giovedì 2 novembre 2017

7. IL SOGNO DELLA MORTE

In attesa di Sushi Marina, continua la pubblicazione (oggi particolarmente tempestiva, visto il titolo) dei racconti di Chi c'è c'è, raccolti da un "geestre" direttamente dalle menti di 21 terrestri in animazione sospesa su un astronave perduta nel cosmo, forse ultima testimonianza del nostro pianeta ormai distrutto. A sognare questo sogno è un ragazzo olandese, ma che questa storia delle nazionalità diverse sia una conseguenza posticcia della necessità di raccogliere i racconti con un pretesto l'ho già detto all'inizio, e comunque si capisce.

7. IL SOGNO DELLA MORTE
Quante volte capita di tentare di immaginarsi cosa si prova al momento di morire! Dico: in quel preciso momento. Da qualche parte ho letto una teoria che mi affascina, e che nello stesso mi permette di conciliare la mia antica sete di sapere trascendentale e quel mio eccesso di ancoramento logico che mi ha sempre negato il dono della fede: se questa vita è il regno del Divenire, e l’altra vita è quello dell’Essere, probabilmente l’ultimo istante che viviamo si dilata all’infinito.
Questo in un colpo solo spiega il perché scrittori e registi facciano sì che il loro eroe negli ultimi istanti di vita percepisca la realtà al rallentatore e faccia a tempo a scorrere nella memoria il film della sua vita, e fornisce una spiegazione razionale al paradiso e all’inferno, nel frattempo spiegando pure la ratio dell’ultima confessione nel cristianesimo. Se fosse vera questa teoria, infatti, diventa decisivo morire sereni, con l’animo leggero, perché l’ultimo tuo istante è l’ultimo eterno istante di tutto l’universo, secondo il tuo punto di vista. Come dire: niente di meglio di una bella assoluzione, per uno che crede nell’aldilà o perlomeno ci spera.
Sul rallentatore in verità avrei un’altra teoria, non so quanto vera ma che ho sperimentato sulla mia pelle. Una volta, infatti, sono finito fuori strada con l’auto, che si è rovesciata ed è rotolata giù per una scarpata; ebbene io ricordo perfettamente ogni singolo istante dell’incidente, dalla sterzata per evitare l’automobile che mi aveva tagliato la strada, al controllo del mezzo perso dopo un bestemmione ed il contatto di striscio con quel pazzo, alla pietra miliare che si avvicina, in primo piano, all’impatto, al capovolgimento della vettura verso l’avanti su se stessa, alla visione “cielo sotto terra sopra” attraverso il parabrezza, alla mia mano che scivola d’istinto verso la maniglia della portiera, alla mia incredibilmente agile capriola con le spalle sul terreno per finire in piedi all’inseguimento del “criminale”, alla mano che va tra i miei capelli e torna sotto lo sguardo insanguinata, al sangue sulle scarpe e sulla camicia strappata, all’ultima occhiata alla macchina appoggiata in fondo alla scarpata col parabrezza rotto e la ruota di scorta sul posto guida, prima di svenire. Neanche cinque secondi, forse, e potrei parlarne per ore. Ebbene, io credo che se avessi avuto il tempo di pensarci non avrei avuto una reazione neanche lontanamente paragonabile. Probabilmente, infatti, in questi casi il cervello va in automatico, ordina una scarica di adrenalina tale da moltiplicare forze, abilità, riflessi, e magari pure frequenza di registrazione in memoria, così che quando ricordi è come proiettare a velocità normale una pellicola registrata 10 volte più veloce.
Non so quanto in realtà siano compatibili queste due teorie, e quanto attendibili in assoluto; d’altra parte quando sogno di morire non mi pongo problemi di verosimiglianza. Nessuno credo lo faccia.
L’ultimo mio ricordo, l’ultima sensazione è quella di un qualcosa di affilato che mi scorre sulle gambe, tagliandole di netto appena sotto le palle. Il pensiero più forte tra quelli che mi si accavallano in questo momento è: “meno male che le palle sono intatte”. Non fa male: il dolore è un servomeccanismo, se non serve si disattiva. E a me non serve: tra pochi secondi sarò completamente dissanguato.
C’è mio padre, a reggermi la testa con le mani; e già: ero venuto qui a salutarlo, lui vecchio ferroviere di provincia quasi in pensione, io studente ad Amsterdam capellone e barbuto, giovane ed irruento. Qualcuno lo ha insultato, una vecchia questione, siamo allo scalo merci, lui ha risposto, quello fa per aggredirlo, ma io mi sono messo in mezzo e quello ha spinto me, è grosso, e io sono sbilanciato, faccio qualche passo indietro per non cascare, poi inciampo col tallone sul binario e cado all’indietro rimanendo a cavallo dell’altro binario, le gambe di qua il resto di là, proprio un attimo prima che passi un convoglio in manovra. Questo è il passato recente, l’accaduto, il fatto.
Un altro pensiero è per la mia ragazza: ho capito che sto per morire, che non la rivedrò più. Non saprò mai se era la ragazza della mia vita, se avrei finito per sposarla ed avere dei figli da lei, o se invece l’avrei scoperta qualche volta con qualcun’altro e sfanculata, o viceversa. Ma ora vorrei dirle che l’amo tanto, e prego mio padre di riferirglielo, quando la vedrà.
E pensare che nell’adolescenza avrò fantasticato mille volte di suicidarmi! Si sa, il pensiero di suicidio è in realtà un meccanismo che scatta sotto il comando dell’istinto di sopravvivenza: ti metti a pensare a tutti i tuoi cari, ne passi quasi in rassegna le reazioni alla notizia del tuo gesto, fino a che non scopri un motivo per non ammazzarti, o comunque perdi il momento buono. Dove l’ho letta, una riflessione del genere? Ah, si: l’italiano Pavese, “Il mestiere di vivere”.  Peccato che poi “Cesare perduto nella pioggia”  abbia finito coll’ammazzarsi per davvero. Io non posso più, neanche volendo.
