venerdì 13 ottobre 2017

6 - MIA NONNA GALINA

L'ultimo abitante di Chernobyl, a 30 anni dal disastro
In attesa di Sushi Marina, continua la pubblicazione dei racconti di Chi c'è c'è, raccolti da un "geestre" direttamente dalle menti di 21 terrestri in animazione sospesa su un astronave perduta nel cosmo, forse ultima testimonianza del nostro pianeta ormai distrutto. Qualcuno ricorderà che alcuni dei racconti li ho "ricavati" partendo da testi di mie canzoni quando ho dovuto abbandonare il sogno di cantarle: questo si capisce benissimo da quale, anche perchè l'ho già pubblicato. A sognare è una giovane fisica ucraina, per capire perchè di questa scelta traspositiva bisogna aver vissuto ai tempi di Chernobyl.

6 - MIA NONNA GALINA

La primavera è bella, nella campagna ucraina. Ma in certe mie passeggiate nei dintorni “bonificati” di Chernobyl mi ci voleva tutta la mia fantasia per cercare di immaginare quegli stessi luoghi com’erano tanti decenni prima: le prime volte fu il mio lavoro di fisico nucleare a portarmi da quelle parti, ma poi ci tornai ricorrentemente, intendo dopo che quella volta ebbi come un flash. Era lì; i racconti di mia nonna Galina che mi tenevano buona da bambina erano ambientati lì, era lì che Galina era cresciuta, si era sposata, era vissuta coi suoi quattro figli ed era morta, una tra le tante persone anziane che non avevano volto lasciare la propria casa, ignorando tutte le ordinanze di evacuazione. D’altra parte nessuno in quei giorni poté o volle curarsi di quei vecchi matti che non volevano lasciare la zona C, la più lontana tra quelle pericolose per la sopravvivenza.
Così mia nonna morì lì, forse solo poco prima di quanto le sarebbe toccato senza radiazioni, comunque da sola, perché i figli erano andati via tempo prima, e se a qualcuno fosse venuto in mente di andare da lei dopo l’incidente non gli sarebbe stato comunque possibile, dato che le strade di accesso erano presidiate dall’armata rossa. Il marito, il mio mitico nonno bolscevico della prima ora, duro come la quercia fino a ottantott’anni, forte fumatore e bevitore di vodka moderato ma appassionato, era morto per quel suo antico vizio di alzarsi presto ed incamminarsi verso il paese, anche dopo che un infarto gli aveva tolto il gusto di lavorare nei campi, passando vicino alla grigia centrale nucleare, magari ricordandosi di quando al posto di quel reattore lì c’era quella stalla con quelle mucche con quel latte così buono che il primo bicchiere te lo bevevi caldo di mammella...
Secondo i criteri di oggi sarebbe stato da considerare un pessimo marito: autoritario, burbero, non alzava un dito per aiutare in casa. Ma non vi faceva mancare niente, e per lui la famiglia era sacra, solo che si riservava l’esclusiva delle competenze “esterne”, inoltre svolgendole con scrupolo: rigida divisione del lavoro, si direbbe in sociologia. Con in più una dose di rispetto che oggi sarebbe incomprensibile: Nicolaevic, lo chiamava mia nonna, cioè col suo patronimico, e non col suo nome proprio, Yuri.
Rivedere quei posti tanti anni dopo mi aveva fatto ritornare in mente, come in un film, tutti quei racconti, quegli episodi di vita vera, forse solo un tantinello romanzati un po’ per volontà di affabulazione della narratrice un po’ dietro l’azione della mia memoria bambina, che Galina mi raccontava in quelle mattine d’inverno mentre pasceva il latte col pane direttamente dalla scodella a me ed a mio fratello seduti in alto sulla credenza, una cucchiaiata ciascuno.
Come quella storia di Galina bambina, quando fu lasciata sola in casa dalla madre con l’unica incombenza di badare alle galline. Più che da una reale esigenza, il compito assegnatole era motivato dalla necessità di darle un’occupazione qualunque, perché non si annoiasse, non si impaurisse, e insomma non facesse danni. In pratica, era un po’ come se le galline dovessero badare a lei, più o meno.
Infatti la piccina cominciò ad annoiarsi ben presto. Dopo aver rotto delle uova, nel tentativo di riprenderle al volo con il grembiule dopo averle lanciate in aria, in numero sufficiente da cominciare a temere di essere scoperta dalla madre al suo ritorno, decise per un gioco che facesse meno danni, o per lo meno non così evidenti. Girò un po’ per casa: a cinque anni, e con la fantasia non rovinata da TV e computer, qualsiasi oggetto domestico strano o meno può andar bene. L’imbuto perciò le diede un’idea fulminante: poteva giocare con le galline come con la sua bambola, ma a loro poteva dare davvero da bere. Ora però ci volevano: un tovagliolo da avvolgere al collo delle malcapitate perché non si bagnassero, e quello trovarlo era facile, e soprattutto qualcosa di liquido che non fosse banalissima acqua.
L’orcio del latte pesava troppo, e avrebbe rischiato di romperlo, ma se fosse stato in bottiglie... Ma certo! In cantina era pieno di bottiglie, chi se ne poteva accorgere se ne mancava qualcuna? Così, diligentemente, passò la mattinata rincorrendo le galline una ad una, col tovagliolo che faceva da lazo prima e da bavaglino poi, e con l’imbuto ingozzandole di vodka. Nessuna ebbe scampo, e d’altra parte era facile individuare quelle che avevano già bevuto: stranamente barcollavano per qualche minuto per il cortile emettendo versi strani, e poi stramazzavano al suolo. Bastava rincorrere quelle in piedi, ed il gioco era fatto: nessuna avrebbe avuto doppia razione, nessuna sarebbe rimasta senza le cure di quell’amorevole mammina.
