ultimo caso in teoria sono soggetti eletti e quindi rimovibili, in pratica in Italia il ceto politico ha spesso trovato il modo di rendersi sostanzialmente immune (da ultimo con una legge elettorale definita "porcata" dai suoi stessi estensori) da una normale dialettica democratica, ed ecco perchè negli anni 90 che questo potere passasse alle istituzioni bancarie europee parve a molti di noi una benedizione celeste.
Il punto è che la promessa era di una unione monetaria che precedesse di poco l'unione fiscale, politicoeconomica, politica: alla fine di questo percorso, si potrebbe e forse ancora si può auspicare una BCE "nazionalizzata" dagli Stati Uniti d'Europa, nuova entità politica in grado, grazie anche alla propria recuperata sovranità monetaria, di competere con Cina India Brasile e (ammesso che reggano) USA e così difendere il proprio modello socioeconomico e culturale che ha consentito ad alcune generazioni dopo l'ultima guerra mondiale di prosperare. La globalizzazione a guida monetarista, invece, decreterà presto la definitiva scomparsa del nostro modello a favore prima di quello statunitense (è in questa chiave che bisogna leggere l'azione di Marchionne: gli operai americani non possono accettare che siano mantenute condizioni migliori ai loro omologhi italiani, adesso che stanno nello stesso gruppo industriale...) e dopo di quello cinese. E quest'ultimo comporta necessariamente, giacché non si possono mantenere masse di lavoratori a condizioni di semi-sussistenza con le buone maniere, la fine anche della sovrastruttura ideologica che chiamiamo democrazia...
Invece non solo l'unica cosa che si è realizzata è l'unione monetaria, ma questa è stata improvvidamente estesa a realtà molto meno compatibili in termini di indici di economia reale di quanto già non fossero tra loro i Paesi dell'area euro originaria, realtà che in pratica si sono consegnate mani e piedi ad un istituto controllato da privati non eletti come la BCE che ragiona all'interno dei suoi interessi e dei suoi dogmi senza minimamente preoccuparsi non dico del benessere ma financo della sopravvivenza fisica dei cittadini europei. Ecco la crisi greca poi quella irlandese e ora chissà quale altra: se la moneta deve rappresentare la ricchezza reale, due Paesi che sono in questa molto diversi tra loro non possono avere la stessa moneta, punto e basta, e se quello più povero ci prova ne esce con le ossa rotte (tecnicamente, i due Paesi tendono a un punto di equilibrio probabilmente molto al di sotto del livello di piena occupazione del Paese più povero).
Prima del monetarismo la funzione della moneta era, e speriamo dopo tornerà ad essere, proprio esattamente consentire che in un economia si possano svolgere tutti gli scambi necessari a che tutti lavorino e abbiano un tetto e da mangiare, più poi magari pure qualcos'altro, eventualmente. Per tornare a questa funzione, quindi, occorrerebbe che si diffondesse una conoscenza politica di questi temi tale che riemergano prima e diventino maggioritarie o comunque incidenti poi forze politiche che si pongano come obiettivo una Unione Europea ristretta e a moneta sovrana che difenda la piena occupazione dei propri cittadini, o in subordine uno Stato nazionale a moneta sovrana che tenti la stessa cosa. Il secondo scenario è più semplice da tentare ma con molti maggiori pericoli, sia in assoluto perchè di dimensioni insufficienti a reggere l'urto internazionale (sarebbe classico il vaso di coccio tra i vasi di ferro) sia perchè in Italia si dovrebbe fare i conti con l'innata propensione all'irresponsabilità (eh si, basta guardarsi allo specchio) che ci contraddistingue specie nella dicotomia tra morale pubblica e utile privato e immediato.
Anche ammesso che questo movimento di idee nasca e si rafforzi, però, a complicare la faccenda interviene il fatto che non è solo la Banca centrale a creare moneta, ma anche il circuito bancario e quello finanziario, e negli ultimi decenni questi hanno sempre più agito in maniera autoreferenziale ed incontrollata:
  • il giochino delle banche di riprestare più volte gli stessi soldi (tecnicamente si chiama "riserva frazionata", in pratica le banche sono obbligate a tenere in cassa solo una frazione dei soldi che fanno girare dopo averli presi in prestito dalla banca centrale pagandole un interesse basso chiamato "tasso di sconto"), che se svolto con misura è un volano per l'economia e la trasmissione della politica economica, costituisce un fattore di rischio in caso di cortocircuiti nel sistema di controllo (il controllore controllato dai controllati) come quelli in vigore (ricordo che sono le stesse banche a dividersi la proprietà delle banche centrali privatizzate e queste ultime quella della Banca Centrale Europea). Così, col tempo la frazione si è ridotta al minimo: oggi è al 2%, significa che ogni 100 euro prestati dalla banca centrale alle banche private si crea moneta per 5000 circa (chi non si fida si legga i conti qui);
