venerdì 15 aprile 2016

VIOLA CONTRO TUTTI

Questo blog è qui da luglio 2009, ed ogni anno più o meno gli ho cambiato grafica, per quanto la duttilità di blogspot (peraltro, crescente) mi consente, con un solo punto fermo: il tema deve contenere come colori principali il nero e l'arancio, declinati come viene, affiancati a seconda, ma ci devono essere. La ragione, che alcuni di voi già conoscono, è che il sottoscritto, uno dei pochi maschi italiani che non segue il calcio, è tifoso da sempre della Viola Basket Reggio Calabria, come seguendo il tag "basket" si può facilmente capire
Quando vi crescevo io, Reggio Calabria era una realtà se possibile ancora più degradata di adesso, che tra mille difficoltà e qualche equivoco cerca di uscire dal tunnel in cui l'aveva riprecipitata un centrodestra rapace e capace di vanificare in parte la primavera reggina di Falcomatà padre. Noi tra fine anni 70 e anni 80 si passeggiava sul lungomare in vista di cantieri decennali, con nessun locale degno di questo nome al centro e due o tre solo in periferia o fuori città, ma tanto i soldi erano pochi e ci si andava raramente. C'era la guerra di mafia, coi giornali che tenevano la contabilità dei morti ammazzati praticamente ogni giorno in un posto diverso come a completare la mappa cittadina. E prima e dopo la guerra, il racket che faceva saltare saracinesche con la stessa scansione topografica e quasi la stessa frequenza (mentre il presidente della Reggina titolare di una ditta di vigilantes dichiarava sull'Espresso che a Reggio il racket non c'era...). Cosicchè, di andar via, se crescendo non te ne veniva la voglia, te ne prendeva la necessità, perchè di metterti in proprio in quel clima non ti veniva proprio in mente, e se volevi lavorare dovevi andartene, o vincendo qualche concorso al nord o comunque in ogni caso...
In questo scenario, che vi assicuro nemmeno ve lo descrivesse un Camilleri riuscireste a rivivere figurarsi con le mie frettolose parole, c'era una sola luce: la Cestistica Piero Viola. Il giornalista Giusva Branca, prima di diventare Presidente dell'attuale società, lo ha scritto benissimo in un libro, Che anni quegli anni, non so se lo trovate ancora... E questa luce ha dato orgoglio e coraggio a tutta la città, dentro e fuori il tunnel che ha attraversato e riattraversa. Dovendo peraltro affrontare una serie di peripezie sportive da cui in un modo o nell'altro si è sempre rialzata, anche quando gli hanno rubato scudetti quasi in tasca o quando il fallimento ha imposto cambiamenti e ridimensionamenti.
Ebbene la notizia è questa: da quel libro è stato tratto un film, si chiama Viola contro tutti, e (è ufficiale, nell'immagine qui sopra il palinsesto online) sarà in onda in seconda serata domenica 17 aprile su Raisport, canali 57 e 58 del digitale terrestre, quindi in chiaro. Vi invito tutti a vederlo, reggini e non, emigrati e non, sportivi e non. Intanto questo è il trailer:

mercoledì 13 aprile 2016

G.C.