L’amorevole mamma di Galina quando rincasò vide tutte le galline morte (invero sarebbero sembrate tali a chiunque), e subito si precipitò dentro temendo fosse successo qualcosa anche alla sua piccina: aveva sentito che i lupi talvolta si arrischiano a penetrare in casa. Quando la vide in perfetta salute si rese conto che non aveva visto nessuna delle bestie ferite, quindi non si sorprese molto del racconto di mia nonna: Galina era una bambina molto robusta per la sua età - e per forza, rubava con stratagemmi perfino il cibo dal piatto di Irina, sua sorella maggiore - e poteva davvero aver combinato quell’ecatombe tutta da sola. Le galline si riebbero presto, quasi tutte. Quelle due che morirono avevano una carne più saporita del solito, notò l’ignaro mio bisnonno già dopo il primo boccone.
Se però a Galina non difettava la furbizia, questa era di un tipo così elementare ed ingenuo che non le impediva di combinare solenni fesserie. Era furba come Stanlio e Ollio, per intenderci, non scaltra come Irina. Che aveva due occhietti a punta ed un’intelligenza operativa che ne facevano la preferita di mammà, tanto era più funzionale all’economia domestica. Non che Galina non fosse intelligente: anzi, lo era abbastanza da soffrire per questa preferenza materna. E Irina di qua, e Irina di là, Irina sì che posso mandarla a far spese, Irina non si fa fregare dai mercanti, Irina sta con gli occhi aperti e così trova sempre qualcosa da portare a casa.... Uffa. Sono cose che anche se non ci badi troppo ti lavorano dentro, ti lavorano.
Così un giorno che Irina era andata in paese col padre, fu a Galina che la madre consegnò un fazzoletto nuovo annodato agli angoli in modo da contenere i soldi sufficienti a comprare giù all’angolo non so bene cosa, ma doveva essere necessario, e urgentemente. Altrimenti la scelta di Galina per quel compito sarebbe stata perlomeno temeraria. Tant’è, tutto sommato era un servizio facile facile, e il bottegaio l’avrebbe aiutata orientandosi con le abitudini storiche della sua annosa cliente, e poi insomma era quasi sotto casa, roba da cinque minuti. A proposito, com’è che ancora non torna? avrà trovato fila?
Era successo invece che girato l’angolo Galina aveva visto qualcosa, qualcosa che non solo ne aveva attirato l’attenzione, ma addirittura l’aveva emozionata. Un soldo. Obiettivamente vecchio, arrugginito, e di scarso valore nominale. Ma a Galina parve un tesoro. Un tesoro abbandonato misteriosamente su di un masso bianco a margine della strada. Realizzò immediatamente che era giunta l’ora della sua riscossa, e si sedette sulla stessa pietra dove aveva raccattato il soldo, a rimirarselo rigirandolo tra le mani. Mentre se lo passava tra una mano e l’altra cominciò a fantasticare, e sognò di quando sarebbe tornata a casa, trionfante col suo tesoro in mano. Non era più solo Irina a contribuire al bilancio familiare, anche lei ora aveva trovato qualcosa, era stata attenta, se l’era meritata quella fortuna, non era lo storione addormentato che tutti dicevano, era furba, lei. E tutti a scusarsi, soprattutto la madre, e a tributarle i doverosi omaggi. A proposito, era proprio tempo di rincasare, anzi era proprio tardi, meglio fare in fretta.
Mamma, guarda che ho trovato! Bravissima, Galina, ma dov’è la spesa? Come, “la spesa”?  Ho capito, ti sei scordata per precipitarti indietro con quel soldo...Ma..., un momento: non sei mica tornata subito! E i soldi? Come “quali soldi?”, il fazzoletto coi soldi!
L’aveva lasciato sulla pietra, sul ciglio della strada, bello nuovo, annodato con le cocche bianche bene in vista. Inutile dire che, nonostante si fossero precipitate giù in strada, non c’era più. E, in effetti, era più probabile che ne trovassero altri due, di fazzoletti pieni di soldi, piuttosto che quello stesso in quel posto. Quella volta Galina la rimediò, una giusta bastonatura. L’unica della sua vita, almeno in senso fisico.
Quando sposò Yuri il duro lei era ancora poco più che una bambina, tutta tonda come una matrioska, eppure in quelle vecchie foto era quasi uguale a come me la ricordo io l’ultima volta che l’ho vista (ed ero piccola!), i suoi capelli grigi erano tirati indietro come le vecchine di tutto il mondo, ma in lei l’aspetto tondo dell’acconciatura si aggiungeva al tondo della testa ed al tondo del corpo.
Solo gli occhi erano ormai due fessure, due sottili interstizi con cui entravano in comunicazione due universi: il nostro così brutto ed il suo così puro da deformare persino la sua percezione del mondo esterno. Cioè, era talmente buona, ma intrinsecamente buona, da non riuscire neanche a comprendere la cattiveria altrui. Tu la guardavi negli occhi, e capivi tutto: non solo quanto era buona lei, intendo. Capivi la vita in generale, cosa contava cioè nella tua, di vita; capivi cos’era l’amore, quello vero, cos’era l’eternità, l’energia del bene, e non sapevi di averlo capito. Quegli occhi socchiusi non riesco davvero ad immaginarmeli chiusi per sempre. Forse per questo sono voluta tornare qui prima di partire per il programma Exodus. A guardare dove lei guardava, con quegli occhi che, in me, non si chiuderanno mai.

