Passa ai contenuti principali

2 - HIMALAYA

Continua la pubblicazione dei racconti di Chi c'è c'è, raccolti da un "geestre" direttamente dalle menti di 21 terrestri in animazione sospesa su un astronave perduta nel cosmo, forse ultima vestigia del nostro pianeta ormai distrutto. Questo è il sogno di un globetrotter austriaco.

2 - HIMALAYA

Cominciai ad avere fame di mondo che non avevo quattordici anni. Già conoscevo la mia città a menadito, nel senso che era come fosse mia, e tutti i suoi anfratti e le scorciatoie e gli scorci mi appartenevano. Poi le persone: della mia generazione si può dire che conoscevo tutti, e a vent’anni non c’era ragazza carina con cui non ci avessi già provato, se appena mi era venuta a tiro. Non era machismo, o prorompente insaziabilità: no, era voglia di comunicare, di conoscenza, era curiosità, ecco. E valeva per tutto, solo che avevo come una specie di valvola di sicurezza che mi aveva fin lì salvaguardato da droghe pesanti e altre cose pericolose: l’immaginazione. Funzionava così: quando volevo esplorare qualcuno o qualcosa o qualche luogo, prima me lo raffiguravo, e se mi pareva bello partivo. Con questo metodo mi riuscivo ad orientare in luoghi mai visti prima, con persone sconosciute ed in mezzo a mille rischi, senza avere mai problemi.
A sedici anni al mio sacco a pelo cominciò a star stretta la sola Austria, allora attraversai l’Alto Adige e me ne andai per due mesi in giro per l’Italia dormendo nei conventi. Quindi fu la volta di Amsterdam: ad un certo punto vi ero diventato così famoso come artista di strada (suonavo bottiglie di birra) che mi dedicarono un articolo con foto su un giornale, che ancora conservo. E poi Londra, poi Parigi, città enormi che giravo fin dal primo giorno come se ci fossi nato, di giorno come di notte, stringendo amicizie profonde quanto estemporanee con gente di ogni sesso, colore e nazionalità.
E che dire dei treni!! Io nei posti ci andavo sempre in treno, quando non potevo arrivarci a piedi: il treno è comodo, ma soprattutto lento, e pieno di gente. Bella anche solo da osservare ed ascoltare, la gente sui treni, figurarsi a farci amicizia! Ho parlato con tutti: con il barbone, con l’ingegnere della Ferrari, con la giovane madre, col vecchio pseudo-filosofo ex-politico tardo-cattolico, con l’anziana signora spiritista e con la nonnina che somigliava - come tutte - a mia nonna. Mai un attimo di noia, era tutta esperienza, conoscenza, in una parola vita.
Dopo quindici notti insonni in giro per i pub di Irlanda a bere whisky, guinness e irish coffee, ed a sentire la migliore musica del pianeta assieme ai ragazzi più strambi e simpatici d’Europa ed alle ragazze più carine e sensuali che si possano immaginare, mi affacciai una domenica mattina, dopo un meraviglioso viaggio in corriera attraverso posti di un verde indescrivibile, da una scogliera a picco sull’Atlantico. C’era vento, e faceva molto freddo per essere giugno. Ma era così bello che non sarebbe bastato piangere, né buttarsi di sotto urlando, per rendere l’idea della mia felicità. E per giunta non sapevo perché. L’anno dopo mi organizzai per raggiungere, attraverso la Germania, la Danimarca e la Svezia, il punto più a Nord del continente, in Norvegia, il 21 giugno, per vedere il sole di mezzanotte sull’artico. E poi tornare indietro, passando per i laghi finlandesi ed il traghetto sul Baltico, la Polonia e la repubblica Ceca (ah, Praga!), immediatamente.
Chi ha detto che la vita è un viaggio? No, sono i viaggi ad essere come la vita: l’importante non è la meta, è il tragitto. La meta tanto viene da sola, meglio concentrarsi sul percorso. Il percorso. Dovevo averlo capito, ormai: la mia vita ne era la più chiara testimonianza. Ma io non potevo vederla, la mia vita: ero troppo impegnato a viverla. Ero come un computer sottoposto ad un tale flusso di informazioni da non avere più memoria libera per elaborarle. Così cercavo sempre un’altra meta. Era logico che finissi sull’Himalaya.