Ci accomunavano le iniziali e poco altro. Non faceva nulla per rendersi simpatico e infatti lo era a pochi, e non molto neanche a me. Era esageratamente ottimista sulla democrazia diretta via web: francamente io sono più dell'idea che ogni strumento può essere usato bene o male, e anche se da giovane aspirante pubblicista mi ero addirittura lanciato su Parallelo 38 a un (ops...) parallelo tra le possibilità aperte dall'era informatica e le prime istituzioni democratiche nella Grecia antica (il pezzo si chiamava "Tante tavolette di terracotta", alludendo all'ostracismo e al silicio dei processori...), già a metà anni 80 avvertivo un pericolo nella tendenza allora agli albori di "abbassare" la soglia minima di evoluzione necessaria all'uso delle macchine piuttosto che "innalzare" il livello di alfabetizzazione di tutti alla "nuova scrittura", ed oggi - ad analfabetismo di ritorno già bello e realizzato - che tutti sappiano votare con uno smartphone mi pare semmai garanzia di bassa qualità delle decisioni e di alto grado di manipolabilità (e sennò non avremmo avuto i peggiori vincitori di Sanremo negli anni in cui contava di più il televoto...). E sono certo che ha ragione chi temeva questa sua ingenuità, e forse anche l'esistenza di suoi lati "oscuri". Ma Gianroberto Casaleggio passerà alla Storia per essere stato l'agente catalizzatore di un radicale cambiamento d'idea in Beppe Grillo (cosa di cui certo sono capaci solo le persone intelligenti, ma magari talvolta con l'aiuto di qualcuno e/o del destino...), avendolo voluto incontrare dietro le quinte di uno show durante il quale spaccava a mazzate un computer, per fargli capire che stava sbagliando... E si, anche per aver contribuito enormemente alla nascita e all'affermazione del MoVimento 5 Stelle, ma ciò solo se, dato che la Storia la scrivono i vincitori, questo riuscirà a realizzare il suo progetto, cambiando finalmente il nostro sciagurato Paese. Altrimenti, se la parabola dei grillini dovesse chiudersi prima, solo per gli aneddoti e la fama da "guru"...
La soglia su cui scorrono le sliding doors su questi due scenari, per reiterata affermazione dello stesso Renzi, è il referendum confermativo delle sciagurate riforme costituzionale approvate proprio oggi, approfittando della (ok, comunque non decisiva...) rinuncia per lutto dei grillini all'attuazione del promesso ostruzionismo. Ho già scritto troppe volte di queste riforme, ricalcanti in senso peggiorativo quelle berlusconiane solo pochi anni fa bloccate da un referendum analogo a quello del prossimo ottobre grazie anche a un PD allora compatto nella difesa della nostra Carta; adesso basti ricordare che l'effetto combinato di queste e della nuova legge elettorale è rendere possibile anzi probabile uno scenario per cui un partito col 30 per cento dei voti, ma anche meno, prenda la maggioranza assoluta dei seggi dell'unica Camera con potere legislativo, e quindi controlli senza problemi l'esecutivo direttamente, la Corte Costituzionale attraverso i meccanismi di nomina che ci si è appositamente scordati di adeguare al nuovo assetto, l'esecutivo attraverso questi squilibri complessivi, anche perché sono andati a toccare anche le norme di revisione Costituzionale cosicché il vincitore possa ulteriormente distorcere le regole a proprio favore (finendo di distruggere la stessa Carta) senza argini di alcun genere. Se, nonostante il prevedibile battage di un'informazione mai così serva del potere, riusciremo a fermare questo obbrobrio e mandare a casa Renzi e nel dimenticatoio il partito-bestemmia, avremo modo di tentare di ricostruire la democrazia in Italia, altrimenti ciccia.
Dico questo non solo per omaggiare chi non lo può più dire, e però ci ha lasciato in mano un'arma funzionante e adeguata alla bisogna. Lo dico anche perché, al di là di quella che sarà la parabola storica del movimento fondato da Grillo e Casaleggio, è chiaro come il sole qual'è la parte cruciale del loro messaggio, quella che farà la differenza se verrà colta o meno, a prescindere di chi o quale partito o movimento la dovesse attuare. E' che i meccanismi di selezione della classe politica in Italia, sia nella Prima che nella Seconda Repubblica figurarsi nella Terza così come la stanno impostando, sono la costante di perversione che ha tenuto lontano il nostro Paese dal concetto di "democrazia di fatto". Molto lontano. E non per caso: dovevamo avere sovranità limitata, per ragioni che nella storia sono cambiate magari ma senza cambiare il risultato. Questa l'ho già detta, mi pare, ma la ripeto perché ci sta, in morte di GC: io sono ancora convinto che il M5S, se dovesse riuscire ad andare al governo e restarci abbastanza a lungo, abbia il programma giusto per moltissime dimensioni. Ma di queste ce n'è una che basterebbe, se per qualche accidente venisse attuata, che so anche se venisse cavalcata per opportunismo dagli altri schieramenti che odorassero il sentimento popolare, a cambiare l'Italia: i meccanismi di selezione della classe politica, appunto.
Nessuno deve potere vivere di politica per tutta la vita, il concetto di carriera politica deve essere limitato a un periodo di tempo relativamente breve (10 anni al massimo) durante il quale il politico (tornando al senso etimologico del termine "candidato") deve rinunciare a priori alla privacy per ogni aspetto pubblicamente significativo, reddituali e patrimoniali in primis. Trasparenza totale da prima a dopo il decennio di attività, con inversione dell'onere della prova su qualunque forma di arricchimento: ci stai? vuoi fare ancora "servizio civile in politica"? firma qui e prego, avanti c'è posto. Ah, no? pazienza, fatti indietro e avanti un altro... O così o siamo finiti. Passate parola, o così o siamo finiti, anche se vinciamo il record del mondo di riforme costituzionali e slogan in inglese maccheronico. Chi l'aveva capito per primo ci ha lasciati, ma con delle possibilità in mano. Usiamole.

