13 - CANGURO

Anche il tredicesimo racconto di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi) è nato prendendo spunto da un mio vecchio testo di canzone, e ormai ho adottato la prassi di pubblicarli assieme. La prosa stavolta è raccontata in soggettiva da un'astronauta cinese, e la canzone da cui è tratta è nata nella mia testa come una ballata cantautorale alla Degregori, mezza veloce e mezza lenta e urlata, ma ovviamente chi lo volesse (questo o qualsiasi altro) può anche musicarlo come gli pare. L'idea di fondo di entrambe, nemmeno tanto originale, è che per trovare qualcuno che tenda a "maturare" più tardi degli umani (occidentali) di oggi bisogna risalire ai marsupiali. Ma non è detto che basti...

13 - CANGURO

Povero amore mio, chissà dove sei, ora. Avevo sedici anni quando ti ho visto: bello, un venticinquenne che però sembrava davvero grande, maturo. Mi eri sembrato "giusto" per quello che avevo in mente: perdere la verginità durante quella vacanza in campagna. Tu eri il cuginone di cui tante volte mi aveva parlato la mia amica che ora mi portava con sé in vacanza nel suo villaggio di origine. Io avevo sempre vissuto ad Hong Kong, la “mitica perla del pacifico, culla del capitalismo dell'estremo Oriente, fino al 1997 sotto la sovranità di Sua Maestà britannica”, che nel ventennio successivo contro tutte le previsioni non solo aveva retto all’assorbimento del "capitalismo comunista", ma ne aveva mutato il segno, la natura e la velocità, mettendosene alla guida.
Non sapevo ancora quali conseguenze avrebbero avuto quelle vacanze scoperecce. Cominciai a ritrovarmiti in casa troppo spesso: venisti a trovarmi ogni volta che potevi, per tutto l'anno. Poi per le vacanze successive mi volesti di nuovo al tuo villaggio: eravamo promessi sposi e non me ne ero accorta. Per carità, ti volevo bene, eri una persona dolcissima e premurosa, il sogno di qualsiasi tua compaesana mia coetanea, il marito perfetto.
Ma io studiavo scienze biotecnologiche, io ero la coccolatissima e ricchissima figlia di madre insegnante universitaria e padre capitano d'industria. Io potevo permettermi di andare in vacanza con chi e dove mi pareva. Invece mi toccava venire in campagna, ad ingozzarmi tutti i giorni in tavolate fra i campi tra stuoli di tuoi parenti ed amici più impiccioni che mai. Tant'è, si sa come va in questi casi: ti trovi dentro una situazione senza neanche rendertene conto, rispondi "ti amo" ad un "ti amo", e sei fottuta. Non ti accorgi più delle alternative, e vivi quella strada come se fosse l'unica possibile per te. Anche perché io - imbranata e svogliata in qualsiasi cosa pratica, come può esserlo solo una figlia di papà del mio rango - mi sentivo comodamente protetta dal tuo senso pratico e dalla tua capacità d’azione. Mi faceva comodo, e dopo poco mi convinsi che senza di te non potevo vivere. E a pensarla, una cosa del genere, dopo un po' diventa vera.
La mia anima però soffriva, recalcitrava. Cominciai a vivere male. Ogni occasione era buona per maltrattarmi, e per maltrattarti, e per maltrattarmi per averti maltrattato ed essermi maltrattata. E mangiavo male, ingrassavo, non sopportavo di guardarmi allo specchio, e mi odiavo, quindi mi maltrattavo di più, mangiando peggio, e così via in una spirale senza fine. E tu, poverino, sempre amorevole, mi dimostravi che mi accettavi così com’ero, e nello stesso tempo cercavi di guarirmi, e inoltre sopportavi con infinita pazienza le mie sfuriate, le mie incongruenze e la mia imbranataggine, che era tutta svogliatezza nei confronti della vita, pigrizia mentale. E non sospettavi che questi erano meccanismi automatici con cui la mia mente mi permetteva di continuare a stare con te, che eri tu il mio problema; o forse lo intuivi, ma lo rimuovevi, o comunque battevi tutte le possibili strade alternative a questa soluzione.
