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14 - COLOMBO

C'era solo una cosa più mitica del trench, in
quei vecchi telefilm: la Peugeot 403 cabrio.
E siamo arrivati al racconto numero 14 di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi). Qui il legame col testo di canzone di cui è la "versione in prosa" (l'astronauta sognatore/narratore qui è un giovane greco) è parecchio stretto, arrivando a riprodurne persino la tripartizione (navigatore/detective/uccello) legata all'alone semantico del termine. La canzone nasce come veloce rock ballad, coi versi del ritornello più corti e "cantati", ma (come per gli altri testi) se vi piace potete metterci la musica che volete (ve lo ripeto tutte le volte, anche se ormai dispero che riuscirò mai a piazzarne uno, eppure non chiedo soldi, mah, saranno troppo scarsi, o troppo poco adatti ai tempi, o entrambe le cose...).

14 - COLOMBO

Colombo sì che era un navigatore, non noi. Ci hanno fatto dei test, ci hanno chiuso in questi bozzoli criostatici, ed hanno programmato un cervellone NIP-OP per svegliarci solo in caso di avvicinamento ad un pianeta con caratteristiche compatibili alla nostra biologia. Potremmo viaggiare per millenni, ma che avventura sarebbe? Colombo no, lui voleva qualcosa di preciso. Intanto conosceva Talete e gli altri presocratici , precursori di Copernico, perciò sapeva che la Terra era tonda, ed era sicuro che navigando verso Occidente sarebbe arrivato ad Oriente, prima o poi. Ma, appunto, non sapeva quanto ci sarebbe voluto, e quindi ci volevano navi grandi e tanti uomini. A chi chiederli, se non ad un re? Ad una regina, che domande!
I viaggi per mare ai tempi erano davvero duri, quanto noi non riusciamo ad immaginare e non affronteremmo mai. C'era la carne secca, e poco altro cibo che poteva reggere tanto tempo senza marcire, e le malattie da carenze alimentari, specialmente vitaminiche, erano frequentissime, per non parlare di quando a bordo scoppiava un'epidemia di qualcosa. Si era sempre tutti sporchi, pieni di parassiti, raffreddati, ed ubriachi. Le donne, quelle bisognava inventarsele: guai, se eri giovane e carino, a tentare la carriera del marinaio! A meno che non fossi anche forte ed armato, o non ti piacesse prenderlo a quel posto, s'intende. Che poi "guai a provarlo, magari ti piace", diceva sempre il vecchio Aristoteles.
Questi era un anziano marinaio dalla pelle ovviamente abbronzatissima, ma anche dura e grinzosa come di cartapesta, che alle rughe della fronte ci potevi incastrare le biro. Aveva di certo visto le rotte che erano state di Ulisse e degli altri eroi achei, ma oramai non gli restava altro che ogni tanto costeggiare col suo gozzo facendo finta di pescare, e la maggior parte del tempo stare seduto a riva accanto alla sua barca sbrogliando e riimbrogliando la sua rete mentre ci raccontava storie fantastiche, a noi ragazzini di un'altra epoca. Io lo ascoltavo a bocca aperta, un po' per le cose che diceva, un po' perché mi stupiva sempre vedere spuntare dai bermuda, all'altezza del ginocchio quindi, la sua enorme palla spelacchiata di vecchio ernioso.
C'era una delle sue storie che mi intrigava più di tutte le altre, un po' perché il protagonista dava il nome al nostro mare, un po' perché mi intristiva e mi inquietava da morire, e poi perché... non sapevo perché, e l'avrei scoperto da grande, quando mi avrebbero chiesto a bruciapelo perché avessi scelto di studiare semiotica. Il motivo, infatti, era nella storia di Egeo e Teseo, paradigma di tutte le incomprensioni della storia dell'umanità, esempio classico del rapporto significante/significato.
Io mi identificavo con Teseo, l'eroe che partiva per andare ad uccidere il Minotauro, e che eroicamente ci riusciva, ma poi distrattamente scordava di sostituire le vele nere con quelle bianche, cosicché - come da accordi - il padre Egeo avesse potuto capire non appena scorte le navi all'orizzonte che l'impresa aveva avuto buon esito. Coraggio e distrazione, antinomia come "genio e sregolatezza": mi identificavo bene; meno bene col vecchio Egeo, il quale, visto che le vele nere per lui significavano che il figlio era morto nel tentativo vano di sconfiggere la Bestia, subito decise di suicidarsi, gettandosi dall'alta rupe di osservazione nel mare che avrebbe preso il suo nome. Al che Aristoteles quasi sempre chiosava: "non fidatevi delle convenzioni, dei segni stabiliti, tra cui i peggiori sono le parole: quasi nessuno le pesa, dà loro l'importanza che dovrebbero avere, il valore che è stato loro assegnato, e quasi tutti si scordano delle parole che hanno detto anche poco prima; per giudicare qualcuno o qualcosa, aspettate sempre che la nave arrivi in porto, e controllate i fatti da vicino".
Anche Colombo sapeva ciò, e purtroppo per lui anche i suoi marinai: non deve essere stato facile trattenerli con promesse di facile ricchezza dall'ammutinarsi, quando il viaggio si stava allungando troppo anche per chi fosse avvezzo alle difficoltà marinare dell'epoca. Cristoforo doveva essere anche un buon affabulatore. Ma neanche lui poteva sapere che il viaggio era stato sì più lungo del previsto, ma anche molto più breve di quanto gli sarebbe stato necessario per arrivare alla sua meta originaria per la strada che aveva scelto. Il mondo era sì tondo, ma anche molto più grande di quanto si aspettasse, e ben diverso per terre e popolazioni. Almeno a giudicare dagli indiani, troppo strani per essere quelli che lui cercava.
... ...
Colombo sì che era un detective. Adoro quei vecchi telefilm. Persino gli ultimi, quando un Peter Falk oramai decrepito impersonava il tenente in pensione che, invidioso del figlio che ne aveva preso il posto nella squadra omicidi, e soprattutto molto apprensivo per lui, lo seguiva come un'ombra nelle sue indagini rischiando sempre di comprometterle, ed invece alla fine essendo decisivo nella loro risoluzione. Scontati ma divertenti, si, comunque io preferisco di gran lunga quelli delle serie classiche, quelle di 50/60 anni fa. Sì, quelle in cui il tenente col trench sdrucito e il vecchio spider Peugeot incastrava un ricco assassino ogni puntata, girandogli intorno come le mosche alla merda fino ad inchiodarlo, e costringerlo a confessare. Sempre, invariabilmente.