martedì 10 ottobre 2017

TUTTA UN'ALTRA STORIA

Sicuramente l'ho già detto, che amo la musica dal vivo e quindi spesso mi trovo a frequentare quei locali, tanti a Roma per fortuna, dove si susseguono giorno dopo giorno cover e tribute band di artisti famosi, che ne propongono il miglior repertorio, rispettivamente riproducendolo nel modo più fedele possibile o dando la loro interpretazione a mo' di omaggio. Sempre più spesso, purtroppo, si tratta di cantanti deceduti o di band sciolte, e in tal caso l'ascolto degli emuli è l'unico live possibile, ma anche quando si tratta di nomi ancora in attività capita sovente di sentire l'anima dell'artista più nella sudata e affettuosa esecuzione di quattro o cinque ragazzi (sono tali anche quelli di sessant'anni, su quel palco, guardare per credere) che nella stanca pantomima con cui certi ricchi signori ripetono se stessi negli ormai ingiustificati dischi o nei carissimi concerti.
Della parabola artistica di Pino Daniele ho scritto a suo tempo nel coccodrillo, così sbilanciata che le cose degli ultimi trent'anni, che magari sentite da chiunque altro uno avrebbe trovato di interesse assoluto, letteralmente spariscono a confronto dei primi dieci scarsi, costellati di capolavori dall'impatto incommensurabile nella storia della musica italiana. I ragazzi sentiti ieri, Tutta n'ata storia si fanno chiamare, lo sanno talmente bene che se non sbaglio di successivo all'85 hanno proposto solo Quando, imprescindibile pezzo scritto con e per Massimo Troisi nel 91. Sono, come ripeto spesso capita, tutti musicisti molto bravi, ma anche, come capita meno spesso, tutti visibilmente appassionati in modo sincero di quello che fanno (per pochi soldi potete scommetterci, al massimo quelli che bastano per poter continuare), divertendosi come matti e così contagiando l'intero uditorio. Meritano l'augurio più grande, quello di potere continuare a giocare questo gioco finché vorranno. E ogni supporto possibile, compreso il piccolo contributo di un passaparola come questo. Bravi, guagliò, la Musica (musicàa) è con voi, quella che si sente intorno è tutta un'altra roba.

sabato 7 ottobre 2017

E BRAVO CATALANO!