I miei presto cominciarono ad adorarti. Eri il marito che avevano sempre sognato per me. Quello che mi avrebbe protetto da me stessa e dalla mia sventatezza, che per farla breve mi avrebbe ricondotto alla norma, facendo loro dormire sogni tranquilli. Quando trovasti lavoro e casa a Hong Kong, iniziasti a frequentare casa dei miei regolarmente quasi da subito. Dopo un po', mio padre parlava più a te che a me. Eri il figlio maschio che non aveva avuto, ora poteva senza timore pensare di lasciarmi la sua azienda. Di lì a qualche anno vi metteste d’accordo su tutto: casa, mobilio, matrimonio, soldi. Alle mie spalle. Non che io non fossi contenta di te: avevamo quella che si dice una buona intesa sessuale, e anche se eri troppo coccolone, attivo e passivo, ciò mi faceva comodo, talvolta. Potevo non crescere. Avrei potuto fare figli e invecchiare senza crescere, se avessi voluto. Se cioè non avessi detto: basta.
Tu era fra l'altro anche molto intelligente e sensibile, e ti accorgesti prima di me che in me c'era qualcosa che non andava riguardo proprio noi due, anzi la tua accettazione da parte mia. Eri molto franco, aperto e sincero: così me lo facesti notare, e mi spingesti ad una riflessione. Io mi ribellai: ti voglio bene, ti amo - ti dicevo - se sono strana è colpa mia, devi avere pazienza; ma intanto dentro me lavoravo e scavavo, scavavo ed elaboravo, talvolta a mia stessa insaputa.
Poi sei stato male, ed hai dovuto affrontare due interventi chirurgici a breve distanza l'uno dall'altro. Ed hai perso il lavoro: normale, da noi. Come sarebbe stato normale che io in quel frangente avessi dato tutta l'assistenza materiale e morale che potevo alla persona che amavo. O che dicevo di amare. Sì, perché quel poco che feci per te mi costò moltissimo, dentro: e ciò qualcosa doveva significare. Dovevo scoprirlo: partii per il Giappone, con una scusa legata allo studio. E al campus rimorchiai presto un rozzo ragazzo australiano sempre ubriaco, che mi prese brutalmente per giorni. Mi piacque. E tu, al villaggio in convalescenza, non sospettasti niente, ovviamente: a te non sarebbe neanche venuto in mente di farmi uno scherzo del genere, e ti fidavi di me. Sbagliavi: io a Tokyo ci ero andata apposta, né più né meno che per quella vacanza in cui ci eravamo conosciuti otto anni prima. Non ero cambiata (ma le persone, in fondo, cambiano?), mi ero soffocata per anni in quella storia, ed ora, che mi comportavo di nuovo naturalmente, ristavo bene. Cioè, a parte i miei sensi di colpa.
Ma era proprio così, o era stata un'occasione sporadica? Dovevo accertarlo. Tornati a casa (oramai vivevamo insieme da due anni), decisi che per non essere disturbata nel mio esperimento dovevo tranquillizzarti, non farti sospettare nulla, ed intanto provarmi, vedere se quello che mi mancava era proprio realizzare la mia femminilità selvaggia e libera. Riuscii ad avere altre storie di puro sesso, e ciò voleva dire che non potevo continuare a mentire a te, “anima pura”: mi straziava il cuore vederti abbandonato entusiasticamente alla nuova linfa che, grazie al mio atteggiamento ingannatore, pareva avere permeato il nostro rapporto. Avevi ricominciato a lavorare con entusiasmo e successo, stavi di nuovo in buona salute: era ora che smettessi di recitare.