  • il circuito finanziario è infinitamente più complesso: vediamolo, anche se correndo il rischio di schematizzare troppo. Le borse nascono per convogliare direttamente alle imprese i soldi dei risparmiatori, e fino a che hanno fatto solo questo il loro ruolo aveva effetti ciclici funzionali. Se la mia azienda ha bisogno di soldi, infatti, o li prendo a prestito dalle banche oppure la quoto in borsa, e saranno i risparmiatori a darmeli in cambio di azioni, poi se l'azienda va bene la quotazione delle azioni sale e viceversa. Moltiplicando il ragionamento, dovremmo avere tanta moneta finanziaria in giro quanto è il valore in termini reali del totale delle imprese quotate, salvo oscillazioni attorno a questo valore che danno misura dell'andamento finanziario e costituiscono la linea attorno a cui si collocano quelli che ci perdono e quelli che di guadagnano dal giochino. Chi di voi si ricorda di quando negli anni 80 cominciarono a girare i consulenti finanziari? Si trattava dei primi (a ricordarli oggi "teneri") soggetti che avevano capito che la lontananza di quel mondo da quello della concretezza poteva consentire un certo margine per guadagni troppo spesso legati a schemi detti "di Ponzi" o "catene di Sant'Antonio". Tanti, anche quelli che giurano di no. Soprattutto quelli. Pian piano, l'economia finanziaria si è trasformata fino ad essere rappresentata in massima parte da titoli che inglobano titoli che inglobano titoli e scommesse sull'andamento di altri titoli eccetera. Ecco che i prezzi delle materie prime, ad esempio il petrolio, o delle case, sono determinati dalla domanda e offerta non più di di quei beni sul mercato ma dei titoli che scommettono sull'andamento dei loro prezzi. Ecco che può capitare di essere spinti ad accendere un mutuo e ritrovarsi dopo pochi anni a non poterlo più né pagare né estinguere, perché la casa ormai vale molto meno delle rate ancora da pagare.
Ed ecco che non c'è più nessun modo realistico per uno Stato sovrano di controllare la quantità di moneta circolante sul suo territorio, ad esempio quella che basterebbe alla piena occupazione dei suoi cittadini: decidono i mercati finanziari e le autorità monetarie internazionali che tipo di fase deve attraversare questo o quel Paese, se una in cui ci sono soldi per tutti (sempre di più per pochi, ma un po' anche per tutti gli altri) o una in cui i molti finiscono alla fame per consentire ai pochi di continuare al livello di prima. Tanto è vero che in quest'ultima crisi finanziaria internazionale quasi mai si sono trovati i soldi per consentire di salvare la pelle ai cittadini, quasi sempre ce ne sono stati - e tanti - per tappare i buchi alle banche, e sto parlando si soldi pubblici quindi anche miei e vostri. Quegli stessi soldi che un governo democratico non monetarista avrebbe potuto usare per garantirvi servizi ottimi più o meno gratuiti e lavoro. La provocazione di Cantona dunque sarà anche stata una boutade senza effetti pratici, ma ci ha preso su quale dovrebbe essere il nemico politico di chi voglia ancora porsi l'obiettivo di una società (capitalistica, per carità: qui non ci sono nostalgici della DDR) che assicuri pane lavoro e possibilità di crescita personale ed economica ai suoi membri.
Alle prossime politiche, quindi, diamo il voto a chi dovesse inserire nel suo programma un radicale ridimensionamento della finanziarizzazione dell'economia, il ritorno alla proprietà pubblica degli istituti di emissione (a livello europeo se possibile, se no nazionale), e una politica monetaria basata sulla funzione primigenia della moneta come strumento ad emissione sovrana a servizio dell'economia reale, cioè circolante nella misura ad essa funzionale. Se nel frattempo gli scandali avessero travolto e disintegrato sia il PdL che di riflesso il PD, avremmo qualche speranza di trovare un tale soggetto politico sulla scheda elettorale.

Approfondimenti:

    2 commenti:

    Lulù ha detto...

    Mi sono persa a metà (io e l'economia: due realtà incompatibili) ma almeno ne so qualche grammo più di prima. Thanks!

    paola ha detto...

    ma quanto abbi studiato per scrivere tutto ciò??? accidenti...

    LA VITA COMINCIA...

    Come fare quando vuoi mandare un pensiero pubblico a qualcuno che non ama i social , non è nemmeno su facebook , e forse nemmeno più segue ...