Una volta Aristoteles mi raccontò che in gioventù gli era capitato di vivere, tra un viaggio e l’altro, per un po' a Genova, in Italia, dove in un bar del porto aveva fatto amicizia con un vecchio ubriacone che sosteneva che l'avevano costretto a dimettersi dalla magistratura. Diceva che era uno tosto, uno che i delinquenti li inchiodava, che aveva costretto ad ecclissarsi una serie di grossi papaveri tanto che ad un certo punto saltò un'intera classe politica, e parve profilarsi anche un profondo rinnovamento morale in tutto il Paese. Aveva rovinato un certo Crax (che poi sarebbe morto in esilio, trascinando nel fango con le sue ben documentate memorie tutti i suoi complici) perché aveva fatto confessare tutti i suoi scagnozzi, politici e non. Beh, quasi non ci credetti quando mi disse come si chiamava quel magistrato: Colombo! Come il mio tenente!
Divenne il mio eroe, ed io chiedevo tutti i giorni ad Aristoteles di raccontarmi qualcuna delle sue imprese. Ora, non so quanto davvero visse in Italia il mio amico marinaio, e quindi quanto ne potesse sapere sul serio, ma non l'ho mai visto fermarsi di fronte ad ostacoli banali come una certa ignoranza dei fatti: lui li integrava, arrotondava, aggiustava, e alla fine erano più veri del vero. Mi narrò di un vecchio con la gobba e le orecchie a punta che sembrava un demonio, e forse lo era perché governò più o meno occultamente l'Italia e la Mafia per oltre sessant'anni, durante i quali venne pure processato ma alla fine assolto benché anche le pietre sapessero che era colpevole, e riabilitato, e quindi incensato a reti unificate. Quando fu pubblicata, anche in Grecia, la notizia della sua morte, Aristoteles non ci aveva creduto: aveva sentito dire che Andreopulos, o come diavolo si chiamava, era immortale, e secondo lui stava ancora nascosto da qualche parte, tutto rincurvito e rincartapecorito, a tirare i fili come sempre.
Quindi mi narrò di un tizio calvo e bassotto, pieno di debiti nonostante i munifici aiuti dei suoi padrini politici, che ad un certo punto, vìstosi perso, con gli amministratori delle banche dentro casa, apparve sulle sue reti televisive annunziandosi come l’"unto del Signore", e cominciò a sparare una sfilza di promesse talmente incredibili che lo votarono tutti; e che al governo non ci restò tanto ma non gli importava, tanto in Italia si stava bene anche all'opposizione, e lui in capo a tre o quattr'anni tornò ricchissimo e potentissimo, tanto da mettere in difficoltà quei giudici che, finito di rovinare i suoi compari ed ex protettori, lo avevano preso di mira.
Poi mi disse perfino che anche nell'alta magistratura, cazzazione o qualcosa del genere, c'erano infiltrati uomini della criminalità organizzata, che mandavano tutti i loro amici mafiosi assolti; e che poi, quando ciò non si poté più fare, i politici tutti d’accordo fecero una bella riforma che rimise "sotto cappella" i giudici, inoltre spuntandogli tutte le armi. Un po' come se al mio Colombo avessero impedito quei dietrofront con "un'ultima domanda" che gli hanno fatto risolvere tanti casi. Tra i giudici onesti, allora, i più furbi si buttarono in politica pure loro, i più vigliacchi si adeguarono al nuovo clima, e gli altri si ritirarono a vita privata spendendo la pensione al bar del porto, come il mio eroe.
Certo che i marinai a volte le sparano proprio grosse! Io non posso credere che in Italia siano successe cose del genere, e così recentemente. E' pur vero che a me gli italiani sono sempre sembrati un po' strani: ...pur non essendo razzista, e quindi aborrendo per principio quelle frasi idiote che seguono lo schema "tutti i verdi sono così e tutti i blu sono cosà", ho dovuto notare che tra gli italiani è abbastanza diffuso un certo atteggiamento piacione e infantile, come di latente ma coriacea irresponsabilità... Ma è senz'altro un pregiudizio, un'impressione infondata.
... ...
Colombo, sono solo un colombo. Non sono certo un piccione viaggiatore, né un uccello migratore. Non emigro, io, non mi serve cercare il caldo a costo di affrontare un lunghissimo e pericolosissimo viaggio sul mare aperto; preferisco stare qui anche d'inverno, in piazza c'è sempre qualche turista o qualche vecchietto che ti getta qualche mollichina. Né sono obbligato da un istinto cieco a tornare al mio luogo d'origine, cosicché possano sfruttarmi per recapitarvi dei messaggi: sono pigro, stanziale, e preferisco fare i porci comodi miei piuttosto che quelli degli altri.
Purtroppo, però, da qualche tempo l'aria di Atene si è fatta davvero irrespirabile. L'antica agorà, la piazza dove i cittadini scendevano "a vedere che si dice" , è annegata nella metropoli, assediata dal traffico, colma di smog per dodici mesi all'anno. E poi - sai che c'è? - mi sono stufato! Voglio vedere altri mondi, voglio anch'io valicare il mare Oceano, voglio volare, ma volare sul serio, non quei voletti tra un cornicione e un capitello che ho sempre fatto. Voglio conoscere: parto. Me ne vado in Colombia, che non so dov'è e com'è ma mi suona bene, chissà perché.
E allora volo, volo, volo, sempre più su, vicino al sole. E' meraviglioso, è azzurro, l'aria è leggera, buona, e fa caldo, tanto caldo... Troppo caldo, direi, mi sento quasi sciogliere... Un momento: mi sto sciogliendo davvero! Sono le mie ali a squagliarsi, neanche fossero di cera, e io, io... precipitoooooooooo! Aristoteles, come si chiamava quel tizio che volle volare un po' troppo vicino al sole? Ah, Icaro. Anche lui aveva queste cose strane sotto le piume, queste cose goffe e divine? Ma a cosa serviranno, poi, queste "mani"?

