18 - TUTTO PER AMORE

Il racconto numero 18 (su 21, 22 con quello che li racchiude tutti) di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi) è sognato, con una vividezza che per un attimo sembra quasi far pensare all'alieno che le legge la mente che anche lei sia entrata nella sua, da una donna, un'astronauta tunisina cieca, a bordo perchè chi ha confezionato l'equipaggio di questa specie di arca ha pensato che magari servisse ai risvegliati - se e quando si risvegliassero - una brava psicanalista. Beh, oggi servirebbe a certi politici, ma questa è un'altra storia, anche se anche avere a breve un governo (d'accordo con Scanzi: piuttosto che il PD meglio rivotare...) sembra proprio fantascienza...

18 - TUTTO PER AMORE

Ho voglia di mangiare. Magari una mela, di quelle croccanti con la buccia liscia liscia, che solo a toccarla la senti già in bocca. I denti faticano ad entrare, poi ecco la morbidezza della polpa, il succo scorre sulla lingua, poi giù contro il palato, e nella gola, e ancora giù, giù… vorrei masticarla piano, assaporarla fino in fondo, con la soddisfazione degli ultimi morsi, ricamati attorno al torsolo.
Ho voglia di bere. Magari dell’acqua fresca appena frizzante, dal sapore un poco acidulo, che lascia in bocca un leggero amaro ed un piacere autentico.
Ho voglia di dormire. Magari in un letto caldo ed accogliente, soffice e confortevole come quello della mia mamma in cui, da piccola, dopo uno dei miei soliti febbroni, mi era permesso di passare la notte, rannicchiata contro di lei che mi toccava la fronte umida, mentre io mi abbandonavo a quella spossatezza benefica, al sonno rigeneratore.
Vorrei toccarti. Sapessi come mi emoziona sentirti vicino, avvertire la tua presenza ancora prima di sentire la tua voce, riconoscerti dal passo, dall’odore, e poi sentire la tua mano nella mia, le tue dita che scivolano nel mio palmo, lunghe, sottili, delicate, eppure così forti, decise, confortanti.
Vorrei passarti le dita fra i capelli. Forse sono un po’ più bianchi, e più radi, ma sempre sottili, leggeri e imprevedibili e ribelli, come te.
Vorrei ascoltarti mentre mi racconti le tue storie interminabili, ed io smetto di seguire il senso di ciò che dici, e mi cullo al suono della tua voce, fantasticando.
Vorrei vederti. Anche solo per un attimo, per rinnovare quel ricordo che, ormai, nonostante tutti i miei sforzi, sbiadisce ogni giorno di più.
Vorrei baciarti.
Vorrei assaporare le tue labbra, esplorare la tua bocca piano piano, come sono lisci i denti, sono lucidi? E la lingua umida e calda e la barba, più ruvida attorno alle labbra, e intanto lasciarmi stordire dagli odori – quanti! – e dal tuo respiro, che si affretta.
Sogno. Non sto dormendo, eppure sogno. Salgo un pendio ripido, mi arrampico mentre scende la notte ed è sempre più buio. Io non ho paura, devo arrivare in cima, dove c’è una luce, una festa, suoni e musica. Poi capisco. Sono sulla Rocca di Cartagine: la mia città, il Mediterraneo, il mondo, sono ai miei piedi. Io sono Didone nel tempio, lucente di marmi, illuminato da mille fiaccole, adorno di tutte le statue più belle che l’uomo ha potuto pensare e creare. La perfezione, la bellezza, qui sono ovunque.
Nel centro del tempio, una tavola imbandita, gente che ride e canta. Tu mi volti le spalle, ti chiamo e non mi esce la voce, allora corro per raggiungerti, ma inciampo, cado, tu ti volti, ed inizi a scendere dalla collina, dalla parte opposta a quella dalla quale io sono salita, e sparisci, inghiottito dal buio. Cerco di vedere attraverso le tenebre, ma non vedo più te, né niente altro.
Non so perché ho accettato. Certo, mi lusingava l’idea che, fra tanti psicoanalisti, avessero scelto proprio me, cieca (eh, si: chiamiamo le cose con il loro nome, a me il termine “non vedente” non piace affatto) ma, come dicono, con due palle così. Che sfida, fare parte di questa missione ai limiti dell’impossibile e forse oltre, ai limiti del buon senso, con il compito di assicurare il benessere mentale di tutta la spedizione! E il mio? Chi pensa al mio? Non so perché ho accettato.
Però so perché ti ho lasciato. Ti ho lasciato perché tu non lo avresti mai fatto, perché non tolleravo l’idea di non essere amata come io ti amavo, di non essere necessaria quando tu mi eri indispensabile.
Non coraggio, ma viltà, e ce ne è voluta tanta per abbandonarti stupito, attonito, smarrito, privo di quelle che erano le tue certezze.
Non ho visto il tuo viso, ma ho sentito il tuo disagio, ho potuto toccarlo e respirarlo, e ho ingoiato le lacrime che salivano inarrestabili, e che avrei poi, da sola, consumato fino in fondo.
Ti ho lasciato per troppo amore, perché per il tuo bene ho voluto rinunciare a ciò cui tengo più di me stessa, cioè a te.
Sono immersa nel silenzio dell’infinito, milioni di stelle, milioni di anni, milioni di vite lontane, milioni di chilometri, un viaggio senza inizio e senza fine, sospesi nel tempo, sospesi nella coscienza e nei ricordi.
Tutto il vuoto dell’universo si riempie, e lo riempio con la tua voce, con il calore e con la fragranza della tua pelle, con il ricordo del tuo profilo irregolare, che scorre sotto le mie dita. Posso colmare ogni vuoto, posso, pensando a te.

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