sabato 7 agosto 2010

SE PAR AZIONE

Non ho il livello nè di preparazione nè di visibilità per entrare nella polemica teorica tra Pallante da un lato e Badiale e Bontempelli dall'altro. Ieri è andato in scena il terzo atto, e da qui potete farvi un'idea dell'intera faccenda, che è davvero molto interessante ed istruttiva, se seguite i link e magari leggete i commenti. Per chi non avesse voglia o tempo, la riassumo così. Esisterebbero due vie alla decrescita:
  • una che nelle accuse dell'altra passa per la restaurazione di istituzioni sociali oppressive della lilbertà individuale - ma nella propria visione individua nella premodernità tratti ingiustamente e strumentalmente denigrati nella modernità (ad esempio, la famiglia estesa e la vita agricola) togliendo legittimità al "verso della storia" necessariamente orientato dalla prima alla seconda già nei nomi;
  • l'altra che nelle accuse della prima risente del mancato affrancamento dall'idea di progresso tipica delle teorie della crescita sia di destra che di sinistra (capitaliste e comuniste) e appunto dal verso della storia di cui sopra - ma nella propria visione individua un concetto di postmodernità nel cui quadro sarebbe possibile concentrarsi sui beni anzichè sulle merci, o come direbbe Marx sul valore d'uso anzichè su quello di scambio.
Lo sò, l'ho detta difficile, per quello vi riinvito alla lettura completa di entrambe le campane: con questo livello di sintesi non riesco a fare meglio. Quello che però mi interessa è sottolineare alcune cose:
  1. la decrescita non è negoziabile: anche se ancora a parlarne siamo una piccola minoranza, sono sempre di più i segnali all'evidenza di tutti che il modello capitalistico oramai globalizzato non regge più; il motivo è elementare agli occhi di uno studentello di fisica: un modello in equilibrio di crescita non è compatibile con un sistema chiuso a risorse date (petrolio, acqua, foreste, terra, ecc.), e la cosa si palesa drammaticamente e imprevedibilmente man mano che ci si avvicina all'esaurimento di quelle risorse;
  2. anche se siamo una piccola minoranza, come sempre abbiamo già iniziato a dividerci in fazioni; "non c'è niente da fare, è un vizio della sinistra" verrebbe da dire ridendo, ma si può dirlo più seriamente: più ragioni con la tua testa, più ci tieni a rimarcare l'originalità della tua posizione, ma se facciamo la tara a questo vezzo, Pallante potrebbe accettare che il verso della storia c'è eccome, dato che tornare ad organizzazioni sociali che scoraggino l'individualismo non è nè possibile pacificamente nè auspicabile, e Badiale e Bontempelli che hanno sbagliato bersaglio, perché in fondo Pallante è "dei nostri" e nonostante a parole rifiuti (legittimamente) inquadramenti ed etichettature gli sforzi suoi e di tutto il movimento per la Decrescita Felice si può ben dire siano volti alla costruzione di un modello postmoderno e non alla restaurazione del Medio Evo - per cui prendiamo atto della diversità necessaria tra le nostre concezioni, e a questo modello, magari rinunciando a definirlo post-qualcosa, lavoriamoci assieme che c'è tanto bisogno; anche perchè...
  3. non ce ne sono solo due, di vie alla decrescita, ma ce n'è almeno una terza, quella che già ci stanno facendo percorrere da un po'; un'altro vezzo di noi sinistrorsi, è infatti, ragionare presumendo di essere gli unici capaci di farlo, e invece io scommetto che queste stesse cose che ci diciamo e ci portano a ragionare di una via per la decrescita felice per tutti "loro" le conoscono bene da tempo, solo che non ce lo dicono (si, proprio come i ricconi di 2012, per imbarcarsi solo loro sulle arche: stanno lavorando a una decrescita felice per pochi...): cosa credete che sia in corso dalla reaganomics in poi, se non un processo che ha per obiettivo di lungo periodo l'appiattimento delle