Quando mi mettevo in testa una cosa questa poteva essere la più assurda ed irrazionale, ma io poi adottavo tutti i comportamenti più razionali e consequenziali possibili per perseguirla. Mi iscrissi ad una scuola di free-climbing ed alpinismo, e per fortuna che le mie foto mi facevano guadagnare bene. Un paio di anni ed il mio fisico era trasformato: ero sempre stato magro, ma ora ero asciutto e nervoso e le mie mani da pianista erano diventate due tenaglie. Ne avevo già abbastanza di Dolomiti, ora. Partii per il Tibet quasi senza dirlo a nessuno: era la mia prima volta su un aereo, e ovviamente volli il posto vicino al finestrino. Ebbi come la sensazione che a quella velocità e da quell’altezza avrei potuto conoscere tutto il pianeta in un tempo relativamente breve, e rimpiansi tutti i miei treni, e di non potermi permettere un jet personale. Appena fui sul posto assoldai una guida, e via verso le montagne!
Qualche tempo prima mi sarei organizzato con degli amici, oppure avrei vissuto un po’ di tempo a Kuala Lumpur, avrei fumato un po’ di roba buona, avrei fatto amicizia con tanti ragazzi del posto tra cui vuoi che non capitasse una guida, e con quest’ultima, poi, sarei partito: con un amico. Invece quella che avevo ingaggiato (che poi a pensarci bene non lo sembrava nemmeno, una guida), insomma ‘sto tizio deve essersi accorto al primo sguardo che non ero un esperto alpinista, e che avevo soldi da perdere. Per lui fu facile abbandonarmi in un punto da dove non sarei mai potuto tornare indietro a denunciarlo per avermi rubato tutti i soldi, anche perché non tralasciò di portarmi via anche lo zaino con l’attrezzatura e - porca puttana! - i libri, le mappe e gli altri generi di conforto.
Me ne accorsi al risveglio, e non fu difficile realizzare che, siccome da lì senza corde non si scendeva, ed ero pure senza provviste, sarei morto presto in ogni caso. Così guardai in aria: il cielo era azzurro, ed il freddo era giusto. Non so come si chiamasse quella cima rocciosa, che in Irlanda avrebbe fatto la sua figura ma lì non doveva essere niente di particolare: allora a me parve bellissima. Ed io ormai dovevo morire. Ed avevo imparato il free-climbing. Tanto valeva... Decisi in un attimo; l’attimo dopo il sangue colava dalle unghie, ma doveva essere quello di un altro, ché io non sentivo dolore.
Salivo, e lasciavo dei segni su roccia e ghiaccio come se avessi unghie e scarpe di non so quale metallo, e intanto tutto mi diventava chiaro. Io non ero di questo mondo. Comunque non lo ero più, ma non sapevo se lo ero mai stato, forse ero tutt’al più un clandestino a bordo. Però il mondo, lui, di sicuro, era mio. Come la mia città quando ero adolescente. Era lì il meglio.
Ma era lì anche il peggio: non c’era differenza. Tra la mia città e il mondo, intendo. E più ci pensavo più capivo che anche per qualsiasi altra entità in cui ero - o ero stato - dentro, l’Austria la mia famiglia la razza umana il corpo di una donna, era come per quelle formule statistiche che vengono tarate per dare risultati da zero ad uno per ogni valore delle variabili. Aspetta...come si chiamava? Ah, si: indice di regressione. Che poi come nome era pure significativo. Non so chi mi aveva detto di punti di contatto tra la matematica e la filosofia, ma adesso credevo di capire cosa intendesse.
Quando fui in cima mi accucciai a piangere per non so quanto tempo, e mi sorpresi a desiderare una casa, ed a pregare Dio di consentirmi di diventare un vecchio capofamiglia circondato dai nipotini intorno alla torta del suo ennesimo compleanno. Dopo, e solo dopo, sarei potuto morire. Chiusi gli occhi e sognai che in cima a quello spuntone di roccia una botola conducesse ad un turboascensore che mi riportasse giù rombando, lì riaprii ed il rombo era quello di un elicottero.
Seppi dopo che non ero poi tanto lontano dalla civiltà, che il ladro aveva preso i soldi e lasciato per strada il resto, così per i soccorritori non era stato difficile trovarmi ed io ho potuto anche riavere le mie carte e i miei libri. Da una cartina scoprii che la cima che io avevo scalato era considerata “facile”, e non arrivava a 6000 metri di quota dopo 300 di parete. Ma io non avevo scalato solo quel tot di metri: c’era da sommarci su - per capire perché ero così contento - tutta la mia essenza.