lunedì 11 aprile 2016

VILLA LUCA FLORES, PALERMO

Credere all'efficacia delle petizioni on-line è divenuto, con velocità proporzionale al loro moltiplicarsi, più illusorio (e per la stessa ragione, anche se in scala diversa) che per i referendum abrogativi, e (per citare Peppino) ho detto tutto. Tuttavia, iniziative che si pongano obiettivi molto lontani dai massimi sistemi, e lo facciano in ridondanza con altre attività, di modo che la raccolta di firme dia un sostegno effettivo ai promotori, sono ancora praticabili. E quando te le propone una persona seria, che sai che se non se fosse occupato personalmente non ti avrebbe contattato, non solo fai un'eccezione e firmi, ma ti senti anche in dovere di dare per quanto nelle tue possibilità una mano, like su Facebook a parte. Per cui eccoci qui.
A questo link è possibile firmare, dopo aver capito perchè non è scelto a caso, perchè uno spazio della città di Palermo venga intestato a Luca Flores, che magari il nome non vi dirà niente ma magari invece avete visto o almeno sentito nominare il film Piano, solo con Kim Rossi Stuart di qualche anno fa. Se ancora non vi si è illuminata la classica lampadina, neanche con l'aiuto di Wikipedia, su questo straordinario pianista jazz che quest'anno avrebbe compiuto sessant'anni, morto suicida vent'anni fa, ci sono anche articoli (ad esempio questo), libri (ad esempio questo raffigurato qui affianco, oltre a quello di Uolly da cui è tratto il suddetto film), e una bella canzone di Simone Cristicchi (Quattro minuti e ventotto secondi) con questo testo bellissimo:
Maledetta sia la scala in mi minore,
descrizione magnifica del dolore
al di la degli 88 tasti... andare.
Maledetto il Mozambico e l'incidente,
fermo immagine e nitido nella mente
sotto il sole veder morire tua madre...
Le meccaniche di un piano sono semplici,
quelle della mente sono prevedibili,
lascia cicatrici sui polpastrelli l'amore.
Quattro minuti e ventotto secondi, quanto lontano riesci a volare?
Quattro minuti e ventotto secondi, quanto profondo può essere il mare?
Quanto lontano puoi arrivare...?
esplorare il bianco e nero di una tastiera,
decifrare in un sogno la vita intera,
lo spartito di un'opera incompiuta.
Raccontare il percorso di una lacrima,
suonare ogni nota come fosse l'ultima.
la musica ha un solo linguaggio: quello dell'anima...
Quattro minuti e ventotto secondi, quanto lontano riesci a volare?
Quattro minuti e ventotto secondi,quanto profondo può essere il mare?
Quanto lontano puoi arrivare...?
Ma niente di tutto questo vale quanto l'ascolto, anche non essendo (come peraltro chi vi scrive) patiti e competenti di jazz, di quello che Flores suonava. I motori di ricerca vi aiuteranno, io vi saluto con questo. E firmate la petizione web, please!


martedì 5 aprile 2016

NO CUBATOUR? AHIAHIAHI....

