VOLEVO ESSERE UN SUPEREROE

Quando ero ragazzino mia madre mi fece ai ferri un maglione aderente rosso e nero, e io quando lo indossavo mi sentivo una specie di IronMan, pensavo di volare grazie a dei getti che uscivano dai palmi delle mani che potevo anche usare come arma puntandoli verso i nemici. Non ero granché, come supereroe, anche perché come si può facilmente dedurre non potevo insieme volare e sparare, ma insomma avrò avuto otto anni e a un bambino di quella età gli si può perdonare anche una tale ingenuità diciamo così progettuale.
I miei genitori litigavano da sempre, e avrebbero continuato a farlo fino a una separazione definitiva fin troppo tardiva: la mia infanzia finì brutalmente quando venni investito da mia zia del compito di vigilare sui miei genitori perché non si facessero male, avevo tredici anni ma ne dimostravo dieci, e da quel momento me ne sentivo cento. Smisi di essere un supereroe e divenni un poeta ermetico, pensavo alla morte continuamente, quasi come al sesso: credo sia normale per un adolescente, forse meno normale fu la mancanza di transizione ma tant'è, sono sopravvissuto e non mi lamento.
Erano gli anni settanta, c'era un'idea di famiglia a cui non si poteva non aderire, certo si poteva non strumentalizzare i bisogni di un ragazzino e risolversi le faccende tra adulti, ma è andata così e tutto sommato è stato un bene: è allora che ho cominciato ad essere quello che sono, uno che si è costruito un proprio sistema di valori e gli è fedele a qualsiasi costo.
Per tutti questi motivi, sono uscito dalla visione di La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo quasi incantato: il ragazzino di una decina d'anni negli anni 70 napoletani ha un cugino che si crede Superman che a un certo punto, per farla breve, gli suggerisce dall'alto della sua follia fantasmatica di essere se stesso, perché è l'unico modo che ha di farla franca, di non fare la sua finaccia. E poi ci sono le corna in famiglia, le chiamate senza nessuno all'altro capo del telefono grigio a disco, la mamma esaurita, l'amante alla fine respinta, e insomma tutto quell'armamentario sistemico che ho respirato tanto da diventare asmatico e non volerne più sapere costi quel che costi.
Le mie scelte di vita successive probabilmente devono più a questo substrato di esperienze che alle tante seguenti, come potrebbe invece sembrare a un esame più superficiale. E ne sono tanto orgoglioso che non mi importa quello che ho dovuto pagare in termini di mancata "realizzazione" nelle dimensioni che "normalmente" si danno a questo termine: economica, familiare, sociale. Tanto prima o poi tutti quella fine facciamo, la vita è uno di quei viaggi dove conta il percorso che fai non la destinazione. E se il tempo è finito prima e infinito dopo, qualunque fede tu abbia o non abbia, il momento che te ne vai deve necessariamente essere indefinitamente lungo, e forse è proprio quel momento il paradiso o l'inferno (è qui la chiave del successo "commerciale" della confessione). Ecco che tentando di vivere sempre nel rispetto dell'etica che ci si è dati si ha qualche fondata speranza di essere sempre pronti a morire. E' per questo che si dice che l'amore non teme la morte, cosa credevate? Io amo, eccomi qua petto al nemico, sparate, colpitemi se siete capaci. Tanto il nemico non sa sparare, e se riesci ad uccidermi è solo perché tenevi la kryptonite nella borsa...

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