KOLOMBO (STRANISSIMA AVVENTURA D’OCCIDENTE)
Per quanto inusitata fosse questa
stranissima avventura d’occidente
ho ritenuto fosse da tentare:
Copernico ormai non poteva più
attendere il riscontro affermativo
sulla rotondità di questa terra.
Quando ho capito che me la sentivo
sono partito per le Indie.
E per strada
ho trovato
tanto mare,
ma un po’ meno
di quanto io
mi potessi aspettare da Dio:
quanto sono strani, quanto sono strani
questi indiani.
...
Per quanto assai intricata fosse questa
stranissima avventura d’occidente
ho ritenuto fosse da tentare:
coi criminali qui non si può più
che investigare con intraprendenza
cercando di portarli a confessare.
Quando ho capito che in questo paese
le prove non si trovano
son scappato:
ognuno ha
chi può insabbiare,
un protettore
in Cassazione,
e che orecchie e che gobba, per Dio!
Quanto sono strani, quanto sono strani
sti italiani
...
Per quanto ardua e lunga fosse questa
stranissima avventura d’occidente
ho ritenuto fosse da tentare:
dalle altre rotte non si passa più
e poi non sono mica un migratore
le piazze mi appartengono da sempre.
quando ho capito che aria tirava,
“Colombia aspettami” e poi via.
e per strada
ho trovato
tanto sole
che le ali
si son sciolte
e precipitando ho potuto guardare
per la prima volta sotto le mie piume
quell’immagine stessa di Dio:
Quanto sono strane, quanto sono strane
queste mani

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