mercoledì 20 febbraio 2019

DIVERTIGIONE


Essere umani è una condanna terribile. La metafora di Adamo ed Eva cacciati dall'Eden per aver mangiato il frutto dell'albero della conoscenza ne è una efficace rappresentazione. Siamo, a quanto ne sappiamo, gli unici animali condannati a vivere sapendo di dovere morire. E' talmente atroce che l'unica reazione razionale alla cosa sarebbe il suicidio più o meno (guarda in quanti praticano, per mestiere o ancora più spesso per gioco, attività pericolosissime...) diretto. Per non farlo, ci siamo inventati due cose solo apparentemente opposte, due chiavi che aprono la stessa serratura: la religione e il divertimento, rispettivamente "darsi risposte banali ma credibili e consolatorie a domande impossibili" e "voltarsi dall'altra parte per non vedere le domande impossibili ed evitare così di dovere rispondergli".
Da ateo sempre più convinto (ancora qualche anno fa preferivo la patente di "agnostico", ora capisco quanto sia insensata) la prima strada mi è preclusa, da persona che tenta di mantenere un livello di consapevolezza decente la seconda mi serve solo a tratti. Ma ce n'è una terza: fare progetti. Come se non si morisse mai. Illusoria quanto ti pare, ma se lo fai convintamente, funziona: "diverte" davvero, e allora la morte arriva inattesa, e quando arriva tu non ci sei più quindi che ti frega.
Avevo un amico che la pensava proprio così, e infatti nonostante fosse molto più grande di me continuava a fare progetti. Ho avuto la fortuna e l'onore di lavorare "per lui" e con lui, e ho continuato a farlo per il solo piacere di farlo quando andò in pensione, seguendolo a gratis per anni appunto nei suoi progetti (una cattedra universitaria, ma anche una delle prime riviste di controinformazione on-line quando i blog nemmeno esistevano, tanto per cominciare...). Insomma, ho sempre pensato che "da grande" volevo essere come lui, e forse in qualcosa ci sono riuscito, sicuro è che quando mi capita di scordarmi della sua "lezione" vivo peggio, fino a che un bel giorno non me ne ricordo e realizzo che era proprio quello il motivo per cui stavo vivendo male. Di questo grande amico parlo all'imperfetto perché qualche anno fa è stato ucciso in pochi mesi da una malattia fulminante, oserei dire beato lui. Ma se non si muore davvero finché qualcuno ti porta dentro, al cuore alla mente ai ricordi (ditela come vi pare, la stessa roba è), lui è ancora vivo e adesso mi sta aiutando. E chissà in quanti possono dire la stessa cosa, intendo sia proprio di lui, sia ciascuno dei propri modelli di cui ha come trascritto dentro di se il software, le routine, il codice che poi gli serve a elaborare le risposte ai suoi problemi attuali. Ma perché, voi non ci parlate mai, dentro di voi, con vostro padre o nonno?
"'A vecchiaia è 'na brutta malatìa", diceva mio nonno, che da un lato ha cominciato a dichiararsi vecchio a 40 anni (erano altri tempi, non si usava ancora sentirsi ragazzi a 60) ma dall'altro ha continuato a lavorare fino a 85. E' che a un certo punto, quasi a tradimento, ti coglie la consapevolezza che il segmento di tempo che hai davanti è più corto di quello che hai dietro. E se anche provi a dimenticartelo ecco che arrivano gli acciacchi a ricordartelo, e fino a che non sono di quelli seri seri è pure meglio che non te ne lamenti se no porta male... Allora non ci sono che due vie: lasciarsi paralizzare dalla cosa, o al contrario realizzare finalmente che il tempo è una quantità finita e quindi sfruttarlo tutto. Come al solito, queste robe sono i poeti a dirle meglio, ecco Vecchioni:
... la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire...
Il brano è Sogna ragazzo sogna, risentiamolo assieme...

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