Non sono mai stato un buon turista, ma della cosa non mi è mai dispiaciuto troppo. Sarà stata la perenne condizione economica di "muru a muru c'u spitali", bellissima espressione riggitana per dire in bilico o se preferite sul filo del rasoio (nella fattispecie, del rosso del conto), ma non ho mai fatto vacanze lunghe e costose e raramente sono uscito dall'Italia, mai allontanandomene troppo, e nemmeno l'amicizia di persone globetrotter mi ha suscitato invidie, neppure costruttive. Si, certo, talvolta avere la possibilità di un viaggetto in più, figuratevi, magari... Ma, ripeto, mai sofferto troppo di non potere, e quindi, siccome se uno gli piace davvero una cosa il tempo e il modo di farla li trova, se non si può pazienza. E mai però ragionato troppo sulla faccenda: è così, e pace, nella vita ho altre priorità: provate a togliermi il tennis (finché ce la faccio) ...
Poi sti giorni in TV le immagini di Obama a Cuba, la narrazione ridondata della fine di un'era (a precedere quella dell'embargo, finora solo annunciata), hanno cominciato a farmici rimuginare: a Cuba si che mi sarebbe piaciuto andare, ma non in un villaggio turistico, no, proprio a viverci per qualche tempo, magari qualche mese, come più di qualcuno mi ha raccontato di avere fatto, quello si che è viaggiare!... e forse ora è già troppo tardi. E allora ho capito, forse, perché non sono un buon turista nel senso comune del termine.
Il termine deriva dal Grand tour che i rampolli ricchi a un certo punto hanno preso a fare specie nel sud Europa, e nasce con la rivoluzione industriale esattamente assieme all'industria turistica, ad opera di un Cook (non l'esploratore...). Per cui è ab origine che il concetto stesso è legato ad un differenziale di disponibilità economica. Ora, è indubbio che quasi ogni occidentale è portatore di un differenziale di disponibilità economica nei confronti di quasi ogni non-occidentale. E il divario è andato crescendo nei secoli, proprio dalla rivoluzione industriale in poi e grazie a guerre e colonialismi vari, fino a che la globalizzazione non ha invertito il trend, brutalmente sostituendo l'idea romantica che avremmo potuto esportare il nostro progresso nelle condizioni di vita e nei diritti civili con l'idea tardo-capitalistica che il livellamento sarebbe stato verso il basso in entrambe le dimensioni. Ma questo è un ragionamento di medio/lungo termine, in una foto dell'oggi il differenziale sussiste. Ora, non so perché (qui non si è migliori o peggiori, sto solo descrivendo una situazione), sarà per una di quelle abitudini introiettate da piccoli. Per capirci, i genitori ti dicono e ridicono che non si mangia senza pane, perché loro da piccoli il pane non lo avevano e se lo avevano era con quello che dovevano riempirsi la pancia non certo col pochissimo companatico, e tu non sei certo nelle loro condizioni di allora ma impari talmente tanto a mangiare col pane che oggi non sai farne a meno, se mangi un'insalata senza pane ti sembra di digiunare. Ecco, è la stessa cosa. C'è chi riesce a portare con disinvoltura quel differenziale in giro per il mondo, magari giustificandosi nell'intimo con la buonissima ragione che viaggiando effettua proprio una redistribuzione proletaria, che sarà piccola ma se tutti un po'... insomma, certe economie col turismo ci campano, eccetera eccetera. E c'è chi non ci riesce, chi percepisce per empatia l'odio intimo che cova sotto la gentilezza. No, grazie, mi si dica pure che è come per la volpe e l'uva, ma io viaggio poco, e quel poco preferibilmente in posti dove questo non può capitare.
Tutto questo per giustificarmi del fatto che parlo di Cuba senza esserci stato. Forse non dovrei, forse davvero andandoci uno si renderebbe conto soprattutto della povertà e della mancanza di libertà. Ma forse anche della dignità di un tenore di vita modesto ma senza sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per impedire il quale, e proteggere un contesto di diritti diffusi e fattivi come quello allo studio e alla salute, è forse il prezzo giusto quella presunta mancanza. E magari pure del fatto che quel tenore di vita va confrontato con quello che c'era prima della revolucion e quello che ci sarebbe stato se questa avesse fallito, e quelle libertà con quelle ben inferiori che l'imperatore ha lasciato che avessero in tutti questi decenni tutti gli altri popoli dell'America Latina. Senza contare che nessuno può dire quale sarebbe quel tenore senza sessant'anni di embargo (che ancora oggi si annuncia soltanto di eliminare, e vedrete si concederà solo al prezzo di rinunciare del tutto al socialismo), e quali libertà si sarebbe potuto permettere il "regime" se non fosse stato sottoposto a un lunghissimo assedio.
Ecco perché e percome stona quello che ci racconta il mainstream oggi. L'orgoglio di un popolo-simbolo, che ha resistito per decenni all'omologazione e ancora oggi si permette gesti come questo, impercettibile e infatti non notato quasi da nessuno, tanto simile a quello con cui un bimbo fiero si sottrae all'assoggetamento simbolico da parte del grosso gradasso.
No, non è una buona notizia la "fine" di Cuba, cioè dell'idea stessa che è possibile qualcosa di diverso, idea che è esattamente ciò che ha consentito, dovunque è stato tentato ma segnatamente nel sudamerica degli ultimi anni, di realizzarlo almeno un po'. Forse è per questo che l'America aveva, ed a guardare bene ha ancora, "paura", al punto di "vedere in uno Stato in miniatura questa orribile minaccia". Forse è per questo che Cuba invece non finirà mai.


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