LA LEGGE DEL MENGONI

Alla fine dura talmente tanto che anche distrattamente, anche un pezzo qua uno la, le canzoni di Sanremo te le senti, magari non tutte, anche tu che la tele non la vedi quasi mai, anche tu che hai un concetto di musica per cui non eri tra i contestatori di Degregori "commerciale" al Palalido forse solo perché eri piccolo. Scopri allora che quella quintessenza della mediocrità (era un discreto imitatore, il resto della carriera lo deve solo alla innata capacità di zerbinaggio bipartisan) col nome e cognome enigmistico (cambio di consonante) si è fatto affiancare degnamente. No, non sto parlando dell'ex graffiante Lucianina, che a forza di limarsi le unghie ora può entrare pure nel salotto buono e salire sulle poltrone di pelle con il solo brivido che in quanto gatto le può rovinare, che passa appunto quando ti ricordi, e le cose che dice te lo ricordano, che ora fa solo finta. Sto parlando di Mauro Pagani, e non so nemmeno se è una scelta di Fabiofazio o di chi per lui: se il direttore artistico è uno che ha scritto a quattro mani con De Andrè il miglior LP forse della musica italiana ogni tempo, forse del mondo negli anni ottanta, e da quando ha lasciato la PFM ha messo lo zampino in quasi ogni progetto musicale di rilievo della musica italiana degli ultimi 40 anni, rilanciando gente come Ranieri e Vecchioni e trasformando Arisa in una cantante vera, è da presumersi che il livello medio delle canzoni sia piuttosto elevato anzichenò.
E infatti così è stato, solo che non è il livello medio che passa alla storia, sono i vincitori che si ricordano (e manco tutti), e a contrario quei perdenti che hanno clamorosamente vinto dopo, come Vasco o Zucchero o Dalla o Celentano. Ecco allora che all'albo d'oro si aggiunge tale Marco Mengoni, a completare un quinquennio dove il filotto di provenienti dai talent show è stato rovinato dalla vittoria inspiegabile di Vecchioni due anni fa. La cosa si spiega col meccanismo di scelta del vincitore, in cui il peso del televoto (pur ridotto rispetto ai massimi) è tale che solo una giuria di qualità compatta e intelligente può ribaltare la classifica, e evidentemente non era il caso di quella di quest'anno.
Il fatto che anche persone insospettabili ti rispondano, quando tu obietti che sto Mengoni non solo canta canzoni impresentabili ma nemmeno sa cantare, che però ha una bella voce, e magari aggiungono che è ora di smetterla di considerare l'emersione dai talent show come un peccato originale inespiabile, rende solo più amara la constatazione della distanza tra la "musica che gira intorno" e quella che girava prima del regime televisivo. I talent non sono l'effetto, sono la causa, del problema. La loro sintassi è quella della televisione generalista in genere: abbassare il livello culturale dei votanti per vanificare la democrazia, quindi colpire nel mucchio e fare ascolto, e il resto non conta. Quindi, nessun rischio è accettabile. Quindi, le canzoni sono tutte identiche. Quindi, se devi distinguerti deve essere per un vezzo, un birignao, una sguaiatezza nel cantare. Per una Arisa che si affida a Pagani per liberarsene e crescere, 100 meno intelligenti restano nel cliché. Tanto il talent muove le fila del televoto, finché si può anche disonestamente, poi magari anche pagando, tanto il ritorno è garantito: se i tuoi vincono a Sanremo, il prossimo anno ci sarà il doppio della fila di gente convinta che il tuo show sia l'unico canale rimasto di promozione nel campo dello spettacolo, e così via in un circolo vizioso che non avrà fine, hai voglia a ripetere ste cose da anni come un vecchio babbione. E anche il gusto muore, sennò i Modà dovrebbero linciarli, le folle, non osannarli.
E' inutile la presa di distanza intellettuale di un Odifreddi, non ci resta che accettare questa deriva, rifugiandoci nella nostra discografia privata. Se pensate che Elio non so quanti X-Factor ha all'attivo, e pare che lo stesso Vecchioni sia tra i papabili ad affiancarlo, la debacle è completa.

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