Ma allora com’è che avrei voluto morire, potendo scegliere? Da eroe? Ecco la scena, da romanzo romantico: il bambino che scivola nell’acqua melmosa del Polder inondato, io che mi tuffo senza esitazione, senza neanche togliermi le scarpe e l’orologio, o affidare a qualcuno il telefonino e il portafoglio. Lui si agita, troppo: io fatico a tenerlo su, ma bevo, e il fango mi cattura per le scarpe, e non riesco a respirare, ma resisto, devo salvarlo, ecco qualcuno che si avvicina, lo afferra, ma io non vedo più niente, non sento più niente. No, ora vedo tutto, chiaramente, dall’alto: il bambino che tossisce e vomita, un capannello di persone che si agita, qualcuno che con un bastone ricurvo aggancia qualcosa che altri tirano su. E’ un cadavere. Il mio. Neanche questa è mia: ho letto un libro in cui persone che sono state in coma raccontano di un tunnel, di una luce in fondo così attraente, e della loro degenza vista letteralmente da un altro punto di vista, ad esempio in volo radente al soffitto della stanza dell’ospedale.
Oppure magari anche una morte normale, ma essendo stato una persona speciale. Che so, Karl Marx, l’autore più seguito e più travisato della storia del pensiero, dopo Gesù Cristo (quest’ultimo il mio preferito quanto a morte, così spettacolare!). Ma mi sarei accontentato di diventare un tennista classificato ATP anche molto in basso, o il terzino destro dell’Utrecht. Certo, Gesù ha fatto proprio una morte come si deve! Scenografica. Lenta, dolorosa, con tanto di frase ad effetto. “Padre, perché mi hai abbandonato?”, e china il capo; e si oscura il sole! Ma non solo: risorge, ancora più spettacolarmente, ed ascende al cielo! E dirò di più: morto tra due uomini, per mano degli uomini, ha fatto tutto per gli uomini. Per salvarli. Lasciando una testimonianza.
...Certo che poteva essere un pochino più chiaro, pure lui: avrebbe evitato duemila anni di crimini commessi in suo nome e in generale di travisamenti delle sue parole. D’altronde, ad essere anche fin troppo chiari e tassativi come suo padre nei dieci comandamenti si viene disattesi lo stesso: sono gli uomini, è nella loro natura sbagliare, lui lo sa bene, li ha fatti lui. A sua immagine e somiglianza, per giunta. Però, a pensarci bene, chiunque sapendo che tanto sarebbe risorto avrebbe fatto tre anni di prediche, qualche giorno di passione e tre di sepolcro, per poter passare alla Storia. E poi, tra il Salvatore che perdona e Jahvè che si incazza di giusto preferisco ancora quest’ultimo: vuoi mettere, l’antico Testamento!
Peccato che sono entrambi immortali. La morte è importante, direi essenziale: senza di essa la vita non avrebbe alcun valore. Nessuna idea è concepibile dalla mente umana se non è lo è anche il suo esatto contrario. Il bene? Non sarebbe apprezzabile se non esistesse il male. La salute si definisce grazie alla malattia, la pace grazie alla guerra, e così via, per qualunque concetto. Attenzione: per noi poveri umani ciò che non è percepibile, concepibile, apprezzabile, è esattamente come se non esistesse. Cioè: potrebbe anche esistere, ma su un piano parallelo al nostro, che da qui non si può neanche tentare di immaginare di definire. Tanto vale dire, come dico io, “non c’è”, anche se non posso escluderlo. Il paradiso, l’essere in Dio, l’Essere assoluto, non può dirsi o pensarsi con una mente e – direi - un’anima intrinsecamente transeunti, fatte di Divenire. Pertanto, se esistesse il Paradiso, l’Essere, noi ora e qui saremmo nell’Inferno, il Divenire. Siccome quindi il Paradiso non è da noi concepibile, allora è esattamente come se neanche l’Inferno esistesse. Per essere precisi, più che non esistano si può dire che non sono nostri problemi, e fare come se non esistano.
Forse la morte migliore l’ha fatta il nonno di un mio cugino: ad 85 anni suonati, siccome ogni tanto gli tirava ancora, è andato a morire sopra una prostituta di Amsterdam (solo per questo già meno fortunata di lui). Sul petto di una donna è perfetto, è dove si viene appoggiati appena nati, se la levatrice è brava e vuole farti risentire subito la musica del cuore di tua madre, il suono che hai sentito in tutta la tua esistenza fino ad allora, ed il cerchio si chiude. Com’è rassicurante sentire sempre la stessa musica!
Io no, invece. Io ho cambiato musica spesso, troppo spesso, nella mia vita, e in tutti i sensi. Eccole, in rapida successione, le scene della mia esistenza susseguirsi nella mia memoria. E’ proprio vero, succede! Saranno le ultime pompate, allora? Il sangue sta proprio per finire, o ancora no? E quanto tempo è passato dall’incidente? E quanto me ne rimane?
“Ti rimane sempre da vivere tutto il resto della tua vita”, mi risuona in testa questa frase, neanche questa ricordo dove l’ho letta.  Ma è verissima: anche in fisica qualsiasi misurazione fatta dall'esterno di un dato sistema chiuso per quel sistema non ha senso. Occorre farla dall'interno. E da dentro di noi abbiamo sempre tutto il tempo che ci rimane. E possiamo sempre farne tutto quello che vogliamo. Ho ancora il diritto e la possibilità di sognare di morire tutte le morti possibili. Fino a perdere la percezione del filo sottile tra sogno e realtà. Il sogno della morte è il migliore, per questo scopo. Tanto per cambiare, non so dove l’ho letto. Non so neanche più se sto morendo sul serio o solo sognando di morire. Benissimo, Johan, vai così che vai bene. E buonanotte.
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Qualcuno ricorderà che alcuni dei racconti li ho "ricavati" partendo da testi di mie canzoni quando ho dovuto abbandonare il sogno di cantarle: in questo qui mi sono discostato talmente poco che  pubblicare assieme le due cose (per usare il mio testo mettendolo in musica - qui avrei pensato a una rock ballad ossessiva, un giro parlato un giro, quello coi puntini, strumentale - basta chiedermelo) mi sembra giusto, e anche forse divertente come esercizio di stile.