Commenti

Post popolari in questo blog

DALLA PARTE DEI NEGRIERI

Dei migranti ho parlato molte volte, pure troppe: violando una delle regole autoinflittemi per questo blog, che è evitare di seguire argomenti troppo di tendenza e soprattutto di farlo con le sparate di poche righe incentivate dai social media. Ragion per cui NON posto commenti a post non ragionati e argomentati, e anzi ho smesso di seguire su Facebook amici anche carissimi che hanno preso il vizio di adottare gli stilemi di moda: vomitare di continuo spot di pensieri come vengono, magari scritto bello grande. Non io. Non vi leggo più. Se volete ragionare con me, abbiate la pazienza di seguirmi, che io qui impiego tempo e fatica a elaborare ogni singola riga, e semmai di commentarmi con lo stesso impegno paziente, e allora è benvenuta anche una confutazione totale. E pazienza, anzi come si dice a Roma sticazzi, se così facendo i click non decollano.
Dicevo, la questione migranti l'ho già affrontata più volte, e non potevo da buon meridionale non farlo, all'inizio non discosta…

EPPUR SI MUOVE

Ho iniziato a definirmi "ateo" da adolescente. Da adulto avrei smesso, preferendo il termine "agnostico" non so se per prudenza mia o maggiore precisione sua, o in genere per la considerazione elementare che anche l'ateo è un credente: crede che Dio non esista, e la cosa non è più dimostrabile del contrario. Cmq, al liceo ero ateo, e però avevo "ottimo" in Religione. Perché l'insegnante, Gernaldo Conti (uno che è rimasto un mito presso i ragazzi di tutte le città in cui ha operato, uno che ancora oggi, che è diversamente giovane e variamente acciaccato, ha una marea di followers dei suoi videomessaggi social, per dire...), un prete a dir poco sui generis al punto che la sua parrocchia di periferia durante le sue funzioni traboccava letteralmente di ragazzi perché era per loro un fratello maggiore che parlava la loro lingua e conosceva i loro problemi, riusciva a dialogare anche con un caprone come me, che lo ricambiava passando le ore di religion…

DEMOCRAZIA SOTTO TUTELA?

Al momento che scrivo ancora non sappiamo se ci hanno definitivamente sancito che non siamo in democrazia imponendoci l'ennesimo governo fantoccio di Bruxelles oppure se avremo finalmente il governo gialloverde anche se in versione light per non allarmare troppo i pupari. E' dalle elezioni che scrivo poco di politica per via del quadro troppo mutevole per le possibilità di aggiornamenti di un sito amatoriale, ma la questione Mattarella impone un commento a se stante a prescindere dagli sviluppi successivi, per cui ci provo.
Il nocciolo non è se sia o meno legittimo che un PdR rifiuti di nominare un ministro (in passato è stato fatto, anche se mai con la conseguenza di impedire il varo di un governo), è per le motivazioni che ha ritenuto di usare (della serie, era meglio per lui se taceva): tutelare i risparmi degli italiani e non accettare al MEF chi abbia posizioni critiche verso l'Euro. Due questioni eminentemente politiche che pertanto esulano dalle prerogative di chi …