Immagine ricavata dal sito Cognomix
Ci sarebbero molte più ragioni per non dire nulla della questione catalana che non per dire qualcosa. Ma se nasci a Reggio Calabria il termine Catalano ti diventa familiare molto prima di apprendere che il cognome di tanti tuoi conoscenti, magari qualche amico o parente, deriva da una regione della Spagna. In Sicilia la sua diffusione è ancora maggiore, ma è significativa un po' ovunque nel Regno di Napoli, e ovviamente poi anche nel nord-ovest industriale destinazione di fin troppi terroni. In Sardegna invece no, e stranamente, se pensiamo che la lingua sarda in genere ha molte assonanze con quella catalana, e che addirittura in certe zone vi si parla un dialetto da essa direttamente discendente. Per non parlare di un tipo di cicoria che a Roma chiamiamo "puntarelle", ma in molte altre regioni chiamano proprio "catalogna" (Elio e le storie tese l'hanno pure cantata), e magari non è un caso.
Insomma, se intendiamo guardare la Storia delle Nazioni preferendo alla lente deformante di un Ente transeunte come lo Stato quella ben più illuminante delle regioni linguistiche e culturali, che lo hanno preceduto e gli sopravviveranno, allora la Catalogna deve interessarci in quanto italiani, oltre che in quanto mediterranei.
Non avendo però le risposte, mi limiterò ad elencare una serie di questioni, che magari aiuteranno ciascuno di noi a farsi un'idea, se non precisa certo migliore di quella che come prassi consolidata cercano di passarci i mass-media, o perlomeno a farsi domande:
  • qual'è il problema della Spagna, e in genere dell'Europa mediterranea, oggi? vi risulta che gli indipendentisti catalani siano anche sovranisti, intendano cioè separare il proprio destino dalla madrepatria per poter battere moneta propria e non dover più rispettare le assurde regole dell'UE? Pare proprio di no. E allora? Forse pensano di poter spuntare condizioni migliori nel rapporto colla tirannia di Bruxelles rispetto alla Spagna unita (ammesso che esista un modo pacifico di "separare i conti"), o ha ragione invece chi sospetta che a tirare le fila ci sia proprio il progetto di Europa federale delle regioni che intende proprio dissolvere gli Stati sovrani (e che era nei sogni della prima Lega nord)?
  • a proposito di Lega, capire quanto sia arbitrario il parallelo, stanti le notevoli differenze tra i due indipendentismi italiano e spagnolo, aiuta o viceversa complica le cose? insomma, se gli indipendentisti catalani sono europeisti, liberisti, aperti con gli immigrati, in una parola centrosinistri, che cacchio esulta Salvini?
  • oppure è Rahoy il centrodestro allineato con l'oligarchia di banchieri che governa l'Europa? Ma come fa a non capire che, pur avendo la sua Costituzione dalla sua parte, non può, specie nella civiltà degli smartphone, rispondere "militarmente", a una istanza popolare che per quanto eversiva possa essere considerata si sta svolgendo con modalità estremamente pacifiche, senza passare dalla parte del torto e causare una escalation di conflitto? E' cretino, o fa solo la sua parte nella creazione del caos che fa tanto comodo ai potenti?
  • pensiamoci un attimo: il 90 per cento di meno del 50 per cento fa circa il 40 per cento. Non è irragionevole dedurre che senza l'attacco del governo centrale, il referendum svolto in condizioni pacifiche sarebbe stato probabilmente un fiasco. Invece, è patetico rimarcare oggi il mancato raggiungimento del quorum (che non c'era, ma diciamo che si intende la maggioranza degli aventi diritto), perché è facilissimo obiettare che le condizioni per andare a votare erano rese difficilissime proprio da Madrid.
Insomma, stabilire chi abbia la democrazia e la legalità dalla propria parte è piuttosto difficile. Sarebbe almeno apprezzabile, allora, un pochino di coerenza. Se si sostiene che un governo ha il diritto/dovere di difendere con ogni mezzo l'unità nazionale, allora bisogna chiedere solennemente scusa almeno ai serbi, non essendoci più una Jugoslavia da resuscitare. Se invece si sostiene che il popolo abbia sempre comunque il diritto di fare di se quello che democraticamente decide, poi bisognerebbe vergognarsi di avere stigmatizzato la brexit o la secessione della Crimea filorussa dall'Ucraina fascistoide che all'Occidente ha fatto comodo cavalcare. E oggi si dovrebbe riconoscere la Catalogna il giorno stesso che proclamasse la propria indipendenza, e iniziare a bombardare Madrid se non gliela concede, come si fece per 78 giorni con Belgrado per il Kosovo, governo D'Alema.
Ma se una cosa è certa, è che dovremmo essere grati al popolo catalano (e glielo facciamo dire da un Renzo Arbore d'annata) di averci messo in mano questo pezzo di specchio, a guardare bene in faccia tutte le contraddizioni nostre e di questa Europa che affonda, senza nemmeno che sia ancora bene chiaro a tutti che l'unica salvezza (non sicura, d'accordo, ma almeno possibile) è nell'abbandonare la nave.