condizioni materiali dei lavoratori di tutto il mondo al limite della sussistenza, come in occidente agli inizi della rivoluzione industriale, per essersi resi conto che il modello welfare-oriented, cui erano stati costretti ad aderire per via della crisi del 29 della guerra e delle lotte sociali, non poteva reggere? La decrescita dissimulata è già stata avviata, anche se a livello superficiale si parla ancora di sviluppo e PIL, e anzi il modello superficiale viene mantenuto proprio perchè aderendovi il lavoratore restituisce risorse a costo di indebitarsi, e tutto il sistema finanziario con le sue bolle non è che rastrellamento di beni reali, alla fin fine, come le privatizzazioni di ieri e i federalismi demaniali di oggi.
Proprio per questo dobbiamo muoverci adesso, lasciando da parte divisioni strumentali come l'antica tra destra e sinistra e la nuova tra teorici della decrescita. Le persone reali, checchè ne possiamo pensare, sono già, pronte in gran parte: i dati su volontariato consumo consapevole et similia parlano chiaro, la gente è molto migliore di quanto non sembri. Non ci vuol tanto a instaurare un cambiamento radicale nel senso comune, come è dimostrato dall'esempio (negativo ma probante) della flessibilizzazione del lavoro (altro strumento di "decrescita infelice" attuato dissimulandolo): siamo noi quaranta/cinquantenni che inorridiamo, i ragazzi nati dentro questo sistema lo considerano "normale" e neanche intuiscono quanto possa essere devastante in prospettiva. Ma lo stesso paradigma, applicato ai consumi, può declinarsi così: la mia generazione considerava normale avere un solo paio di jeans o di scarpe alla volta, e comprarne un altro solo quando si rompeva (e irreparabilmente: prima c'erano i rattoppi e il calzolaio) quello che avevi, niente impedisce che si torni a ragionare così nel giro di una generazione o due. E si può sì incentivare il ritorno in auge della famiglie allargate che magari ripopolino le campagne e si diano all'agricoltura, ma intanto questo come già si può vedere può essere favorito dalla tecnologia anzichenò (Internet, ma anche la microproduzione energetica eolica e solare, oltre che il recupero delle tecnologie costruttive "di una volta" e del patrimonio abitativo esistente), e poi non c'è nessun bisogno che questo significhi l'abbandono dell'individualismo moderno, cioè ad esempio che chi vuol continuare a vivere da single o in famiglia nucleare in città - grazie anche magari alla "filiera corta" - non debba avere i suoi servizi sociali (si, anche gli asili "condivisi"), beni senza essere merci.
Quindi, cari teorici della decrescita, fate i bravi e anziché speculare su ciò che vi divide sforzatevi di mettere a fattor comune i vostri ragionamenti: separarsi in questo momento potrebbe sembrare un modo di agire ma è restare immobili mentre altri la decrescita la stanno già mettendo in pratica a danno nostro.

1 commento:

pasqbass ha detto...

caro cuGino, il tema lo trovo di vitale interesse, per tutti coloro che hanno a cuore questa bistrattata terra. Tornare a comportamenti eco-compatibili e rinunciare al superfluo non solo é possibile, direi che é indispensabile. Questo non vuol dire certo abbassare la qualità della nostra vita, anzi....Il recupero del tempo sprecato negli spostamenti, il recupero delle 8 ore al lavoro (diritto mai più rispettato, soprattutto per i precari come me, ma non solo), lo spazio vitale che si allarga, tutto questo é miglioramento della qualità della nostra vita. Un ultimo spunto: in una società così cinica e spietata, nella quale solo il più arrogante ha diritto di esistere, recuperare uno spazio di ricerca interiore, spirituale (non necessariamente religioso) può aiutarci a vedere il futuro sotto una prospettiva più positiva ed ottimistica.

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