RIO ADDIO

La cronaca fornisce lo spunto per allontanarsi un momento da un argomento pesante come il terrorismo, occupandosi di uno leggero come l'atletica omonima. Almeno, apparentemente, se è vero (come probabilmente è vero) che per trovare le vere cause e i veri obiettivi della vicenda doping russo bisogna cercare nel campo della geopolitica mondiale, che si sta ridisegnando lungo un nuovo fronte, come la complessa vicenda turca pare confermare.
Ma su queste cose ci torneremo, oggi si parla di sport, e del respingimento da parte del TAS (il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna) del ricorso di 68 atleti russi, tra cui la pluricampionessa dell'asta Isinbayeva, contro l'inedita decisione dell'IAAF (la federazione internazionale di atletica) di escludere dai giochi di Rio non già i soli atleti di cui si è provato il doping, ma tutti gli atleti di una federazione, per provata complicità organizzata di quest'ultima.
A meno di un immediato dietrofront delle autorità sportive mondiali nei prossimi giorni, tanto improbabile che anzi si dice vogliano estendere il blocco ai russi dalla sola atletica leggera a tutte le discipline (!), si tratta di un provvedimento di straordinaria gravità sia nella portata che per il vulnus irreparabile che introduce nella giustizia sportiva. Il principio della responsabilità oggettiva, infatti, finora era stato applicato al massimo ad una squadra per il comportamento di alcuni suoi tesserati o dei suoi tifosi, e anche allora non senza controversie in merito alla sua legittimità: se i miei ultrà creano gravi incidenti allo stadio, perché devi penalizzare la squadra? se alcuni miei giocatori scommettono perché devo retrocedere io? La ragione, si diceva, è che tu dovevi vigilare e non l'hai fatto, e se io non ti punisco ti lascio incassare indebiti benefici da comportamenti non tuoi e ciò funzionerebbe da incentivo per te e per altre società in futuro a tollerarne/sollecitarne di simili. Ma di tutto ciò in una nazionale olimpica di atletica (e meno che meno in tutta la rappresentativa di quella nazione) non ha alcun senso, perché questa NON è una squadra se non in senso lato, e gli sportivi gareggiano sotto le sue insegne si ma ciascuno per sé. Si dirà che questo in fondo è vero anche per un calciatore, ma infatti se una squadra viene retrocessa dalla A alla B per responsabilità (oggettiva o meno) nulla vieta a ciascuno dei suoi giocatori che non abbia anche sue responsabilità soggettive (per le quali avrebbe semmai una squalifica personale) di giocare in serie A in un'altra squadra. Qui si sta impedendo a persone innocenti fino a prova contraria (magari lungo carriere strepitose), senza neanche discutere della loro pulizia individuale o meno, di partecipare alla manifestazione per cui sono anni che si allenano e si sacrificano. Se anche uno solo degli ingiustamente esclusi non avesse mai avuto niente a che fare col doping, si tratterebbe di un vero e proprio delitto, perpetrato attraverso un mostro giuridico che mette una pietra tombale sull'esistenza stessa delle istituzioni sportive mondiali.
Che poi sia improbabile per un atleta di quel livello di essere ed essere stato sempre "pulito", è un altro paio di maniche e però riguarda tutti gli atleti e non solo quelli russi. E' un discorso vecchio, già affrontato anche su queste pagine: forse bisognerebbe deporre ogni ipocrisia e chiamare "medicina sportiva professionistica" il doping, unendo in un unico organismo pubblico chi attualmente si occupa di doping e chi di antidoping perché sperimenti alla luce del sole su persone consenzienti pratiche che migliorino l'efficienza della macchina corpo umano senza danneggiarlo o distruggerlo. Ma se vogliamo continuare con l'andazzo attuale, e tenere su un baraccone di serie B a combattere uno di serie A, allora dobbiamo comunque pretendere che il primo agisca nei binari della legalità. Nessuno può essere condannato per reati che non ha commesso: se si deroga a ciò, si passa nel campo dei fuorilegge: ha ragione il ministro russo.
E ha ragione anche la bella astista dai mille record, che farà bene a ritirarsi mandandoli sonoramente affanculo:
"E' il funerale dell'atletica leggera. Adesso tutti questi sportivi stranieri pseudo-puliti possono tirare un sospiro di sollievo e vincere le loro pseudo-medaglie d'oro in nostra assenza".
Ve lo dice chi per ragioni anagrafiche ha già seguito, sopportando l'amaro in bocca, Montreal 76 senza africani, Mosca 80 senza occidentali (a parte i nostri, partiti sotto la bandiera del CONI anziché il tricolore, e facili trionfatori, che magari avrebbero vinto comunque - ad esempio Mennea e la Simeoni - ma così si son visti svalutare i loro ori) e Los Angeles senza blocco sovietico, ma sempre per boicottaggio volontario mai finora per decisione disciplinare: o permettono agli atleti russi non colpevoli individualmente di partecipare, oppure queste olimpiadi di Rio è meglio che le annullano proprio, ci fanno più figura.

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