mercoledì 4 ottobre 2017

MOLTI MITI MODERNI

Questo brano (i miei testi di canzone sono depositati in SIAE tra gli inediti: a chi ne piacesse qualcuno, basta contattarmi, non è questione di soldi) si presta a un continuo aggiornamento. La musica che avevo in testa ai tempi era una specie di rap melodico su base funky (ogni tanto ne faceva Raf, per capirci), e l'ultimo ritornello è ad libitum con la doppia voce, ma come ho già detto mi va bene quella che gli viene a chi adottasse il testo.
MOLTI MITI MODERNI
Molti miti moderni se ne vanno via
presi stretti tra la strada del mare e quella di casa mia,
molti miti moderni se ne vanno via,
non c’è più niente da fare, non si può farne una malattia.
All’inizio del terzo millennio, si può dire cosa c’è?
Il lavoro è sparito da un pezzo, la democrazia cos’è?
La vita scala le forme della sostanza e non si fa il bidet,
e non è vero che sei il migliore, che non c’è nessuno come te.
Vorrei poter riemergere dalla fantastica apnea
che mi ha portato fin su in Germania, fino giù in Nuova Guinea,
ma la scatola temporale che si è aperta e non si chiude più
mi ha mandato giù di morale e mi ha spento l’abat-jour.
E alla fine della fiera l’era del look chiuderà i battenti
e noi campioni della sostanza vi rimostreremo i denti
e canteremo le canzoni con più musica e più testi,
vi faremo battere le mani e faremo guadagni onesti,
non useremo le bombolette ma non salveremo le balene
e non faremo le cavie a pezzi, non ci venderemo i reni,
e niente più centrali nucleari, niente più petrolio:
useremo la macchina ad idrogeno, e voleremo grazie all'elio.
Molti miti moderni se ne vanno via
presi stretti tra la strada del mare e quella di casa mia,
molti miti moderni se ne vanno via,
non c’è più niente da fare, non si può farne una malattia.
E il footing, il network, il leasing, il lifting,
lo share, lo squat, il crack, i BOT,
le telenovelas, i satelliti, il calcio mundial,
l’economia senza frontiere, l’alta finanza, le guerre stellari,
le barzellette di Berlusconi, le porcate di Calderoli,
tutti i film con gli effetti speciali, la catastrofe nucleare,
le elezioni dell’imperatore, le riforme istituzionali,
e tutti quanti odiano la guerra, tutti quanti siamo uguali.
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
…
Ma ora che siamo nel terzo millennio la risposta no, non c’è.
I detersivi senza fosfati? Il tramonto del pied-à-terre?
Voglio vivere una notte sola, ma con Lady Gaga e Skin!
La mia forza è solo la parola, il mio muscolo quello li.
Per rilanciare la canzone d’autore c’è chi ricorre ad un nuovo funky.
Come vorrei esserci io, ad imparare, ancora dietro i banchi!
Con Internet sul telecomando avremo una nuova falsa sovranità,
e dopo tutto quanto questo nulla ci resterà.
molti miti moderni se ne vanno via
dallo studio dell’avvocato, dalla drogheria,
molti miti moderni se ne vanno via
dalla spider del laureato, dalla nostalgia,
molti miti moderni se ne vanno via
dal telequiz falsificato, dalla superveloce ferrovia,
molti miti moderni se ne vanno via
c’è stato forse chi si è salvato, con la fantasia…
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via
molti miti moderni se ne vanno via....

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