REQUIEM PER UN QUOTIDIANO

Ebbene si, sono stato un lettore di Repubblica dei primi giorni, ho persino in libreria la ristampa del numero 1. Quando si compravano ancora i quotidiani cartacei, era Repubblica il mio. L'Unità meno, non mi scappava mai solo quando aveva Cuore come inserto, e di Cuore ho la raccolta completa in chissà quale cantina.
Il suo fondatore era un vecchio azionista, ma questa la devo spiegare: il Partito d'Azione era stata la gamba laica della Resistenza, la più piccola ma quella con le meglio intelligenze, senza la quale forse i gamboni credenti, nella trinità o nella dittatura del proletariato poco cambia, non ce l'avrebbero fatta a marciare assieme, e il corpaccione della nascente patria democratica sarebbe finito o in pezzi, o preda di uno dei due dogmi, privo di quella dialettica che ne ha costituito l'architrave di quel che di buono che è diventato.
O dovremmo dire che era, diventato. Perché guarda caso quando Repubblica nasceva si stava svolgendo il tentativo più nobile di riunire le due colonne del Paese per finalmente svincolarlo, a trent'anni e passa dalla sconfitta militare, dalla tutela impostagli dai vincitori, e condurlo a una sovranità compiuta. Gli artefici erano due anziani statisti, uno dei quali morì per un coccolone in diretta pochi anni dopo, quando ormai il progetto era passato in mani altrui ed era diventato un'altra cosa, di valenza opposta, l'altro invece intanto era stato fatto fuori dai brigatisti.
Cioè, dai brigatisti... Sarebbe come dire che quel gol di Cristiano Ronaldo l'ha fatto il suo piede, anzi la sua scarpa, lasciando perdere sia il suo intero corpo perfettamente coordinato nell'esecuzione della rovesciata perfetta, sia il suo cervello che l'ha pensata e ha deciso di eseguirla, sia gli anni e il lavoro che ci sono voluti per forgiarli entrambi, a quel ragazzino che come tutti i suoi omologhi sognava da piccolo di diventare un campione. Moro lo volevano morto in troppi, perché la potesse scampare: gli ottusi e manovrati esecutori, i suoi compagni di partito contrari alla sua linea politica, i poteri forti di qua e di là dell'oceano. E tutti hanno fatto qualcosa o omesso di fare qualcos'altro, perché lui facesse quella fine, e l'Italia non avesse allora quella sovranità che poi non avrà mai più e chissà se adesso davvero si fa quel governo che potrebbe tentare di ridarcela, su mandato di oltre il 50 per cento dell'elettorato.
In tutto questo, Repubblica ha cominciato ben presto a tradire il suo iniziale tracciato di indipendenza e laicità, scodinzolando ai potenti del momento, ma noi non ce ne accorgevamo, intanto perché quando uno da la propria fiducia fatica sempre un po' a revocarla, e poi perché arrivò il catalizzatore Berlusconi, ad avviare una lunga stagione di unità del centrosinistra, quanto apparente lo si sarebbe visto presto.
La parabola del giornale si sarebbe conclusa, così in basso da rendere impossibile a un essere qualsivoglia pensante di consultarne la versione web se non per la cronaca spicciola lo sport o le spigolature, quando in pratica è diventato l'house organ del partito-bestemmia, il che equivale a dire la voce del padrone eurocentrico nella sua missione di smantellamento del tessuto industriale italiano e sottoproletarizzazione dei già cittadini ora di nuovo sudditi. Poche eccezioni meritavano una visita, di solito rubriche tenute da figure liberopensanti (tra cui purtroppo non si può più annoverare il già direttore proprio di Cuore, la cui libera acutezza dorme da anni sull'Amaca), tra cui si segnalava quella di Piergiorgio Odifreddi.
E' appunto la sua cancellazione che mi ha spinto a questo post, per come è maturata:
  1. il fondatore, ormai da anni derubricato a terzopaginista per limiti di età, completata la sua mutazione (o è solo uno svelamento?) da bruco liberale laico a farfalla reazionario baciapile passando per crisalide renziana e sdoganatrice di ex cavalieri, si spertica in lodi a un Papa che egli stesso criticava da cardinale, quando serve attingendo alla sua fervida fantasia;
  2. il commentatore, matematico divulgatore di successo e noto agnostico (come un tempo anche l'altro), credendo ancora alla sedicente indipendenza del giornale su cui scrive, si permette di criticare la fondatezza dei suoi assunti, definendoli appositamente fake news per giustamente evidenziare che tale etichetta si sposa altrettanto bene se non meglio al mainstream che a ciò per cui è stata creata (delegittimare le ultime fonti di informazione libera a disposizione degli esseri pensanti);
  3. il direttore, che deve la sua notorietà alle sue disgrazie infantili anche se magari si sarà meritato tali vette per le sue doti giornalistiche, dimostra se ce n'era bisogna a che livello è sceso il suo giornale cacciando a metaforici e pubblici calci in culo l'audace commentatore.
Se trovate i due ultimi link non funzionanti, e non vedete più il blog di Odifreddi in colonna destra, sapete chi ringraziare.
E visto che ci troviamo, vi lascio una serie di link di approfondimento, e un video molto istruttivo, sul caso Moro:

  • Biondani, ovvero ma che traffico che c'era a via Fani!...;
  • Ferrara, ovvero lo scenario e i mandanti;
  • Paoli, ovvero tutto l'affaire Moro per chi vuole davvero approfondire.

E buona visione:




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