NOTTI TRAGICHE

Da bambino ero milanista, perché mio papà lavorava a Milano e perché ci giocava il più grande regista italiano di tutti i tempi, Gianni Rivera, uno col fisico di un "abatino" (Brera dixit) che sembrava non correre ma invece (avete presente Federer nel tennis, che sembra non faticare?) velocizzava il gioco più di tutti i corridori di oggi mandando il pallone lontanissimo dove voleva lui, segnando tanto e facendo segnare (anche mezzi brocchi) ancora di più. Quando Berlusconi comprò il Milan, e ancora non si sospettava che la cosa facesse parte di una strategia ben più ampia né si conoscevano le origini malavitose dei suoi soldi, mi ero già allontanato dal calcio da alcuni anni, perché era iniziata nei primi anni 80 la meravigliosa parabola sportiva della Cestistica Piero Viola, e il basket lascia miglia indietro il calcio per quasi ogni dimensione sportiva (frequenza e varietà di gesti tecnici, suspense, peso dei valori in campo, eccetera). Così, mentre mio cugino/fratello e molti altri milanisti famosi o meno esultavano per i nuovi trionfi rossoneri, io mi dimettevo da tifoso, e intanto capivo che quel modo di intendere il calcio, sia del presidente (comprare rose lunghissime di giocatori, tanto i soldi non sono un problema) che dell'allenatore (zona pressing a tutto campo, per tutta la partita, che così le due squadre giocano in venti metri), lo avrebbe rovinato, perché avrebbe costretto i concorrenti all'emulazione.
Fui facile profeta, e infatti i decenni a seguire videro da un lato bilanci societari sempre più gonfi e fallimentari, e dall'altro il talento calcistico sempre più mortificato, e deselezionato fin dalle giovanili, sull'altare della tattica e dell'eretismo podistico (ancora Brera, un autentico vulcano di neologismi). In questi trent'anni, qualche partita l'ho anche vista, ma mi sono sembrate quasi tutte mortalmente noiose. Sarò io, ho sempre pensato, visto che invece gli altri correvano a comprarsi l'ultimo pacchetto televisivo satellitare o digitale terrestre; dimenticavo che assistere a uno spettacolo sportivo decente è l'ultimo dei problemi del calciofilo medio, che invece si identifica con la propria squadra del cuore per ben altre ragioni (soddisfare l'atavico bisogno di appartenenza tribale, o sedare l'ansia della morte legandosi a qualcosa che viveva prima di lui e gli sopravviverà, ad esempio). E invece.
Invece finalmente una (meritatissima) disfatta toglie il velo alla verità. E anche se in tanti, non solo l'impresentabile vertice federale, si stanno prodigando e si prodigheranno per rattoppare il proprio giocattolo, è un piacere poter ascoltare delle voci autorevoli (qui Sconcerti) dare forma oggi ai miei annosi pensieri, formatisi anche per aver osservato da vicino, per varie vie, la realtà sconvolgente delle odierne scuole calcio. Posti dove si fa a pagamento quello che una volta anche da noi, e ancora oggi in mezzo mondo, si faceva gratis per strada o all'oratorio. Anzi, magari si facesse, perché quello era giocare a pallone, selezionando per natura i talenti e le personalità (se ti menavano e tornavi a casa a raccontarlo, tua madre ti rimenava), questo è un'altra cosa: imparare fin da piccoli schemi su schemi anziché il dribbling (sei pazzo? è meglio trascinare il piede così ti procuri il fallo magari da ultimo uomo...) fino sul fondo con cross a rientrare, sgomitare con gli altri per un posto in squadra nel campionato di categoria (con due fattori premianti: il fisico precoce, e le capacità di influenza dei genitori, di qualunque natura esse siano), essere alla moda e acchittati come quelli che guadagnano i milioni e vanno in televisione. Avvicinandosi a tante, troppe scuole calcio - provate - viene voglia di urlare all'allenatore qualcosa come "ma li vuoi fare giocare a pallone, sti ragazzini?", e ci si trattiene solo per non farsi picchiare... dalle mamme (tutte in tiro, e più cazzute dei papà, assieme ai quali guardano ai pargoli come a pacchi di soldi in fieri).
No, non è un caso che l'ultima generazione di campioni sia venuta fuori dal "mondo" precedente. Oggi, se vostro figlio è la reincarnazione di Rivera e lo portate a calcio, ve lo fanno ritirare dopo due mesi perché non pressa, se lo è di Bruno Conti perché è innamorato della palla, e con la stessa logica deselezionano ogni possibile nuovo Baggio, Totti, Del Piero o Pirlo, ma anche Rocca, Facchetti, Scirea per andare in difesa. E a proposito di quei campioni, scrissi a caldo su Contrappunti che vincere quel mondiale si sarebbe rivelata una iattura: il calcio aveva già mostrato tutti i sintomi della sua malattia, e senza quella inaspettata vittoria avrebbe con ogni probabilità ricevuto la giusta cura da cavallo, con sei o sette big, tra cui le romane e le milanesi, cancellate o almeno mandate a ripartire dai dilettanti, il commissario era pronto. Ma il centrosinistra precario di quel governo non poteva affrontare l'enorme calo di popolarità che gli sarebbe derivato dal proseguire su quella strada dopo la vittoria a Berlino, anche se quella cautela non gli valse nulla, e pochi mesi dopo ci ritrovammo il presidente pallonaro di nuovo in sella, grazie soprattutto alla sventatezza di quello delle figurine con l'Unità che oggi fa il cinematografaro ed era meglio per tutti avesse fatto sempre solo quello.
Così, anche solo per scaramanzia, possiamo giudicare benaugurante questa eliminazione (fosse entrato il golletto e avessimo vinto anche solo ai rigori nessuno oggi parlerebbe di crisi del calcio italiano, e ci prepareremmo alla solita overdose di "notti magiche", senza dubbio, se pensate che anche così stanno facendo di tutto, e magari ci riusciranno pure, per continuare l'andazzo come se niente fosse), hai visto mai davvero riformano il calcio (e hai visto mai gli italiani non distratti dal pallone pensano ai loro problemi e mandano al governo qualcuno di veramente nuovo che glieli risolva..).
Le idee in giro ci sono, ad esempio quelle di un certo Van Basten (uno che Sacchi voleva giubilare assieme ad altri "vecchi" e poi invece per loro fortuna cacciarono Sacchi e con Capello vinse altri 3 campionati): niente più fuorigioco per allungare le squadre (così i centrocampisti hanno di nuovo lo spazio e il tempo per ragionare come ai tempi di Rivera, e nuovi Rivera possono emergere), espulsioni a tempo al posto del cartellino giallo, e definitive dopo un tot falli, cambi volanti e reversibili, e ultimi dieci minuti cronometrati al netto. Lo so, sto scandalizzando i puristi. Ma lo spirito del calcio, quello vero, la ragione vera del suo enorme successo mondiale, non è nell'immutabilità dei regolamenti (che infatti sono cambiati moltissimo, ma spesso in peggio), è nella sua essenza di sport proletario e democratico, praticabile da tutti: da chi ha i soldi e da chi non li ha, da chi è grosso/potente/veloce e da chi è piccolo/intelligente/svelto. Se non cambiare significa tradire questo spirito, allora il cambiamento radicale è la cosa più conservatrice, in senso proprio, che si possa avere.

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