19 - EVERGREEN

Per apprezzare meglio il racconto numero 19 (coraggio, ne mancano due o tre) di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi) bisogna ricordarsi che è uscito nel 1999 ed è stato scritto l'anno prima. Non era di moda il superamento delle identità sessuali. Che, tra parentesi, è cavalcato in questi anni bui da chi vuole farsi spacciare per progressista mentre ci rispedisce in massa nel sottoproletariato. L'astronauta il cui sogno è intercettato dal geestre che ci ha letto tutti i racconti è un anziano biologo brasiliano gay non dichiarato, ma per mezzo racconto la cosa non si capisce, come per Stella di mare di Lucio Dalla manco dopo la millesima volta che la senti.

(Abbiate pazienza, del governo parlerò solo se lo fanno, o se invece hanno la faccia tosta di non farlo, con il primo Presidente della Repubblica della storia italiana che usa davvero le sue prerogative sulla scelta dei ministri per mettere i bastoni…

CI SI POTREBBE GRATTARE...

Alla fine il governo gialloverde è partito, e il fatto che sia comunque una buona notizia è certificato persino dai famigerati mercati finanziari, oltre che ammesso onestamente anche da chi era stato chiamato all'ultimo momento a rimpiazzarlo, o chissà forse solo a fare da spauracchio per ammorbidirne certi aspetti.
Sia chiaro, non solo (come avevo peraltro predichiarato) non è certo "il mio governo ideale", ma non fatico ad ammettere che sono molti gli aspetti che non possono che procurare orticaria, a me come sicuramente a molti grillini sia militanti che politicamente attivi, da semplice eccessiva vicinanza a gente che predica valori incompatibili con chi si sente di sinistra. Ma la politica è arte empirica, bisogna fare il meglio con le carte che si hanno a disposizione, e una legge elettorale così farlocca francamente non poteva dare all'Italia un governo migliore, anzi: si ricordi che era stata concepita per avere il Renzusconi come unico sbocco possibile (non…

20 - OMICIDIALI ASSASSIMILI

Il penultimo racconto (terzultimo, col cappello finale, quartultimo, se pensiamo che il cappello finale in realtà è almeno doppio) di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi) è ancora oggi uno dei miei preferiti. Chiunque abbia scritto qualcosa sa che a rileggersela dopo tanto tempo (e qui è tanto: il libro è uscito nel 1999) il sentimento che prevale è la vergogna, e io non faccio eccezione, nel mio rapporto con questi racconti, alcuni dei quali hanno origini ancora più remote, peraltro. Ma con questo qua no, non so se perché è uno degli ultimi ad essere stato scritto, o perché non so nemmeno io come mi è venuto di inventarmi che una degli astronauti a bordo della navicella mandata nello spazio profondo come ennesimo tentativo di perpetuare la specie di un pianeta ormai avviato all'autodistruzione, la giovane thailandese che narra, sia in realtà una clandestina, non vi dico come e perché solo per via del fa…

CARNE DI PORCO

Il titolo lo volevo lasciare in dialetto riggitano, carn'i porcu, che tanto si capiva lo stesso, ma mi pare che in italiano assuma un tono se possibile ancora più volgare. I dialetti secondo Bernstein utilizzano un "codice ristretto", cioè usano per rappresentare tutti i significati un numero limitato di segni, quindi necessariamente ad elevato alone semantico, presupponendo quindi tra chi li usa un'elevata "competenza comunicativa" comune. In altri termini, non puoi parlare in dialetto con una persona con cui non condividi un vasto substrato culturale, un parente un amico uno della zona in cui sei nato o cresciuto, altrimenti le parole sono insufficienti ad esprimere quello che vuoi dire. A contrario, ed io spesso utilizzo il dialetto in questa funzione di test, se riesci ad esprimere un concetto parlandone in dialetto con un amico ricevi un doppio feedback, di conferma dell'amicizia e della veridicità rispetto alla tua anima del concetto che volevi es…