Quando ti dissi la verità non mi credesti: sono cose che capitano spesso, quando si ama. Poi capisti, ma resistesti con tutte le tue forze alla mia determinazione di chiudere. Dentro di me si aprì uno squarcio, come non credevo fosse possibile: ti volevo ancora un bene dell'anima, non potevo resistere all'idea di non vederti più. Dopotutto, eravamo cresciuti insieme, e un amore così limpido e sincero era un bene prezioso, una fortuna averlo incontrato, nella propria vita. Così mi venne fuori una proposta che era la quintessenza del mio egoismo: qualche mese di separazione, poi sicuramente sarei tornata da te. Cioè, non che te lo garantissi proprio, ma sentivo che era molto probabile. Che stronza! Approfittare del tuo amore per lasciarti e tenerti legato nello stesso tempo! In altri termini, volevo togliermi delle "curiosità" sentendomi libera di farlo, ma ritrovandoti ad attendermi una volta appagata. Dopotutto era colpa tua se mi ero trovata troppo presto in una situazione troppo seria, eppoi dopo sarei stata finalmente una buona moglie, ne ero sicura. Come ero sicura che avresti accettato.
Invece rifiutasti. E non per tornartene al paesello. No, ti ritrovasti casa ad Hong Kong, e stavolta in pochi giorni! Divenisti duro, infinitamente triste ma duro. Con le ultime cose in mano, mi guardasti negli occhi e dicesti: "trattienimi ora, se puoi". Non potevo. Dovevo andare fino in fondo, avevo fatto troppe stronzate. L'ultima delle quali fu proprio quando uscisti da casa: ti abbracciai, forte. Piangevo. Fuori dalla porta, piangesti anche tu, ne sono sicura. E non so se hai smesso di soffrire, da allora. Io no, di certo. All'inizio sapevo pure dove cercarti, ma non avevo ancora realizzato che era quello che volevo e che potevo fare. Ora che sei via potrei solo chiedere ai tuoi parenti dove rintracciarti, ma so già come mi tratterebbero. Di te non ho altre tracce. E la Cina è davvero grande.
Perché nessuno mi ha mai avvertito? Perché nessuno mi ha mai detto che quei miei conflitti interiori, quelle contraddizioni, quelle crisi di autoaccettazione, di scelta, non erano me, ma erano normalissime tensioni di crescita? Che non dovevo quindi dare loro tutta quell’importanza? Che non è vero che tutti quelli che sembrano senza dubbi hanno semplicemente accettato le soluzioni preconfezionate ai dubbi della vita? Molti lo fanno, è vero, ma molti altri sono semplicemente equilibrati, vivono cioè normalmente tutto ciò che è soltanto umano, anche se fa soffrire molto. Innamorarsi, soffrire per amore, amare se stessi, odiare il proprio corpo, avere istinti sessuali, fame, voglia di muoversi, di piangere, di ammazzarsi: tutte stramaledette cose normali, che se uno ha il coraggio di viverle fino in fondo mentre intanto, contemporaneamente, traccia la strada, le grandi linee del quadro della sua vita, costui è sano. Non io.
Ma poi non è vero che non me l'hanno detto. Me l'hanno detto sempre tutti, anche tu, ma io non capivo, perché non volevo capire, e anche questo perché è maledettamente normale non volere capire. Io, io, io, io: è questa la fregatura. Avere solo "io" tra le proprie reali preoccupazioni, anche quando ci pare di occuparci degli altri. Quante volte ci siamo realmente posti il problema dell'infinito spazio mentale, del tempo prima e dopo, della storia, del nostro compagno, di quell'altro con cui dividiamo un tratto di cammino, di quel ragazzo che ci piace, o di quel passante che incrociamo?