IL SOGNO DELLA MORTE ACCIDENTALE
L’ultimo ricordo, l’ultima sensazione
fu quella di un qualcosa di affilato che ti scorreva sopra,
qualcosa che ti tagliava, all'altezza delle palle,
le gambe, e scattava l’ultimo giro di giostra della vita;
pensasti “meno male che le palle sono salve”
appena in tempo prima di finire il sangue,
dicesti “salutatemi la mia bella
ditele che l’amo tanto”.

Pensare che hai pensato mille volte di suicidarti,
che hai infiorito nei sogni questa possibilità,
e altre volte – meno – di morire da eroe,
salvando qualcun altro dalla grande puttana.
Avresti accettato magari di morire di mafia,
persino di morire da Cristo in croce,
solo non capivi perché c’era la guerra,
solo non capivi perché mal sopportavano la pace.

“Da Cristo – avresti detto – che bell’avventura!
certo non ci sarebbe stato molto da guadagnare”,
ma almeno lui è morto quando lo sapeva,
è morto per, è morto tra, è morto a causa degli uomini;
“brutta fine, fino ad ora inutile – avresti pensato –
io farei di meglio” - ti sentivi forte:
parlavi, parlavi della, e parli con la morte,
ne parlavi anche con lei…

Gioca, gioca, hai solo vent’anni, gioca ancora!
daresti al sogno un soldo per un’ora,
un’ora per poterla ancora salutare,
ma neanche questo, neanche l’ultimo saluto,
non ti è concesso niente, siamo mica nei film!
non sei morto mica da protagonista,
né tra le braccia sue, proprio non ti toccava:
“inutile”, è l’aggettivo che alla tua fine mancava.

“Avrei sognato di morire da Unico,
mi sarei accontentato di morire da Cristo,
non malvolentieri l’avrei finita da Robespierre,
in ultima analisi da marito soddisfatto.
Che gioia, forse, morire sul tuo seno!
Ma morire da fesso, spinto sotto un treno!
Almeno in sogno, dico: in sogno, posso per favore avere
posso non perdere i diritti sulla mia morte?”

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