Io, io: questa cultura individualista ha creato tanti danni, di cui il peggiore è la creazione prima, e la dilatazione poi, dell'adolescenza. Già l'uomo ha, in quanto essere cerebralmente complesso, tempi di maturazione fisica enormemente più lenti rispetto agli altri animali. O forse il nesso di causalità è esattamente inverso: ha tanto sviluppato le proprie capacità intellettive proprio per affrontare con successo un tale periodo di immaturità fisica. Comunque adesso noi esseri umani esageriamo: diventiamo adulti dopo i trent'anni, quando i nostri progenitori erano ritenuti fortunati se arrivavano a quell'età, e i pochi quarantenni erano considerati dei vecchi saggi. Eterni adolescenti, questo siamo. Senza considerare che anche l'infanzia è un'invenzione culturale borghese: i nostri padri ci nascevano, con le spalle larghe e le mani prensili, e appena in piedi erano già piccoli uomini e piccole donne.
Gli altri mammiferi, poi, o almeno quasi tutti, già appena nati camminano. I leoncini dopo pochi mesi cominciano a giocare alla caccia, che di lì a poco diventerà la loro occupazione quotidiana. I gattini sanno già cosa fare di un topo, quando ne vedono uno per la prima volta. Gli uccelli nascono dalle uova, che sono facili da prendere e mangiare, ma provateci quando – prestissimo - imparano a volare via! Il canguro quando nasce è invece poco più che due occhi neri, ciechi, su un rosso piccolo vermiciattolo. L'ho visto in un documentario della National Geographic: questo esserino di pochi centimetri risale il ventre materno aggrappandosi con le minuscole zampette anteriori, le sole che si ritrova, al pelo della madre, fino a raggiungere il bordo del marsupio, dentro cui lasciarsi cadere per cercarvi la mammella.
Questo eravamo noi, amore mio: due canguri troppo cresciuti che non volevano saltare giù, smammare. Ok, forse tu l'avevi fatto, ma in qualche troppo esteriore senso. Spero che questo soffrire per causa mia ti abbia almeno fatto finire di crescere. Io di me non so dire se sto crescendo o meno: ci vorresti tu, l'unica persona che abbia mai avuto la capacità e la voglia di guardarmi dentro, l'intelligenza di capire - e prima che potessi farlo io - cosa c'era, e la sincerità e la sventatezza di avermelo detto. Dove sei, amore?
KANGURO
Dovevano dirmelo che non erano veri
quei conflitti di ideali che avvenivano in me,
quelle contraddizioni, le scelte, le crisi,
che erano lotte per crescere.
Ma poi è vero che se me l’avessero detto
(e chi l’ha detto che non l’hanno fatto?)
avrei esclamato “sono tutte balle,
quel che mi accade dentro solo io lo so!”
Ci sono invece quelli che credono a tutto
ciò che gli viene detto sulla realtà,
trovano comodo avere i dubbi risolti
così possono occuparsi della propria vita,
ma è anche vero che molti di loro
arrivano alla morte in un attimo,
o forse è a me che fa comodo crederci,
oppure è naturale dall’esterno:
il tempo proprio è molto frazionato,
interessante, lento, insostituibile,
il tempo altrui è un lampo rapido
che conta meno di niente se non ti colpisce.
Avete mai pensato, se vi scontrate
col passante che era dietro l’angolo,
che anche lui prima ha una lunga storia
ed un lungo futuro dopo?

I mammiferi quando nascono sono già formati,
alcuni – ad esempio i leoncini – camminano
e dopo pochi mesi sono in grado di andare a caccia,
le piccole iene vanno a caccia col branco,
i piccoli gatti per qualche tempo non vedono
ma appena vedono un topino sanno già che fare.
Gli uccelli e i coccodrilli nascono da uova
che se le prendi in tempo te le puoi succhiare,
ma quanto presto imparano a volare,
quanto presto a piangere nel digerire!
E molti umani sanno presto tutto,
hanno spalle larghe e mani prensili…
Invece il canguro appena nato è due occhi neri
su poco più che un rosso vermiciattolo
che appena uscito non sa fare altro
che cercare col naso una strada verso il marsupio,
da cui addirittura i peggiori ricalcitrano:
non vogliono smammare, saltare giù…

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